Effetti anti-allergici della vitamina E
 
 

Negli ultimi decenni, la prevalenza di malattie allergiche è aumentata in modo significativo in tutto il mondo. Il motivo sembra, tra l’altro, legato alle nuove abitudini alimentari che vedono prevalere alti consumi di acidi grassi omega-6 rispetto agli omega-3, insieme alla riduzione del consumo di vegetali e cibi freschi contenenti antiossidanti come le vitamine A, C ed E.

Il mix aumenta la prevalenza di malattie infiammatorie e allergiche negli individui suscettibili: un basso consumo di antiossidanti compromette, infatti, la capacità di difesa polmonare, che a sua volta porta a maggiore vulnerabilità allo stress ossidativo nell'asma e alle malattie infiammatorie delle vie aeree.

In questo contesto può essere utile valutare l’integrazione con vitamina E che, oltre a rappresentare una fonte antiossidante liposolubile, ha effetti benefici sulla funzione di molte proteine ​​ed enzimi, nonché sulla risposta immunitaria tramite l'attivazione della proteina fosfatasi 2A che defosforila e inibisce la proteina chinasi C-α. L'inibizione di questa proteina porta alla riduzione della proliferazione di monociti, macrofagi, neutrofili e cellule muscolari lisce, e contemporaneamente alla produzione di specie di radicali liberi in neutrofili e macrofagi. Inoltre, la vitamina E può influenzare i fattori coinvolti nello sviluppo di malattie allergiche come la produzione di anticorpi IgE, citochine IL-4, IL-5 e la via dei leucotrieni. 

In uno studio clinico, la somministrazione di alte dosi di vitamina E (800 mg/die) ha ridotto significativamente i sintomi nasali giornalieri (starnuti, blocco nasale, rinorrea e prurito nasale) e oculari (lacrimazione, prurito, arrossamento ed edema palpebrale) in pazienti con rinite allergica stagionale. Al contrario, in uno studio successivo in doppio cieco, la somministrazione di vitamina E per quattro settimane non ha portato ad alcun miglioramento significativo dei sintomi della rinite allergica tra il gruppo di controllo e quello di pazienti. Questi risultati contraddittori potrebbero essere dovuti alla mancanza di dati relativi all’assunzione di cibo o alla presenza di malattie metaboliche, che influenzano l'assorbimento di questa vitamina nei soggetti studiati.

Uno studio clinico su bambini con asma moderato ha dimostrato che la somministrazione di 50 mg/die di vitamina E per otto settimane contribuisce al miglioramento della respirazione e alla prevenzione della malattia. 

Una metanalisi ha dimostrato che l'assunzione materna di vitamina E è associata a una diminuzione dell'asma e del respiro sibilante durante l'infanzia. Inoltre, un'elevata concentrazione plasmatica di α-tocoferolo è stata associata a una riduzione del 48% del rischio di asma. Non solo: è stato riportato in alcuni studi, che restano però controversi, che l'α-tocoferolo e il γ-tocoferolo riducono la gravità dell'asma riducendo l'infiltrazione di neutrofili, eosinofili e l'inibizione della secrezione di citochine infiammatorie Il-4, Il-5 e interferone gamma nelle vie aeree iperreattive.

Il livello sierico di α-tocoferolo è negativamente associato alla prevalenza di dermatite atopica, mentre in chi ha questa forma il consumo di vitamine E e D è associato a un aumento delle attività degli enzimi antiossidanti, della superossido dismutasi eritrocitaria e catalasi.

Nonostante l'importanza della vitamina E come agente antiossidante e regolatore immunitario, i suoi effetti nel trattamento della allergia alimentare nei neonati e negli adulti sono rimasti in gran parte non esaminati.

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Anti-allergic effects of vitamin E in allergic diseases: an updated review. International immunopharmacology. Online 19 November 2020, 107196.
  • Dietary total antioxidant capacity in early school age and subsequent allergic disease. Clin. Exp. Allergy, 47 (6) (2017), pp. 751-759.
  • Effect of vitamin E intake from food and supplement sources on plasma alpha- and gamma-tocopherol concentrations in a healthy Irish adult population. Brit. J. Nutrit., 112 (9) (2014), pp. 1575-1585.
  • Is vitamin E an anti-allergic compound? J. Biol. Regul. Homeost. Agents, 30 (1) (2016), pp. 11-15.
  • Oxidized vitamin E and glutathione as markers of clinical status in asthma. Clin. Nutrit., 27 (4) (2008), pp. 579-586

La melatonina può servire da barriera contro il virus

La melatonina che viene prodotta nel polmone può servire da barriera contro il virus Sars-Cov-2. A dirlo è una ricerca brasiliana dell'Università di San Paolo che ha analizzato il ruolo dell'ormone che si trova nell'organo respiratorio.   I ricercatori sono partiti da una analisi degli asintomatici e hanno scoperto come la melatonina riesca a impedire al virus di entrare nell'epitelio, "attivando il sistema immunitario e producendo anticorpi", dice la coordinatrice del progetto, Regina Pekelmann Markus, secondo la quale "questa azione della melatonina polmonare deve verificarsi anche con altri virus respiratori, come l'influenza".   Il gruppo di lavoro, che oggi è arrivato a pubblicare questo studio sulla rivista scientifica Melatonin Research, aveva iniziato a studiare il ruolo della melatonina all'inizio degli anni Novanta.  Con uno lavoro sui roditori, avevano dimostrato che questo ormone, prodotto di notte dalla ghiandola pineale nel cervello (che ha l'obiettivo di informare l'organismo che è buio e che è ora di andare a dormire), veniva prodotto anche in altri organi, come il polmone. In un altro lavoro, pubblicato all'inizio del 2020 sul Journal of Pineal Research, gli stessi studiosi avevano anche dimostrato che i macrofagi presenti nello spazio aereo polmonare, riescono ad assorbire le particelle inquinanti.  Questo stimolo induce la produzione di melatonina e di altre molecole da parte dei macrofagi stessi per stimolare la formazione di muco e tosse, ed espellere poi le stesse particelle nocive dalle vie respiratorie.

 

Un solo drink al giorno può aumentare il rischio di fibrillazione atriale

I ricercatori hanno preso come riferimento la quantità di un drink al giorno, pari a 12 grammi di etanolo contenuti in un piccolo bicchiere di vino (120 ml) e in una birra piccola (330 ml), o 40 ml di superalcolici.

Lo studio
Schnabel e colleghi hanno utilizzato dati relativi a 107.845 adulti provenienti da cinque coorti in Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca e Italia. I ricercatori hanno escluso 7.753 partecipanti con fibrillazione atriale al basale, lasciando nell’analisi 100.092 persone.

Al basale sono state raccolte informazioni sui fattori di rischio, tra cui indice di massa corporea, pressione arteriosa, diabete, colesterolo, abitudini di fumo, cardiopatie, status occupazionale, livello di istruzione e assunzione abituale di alcol. L’età mediana dei partecipanti era di 47,8 anni e per il 51,7% si trattava di donne. Il consumo mediano di alcol era pari a 3 grammi al giorno.

Durante il follow-up, che è durato una mediana di 13,9 anni, sono stati registrati 5.854 nuovi casi di fibrillazione atriale. Usando un’analisi di regressione di Cox, i ricercatori hanno rilevato un rischio aumentato (hazard ratio 1,16) di sviluppare una nuova fibrillazione atriale con un drink al giorno.

All’aumentare del consumo di alcool aumentava anche il rischio di fibrillazione atriale. “Questo è un importante studio che fornisce ulteriore supporto alla correlazione tra assunzione di alcool e sviluppo di fibrillazione atriale”, osserva Hugh Calkins, professore di medicina e direttore dei servizi per l’aritmia cardiaca presso la Johns Hopkins Medicine di Baltimora, non coinvolto nello studio. “È importante perché offre forti evidenze che anche quantitativi esigui di alcol possono aumentare, leggermente ma significativamente, il rischio di sviluppare fibrillazione atriale”.

