Mima-digiuno e ca mammario: da Milano speranze di cura
 
 

Una nuova strada, basata su un approccio nutrizionale, si apre nella lotta contro i tumori. Si chiama Breakfast, infatti, lo studio avviato lo scorso maggio all’Istituto nazionale dei tumori di Milano (Int) e presentato in questi giorni alla stampa, il cui obiettivo è dimostrare l’efficacia della dieta mima-digiuno ciclica, da sola oppure in associazione al farmaco antidiabetico metformina, in pazienti tra i 18 e i 75 anni con diagnosi di tumore del seno triplo negativo, senza metastasi, sottoposte a chemioterapia prima dell’intervento chirurgico. Tempo di attesa per i primi risultati: due anni.

“Lo studio, che prevede il coinvolgimento di 90 donne, vuole aumentare la capacità della chemioterapia di indurre risposte patologiche complete, cioè l’assenza di tumore invasivo sia a livello mammario, sia a livello dei linfonodi asportati durante l’intervento chirurgico, producendo dunque l’azzeramento delle cellule tumorali vitali, che si associa a una significativamente più elevata probabilità di guarigione definitiva del paziente dal tumore”, dice Claudio Vernieri, oncologo presso la breast unit del dipartimento di Oncologia medica ed ematologia dell’Int e group leader del programma “Riprogrammazione metabolica nei tumori solidi” in Ifom-Istituto, fondazione Firc di Oncologia molecolare di Milano. “Abbiamo stabilito come obiettivo principale l’incremento delle risposte patologiche complete dal 45%, che è il dato storico di letteratura con la sola chemioterapia, al 65% con gli approcci sperimentali proposti. È una meta ambiziosa, ma i dati preclinici sono così forti da indicarci che questa potrebbe essere una strada rivoluzionaria”.

La dieta sperimentale è costituita da cibi freschi della tradizione mediterranea a basso contenuto di carboidrati e di proteine, con un apporto calorico pari a circa 1.800 Kcal suddivise in cinque giorni. Viene ripetuta ogni 21 giorni per otto cicli, in parallelo alla chemioterapia. Gli alimenti consistono essenzialmente in verdure, prevalentemente insalata, zucchine e verdure a foglia verde, olio di oliva e frutta secca. Niente carote, zucca o patate a causa del contenuto in carboidrati, così come proteine di ogni genere, cioè carne, pesce, formaggi e legumi.

“Tale regime dietetico risulta in grado di produrre profonde modificazioni del metabolismo di zuccheri, aminoacidi e acidi grassi, colpendo in tal modo il metabolismo della cellula tumorale”, continua Vernieri “A differenza di quello che si può pensare, è un regime alimentare ben sopportato, come abbiamo visto anche in precedenti studi, tanto da permettere di svolgere le abituali attività lavorative, ovviamente se non sono troppo dispendiose dal punto di vista fisico. Inoltre, abbiamo creato una rete stretta coi pazienti dai quali riceviamo tutte le sere via mail oppure sms un resoconto della giornata e siamo disponibili in qualunque momento, compreso il weekend, per risolvere ogni dubbio o problemi di salute. Questo tipo di supporto aumenta la compliance e riduce al minimo il rischio di effetti collaterali”.

Un braccio dello studio Breakfast prevede la somministrazione della metformina. “Una possibile attività antitumorale della metformina è nota da tempo, probabilmente dovuta alla sua capacità di ridurre i livelli ematici di alcuni ormoni che favoriscono la crescita tumorale”, afferma Saverio Minucci, direttore del programma “Nuovi Farmaci” presso l’Istituto europeo di oncologia di Milano. “Recentemente abbiamo dimostrato in uno studio pubblicato sulla rivista Cancer Cell come la combinazione della metformina con una dieta ipoglicemizzante possa portare a un forte potenziamento della sua attività antitumorale con un’azione diretta sulle cellule tumorali”.  

Così conclude Filippo de Braud, direttore del dipartimento e della divisione di Oncologia medica ed Ematologia dell’Int“La dieta che stiamo utilizzando è una terapia sperimentale, del tutto innovativa, che nasce dalla combinazione di solidi studi preclinici e clinici sul metabolismo tumorale e dalla tradizione del nostro Istituto a considerare gli approcci nutrizionali come potenzialmente terapeutici. La stiamo già utilizzando da tempo nell’ambito delle nostre ricerche, con obiettivi diversi. Lo studio DigesT ad esempio è stato attivato per valutare le modificazioni indotte dalla dieta restrittiva nel caso del tumore della mammella e il melanoma, mentre lo studio Fame sta studiano l’efficacia del farmaco antidiabetico metformina, con oppure senza dieta restrittiva, in associazione alla chemioterapia in pazienti con tumore del polmone metastatico caratterizzato da una specifica alterazione”. 

Il triplo-negativo, il cui nome è dovuto al fatto che non esprime né recettori ormonali né l’oncoproteina Her2, in grado di guidare trattamenti antitumorali mirati, rappresenta il 15-20% delle forme di ca mammario, sicuramente la più aggressiva, con un maggiore tasso di recidiva entro i primi cinque anni dalla diagnosi e con terapie ancora poco soddisfacenti nel contesto della malattia metastatica.