Fonte: European Heart Journal
Linda Carroll
(Versione Italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

Malattie cardiometaboliche, microbioma intestinale di chi mangia sano riduce il rischio

 
 
 

Una dieta ricca di alimenti sani e di origine vegetale è legata alla presenza e all'abbondanza di microbi intestinali associati a un minor rischio di sviluppare obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari, secondo uno studio pubblicato su Nature Medicine. «Il nostro lavoro mostra una chiara associazione tra specifiche specie microbiche presenti nell'intestino, determinati alimenti e il rischio di alcune malattie comuni» spiega Andrew Chan, del Massachusetts General Hospital e della Harvard Medical School, autore senior dello studio. «Speriamo di essere in grado di utilizzare queste informazioni per aiutare le persone a evitare gravi problemi di salute, modificando la loro dieta per personalizzare il loro microbioma intestinale» prosegue.

I ricercatori hanno raccolto dati sulla sequenza del microbioma, informazioni dietetiche dettagliate a lungo termine e risultati di centinaia di marcatori cardiometabolici del sangue da poco più di 1.100 partecipanti nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Analizzando i dati, hanno osservato che la composizione dei microbiomi intestinali dei partecipanti era fortemente associata a specifici nutrienti, alimenti, gruppi di alimenti e composizione complessiva della dieta. In particolare, gli esperti hanno scoperto che i partecipanti che seguivano una dieta ricca di cibi sani e vegetali avevano maggiori probabilità di avere livelli elevati di microbi intestinali specifici, associati a un minore rischio di malattie. I ricercatori hanno anche trovato biomarcatori dell'obesità, delle malattie cardiovascolari e della ridotta tolleranza al glucosio basati sul microbioma. Ad esempio, avere un microbioma ricco di Prevotella copri e Blastocystis è stato associato un livello di zucchero nel sangue favorevole dopo un pasto. Altre specie erano collegate a livelli post-pasto più bassi di grassi nel sangue e a marcatori di infiammazione. Gli autori pensano che i loro dati sul microbioma potranno essere utilizzati per determinare il rischio di malattia cardiometabolica, e possibilmente prescrivere una dieta personalizzata studiata appositamente per migliorare la salute. «Studiare l'interrelazione tra microbioma, dieta e malattia implica molte variabili perché le diete tendono a essere personalizzate, e possono cambiare parecchio nel tempo. Due dei punti di forza di questo studio sono il numero di partecipanti e le informazioni dettagliate che abbiamo raccolto» concludono i ricercatori.

Nature Medicine 2021. Doi: 10.1038/s41591-020-01183-8
https://doi.org/10.1038/s41591-020-01183-8

Covid-19, come gestire il peso del lockdown sulla salute mentale

 
 
 
L'attenzione alla salute mentale delle persone è molto importante durante l'attuale pandemia, a causa del suo prevedibile prolungarsi, e delle sue conseguenze economiche, e gli interventi che promuovono la flessibilità psicologica e l'accettazione possono essere utili per mitigare l'impatto dei lockdown, secondo uno studio pubblicato su Plos One. «All'inizio della pandemia di Covid-19, si sapeva poco dell'impatto dei lockdown governativi a livello di popolazione, e ci si è basati su quanto si era visto con quarantene di piccoli gruppi di persone» esordisce Andrew Gloster, della University of Basel, in Svizzera, primo autore dello studio.

I ricercatori hanno condotto un sondaggio online in 18 lingue a cui hanno risposto quasi 10.000 persone provenienti da 78 paesi e che hanno fornito informazioni sulla loro salute mentale e sulla situazione generale durante il lockdown. Un intervistato su dieci ha riferito livelli bassi di salute mentale, caratterizzati principalmente da stress, comportamenti depressivi e una visione pessimistica della società. Un altro 50% dei partecipanti aveva una salute mentale solo moderata, che è stata in precedenza ritenuta un fattore di rischio per ulteriori complicazioni. Nel complesso, le risposte nei diversi paesi esaminati sono state sostanzialmente simili. Tuttavia, sebbene nessun paese sia emerso come costantemente migliore o peggiore in tutti i risultati, gli esperti hanno osservato alcune differenze. Le persone che vivevano a Hong Kong e in Turchia, per esempio, hanno riferito più stress, mentre quelle che vivevano negli Stati Uniti hanno riportato più sintomi depressivi, e il benessere era più basso in chi si trovava a Hong Kong e in Italia. I partecipanti provenienti da Austria, Germania e Svizzera, al contrario, hanno segnalato un numero significativamente inferiore di emozioni negative rispetto al livello medio in tutti i paesi. Queste differenze sono probabilmente dovute a una combinazione di risposte specifiche della nazione alla pandemia, differenze culturali e fattori come disordini politici. Inoltre, anche alcuni fattori, come la perdita di entrate finanziarie rispetto ai livelli precedenti al lockdown e il mancato accesso alle forniture di base, sono stati costantemente associati a risultati peggiori. Di contro, il supporto sociale, i livelli di istruzione superiore e la capacità di rispondere e adattarsi in modo flessibile alla situazione hanno portato a risultati migliori.

PLOS One 2021. Doi: 10.1371/journal.pone.0244809
http://doi.org/10.1371/journal.pone.0244809

Allergia all'uovo: i biscotti facilitano l'attivazione dei meccanismi immunologici

MEDICINA INTERNA | REDAZIONE DOTTNET | 14/12/2020 12:07

Lo rivela uno studio dei ricercatori della Clinica Pediatrica dell'Irccs Materno Infantile "Burlo Garofolo" di Trieste

Nei bambini allergici all'uovo non è necessario, nella maggioranza dei casi, eliminare dalla dieta tutti gli alimenti contenenti l'uovo. Anzi, mantenere un'assunzione regolare di "uovo cotto in matrice di frumento", come ad esempio i comuni biscotti all'uovo, facilita l'attivazione dei meccanismi immunologici alla base dello sviluppo della tolleranza all'alimento. E' quanto ha dimostrato uno studio dei ricercatori della Clinica Pediatrica dell'Irccs Materno Infantile "Burlo Garofolo" di Trieste, pubblicato sulla rivista scientifica del Karolinska Institute di Stoccolma, 'Acta Pediatrica'.

Anche se la maggioranza dei bambini allergici crescendo acquisisce spontaneamente la tolleranza all'uovo, una percentuale minore continua ad avere reazioni anche in età adulta. "Con l'intento di migliorare la qualità di vita accelerando l'acquisizione di tolleranza e cercando di indurre la guarigione - spiega Egidio Barbi, direttore della Clinica Pediatrica e co-autore dello studio condotto, tra gli altri, da Laura Badina e Irene Berti della Allergologia dell'Istituto - la scienza medica ha sviluppato protocolli di 'desensibilizzazione orale', ovvero assunzione progressiva di minime quantità dell'alimento offendente poi incrementate gradualmente".

Gruppo sanguigno, nuovo studio: nessuna influenza sulla dieta
09 Dicembre 2020
 

La dieta del gruppo sanguigno segna un nuovo passaggio a vuoto dopo la pubblicazione di uno studio clinico che non ha evidenziato differenze di risposta su parametri antropometrici, metabolici ed ematochimici di una dieta di tipo vegetariano in soggetti in sovrappeso. Tutto nasce da un trial clinico randomizzato pubblicato su Jama Network lo scorso 30 novembre, che ha preso in esame 244 partecipanti, di età compresa tra i 25 e 75 anni e con Bmi tra 28 e 40 Kg/m2.