Nicola Miglino

Proprietà immunomodulanti del selenio

 
24 Marzo 2020
 

Il selenio è stato identificato per la prima volta come sottoprodotto della produzione di acido solforico nel 1817 da un chimico svedese, Jöns Jacob Berzelius, e per molti anni è stato considerato una tossina ambientale con potenziali effetti dannosi per l'uomo. Nel 1957, il lavoro pionieristico di Schwarz e colleghi, dimostrò che la necrosi epatica nei ratti poteva essere prevenuta con l'integrazione a basse concentrazioni di selenio, gettando nuova luce su questo microelemento e portando al suo riconoscimento come micronutriente essenziale.

Nel 1973 la scoperta: il selenio è un componente integrale necessario per l'attività della glutatione perossidasi e da allora questo oligoelemento è divenuto oggetto di numerose ricerche che hanno dimostrato il suo ruolo sostanziale nella salute umana, con particolare interesse per le sue capacità immunomodulanti e antivirali.

Il selenio agisce principalmente attraverso selenoproteine, molte delle quali sono selenoenzimi antiossidanti e proprio le cellule del sistema immunitario esprimono la maggior parte dei 25 geni che codificano per le selenoproteine ​​umane, con gli isoenzimi GPx GPx1 e GPx4 che mostrano i più alti livelli di espressione sia nei linfociti T che nei macrofagi.

L'integrazione con 100 μg/die di Se sottoforma di selenite ha comportato un aumento dell'espressione genica dei fattori richiesti per la biosintesi delle proteine ​​nei linfociti del sangue isolati, indicando una maggiore proliferazione di linfociti alle assunzioni sopranutrizionali di selenio. 

Ad adeguate assunzioni di selenio, si ritiene che la differenziazione delle cellule T CD4+ sia suscettibile all'azione delle citochine e delle cellule presentanti l'antigene. Al contrario, la carenza di selenio può favorire un fenotipo T helper di tipo 2 (Th2), mentre il selenio sopranutrizionale sposta l'equilibrio Th1/Th2 verso un fenotipo Th1.

D'altro canto, lo stato del selenio influenza l'attivazione dei macrofagi. La supplementazione dietetica nei pazienti con basso stato di selenio potrebbe quindi contribuire a sostenere la risposta immunitaria cellulare proinfiammatoria, tipo Th1, contro i patogeni virali e batterici, mentre un'eccessiva attivazione del sistema immunitario e il conseguente danno tissutale sono evitati guidando la differenziazione dei macrofagi verso un fenotipo M2 più anti-infiammatorio

L'integrazione dietetica di selenio in popolazioni a rischio di modesta carenza, come in molti paesi di Europa e Africa e in alcune regioni dell'Asia orientale, potrebbe servire come terapia adiuvante economica e ampiamente disponibile di infezioni virali. Curiosamente, gli effetti benefici del selenio sono stati segnalati quasi esclusivamente per le infezioni da virus Rna, mentre le informazioni sul selenio e sui virus a Dna rimangono scarse.

Un'eccezione degna di nota è rappresentata da una sperimentazione di intervento nella provincia cinese di Qidong, regione con terreno povero di selenio: l'integrazione ha ridotto l'incidenza del cancro al fegato associato all'infezione da virus dell'epatite B, a Dna. Attualmente l'integrazione dietetica con multimicronutrienti contenenti selenio è considerata utile per migliorare le cure di supporto e rafforzare il sistema immunitario dei pazienti affetti da malattie virali emergenti di recente, come nell'attuale epidemia di febbre di Ebola in Africa occidentale.

Una review di qualche mese fa ha valutato l'efficacia del selenio nel ritardare la progressione dell'infezione da Hiv: i dati degli studi randomizzati esaminati suggeriscono che l'integrazione con 200 μg/die nei pazienti con infezione da Hiv naïve alla terapia antiretrovirale o quelli in terapia non sopprime l'Hiv, ma può ritardare la riduzione del conteggio delle cellule CD4 e prolungare così i tempi di insorgenza dell'Aids.

Il meccanismo proposto con cui l'integrazione di selenio potrebbe essere di beneficio varia dalla capacità del selenio di proteggere dallo stress ossidativo attraverso la glutatione perossidasi, al modulare l'immunità cellulo-mediata e umorale, tutti bersagli importanti per ostacolare la replicazione dell'Hiv e combattere l'infezione.

In particolare, un adeguato stato di selenio sovraregola la produzione di interleuchina 2 e aiuta le cellule T naïve CD4-positive a proliferare e differenziarsi verso le cellule T helper 1, supportando così la risposta immunitaria mediata dalle cellule all'Hiv. Inoltre, un adeguato stato di selenio ha anche il potenziale di ridimensionare le concentrazioni più elevate del normale di IL-8 e Tnf-alfa associate ad aumento della replicazione dell'Hiv.

D'altra parte, un basso stato di selenio aumenta le cellule immunitarie inclinando la differenziazione delle cellule T positive per CD4 naïve in effettori Th2, che possono aumentare la progressione dell'infezione da Hiv. Quindi se ci sono prove cliniche che la supplementazione di selenio può ritardare l'insorgenza dell'Aids, mancano però prove quantificabili che l'integrazione di selenio sopprima o riduca la carica virale dell'Hiv.