Due i gruppi valutati nell’arco di 16 settimane. Il primo, doveva seguire una dieta prevalentemente basata su verdure, cereali, legumi e frutta, senza prodotti di origine animale o grassi aggiunti (circa il 75% dell'energia dai carboidrati, il 15% di proteine ​​e il 10% di grassi), con un’integrazione di 500 μg/die di vitamina B12. Il secondo la dieta abituale.

I risultati evidenziano una riduzione di peso di circa sei chili tra chi seguiva una dieta vegetale, frutto sia del minor introito calorico sia di un aumentato metabolismo post-prandiale. I cambiamenti erano associati a riduzione del grasso a livello di cellule epatiche e miociti e incremento della sensibilità all’insulina. Nessuna variazione, invece, nel gruppo di controllo.

A questo punto i ricercatori hanno condotto una subanalisi per verificare una correlazione tra tali risultati e i gruppi sanguigni di 68 tra partecipanti che avevano seguito la dieta a base vegetale, pubblicando i risultati sul Journal of the Academy of nutrition and dietetics. I principali indicatori valutati sono stati ​​peso corporeo, massa grassa, volume del grasso viscerale, lipidemia, glicemia a digiuno e HbA1c.

Nessuna differenza significativa è emersa tra i gruppi sanguigni: la variazione del peso corporeo medio era di -5,7 kg per i partecipanti di gruppo sanguigno A e di -7,0 kg per i non-A, e di -7,1 kg per i partecipanti di tipo O e -6,2 kg per i non-O. Il colesterolo totale medio è diminuito di 17,2 mg/dl nel gruppo di tipo A e di 18,3 mg/dl nei non-A e di 17,4 mg/dl tra i partecipanti di tipo O e di 18,4 mg/dl per i non-O.

"Secondo i dettami della dieta del gruppo sanguigno, un’alimentazione a base vegetale dovrebbe essere più indicata per il gruppo A rispetto allo O, mentre dai nostri dati risulta benefica per tutti, senza peraltro evidenze di vantaggi per chi consuma carne”, sottolinea Neal Barnard, presidente del Physicians committee for responsible medicine, and adjunct faculty alla George Washington University e prima firma dello studio. “I risultati da noi ottenuti indicano come tutti i gruppi sanguigni traggano uguali benefici da una dieta basata sul consumo di frutta e verdura, legumi e cereali integrali, in particolare per ciò che concerne calo ponderale e salute cardiometabolica negli adulti in sovrappeso".

Più la dieta mediterranea è seguita con costanza più scende il rischio di diabete di tipo 2

 
 
 

La riduzione del rischio di diabete di tipo 2 associata alla dieta mediterranea sembra essere attribuibile ai suoi effetti benefici su alcuni fattori chiave, come l'indice di massa corporea, l'insulino-resistenza, il metabolismo lipoproteico e l'infiammazione, secondo uno studio pubblicato su Jama Network Open. «Seguire con costanza una dieta mediterranea si associa a un ridotto rischio di diabete di tipo 2, ma i meccanismi biologici alla base di questo fenomeno non sono chiari» spiega Samia Mora, della Harvard Medical School, Boston, che ha diretto il gruppo di studio.

Per meglio caratterizzare il contributo dei biomarcatori nella riduzione del rischio di diabete di tipo 2 associato alla dieta mediterranea, i ricercatori hanno studiato i dati di 25.317 donne apparentemente sane con età media di 52,9 anni, raccolti da novembre 1992 a dicembre 2017. Una maggiore presenza di dieta mediterranea al basale (quantificata con un punteggio di aderenza ≥6 rispetto a ≤3) è stata associata a un rischio di diabete di tipo 2 inferiore del 30%. I biomarcatori dell'insulino-resistenza hanno dato il maggior contributo alla riduzione del rischio, seguiti dall'indice di massa corporea, dai valori delle lipoproteine ad alta densità (Hdl) e dall'infiammazione, mentre contributi minori sono venuti da amminoacidi a catena ramificata, valori di lipoproteine a densità molto bassa, valori di lipoproteine a bassa densità (Ldl), pressione sanguigna e apolipoproteine. Il contributo più basso è stato quello dell'emoglobina glicata. Tuttavia, gli effetti antidiabetici non sembrano estendersi alle persone che hanno un peso considerato sano, ovvero un indice di massa corporea inferiore a 25 kg/m2. Gli esperti sono convinti che anche un piccolo aumento nell'aderenza alla dieta mediterranea possa dare benefici sostanziali nella prevenzione del diabete. «Colpisce molto vedere quanto siano forti le proprietà antidiabetiche a lungo termine della dieta mediterranea in queste donne. I nostri risultati supportano l'idea che migliorando la dieta, le persone possano migliorare il loro futuro rischio di diabete di tipo 2, in particolare se sono sovrappeso o obese» conclude Mora.

JAMA Network Open 2020. Doi: 10.1001/jamanetworkopen.2020.25466
http://doi.org/10.1001/jamanetworkopen.2020.25466

Il supporto comportamentale aiuta gli anoressici a tollerare rapidi aumenti di peso

 
 
 

Da uno studio pubblicato sull'International Journal of Eating Disorders emerge che gran parte dei pazienti con anoressia nervosa non solo tollera un rapido aumento di peso come parte del trattamento, ma raggiunge l'obiettivo nell'arco di settimane anziché mesi. «Oltre ad avere alti tassi di mortalità tra le malattie psichiatriche, l'anoressia ha costi elevati di assistenza sanitaria» esordisce la coautrice Angela Guarda, direttrice del programma sui disturbi alimentari al Johns Hopkins Hospital di Baltimora, sottolineando l'efficacia di un approccio nutrizionale mirato a un aumento di peso rapido associato a diversi tipi di terapia comportamentale e supporto alimentare.

Allo studio hanno preso parte 134 donne e 15 uomini, età media 35 anni, inseriti nel programma integrato per i disturbi alimentari presso il Johns Hopkins Hospital tra febbraio 2014 e giugno 2017. «Il programma prevede un veloce incremento ponderale, pasti equilibrati e terapie comportamentali progettate per prevenire le ricadute. L'obiettivo è normalizzare i comportamenti alimentari e di controllo del peso, incoraggiare abitudini alimentari più sane e aiutare i pazienti a superare le loro ansie riguardo al consumo di una varietà di cibi» spiega la ricercatrice, sottolineando che oltre il 70% dei partecipanti, partendo da un indice di massa corporea (Bmi) medio di 16,1 all'inizio del programma, ha raggiunto un BMI di almeno 19, all'interno dell'intervallo normale tra 18,5 e 24,9. «La degenza ospedaliera media è stata di soli 39 giorni e i pazienti hanno guadagnato in media 1,8 chili a settimana, ossia quasi il doppio di ciò che ottengono molti programmi di trattamento intensivo. Il che significa che per raggiungere un peso sano serve la metà del tempo passato in ospedale» riprende Guarda. E conclude: «Il nostro programma si basa esclusivamente sui pasti e non utilizza l'alimentazione con sondino. Dietologi, terapisti occupazionali e infermieri assistono i pazienti sia nella preparazione e nel porzionamento dei pasti sia nel mangiare cibi preparati da altri in mense e ristoranti. Vogliamo aiutare le persone anoressiche a tradurre nella vita reale ciò che imparano qui, in modo che possano rimanere in buona salute una volta tornati a casa».

Int J Eating Disorders 2020. Doi: 10.1002/eat.23386
http://doi.org/10.1002/eat.23386

La dieta mediterranea allunga la vita. Uno studio italiano spiega perché

 
 

Si vive più a lungo grazie alla dieta mediterranea. A suggerirlo è un recente studio tutto italiano che ha coinvolto oltre 5.000 persone pugliesi, precisamente di Castellana Grotte e Putignano. Che la dieta mediterranea portasse diversi benefici alla salute era già noto, ma di solito gli studi sull'argomento analizzano particolari eventi, la mortalità generica o alcune malattie, come quelle cardiovascolari, ma anche neurogenerative e oncologiche.

«La dieta mediterranea è associata a buoni esiti di salute, ma l'effetto sulla durata della vita non è stato ampiamente studiato» scrivono Angelo Campanella, dell'Irccs Saverio de Bellis di Castellana Grotte, e colleghi nell'articolo pubblicato su International Journal of Epidemiology. Così, i ricercatori hanno voluto quantificare l'aspettativa di vita legata a questo tipo di alimentazione. In particolare, il lavoro ha coinvolto i partecipanti a due studi di popolazione, uno iniziato nel 1985 a Castellana Grotte e l'altro nel 2005 a Putignano. Al basale (2004-2005) è stato chiesto ai partecipanti di rispondere a domande sulle frequenze di assunzione di 233 alimenti nell'anno precedente e anche di stimarne le dimensioni delle porzioni in base a fotografie. A partire da questi dati è stato calcolato un punteggio per valutare l'aderenza alla dieta mediterranea, il quale è stato poi studiato in relazione allo stato di salute. Il follow-up dei partecipanti è durato fino a dicembre 2018. Dai risultati delle analisi è emerso che, rispetto a coloro che si dimostravano i più aderenti alla dieta mediterranea, le persone che la seguivano parzialmente o non la seguivano avevano una durata di vita inferiore rispettivamente di circa 5 e 9 anni. «In conclusione, l'alta aderenza alla dieta mediterranea sembra avere un importate effetto benefico sulla durata di vita nella popolazione dell'Italia meridionale» scrivono gli autori. Serviranno altri studi per valutarne gli effetti in altre popolazioni e regioni geografiche.

International Journal of Epidemiology 2020. Doi: 10.1093/ije/dyaa222
https://doi.org/10.1093/ije/dyaa222

L-arginina, a Napoli si studia la nuova arma contro Covid-19
 
 

Arginina contro Sars-coV-2. La battaglia è appena cominciata e a condurla è l’ospedale Cotugno di Napoli sotto la guida di Giuseppe Fiorentino, primario di Pneumologia e responsabile dei reparti di terapia di bassa intensità e sub-intensiva Covid-19 al nosocomio partenopeo.

 Si tratta di un approccio terapeutico in uso al Cotugno sin dalla prima ondata e che si è oltremodo evoluto nel corso di questi mesi, al punto da indurre i medici a dare vita a uno studio clinico randomizzato, in doppio cieco che ha da poco avuto il via libera da parte del Comitato etico dell’Ospedale.

 "Ricerche recenti hanno dimostrato che la disfunzione endoteliale è una delle principali cause di diverse condizioni patologiche che interessano il sistema cardiovascolare, tra cui ipertensione, aterosclerosi, diabete e aterotrombosi”, sottolinea Gaetano Santulli, docente e ricercatore presso l’Albert Einstein College of Medicine di New York e l’Università Federico II di Napoli. “Le manifestazioni sistemiche osservate nel Covid-19 potrebbero essere spiegate proprio da una disfunzione endoteliale. La L-Arginina è coinvolta in diverse vie metaboliche; tra queste, è particolarmente rilevante la conversione in citrullina tramite l'enzima ossido nitrico sintasi che determina la produzione di ossido nitrico, NO, un mediatore endogeno di processi biologici quali la vasodilatazione e la trasmissione degli impulsi nervosi che viene prodotto dall’endotelio come modulatore del tono vascolare. La produzione di livelli adeguati di NO nell'endotelio vascolare è fondamentale per la regolazione del flusso sanguigno e per la vasodilatazione. Da qui ne è derivato l’interesse medico scientifico per la L-Arginina e per il suo potenziale ruolo nella modulazione della funzione endoteliale, in quanto precursore dell’NO”.

Lo scorso aprile il gruppo di ricerca di Santulli ha potuto dimostrare, per primo, che le manifestazioni sistemiche osservate in corso di Covid-19 potrebbero essere spiegate da una disfunzione endoteliale preesistente. Infatti, alterazioni della funzione endoteliale sono state correlate a ipertensione, diabete, tromboembolia e insufficienza renale, tutte presenti, in misura diversa, nei pazienti Covid-19.

“Altri ricercatori hanno successivamente confermato la nostra opinione”, spiega Santulli. “Per questi motivi ipotizziamo che l'integrazione di L-arginina possa essere utile a contrastare la disfunzione endoteliale nei pazienti Covid-19, senza timore di eventi avversi. A oggi, una dose integrativa di 3 g/die sembra essere efficace nel favorire l’aumento dei livelli di NO, con positivo riscontro sulla funzione endoteliale, senza effetti tossici”.

Sulla base di queste evidenze scientifiche l’Ospedale Cotugno di Napoli ha impiegato L-Arginina nei pazienti ricoverati per patologia da Covid-19 già dallo scorso marzo, anche con evoluzione del protocollo.

“Inizialmente, la terapia sub-intensiva prevedeva la ventilo-terapia non invasiva, accompagnata da ventilazione Cpap, ossigenoterapia ad alti flussi, somministrazione di steroidi, cortisone e antibiotici, terapia integrativa con multivitaminici e idratazione” dice Fiorentino. “Con l’arrivo della seconda ondata, l’integrazione multivitaminica è stata sostituita dalla somministrazione di 2 flaconcini/die di L-Arginina, pari a 1,66g x 2, uno al mattino e uno alla sera. Questo nuovo approccio è risultato clinicamente efficace già dopo due settimane di trattamento determinando un recupero più rapido della funzionalità respiratoria e la precoce negativizzazione dei pazienti. In particolare, la terapia ha mostrato effetti favorevoli sui tempi di dimissionesul recupero del numero di linfociti e sul rapporto P\F tra pO2 arteriosa e FiO2 inspirata. Per quest’ultimo parametro si riscontra quasi un raddoppio della velocità di recupero. A fronte di questi risultati e con l’obiettivo di sistematizzare e condividere queste osservazioni con la comunità scientifica, il nostro ospedale ha avviato uno studio clinico randomizzato, a gruppi paralleli, controllato in doppio cieco verso placebo, per valutare se l’aggiunta alla terapia standard di due flaconcini al giorno di L-Arginina, per via orale, in soggetti affetti da Covid-19 sia utile per produrre un miglioramento della prognosi nei pazienti affetti da questa patologia”.

Il protocollo dello studio prevede il reclutamento di 300 pazienti ospedalizzati per infezione da Covid-19 con positività del test molecolare: 150 saranno trattati con L-Arginina e 150 con placebo. Endpoint primario: riduzione dei tempi di normalizzazione del P/F (rapporto tra pressione alveolare di ossigeno e frazione inspiratoria di ossigeno). Endpoint secondari: riduzione dei tempi di normalizzazione dei linfociti; riduzione dei tempi di degenza; riduzione dei tempi di negativizzazione del Rt Pcr per SarS Cov2 su tampone naso faringeo; incidenza di Covid-19 post acuto; incidenza di Covid-19 cronico; effetti del trattamento sui biomarker di infiammazione.

Nicola Miglino

Anche gli anziani obesi traggono beneficio dai programmi per la perdita di peso

 
 
 

Gli anziani obesi dovrebbero essere spinti a ricevere interventi sullo stile di vita volti a ridurre il peso, secondo uno studio pubblicato su Clinical Endocrinology. «Piuttosto che ostacolare l'accesso delle persone anziane obese ai programmi di perdita di peso, dovremmo facilitare questo processo in modo proattivo. Diversamente rischieremmo di trascurare ulteriormente e inutilmente le persone anziane a causa di idee sbagliate» afferma Thomas Barber, degli University Hospitals Coventry and Warwickshire, Regno Unito, autore senior dello studio.