È importante sottolineare che sono stati riportati in letteratura sia effetti benefici sia tossici per il selenio e la sua azione è strettamente dipendente dalla forma chimica e dalla concentrazione utilizzate. Inoltre, esiste una finestra relativamente ristretta tra carenza e tossicità e una crescente evidenza suggerisce che gli effetti sulla salute dipendono fortemente dal livello di base di questo micronutriente. Qui entra in gioco la variabilità di assunzione di questo nutriente: il selenio viene assunto principalmente come selenometionina, selenio-metilselenocisteina o γ-glutamil-selenio-metilselenocisteina dalle verdure, come selenocisteina dalla carne e come la selenoneina nei pesci di mare. 

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Selenium supplementation in Hiv-infected individuals: a systematic review of randomized controlled trials. Clinical nutrition Espen Volume 34 December 2019
  • Dietary selenium in adjuvant therapy of viral and bacterial infections. Adv Nutr. 2015 Jan 15;6(1):73-82.
  • The role of selenium in inflammation and immunity: from molecular mechanisms to therapeutic opportunities. Antioxid redox signal. 2012 Apr 1;16(7):705-43.

Si invecchia meglio con gli omega 3, in particolare con quelli derivati dal pesce

 
 

 

Secondo uno studio pubblicato sul British Medical Journal, alti livelli di acidi grassi omega 3, in particolare quelli presenti nei pesci e nei frutti di mare, sono associati a una maggiore probabilità di invecchiare senza problemi di salute negli adulti più anziani. «Precedenti studi hanno indicato che gli acidi grassi polinsaturi omega 3 (PUFA n-3), che sono abitualmente presenti in pesce, frutti di mare e vegetali, possono avere sul corpo effetti benefici e favorire un invecchiamento salutare, ma i risultati non sono confermati» spiega Heidi Lai della Tufts University di Boston, prima autrice del lavoro. Proprio per ovviare a questa mancanza, i ricercatori hanno valutato 2.622 adulti arruolati allo studio US Cardiovascular Health dal 1992 al 2015. L'età media dei partecipanti al basale era di 74 anni e il gruppo era composto per il 63% da donne e per l'11% da persone non di razza bianca. I livelli ematici di PUFA n-3, in particolare di acido eicosapentaenoico (EPA), acido docosaesaenoico (DHA), acido docosapentaenoico (DPA), che provengono da pesce e frutti di mare, e acido alfa linolenico (ALA), che si trova principalmente in vegetali, sono stati misurati al basale, poi a sei e 13 anni. 

I partecipanti sono stati suddivisi in quintili in base ai livelli circolanti di omega 3 nel sangue, dal più basso al più alto e attraverso la revisione di cartelle cliniche e test diagnostici, i ricercatori hanno scoperto che l'11% dei partecipanti ha avuto un invecchiamento sano, definito come sopravvivenza libera dalle principali malattie croniche e senza disfunzione mentale o fisica. Dopo aver preso in considerazione vari fattori sociali, economici e di stile di vita, i ricercatori hanno osservato che i livelli di EPA nel quintile più alto erano associati a un rischio inferiore del 24% di invecchiamento non sano rispetto ai quintili più bassi. Per quanto riguarda DPA, i primi tre quintili sono stati associati a una riduzione del 18-21% del rischio di invecchiamento malsano. DHA e ALA non sono invece risultati associati con un invecchiamento sano. In un editoriale collegato, Yeyi Zhu della Kaiser Permanente Northern California Division of Research e della University of California e il suo gruppo di lavoro affermano che questo studio offre un prezioso contributo alla comprensione dell'effetto che i PUFA n-3 potrebbero avere sull'invecchiamento, ma saranno necessari ulteriori approfondimenti prima di introdurli nelle politiche di salute pubblica o nelle linee guida nutrizionali. 

BMJ 2018. Doi: 10.1136/bmj.k4067 
https://www.bmj.com/content/363/bmj.k4067 

BMJ 2018. Doi: 10.1136/bmj.k4263 
https://www.bmj.com/content/363/bmj.k4263   

Allergie alimentari pediatriche: i punti fermi di un capitolo in continua evoluzione

 
 
 
 