Per determinare l'effetto dell'età sulla capacità di perdere peso attraverso interventi sullo stile di vita, gli esperti hanno selezionato casualmente 242 pazienti con obesità patologica che hanno frequentato il loro servizio ospedaliero tra il 2005 e il 2016. Di questi, 167 avevano un'età compresa tra 18 e 60 anni e 75 avevano almeno 60 anni. La maggior parte dei partecipanti erano donne (75,4% dei pazienti più giovani e 60,0% dei pazienti più anziani). La percentuale di pazienti con diabete confermato era nettamente più alta nel gruppo più anziano rispetto al gruppo più giovane (62,7% rispetto a 35,3%), sebbene i pazienti più anziani avessero un indice di massa corporea al basale significativamente più basso (46,9 rispetto a 49,7 kg/m2). La durata media dell'intervento sullo stile di vita è stata di 41,5 mesi nei pazienti più giovani e di 33,6 mesi nei pazienti più anziani. Ebbene, non è stata osservata alcuna differenza significativa nella perdita di peso percentuale tra i pazienti più giovani e quelli più anziani (6,9% rispetto a 7,3%), e nella riduzione percentuale dell'indice di massa corporea (8,1% rispetto al 7,8%). Ulteriori analisi hanno dimostrato che non vi era alcuna correlazione significativa tra l'età al momento dell'invio al servizio ospedaliero e la percentuale di perdita di peso. I ricercatori notano che lo studio è limitato dall'essere retrospettivo e dal fatto di includere una selezione casuale di pazienti che hanno frequentato il servizio piuttosto che l'intera coorte.

Clinical Endocrinology 2020. Doi: 10.1111/cen.14354
https://doi.org/10.1111/cen.14354

occhio al Bmi, pericoloso più dell’età per Covid-19

 

Nuovi dati sul rischio di una prognosi severa per pazienti obesi colpiti da Covid-19 giungono da uno studio appena pubblicato su Circulation e presentato in anteprima nei giorni scorsi durante il congresso in edizione digitale dell’American heart association. Se gli under 50 sono più protetti rispetto a forme gravi della malattia, questo sembra non valere in questa fascia di età in caso di sovrappeso/obesità.

La ricerca ha analizzato i dati di oltre 7.600 pazienti ricoverati per Covid-19 in 88 ospedali statunitensi sino a luglio 2020, suddivisi per sesso, età, razza e comorbidità. Tra gli under 50, l'85% era in sovrappeso (Bmi: 25-29 Kg/m2) o obeso (Bmi: ≥ 30 Kg/m2), rispetto, per esempio, al 54% degli over 70. In generale, i pazienti con obesità grave, di grado III, avevano una mortalità superiore del 26%, mentre nella fascia di età sotto i 50 anni il rischio tra i gravemente obesi è risultato del 36% superiore ai pari età ma normopeso.  Un Bmi più elevato è risultato correlato anche a necessità di dialisi e comparsa di tromboembolismo venoso.

"In generale, le persone obese hanno maggiori probabilità di essere ricoverate in ospedale se colpiti da Covid-19 rispetto ai normopeso” sottolinea Nicholas Hendren, cardiologo dell’Ut Southwestern medical center di Dallas e prima firma dello studio. “Una volta ricoverati, poi, il rischio di complicanze, ventilazione meccanica e mortalità è per loro più alto, anche se quando l’età dovrebbe in teoria giocare a loro favore. I gravemente obesi andrebbero considerati ad alto rischio, con priorità rispetto a un vaccino prossimo venturo. Ricordiamoci che negli Stati Uniti costoro rappresentano il 7% della popolazione adulta”.

Gli Autori individuano alcune possibili spiegazioni che legano sovrappeso e obesità a una peggior prognosi di Covid-19.

“In primo luogo – sottolineano - l'obesità porta con sé comorbidità che aggravano il quadro quali ipertensione e diabete. In aggiunta, Sars-CoV-2 utilizza un enzima chiamato Ace-2 per entrare e infettare le cellule umane, un recettore abbondante anche nel tessuto adiposo. Non possiamo poi nemmeno trascurare il fatto che il peso di per sé aggrava la funzione meccanica respiratoria”.

Intanto, l’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità, dopo aver convocato a fine ottobre un panel di esperti di vari Paesi proprio per discutere della relazione tra eccesso ponderale e Covid-19, ha proposto di creare una piattaforma comune con cui i Paesi membri possano condividere  informazioni utili a elaborare indicazioni specifiche per il trattamento dell’infezione da Sars-coV-2 nelle persone affette da obesità.

Nicola Miglino

 

Covid-19, l’efficacia della vitamina C può dipendere da un “nastro trasportatore”
 
 

A fare la differenza nella risposta alla vitamina C in caso di infezioni virali, piuttosto che di altri quadri patologici, potrebbe essere la disponibilità della proteina di trasposto intracellulare. L’ipotesi viene suggerita in una pubblicazione su Aging and Disease da un gruppo di ricercatori del Medical College of Georgia Center for Healthy Aging, che hanno preso in esame i dati oggi disponibili sull’impiego di alte dosi di vitamina C Iv (fino a 10 volte quella raccomandata di 65-90 mg/die) in diversi ambiti clinici con l’idea di comprendere se vi siano basi razionali per un impiego contro Covid-19.

“Al momento non vi sono dati disponibili sull’efficacia in caso di Covid-19, né prove di un’utilità in profilassi” sottolineano gli Autori. “Sono però circa una trentina gli studi a oggi registrati su Clinicaltrials.gov volti a fare chiarezza in quest’ambito, con un razionale basato su una letteratura ricca di indicazioni che suggeriscono come tale approccio possa prevenire le infezioni o accorciarne la durata, grazie a un’azione immunostimolante, antinfiammatoria e antiossidante.

Spesso, però, i risultati dell’impiego di vitamina C sono contrastanti e tra le spiegazioni ecco affacciarsi quella legata a un ruolo dei trasportatori intracellulari di acido ascorbico nel condizionarne l’effetto finale.

“L’efficacia della vitamina C può dipendere da fattori quali età, sesso, etnia ma anche dall’espressione dei geni che codificano per i trasportatori implicati nel suo ingresso in cellula” sottolinea Carlos M. Isales, condirettore dell’Mcg center for healthy aging. “La possibilità che la vitamina C entri o no all’interno della cellula è fondamentale per la sua azione. Senza un adeguato trasporto che consenta a questa molecola idrofila di attraversare lo strato lipidico della membrana cellulare, si viene a determinare un accumulo all’esterno che innesca una serie di reazioni la cui conseguenza è un aumento dello stress ossidativo: in sostanza, l’effetto opposto rispetto al contrasto dei radicali liberi che si dovrebbe attivare a livello intracellulare”.

Dati sulle infezioni virali mostrano, secondo gli Autori, benefici della vitamina C Iv nel migliorare la funzione polmonare in caso di distress respiratorio acuto, tra le principali conseguenze di Covid-19. La stessa condizione di forte stress ossidativo, tipica anche di Covid-19, si lega a un'espressione significativamente ridotta del trasportatore della vitamina C.

I ricercatori americani hanno già evidenziato nel passato come i processi di invecchiamento si associno a una minore espressione di almeno un sottotipo di trasportatore di vitamina C.  

“Tra i soggetti a maggior rischio di Covid-19 - commentano - si annoverano proprio gli anziani o soggetti con comorbidità quali artrosi, ipertensione, e diabete che presentano livelli più bassi di vitamina C, una carenza che può aggravarsi in corso di malattia giacché l’infezione porta l’organismo a consumare più acido ascorbico, privandosi di un presidio antinfiammatorio utile in caso di iperattivazione citochinica”.

Così concludono: “L’auspicio è che gli studi in quest’ambito tengano sempre in considerazione l’espressione e il polimorfismo genici del trasportatore intracellulare di vitamina C, valutabili attraverso tecniche di Pcr - Polymerase chain reaction. A questo punto riteniamo urgente indagare in tempi rapidi la correlazione tra livelli plasmatici di vitamina C, rischio di infezione e gravità del quadro clinico per comprendere definitivamente se l’acido ascorbico può davvero rappresentare un’arma efficace contro Covid-19, in particolare negli anziani o in caso di comorbilità”.

Nicola Miglino

Il diabete si può 'fermare' negli obesi: basta perdere almeno 15 kg

 

Le vittime del diabete sono evitabili, adottando strategie come la perdita di peso sostenuta nel tempo, ridurre i livelli glicemici a lungo termine, tenere a bada la pressione sanguigna e il colesterolo alto

Dal diabete si può 'guarire': la malattia può regredire (essere mandata in remissione per almeno 2 anni), con un dimagrimento mantenuto nel tempo di 15 o più chili di peso negli individui obesi.  È quanto riferito sulla rivista Lancet che dedica un rapporto speciale sulla malattia, una pandemia da 463 milioni di pazienti nel mondo (l'80% nei paesi a basso e medio reddito) e 4,2 milioni di morti l'anno, che ruba in media dai 4 ai 10 anni di vita. Coordinato da Juliana Chan, della Università Cinese di Hong Kong e condotto da una commissione di 44 esperti, lo studio ha stilato delle raccomandazioni al fine di ridurre il peso della malattia nel mondo, e stimato che adottando adeguate misure di gestione di malattia e complicanze, in tutto il mondo ogni giorno si potrebbero prevenire migliaia di vittime del diabete.

 La commissione ha ribadito l'importanza di tenere sotto controllo il diabete, sottolineando che oltre alle complicanze note del diabete (cardiovascolari, renali, neurologiche etc), con la pandemia da coronavirus i soggetti diabetici hanno un rischio di morte ancora maggiore perché la sindrome Covid-19 è almeno il doppio più grave e più letale per questi pazienti.

Covid-19, studio italiano svela correlazione tra gravità e deficit di vitamina D
 
 

Bassi livelli di vitamina D sono correlati da una parte ad aumento di Il-6 e, dall’altra, a una maggiore gravità di Covid-19. Questi i risultati di uno studio osservazionale condotto da un gruppo di lavoro dell’Università di Siena e dell’Irccs Istituto auxologico italiano, comparso nei giorni scorsi nell’area First Look on Ssrn delle riviste del gruppo The Lancet, spazio open access dove vengono raccolti lavori in attesa della peer review e prima dell’effettiva pubblicazione.

I ricercatori offrono così un contributo originale al dibattito sul ruolo della vitamina D nella progressione della malattia.

Sono stati presi in esame 103 pazienti ricoverati per Covid-19 di grado moderato/severo all’Ospedale San Luca di Milano tra il 9 marzo e il 30 aprile di quest’anno e 52 soggetti Sars-CoV-2 positivi ma lievemente sintomatici. Il gruppo di controllo era costituito da 206 soggetti sani. Per ciò che concerne i contagiati, in tutti i casi sono stati rilevati i valori di 25OHD, al momento del ricovero o al riscontro di positività al tampone molecolare. Per la definizione di carenza di vitamina D è stato considerato un valore ≤50 nmol/L.

I risultati evidenziano una differenza significativa per i livelli medi di 25OHD tra i pazienti Covid-19 di grado moderato/severo (45,5 nmol/L), rispetto ai lievemente sintomatici (75,8 nmol/L) e ai controlli (63,5 nmol/L).  

Dopo il ricovero, 52 pazienti sono stati trasferiti in terapia intensiva. In questi ultimi, i livelli di 25OHD e Il-6 sono risultati rispettivamente più bassi e più alti rispetto a quelli di chi non si era aggravato (36 vs 56 nmol/L; 43,0 vs. 16,0 pg/mL). Differenze simili sono state riscontrate nel confronto tra deceduti in ospedale e guariti (33 vs 48,3 ng/mL; 45 vs 21 pg/mL).

“Nella nostra analisi si osserva un deficit di vitamina D nei pazienti con malattia di moderato/severo rispetto ai lievemente sintomatici o ai soggetti sani. Tali livelli si correlano anche alla gravità della malattia, al suo peggioramento e alla mortalità” commentano gli Autori. “Si tratta di dati che confermano come bassi livelli di vitamina D possano favorire il peggioramento del quadro clinico verso una situazione di grave distress respiratorio, con aumento del rischio di mortalità durante di ricovero. La relazione inversa tra concentrazione di 25OHD e Il-6, una citochina coinvolta nella risposta infiammatoria, contribuisce a caratterizzare il possibile ruolo esercitato dalla vitamina D in questa malattia. Il-6 è infatti cruciale nella regolazione della risposta infiammatoria e livelli elevati nei pazienti Covid-19 sono stati ripetutamente correlati alla gravità e alla prognosi della malattia. Da notare, a questo proposito, che già una nostra precedente ricerca aveva evidenziato come una supplementazione con vitamina D fosse in grado di ridurre Il-6 e lo stato infiammatorio conseguente a terapia con bisfosfonati in soggetti con livelli di vitamina D inferiori a 50 nmol/L”.

Tra i limiti dello studio sottolineati dagli autori, l’esiguità del campione e il disegno osservazionale, che non consente conclusioni su un rapporto causa/effetto, in quanto potrebbe essere la stessa malattia a determinare deficit di Vitamina D e non viceversa.

Così concludono: “Le nostre osservazioni, considerato il basso costo e la sicurezza di una supplementazione di vitamina D, sottolineano la necessità di studi di intervento tesi a valutare l’efficacia di una terapia sostitutiva con colecalciferolo nel prevenire l’insufficienza respiratoria in pazienti con infezione da Sars-CoV-2”.

Nicola Miglino

Cuore: consumare cibi antinfiammatori lo protegge

Le persone che consumano una grande quantità di alimenti che promuovono l’infiammazione sono a maggior rischio di malattie cardiovascolari. È la conclusione cui è arrivato uno studio pubblicato dal Journal of the American College of Cardiology (JACC) da un gruppo di ricercatori del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School di Boston (USA), guidato da Frank Hu.

Il team ha sviluppato e convalidato il punteggio EDIP (empirical dietary inflammatory pattern) basato sull’assunzione di 18 gruppi di alimenti associati a diversi livelli di marcatori infiammatori, con i cibi pro-infiammatori che includono carne rossa, carne lavorata, carne di organi, carboidrati raffinati e bevande zuccherate, e i cibi antinfiammatori che comprendono verdure a foglie verdi, verdure giallo scuro, cereali integrali, frutta, tè, caffè e vino.

Nello studio, Hu e colleghi hanno confrontato il punteggio EDIP con il rischio cardiovascolare in 74.578 donne dello studio Nurses’ Health Study (NHS), 91.656 donne dello studio NHS II e 43.911 uomini dello studio Health Professionals Follow-up Study. In totale, sono stati registrati 15.837 nuovi casi di malattia cardiovascolare, inclusi 9.794 casi di malattia coronarica e 6.174 casi di ictus.

Dopo aver preso in considerazione l’uso di farmaci antinfiammatori e fattori di rischio cardiovascolare, gli autori hanno scoperto che i partecipanti nel quintile più alto al punteggio EDIP, rispetto a quelli nel quintile più basso, avevano un rischio maggiore del 38% di soffrire di malattia cardiovascolare, un rischio maggiore del 46% di soffrire di malattia coronarica e un 28% di rischio più elevato di andare incontro a ictus. Infine, l’analisi di un sottogruppo di partecipanti allo studio ha mostrato un’associazione tra EDIP più alto e trigliceridi nel sangue più elevati, colesterolo ad alta densità (HDL) più basso e una piccola riduzione del colesterolo totale.

Sullo stesso numero di JACC è stata poi pubblicata una lettera che riporta una ricerca su 324 anziani sani che, consumando da 30 a 60 grammi di noci al giorno, avevano concentrazioni ridotte di sei biomarcatori infiammatori su dieci a due anni, rispetto ai coetanei che non ne mangiavano.