"L'ambito delle allergie alimentari rappresenta una parte molto importante degli interessi scientifici della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (Siaip). Fondata nel 1997 si è occupa di problemi immunologici dell'età pediatrica e di tutte le disfunzioni del sistema immunitario che fanno capo al grande capitolo delle allergie.  È affiliata alla Sip (Società italiana di Pediatria) e alla EAACI (European Academy of Allergy and Clinical Immunology) e partecipa alle loro iniziative, compresa quella che quest'anno a livello di Parlamento Europeo chiede per le malattie allergiche un riconoscimento come malattie sociali che, al pari di altre, hanno ricadute pesanti sulla qualità della vita dei malati e il rendimento lavorativo". A raccontarlo è Marzia Duse, Presidente SIAIP, con la quale abbiamo fatto il punto sulle allergie pediatriche in termini di prevalenza e approccio terapeutico.  
"La frequenza delle allergie alimentari è estremamente variabile in Europa, ma anche in Italia a livello regionale. I questionari autosomministrati restituiscono numeri elevatissimi di prevalenza, perché la percezione di avere un'allergia è molto alta nella popolazione generale, per l'estrema attenzione che si ha oggi verso il cibo. Il dato poi si ridimensiona quando vengono eseguiti i challenge test, dai quali si vede che i soggetti che possono definirsi allergici sono l'1-2%, che è di fatto la frequenza nella popolazione generale"
C'è comunque un incremento di tutte le allergie, dunque anche di quelle alimentari. 
"Nell'infanzia l'allergia alimentare è particolarmente frequente, ma tende in genere a risolversi da sola - spiega l'esperta. La possibilità che si producano IgE contro gli alimenti è elevata, ma può essere asintomatica. Qui emerge un primo punto fondamentale: avere l'allergia significa avere anche dei sintomi, non solo le IgE elevate associate a un dato alimento.
Poi ci sono i problemi collegati con il rischio di reazioni, lievi o gravi, che possono insorgere nei soggetti diagnosticati allergici. Non c'è modo, ad oggi, di stabilire se e quando l'allergia darà prima o poi una reazione grave.  In genere per sintomi cutanei è meno probabile che si scatenino reazioni serie, ma quando ci sono problemi intestinali, una sintomatologia severa - come l'asma - o titoli di IgE molto alti, aumentano le probabilità di reazione (sebbene anafilassi gravi siano tanto più rare quanto più è piccolo il bambino, aumentando invece di intensità e pericolosità con l'età).
In merito alla prevenzione e alla terapia, però, bisogna fare dei distinguo. I tentativi di dieta preventiva nei bambini con una certa familiarità a fenomeni allergici, sono stati poco efficaci. Così come il divezzamento precoce. Ma è relativamente recente la scoperta di una finestra nell'età del bambino, in cui i cibi potenzialmente allergizzanti che vengono introdotti sono meglio tollerati, abbassando la frequenza delle allergie.  Questo non deve portare a eccessi arbitrari, ricorda Duse. La finestra corrisponde - di fatto - ai tempi del divezzamento, quindi verso i 5/6 mesi. In questo periodo, pur continuando l'allattamento si possono introdurre con gradualità e buon senso piccole quantità di alimenti allergizzanti, che inducono l'organismo e l'intestino a tollerare molecole potenzialmente allergizzanti. 
Per quanto riguarda la terapia invece, le opzioni sono diverse. Il challenge test, cioè l'ingestione di piccole quantità fino al livello di tolleranza è lo strumento fondamentale per la diagnosi, ma anche per stabilire il rischio nel momento in cui dovesse esserci un'assunzione accidentale dell'alimento. 
Nei bambini allergici, bisogna evitare l'alimento, soprattutto nei primi anni di vita. L'allergia si può risolvere da sola con una prognosi molto buona e l'alimento potrà essere reintrodotto se un nuovo challenge test avrà dato esito positivo. Una seconda strategia mira alla desensibilizzazione con una tecnica nata ed elaborata in Italia, che si chiama SOTI, desensibilizzazione specifica per via orale. Consiste nel somministrare dosi dell'alimento in quantità minima e crescente, cercando di abituare il corpo alla sua presenza e portando il soggetto a tollerare un'ingestione accidentale dell'alimento stesso. Implica un'assunzione giornaliera costante ed espone il bambino, ad ogni incremento di dose, a possibili reazioni. La terapia inoltre, può durare anni. Gli schemi di incremento sono diversi, ma in genere si arriva fino alla dose massima tollerata. Dopo un periodo di sospensione si rifà il challenge e se il soggetto tollera la quantità, allora l'assunzione accidentale della stessa sarà innocua. Eventuali reazioni invece, dimostrerebbero che lo stato di tolleranza è mantenuto solo dalla somministrazione quotidiana, che andrebbe quindi protratta. Ma è un campo ancora in evoluzione e sperimentale e non è entrato nella pratica quotidiana di tutti i medici, conclude Duse.

Francesca De Vecchi

 
 

Resistenza insulinica: i fattori che ne favoriscono l'induzione

 

Il metabolismo risponde a stimoli e segnali alimentari che non sono solo la quantità di calorie, ma sono dovuti all'infiammazione, al rapporto tra i diversi alimenti nello stesso piatto, all'orario di assunzione del cibo, allo stato emotivo e ad altro ancora. Due persone simili che introducano la stessa quantità giornaliera di calorie, distribuendole in modo diverso nella giornata, potrebbero riceverne effetti metabolici addirittura opposti. 

Mangiando 1.200 calorie (come in una classica dieta ipocalorica) a base di verdura e cereali, solo per la cena, si potrebbe stimolare l'accumulo di grasso perché la costruzione di muscolo è inibita dalla mancata distribuzione proteica equilibrata nella giornata, come spiegato da Mamerow (1).
Mangiando invece una quantità anche maggiore di calorie, ben bilanciando la composizione del piatto secondo le indicazioni dell'Harvard Medical School (2), ad esempio con 1000 calorie mangiate a prima colazione e altre 800 distribuite tra pranzo e cena, la stessa persona riceverebbe un segnale di attivazione metabolica. Potrebbe molto probabilmente perdere massa grassa (dipende anche da altri fattori) ma sicuramente riceverà un segnale anabolico muscolare che contribuisce a innalzare il metabolismo e a migliorare la sensibilità insulinica.
Kim (3) ha precisato che Baff, citochina legata all'infiammazione da cibo, determina insulino resistenza, fatto che spiega il ponte tra infiammazione e ingrassamento e un altro Kim (4) ha confermato nel 2013 che Baff è modulatore e regolatore delle adipochine, al punto da definirla l'adipochina che lega infiammazione e obesità.
I fattori di maggior rilievo nell'indurre segnali metabolici di resistenza insulinica sono le diverse situazioni che l'organismo recepisce come indicatori di allarme e la resistenza insulinica rappresenta la risposta evoluzionisticamente più favorevole (fin dal paleolitico, quando vi era facile carenza di cibo) perché porta a ridurre i consumi metabolici e a attivare l'accumulo di ogni tipo di caloria sotto forma di grasso. Questi i fattori più rilevanti:
• Alterato timing alimentare (con relativa importanza della prima colazione)
• Presenza d'infiammazione dovuta al cibo (con attivazione di citochine quali Baff e Paf)
• Bassa qualità del cibo
• Assenza di integralità dei cereali e carenza di fibra.
• Picchi glicemici e insulinici.
• Elevato indice glicemico degli alimenti e dei pasti.
• Uso della dolcificazione (anche ipocalorica).
• Stress ripetuto con aumentata increzione di cortisolo.
• Alterato bilanciamento proteico all'interno del singolo piatto.
• Quantità di proteine insufficiente.
• Insufficiente apporto calorico (diete ipocaloriche prolungate)
La buona notizia è che imparando a gestire questo tipo di "messaggi", trasformandoli in comportamenti alimentari positivi, si può finalmente conquistare e mantenere la forma, in modo molto più incisivo che attraverso il solo conteggio delle calorie.