“È scientificamente provato che mangiare noci abbassa il colesterolo LDL e ora è incoraggiante sapere che può ridurre anche l’infiammazione, un altro fattore di rischio cardiovascolare”, ha spiegato Sujatha Rajaram, della Loma Linda University, in California. “Includere le noci nella dieta è un semplice consiglio che i medici possono dare ai pazienti che hanno un colesterolo alto o altri fattori di rischio cardiovascolare”, ha concluso l’esperto.

Fonte: Journal of the American College of Cardiology

Obesità infantile. Iss: “Un bambino su 5 è in sovrappeso, 1 su 10 obeso”

 

I bambini italiani sono poco attivi e mangiano male. I nuovi dati di OKkio alla Salute, il sistema di sorveglianza coordinato dal Centro nazionale per la Prevenzione delle malattie e Promozione della Salute recente designato come centro di riferimento Oms su Obesità infantile. Brusaferro: “Un riconoscimento importante per il CNaPPS” INFOGRAFICA OKKIO ALLA SALUTE

10 NOV - Qualche piccolo passo in avanti c’è stato, ma l’Italia continua ad essere, tra i paesi europei, quello con i valori più elevati di eccesso ponderale nella popolazione in età scolare: la percentuale di bambini in sovrappeso è del 20,4% (era del 23,2% nel 2008/2009) e di bambini obesi del 9,4% (era 12,0% nel 2008/9), compresi i gravemente obesi che rappresentano il 2,4%.

A scattate la fotografia del peso sulla bilancia dei bambini italiani nel 2019 è OKkio alla Salute, il sistema di sorveglianza nazionale coordinato dal Centro nazionale per la Prevenzione delle malattie e Promozione della Salute (CNaPPS) dell’Iss che è stato di recente designato come centro di riferimento Oms sull’obesità infantile.

“È un riconoscimento importante – dice il Presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro – poiché per l’Istituto è centrale l’impegno della promozione di stili di vita salutari soprattutto nelle fasce di popolazione giovanili poiché da loro dipende la qualità della vita, il benessere e quindi la sostenibilità dei sistemi sanitari futuri”.

 

 
Secondo l’indagine dell’Iss, che ha coinvolto, come negli anni precedenti, più di 50mila bambini e altrettante famiglie, i genitori hanno riportato che quasi un bambino su due non fa una colazione adeguata al mattino, uno su 4 beve quotidianamente bevande zuccherate/gassate e consuma frutta e verdura meno di una volta al giorno. I legumi sono consumati meno di una volta a settimana dal 38% dei bambini e quasi la metà dei bambini mangia snack dolci più di 3 giorni a settimana. Anche su l’attività fisica sarebbe necessario maggiore impegno: un bambino su 5 non ha fatto attività fisica il giorno precedente l’intervista, più del 70% non si reca a scuola a piedi o in bicicletta e quasi la metà trascorre più di 2 ore al giorno davanti alla TV, al tablet o al cellulare. Rispetto alle ore di sonno quasi il 15% dorme meno di 9 ore per notte.

Ma è il percepito delle mamme che colpisce: il 59,1% delle madri di bambini fisicamente poco attivi ritiene che il proprio figlio svolga attività fisica adeguata; il 40,3% dei bambini in sovrappeso o obesi è percepito dalla madre come sotto-normo peso. E tra le madri di bambini in sovrappeso o obesi, il 69,9% pensa che la quantità di cibo assunta dal proprio figlio non sia eccessiva.
 
“Questi dati mostrano alcuni miglioramenti, con un’ulteriore riduzione dell’eccesso ponderale nei bambini del nostro Paese, ma ci ribadiscono che bisogna insistere con le strategie di prevenzione e promozione dei corretti stili di vita – dice Angela Spinelli, direttrice del Centro nazione per la Prevenzione delle malattie e Promozione della Salute dell’Iss – anche in questo attuale contesto pandemico e in possibili condizioni di lockdown. Costretti a stare in casa possiamo cogliere l’occasione per trasformare questa situazione in una nuova opportunità di salute, modificando in meglio le nostre abitudini alimentari e praticando del movimento anche in ambienti confinati”.
 
A livello regionale la Campania guida la classifica dei bambini in sovrappeso o obesi tallonata dalla Calabria (più del 40%). Ma anche in Puglia e Sicilia, Basilicata, Abbruzzo Molise e Lazio non va meglio: sovrappeso e obesità colpiscono più del 30% della popolazione infantile. Solo Bolzano e la valle d’Aosta sono al di sotto della media nazionale.
 

10 novembre 2020
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Obesità e sovrappeso sono condizioni disabilitanti e espongono ad un elevato rischio per la salute

 

 

Sovrappeso e obesità sono causa di disabilità fisica, di ridotta capacità lavorativa e predispongono l’insorgenza di numerose patologie croniche tra le quali i disturbi cardiovascolari e endocrino metabolici riducono notevolmente l’aspettativa di vita.

L'obesità è una condizione patologica che purtroppo appare in costante incremento, soprattutto Paesi occidentali.


La diffusione di questo disordine ha ormai raggiunto un carattere epidemico in numerosi paesi occidentali, ma non solo. Le cause principali di questa diffusione sono da ricercarsi principalmente nelle abitudini alimentari contraddistinte da un consumo di cibi altamente energetici e nella sedentarietà.


Vi sono infatti innegabili cause organiche - ipotirodismo, ereditarietà ed altre - le quali predispongono all'obesità, ma complessivamente è proprio “l'ambiente obesogenico”, inteso come fattori comportamentali ed alimentari che favoriscono la maggiore incidenza del fenomeno e delle patologie croniche secondarie alle alterazioni fisio-metaboliche presenti nel sovrappeso: diabete, infarto, osteoartrite, sindrome da apnee del sonno e alcune forme di tumore.

 

Obesità addominale

 

Drammaticamente, il diabete mellito di tipo 2 ed alcuni disturbi cardiocircolatori, in passato ritenute condzioni esclusive dell’adulto, vengono oggigiorno sempre più spesso riscontrate anche nei bambini obesi.

L’obesità infantile non è infatti un problema da poco. A questa condizione sono infatti legate manifestazioni cliniche che si presentane precocemente nella giovane età e possono progredire verso patologie croniche vere e proprie.

 

Sovrappeso infantile

 

Attualmente vengono definite varie forme di sovrappeso, distinte in base alla sede corporea di accumulo del grasso.

Tra queste, l'obesità addominale o centrale, costituisce la forma più grave e maggiormente responsabile dello sviluppo delle pericolose disfunzioni endocrino-metaboliche, prima fra tutte la resistenza ad insulina.

 

Diabete di tipo 2: gli effetti benefici di tè verde e caffè
 
 

Un consumo abbondante di tè verde e caffè riduce il rischio di mortalità in chi soffre di diabete di tipo 2. Questi i risultati di uno studio osservazionale, prospettico, condotto su una popolazione giapponese e pubblicato su Bmj open diabetes research & care.

Già analisi precedenti avevano suggerito benefici per la salute con un consumo regolare di tè verde e caffè, ma pochi dati erano disponibili su persone colpite da diabete. I ricercatori giapponesi hanno così deciso di indagarne le potenzialità di ridurre la mortalità in questa popolazione, verificando gli effetti sia separatamente che in combinazione, secondo uno schema dose-correlato.

Hanno così seguito una coorte di 4.923 giapponesi (2.790 uomini, 2.133 donne) con diabete di tipo 2 (età media 66 anni) per una media di poco più di 5 anni, tutti arruolati nel Fukuoka diabetes registry, uno studio prospettico multicentrico progettato per valutare l’effetto di farmaci e stili di vita sulla prognosi della malattia.

A inizio studio, ciascun partecipante ha compilato un questionario nutrizionale di 58 voci che includeva domande sul consumo quotidiano di tè verde e caffè, oltre che su esercizio fisico, fumo, consumo di alcol e qualità del sonno.

Questi i gruppi: 607 dei partecipanti non avevano mai consumato tè verde; 1,143 massimo una tazza al giorno; 1.384 2-3 tazze e 1.784 quattro o più. Per quanto riguarda il caffè, un migliaio non ne era consumatore; 1.306 beveva massimo una tazza al giorno; 963 una tazza regolarmente e 1.660 due tazze o più. Durante il periodo di follow-up sono morte 309 persone (218 uomini, 91 donne), principalmente per cancro (114) e malattie cardiovascolari (76).

La riduzione del rischio di mortalità in chi dichiarava di consumare tè verde, rispetto a chi non ne faceva uso, era del 15% per una tazza al giorno, 27% per 2-3 tazze e 40% per 4 tazze o più. Per il caffè: -12% fino a una tazzina giornaliera, -19% per un consumo regolare di una tazza al giorno e fino al 41% per 4 tazze o più.

Il consumo giornaliero combinato ha apportato ancor più beneficio sul rischio di mortalità: - 51% per 2-3 tazze di tè verde e 2 o più caffè; -58% per 4 o più tazze di tè verde e una di caffè;  - 63% per 4 o più tazze di tè verde e 2 o più di caffè.

“In questo studio prospettico abbiamo potuto osservare, a quanto ne sappiamo per la prima volta, un’associazione tra elevato consumo di tè verde e caffè e riduzione della mortalità, fino al 63%, in soggetti con diabete di tipo 2” sottolineano gli Autori. “Trattandosi di studio osservazionale non se ne possono trarre conclusioni di rapporto causa-effetto, anche se sono più che lecite alcune supposizioni sui meccanismi d’azione. Il tè verde, per esempio, contiene diverse sostanze benefiche, inclusi composti fenoliciteanina e caffeina. L'epigallocatechina gallato è il composto fenolico più abbondante e sono note le sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e anti-mutagene. Il caffè, dal canto suo, contiene diversi componenti bioattivi, inclusi caffeina e composti fenolici, a partire dall’ acido clorogenico ad azione antiossidante e antinfiammatoria”.

Così commenta Olga Eugenia Disoteo, Associazione medici diabetologi, Diabetologia Asst Gom Niguarda, Milano: “Numerose sono le segnalazioni disponibili in letteratura sui benefici del caffè e del tè, in particolare verde, sul compenso glicemico e sulla riduzione dell'insorgenza di diabete mellito tipo 2. Il meccanismo sarebbe da ricercare non solo nella caffeina in essi contenuta, l'effetto si mantiene anche con il caffè decaffeinato, ma in alcune sostanze benefiche presenti sia nel caffè che nel tè a spiccata azione antiossidante come lignani, acido clorogenico, acido ferulico, polifenoli, in grado di agire sul metabolismo glucidico, sull'assorbimento dei carboidrati e sulla sensibiltà all'insulina.

Occorre tuttavia ricordare che tali sostanze possono interferire con alcuni farmaci o favorire l'insorgenza di insonnia o disturbi del ritmo cardiaco in soggetti sensibili. È buona norma, pertanto, non eccedere mai nel consumo di nessuna sostanza o alimento, un esempio su tutti il beneficio derivante da un ridotto consumo di vino rosso e i danni derivanti da un consumo eccessivo dello stesso, ricordando che la salute e il benessere nascono da un mix di buone abitudini dove gli alimenti e le bevande sono parte essenziale e attiva in questo difficile e imprevedibile percorso di salute”.

Nicola Miglino

Malattie infiammatorie intestinali: attenzione al fruttosio


La dieta è una parte fondamentale nella prevenzione e nella gestione delle malattie. Ora un nuovo studio suggerisce che il consumo di fruttosio può peggiorare l’infiammazione intestinale comune nelle malattie infiammatorie intestinali (Ibd).

Questo tipo di patologie è in aumento in tutto il mondo. Secondo i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, ogni anno vengono diagnosticati circa tre milioni di americani con Ibd, con un aumento di un milione rispetto all’incidenza della fine degli anni Novanta. Il consumo di una dieta occidentale, compreso il fruttosio, è associato a tassi crescenti di obesità e diabete, e l’Ibd può essere una delle malattie aggravate dall’assunzione di fruttosio.

I risultati dello studio forniscono la prova di un legame diretto tra il fruttosio e l’Ibd e sottolineano come un elevato consumo di fruttosio possa peggiorare la malattia nelle persone che già ne soffrono.

Il fruttosio è stato testato nei topi, nei quali si è osservato un peggioramento dell’infiammazione del colon, insieme a notevoli effetti nei batteri intestinali. Adesso gli esperti pensano a sviluppare interventi per prevenire gli effetti pro-infiammatori del fruttosio e valutare se questa dieta aumenti la tumorigenesi associata alle coliti. Questo secondo punto è particolarmente importante perché i pazienti affetti da Ibd sono a maggior rischio di sviluppare il cancro al colon a causa dell’infiammazione cronica dell’intestino.

(Cellular and Molecular Gastroenterology and Hepatology, http://dx.doi.org/10.1016/j.jcmgh.2020.09.008)

di Michela Perrone

Diete Veg, i pediatri: occhio a sviluppo psicomotorio dei bambini
 
 

Monitorare i bambini che seguono una dieta vegetariana o vegana e controllare gli esami del sangue che possono rilevare carenze. Questa l’avvertenza principale di Marcello Bergamini, pediatra della Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps), nel presentare l’aggiornamento delle raccomandazioni riguardanti le diete vegetariane e vegane lo scorso settembre durante l’evento in live streaming Napule è…pediatria preventiva e sociale.

L’intero studio scientifico, di prossima pubblicazione e dal titolo “Diete vegetariane in gravidanza e in età evolutiva”, ha visto la partecipazione di SippsSima (Società italiana di medicina dell’adolescenza), Simp (Società italiana di medicina perinatale) e Fimp (Federazione italiana dei medici pediatri).

Il documento è un aggiornamento di quanto prodotto tre anni fa e prende spunto dai dati del recente rapporto Eurispes 2020, che sottolinea come in 36 mesi si sia passati da un 7,3% di popolazione che ha dichiarato di utilizzare la dieta vegetariana o vegana, a un 8,9%: un aumento tendenziale consistente di circa il 20%.

“Con il nostro position paper”, sottolinea Bergamini, “abbiamo verificato che non ci sono evidenze sufficienti per poter confrontare, in maniera corretta, la dieta vegetariana con le altre diete. In questi tre anni, infatti, non sono stati pubblicati studi che confrontino la dieta vegetariana di un bambino con quelle tradizionali, o che ne evidenzino vantaggi, o dimostrino chiare controindicazioni rispetto a quanto già noto. Non ci sono dimostrazioni che ci diano il via libera nell’utilizzo delle diete veg da parte di tutta la popolazione generale. Al momento vi fa ricorso il 9% delle famiglie italiane, di cui un quarto sono vegane e in tendenziale aumento. Bisogna cercare di chiarire quali sono le evidenze che giustificano l’utilizzo eventuale di queste diete per i bambini. Oltretutto, non possiamo essere certi di ciò che le famiglie faranno, se daranno ai bambini una corretta supplementazione, e neppure se porteranno i propri figli con continuità dal pediatra, per controllare il corretto sviluppo psicomotorio e fisico”.

La realtà, a detta del pediatra, è che se si “volessero confrontare le diete vegetariane con altri tipi di diete, il termine di paragone deve essere il gold standard di oggi, ovvero la dieta mediterranea, considerata sana perché include invece di escludere, è onnicomprensiva di tutti i cibi ed è una dieta che può consentire, senza necessità di supplementazioni, uno sviluppo psicomotorio e fisico dei più piccoli”.