Per approfondimenti:
1) Mamerow MM et al, J Nutr. 2014 Jun;144(6):876-80. doi: 10.3945/jn.113.185280. Epub 2014 Jan 29
2)
Harvard Medical School - Public Health
3) Kim YH et al, Exp Mol Med. 2009 Mar 31;41(3):208-16.
4) Kim MY et al, Exp Mol Med. 2013 Jan 10;45:e4. doi: 10.1038/emm.2013.4

Il consumo di cibi dolci aumenta il rischio di depressione

 

Contrariamente a quanto ritenuto finora, il consumo di bevande zuccherate, cibi raffinati e dolci sembra essere associato a un aumentato rischio di sviluppare la depressione. Ciò è quanto emerso da un recente studio di coorte prospettico, che ha indagato la relazione esistente tra indice glicemico, tipo di carboidrati consumati e rischio di sviluppare la depressione in più di 87000 donne in post-menopausa di età compresa tra 50 e 79 anni che hanno partecipato al "Women's Health Initiative" tra il 1994 e il 1998. 
I risultati ottenuti hanno dimostrato una evidente associazione tra il consumo di alimenti ad alto indice glicemico e la probabilità di sviluppare la depressione; anche il consumo di alimenti contenenti zuccheri aggiunti sembra essere un importante fattore di rischio per tale patologia. Al contrario, il consumo di alimenti a basso indice glicemico, come frutta, verdura e cereali integrali sembra essere significativamente associato a un minor rischio di depressione. Secondo gli autori dello studio, la causa potrebbe risiedere proprio negli zuccheri aggiunti, che possono indurre uno stato di infiammazione protratto, che sta alla base di numerose patologie come il diabete tipo II, le malattie cardiovascolari, alcuni tipi di cancro e, appunto, la depressione. Tuttavia, come gli stessi autori sottolineano, il lavoro presenta delle criticità importanti, per esempio l'uso dei diari alimentari per annotare i consumi alimentari delle partecipanti e il tipo di popolazione scelta (i risultati ottenuti non possono essere estesi alla popolazione generale). Per questo motivo, studi randomizzati dovrebbero essere ulteriormente intrapresi per esaminare se una dieta ricca di alimenti a basso indice glicemico potrebbe servire come trattamento o come prevenzione primaria per la depressione nelle donne in post-menopausa.

Approfondimenti:
Gangwisch JE et al. High glycemic index diet as a risk factor for depression: analyses from the Women's Health Initiative. Am J Clin Nutr, 2015.

Nuove evidenze a favore della dieta a basso indice glicemico

 

 

Dal Brasile una nuova conferma: una dieta a basso indice glicemico riduce il grasso corporeo e attenua le risposte infiammatorie e metaboliche nei pazienti con diabete di tipo 2. Questi i risultati appena pubblicati su The Archives of Endocrinology and Metabolism, rivista ufficiale della Brazilian Society of Endocrinology and Metabolism, da un team di ricerca brasiliano.  In questo studio randomizzato controllato in parallelo, una ventina di soggetti (età 42,4 ± 5,1 anni, BMI 29,2 ± 4,8 kg/m2) divisi equamente in due gruppi hanno seguito un piano nutrizionale costituito da alimenti a basso indice glicemico (LGI) o ad alto indice glicemico GI (HGI). Dopo un mese sono state valutate nei due gruppi sia la composizione corporea, sia la quantità di markers infiammatori e metabolici, mettendoli ovviamente a confronto con le valutazioni basali. La variabile più importante, l'assunzione di cibo, è stata monitorata utilizzando la tecnica del ricordo, ogni tre giorni e nel fine settimana. I risultati rappresentano una conferma per le già numerose evidenze scientifiche, ovvero il grasso corporeo si è ridotto in modo più significativo nel gruppo alimentato scegliendo cibi a basso indice glicemico (LGI rispetto al basale: P = 0,043, HGI rispetto al basale: P = 0,036). La concentrazione sierica di fruttosamina (P = 0,031) e l'espressione di mRNA del TNF-á (P = 0.05) è aumentata nel gruppo HGI. Gli acidi grassi non esterificati misurati nel siero erano maggiori nel HGI rispetto al gruppo LGI (P = 0,032). E l'espressione di IL-6 tende a diminuire dopo il consumo della dieta LGI rispetto al basale (p = 0,06).

Per approfondimenti:
Gomes JM, Fabrini SP, Alfenas RC. Low glycemic index diet reduces body fat and attenuates inflammatory and metabolic responses in patients with type 2 diabetes. Arch Endocrinol Metab. 2016 Sep 5

LA STRATEGIA ALIMENTARE ZONA

Seguire la strategia alimentare Zona significa mangiare sentendosi in piena efficienza. Oltre a suggerire un’alimentazione bilanciata nei suoi macronutrienti, la Zona si propone come un vero stile di vita al quale concorrono anche gli acidi grassi omega-3, una moderata attività fisica e il rilassamento mentale.

 

 

LA ZONA DI BARRY SEARS

Barry Sears, ideatore della Dieta Zona, laureato in biochimica, ha iniziato le sue esperienze scientifiche come ricercatore presso la Boston University School of Medicine e le ha proseguite al prestigioso Massachusetts Institute of Technology.

Fin da subito i suoi interessi si sono orientati verso i grassi ai quali ha dedicato moltissimi studi. In particolare, ha approfondito le ricerche su alcuni grassi naturali, che gli hanno permesso di registrare numerosi brevetti mondiali di farmaci antitumorali. Partendo da questi studi sui lipidi e da quelli dei premi Nobel per la fisiologia e la medicina del 1982, Bergstrom, Samuelsson e Vane, Barry Sears ha condotto ricerche su alcuni ormoni, gli ecosanoidi, arrivando a scoprire che il loro corretto equilibrio può essere determinante per il benessere e la salute.

Attualmente Barry Sears prosegue i suoi studi scientifici come Presidente di Zone Labs, una società di biotecnologia a Danvers (MA) ed è il Presidente dell'istituzione no-profit "Inflammation Research Foundation" a Marblehead (MA).

Visita il sito di Barry Sears: www.drsears.com

 

 

COS'È LA ZONA

La Zona è una strategia alimentare che utilizza il cibo con grande attenzione, per orchestrare una risposta ormonale in grado di permettere al nostro organismo di funzionare al meglio delle sue possibilità.

Con la Zona, le calorie non hanno un’importanza primaria, ciò che più interessa è il controllo ormonale indotto dall’alimentazione. L’ideatore della Zona, Barry Sears, ha individuato una strategia alimentare adatta a controllare la produzione di una particolare categoria di ormoni che regolano le funzioni del nostro corpo: gli eicosanoidi. Associando in modo sapiente gli alimenti, si aiuta l’organismo a raggiungere un equilibrio in cui lavora al meglio e i grassi vengono utilizzati come fonte primaria di energia.

Tuttavia, non si tratta solo di una “strategia alimentare”, ma di un nuovo stile di vita vincente. Infatti senza dubbio gli aspetti alimentari giocano un ruolo fondamentale, sono però importanti anche l’attività fisica e il rilassamento mentale.

 

COME RAGGIUNGERE LA ZONA

La Zona è una strategia alimentare ipocalorica che permette di rimanere in forma mangiando tutti gli alimenti nella giusta quantità, senza rinunciare a nulla di particolare.

Nella Zona il cibo diventa un tuo alleato grazie ad una appropriata associazione di carboidrati, proteine e grassi. Per questo nei tre pasti principali ed almeno in 2 spuntini, il 40% delle calorie deve essere fornito dai carboidrati, il 30% dalle proteine, il 30% dai grassi.

Seguire la Zona significa osservare alcune facili regole:

  1. Ogni giorno si devono fare tre pasti principali e due o tre spuntini.
  2. Non devono trascorrere più di cinque ore tra un pasto e l’altro.
  3. Ogni pasto principale ed ogni spuntino devono apportare circa il 40% delle calorie sotto forma di carboidrati, circa il 30% come proteine e circa il 30% come grassi.
  4. In ogni pasto non si deve eccedere con le quantità dei cibi.
  5. Si deve mangiare molta verdura (tranne patate, barbabietole e carote cotte) e una buona quantità di frutta (tranne banane, fichi e cachi), preferendo questi cibi a quelli ricchi di carboidrati a rapida assimilazione (riso, pane, patate, dolci, zucchero, bevande dolci eccetera).
  6. Svolgere regolare attività fisica.

Ed ecco ora alcuni preziosi consigli:

  • È bene condire con olio extravergine d’oliva;
  • Quando si trasgredisce i benefici non si perdono, ma è importante ricominciare a mangiare in Zona dal pasto o dallo spuntino successivo;
  • Va bevuta molta acqua durante la giornata (almeno due litri in totale): è una buona abitudine;
  • L’uso del caffè va limitato (almeno in parte, preferire i decaffeinati o i caffè d’orzo);
  • Fare con regolarità attività fisica, tenendo conto che non tutti i tipi di attività sono uguali: notevolmente più efficaci sono le attività di tipo aerobico, quelle, insomma, ad intensità costante e protratte, come camminare a buon passo, pedalare, correre, nuotare e così via;
  • È bene assumere con regolarità la quota giornaliera di Omega 3.

Le regole della Zona sono poche e ben precise. Non ci si deve dimenticare che da quando ci si sveglia la mattina fino a quando ci si corica la sera, non si deve stare per troppe ore di seguito senza mangiare, meglio non più di cinque.

Per mantenere un costante apporto di sostanze nutritive, oltre al pranzo e alla cena, non deve mai mancare la prima colazione (che va consumata entro un’ora e mezza da quando ci si è alzati da letto) e devono sempre essere presenti almeno due spuntini, per esempio nel pomeriggio e uno dopo cena, poco prima di coricarsi.

In pratica, la Zona diventa uno stile di vita nel quale gli aspetti alimentari hanno senza dubbio un ruolo fondamentale, ma in cui sono molto importanti anche altri elementi, in particolare l’attività fisica e il rilassamento mentale.

 

 

IN QUESTO AMBULATORIO VENGONO ESEGUITE TERAPIE PERSONALIZZATE BASATE SUI PRINCIPI ALIMENTARI DESCRITTI

 

Barry Sears: perché la dieta Zona fa bene a tutti gli sportivi.

Lui si chiama Barry Sears e in tutto il mondo è considerato un guru dell’alimentazione.  Quello che è certo, ed è la ragione per cui abbiamo voluto intervistarlo, è che lui ha seguito 25 medaglie d’oro olimpiche, un paio di squadre NBA (tra cui in particolari giocatori come LeBron James e Luis Scola), calciatori come Carlos Tevez e alcuni dei leader della nazionale azzurra Campione del Mondo di calcio nel 2006, atletica, nuoto, un paio di squadre pro di ciclismo tra cui la Garmin che ha vinto il Tour a squadre nel 2011 e la svizzera Lara Gut che a 21 anni ha già al collo quattro medaglie tra Olimpiadi e Mondiali di sci alpino.

L’altra ragione per cui abbiamo voluto intervistarlo è che la dieta Zona è sul mercato da trent’anni ed evidentemente non è una moda che scompare nel tempo di una stagione come accade a molte altre diete usa e getta.

Cos’è esattamente la dieta Zona e perché fa bene agli sportivi, professionisti ma soprattutto appassionati?
Lo scopo della “dieta Zona” è quello di controllare il livello dell’infiammazione cellulare facendolo rimanere in una zona – appunto – in cui il valore non sia troppo alto né troppo basso. L’infiammazione ci fa ingrassare, ammalare e invecchiare più rapidamente – e inficia la nostra prestazione atletica. Gli atleti professionisti vivono una vita di infiammazione che è indotta dall’intensità dell’allenamento. La capacità di recupero tra un allenamento e l’altro dipende dalla capacità di controllare l’infiammazione. Spesso, ad alto livello, a parità di talento e doti fisiche questa capacità fa la differenza. Chi fa la corsetta al parco non vive nell’infiammazione dell’allenamento ma può vivere in un mondo di infiammazione indotta dalla sua dieta. Il programma alimentare dell’atleta professionista è esattamente il medesimo che darei a chiunque. È sempre solo una questione di controllo ormonale. L’alimentazione va considerata alla sorta di un farmaco, da prescrivere con il dosaggio giusto e al momento giusto.

A tavola lei suggerisce di evitare tutto ciò che è bianco, dalla pasta al formaggio…
La Zona non è una dieta ipocalorica né iperproteica. Tutt’altro. Noi non facciamo il conto delle calorie né rinunciamo ai carboidrati. É solo una questione di bilanciamento. Nel piatto ci deve sempre essere il 40% di carboidrati puri, il 30% di proteine e il 30% di grassi. Nella pratica? Immagino un piatto occupato per due terzi di verdure e un terzo di pollo alla piastra. A regime non sono importanti nemmeno le quantità perché le giuste proporzioni di carboidrati, grassi e proteine lavorano sull’ipotalamo che trasmette automaticamente al cervello il messaggio della sazietà. E di conseguenza la dieta è la medesima, sia che voi siate in un giorno di allenamento o meno. Il segreto è stabilizzare il livello di glucosio nel sangue: per questa ragione non devono passare più di cinque ore tra un pasto/spuntino e il successivo.

Cosa deve mangiare quindi chi va a correre alle 7 prima dell’ufficio o chi va alle 18 dopo l’ufficio?
In entrambi i casi è necessario un piccolo spuntino leggero mezz’ora prima dello sforzo: l’ideale è il bianco dell’uovo sodo con un piccolo frutto.

Che tipo di scelta e di uso degli integratori alimentari dobbiamo fare?
Primo: scegli gli integratori giusti. Meglio andare in farmacia e noi non possiamo che consigliare quelli di Enerzona che da anni segue le nostre direttive in fatto di alimentazione. Poi va detto che ci sono due categorie di prodotti che la medicina (Barry Sears è un biochimico che ha lavorato al MIT di Boston, ndr) ha ufficialmente dichiarato utili per controllare le infiammazioni: quelli che integrano l’Omega 3 che si ottiene dal grasso del pesce e quelli che integrano i polifenoli, quegli agenti chimici che danno il colore alla frutta e alla verdura.

Un medico di base è in grado di aiutarci o dobbiamo andare da un dietologo specializzato?
All’università nessuno insegna i principi della dieta ai futuri medici di base. Con il mio team ed Enerzona abbiamo fatto negli ultimi anni decine e decine di corsi a migliaia di farmacisti italiani che spesso sono molto preparati.

La dieta a zona 40/30/30 per i calciatori

 

Il Dott. Aronne Romano, il medico bresciano che per primo ha introdotto il metodo della dieta a zona 40-30-30 sta seguendo diversi calciatori che si sono messi alla ribalta della cronaca per i risultati che hanno ottenuto in campo. Si chiama dieta a zona ma più che una dieta è uno stile alimentare nato negli Stati Uniti grazie agli studi del Prof. Barry Sears. Secondo Aronne Romano la dieta a zona è un’etica alimentare “io non confeziono diete, ma spiego come mangiare, insegno a scegliere meglio il cibo e a evitare gli errori. L’alimentazione è fondamentale specialmente nella vita di un atleta ma spesso è un aspetto sottovalutato”.

Per seguire la dieta a zona 40/30/30 e' necessario diminuire le porzioni di pane, pasta e patate ed aumentare verdure, frutta, carne magra e pesce, cioè assimilare carboidrati a basso carico glicemico. Nel calcio, il Dott. Aronne Romano c’è entrato 11 anni fa grazie a Gigi Cagni, da allora la voce si è diffusa e il suo metodo si è sparso a macchia d’olio (16 mila «seguaci», dai politici a calciatori come Marco Materazzi o Pippo Inzaghi, passando per Giovanni De Benedictis e Rossano Galtarossa, pluriolimpionici di marcia e canottaggio, o cantanti come Red Canzian dei Pooh), fino ad arrivare anche a Bergamo.La dieta a zona viene utilizzata sia per il miglioramento del benessere generale ma anche in ambito medico quale quello relativo alla cura delle malattie metaboliche (sindrome x, diabete, sovrappeso ed obesità).Nonostante il modello alimentare della zona sia di facile comprensione è opportuno avvalersi della consulenza di un professionista che possa indicare e verificare il miglioramento di alcuni parametri quali il peso corporeo, la percentuale di massa grassa, il livello di glucosio nel sangue etc.

L’indice glicemico degli alimenti

L’ indice glicemico (IG oppure GI Glycemic Index) di un alimento indica la velocità con la quale aumenta la glicemia (quantità di glucosio nel sangue) in seguito all’assunzione di una quantità di alimento contenente 50 grammi di carboidrati.

L’aggettivo “glicemico” deriva dalla parola “glicemia” che sta ad indicare la presenza di glucosio nel sangue.
L’indice è espresso in termini percentuali, rapportandolo alla velocità d’aumento con la stessa quantità del carboidrato di riferimento (indice pari a 100): un indice glicemico di 50 significa che l’alimento innalza la glicemia con una velocità che è la metà di quella del glucosio.

Alcuni si domandano se l’IG sia in grado di predire l’effetto di un pasto misto, ossia un pasto che è composto da cibi con IG molto differenti. Diversi studi dimostrano che l’IG è molto adatto e utile ad assolvere questo compito.
Si può prevedere piuttosto correttamente l’IG di un pasto misto, semplicemente moltiplicando la percentuale totale di carboidrati contenuti in ciascun cibo per il suo indice glicemico e addizionare i risultati ottenuti per ottenere l’IG dell’intero pasto.

E’ importante considerare però che un limite importante dell’IG è la sua variabilità elevata in base ai seguenti fattori:
– varietà (per esempio le diverse varietà di un frutto hanno indice glicemico diverso);
– tempo di raccolta (un frutto acerbo ha un indice glicemico diverso da un frutto molto maturo);
– zona geografica di produzione (per esempio una mela coltivata in Danimarca o in Italia);
– modalità di produzione (per esempio i vari prodotti “industriali”);
– il contenuto di grassi e di proteine (per esempio il gelato);
– il contenuto in fibre (per esempio i veri corn flakes, ricchi di fibre, vs. i corn flakes più calorici molto più simili ai biscotti);
– la conservazione e l’essiccazione;
– il metodo di cottura (per esempio bollire o cuocere al forno varia l’indice glicemico);
– la durata della cottura (per esempio pasta al dente o leggermente scotta);
– gli altri ingredienti della ricetta (la pasta al pesto avrà indice glicemico diverso dalla pasta al pomodoro).

I tipi di carboidrati
Esistono tre tipi di carboidrati che si differenziano dal numero di molecole che sono legate assieme:
1- monosaccaridi, come il glucosio ed il fruttosio, contengono una sola molecola di zucchero
2- disaccaridi (zuccheri semplici), come il saccarosio, il lattosio ed il maltosio, sono costituiti da due molecole di zucchero legate assieme.
3- polisaccaridi (carboidrati complessi), come l’ amido, il glicogeno e la cellulosa, sono formati dal legame di diversi monosaccaridi, creando lunghe molecole.

Il nostro intestino trasforma e scinde tutti i carboidrati che riceve dal cibo in monosaccaridi. In questo modo potranno passare attraverso la parete intestinale, e circolare nel flusso ematico. Quindi sono trasportati verso il fegato, che li trasforma in glucosio. Il fegato lo può far tornare nel flusso ematico a scopo energetico, ma se nell’organismo vi è una quantità di glucosio superiore a quella di cui si ha bisogno, lo può trasformare in glicogeno per essere immagazzinato. Il rimanente glucosio nel sangue è convertito in grasso.
Per mantenere il glucosio del sangue entro valori tollerabili interviene il pancreas, secernendo gli ormoni insulina e glucagone. Quindi, un’assunzione eccessiva di carboidrati produce un aumento della glicemia e innesca il rilascio dell’insulina che riequilibra la situazione.
Il picco insulinico è tanto maggiore quanto più alto è l’indice glicemico dei carboidrati assunti.

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