Niente caffé in gravidanza

 

La caffeina consumata durante la gestazione può cambiare importanti percorsi cerebrali nel nascituro

Se si riesce, meglio limitare il più possibile il caffè e le bevande con caffeina in gravidanza. Una nuova ricerca di Del Monte Institute for Neuroscience presso il Medical Center dell'Università di Rochester, rileva infatti che la caffeina consumata durante la gestazione può cambiare importanti percorsi cerebrali che potrebbero portare a problemi comportamentali più avanti nella vita.  I ricercatori, che hanno pubblicato i risultati della loro analisi sulla rivista Neuropharmacology, hanno preso in esame circa 9mila scansioni cerebrali di bambini di nove e dieci anni, da cui sono emersi cambiamenti nella struttura del cervello in quelli esposti alla caffeina in utero. Si tratta di effetti contenuti, non di difficili problematiche psichiatriche, tuttavia come spiega John Foxe, uno degli autori dello studio, "problemi comportamentali lievi ma evidenti che dovrebbero farci considerare gli effetti a lungo termine dell'assunzione di caffeina in gravidanza".

"Suppongo -aggiunge il ricercatore - che questo studio avrà come risultato una raccomandazione sul fatto che la caffeina in gravidanza probabilmente non è una buona idea".Problemi comportamentali, difficoltà di attenzione e iperattività sono i sintomi osservati nei bimbi esposti alla caffeina in utero.  Esaminando le scansioni cerebrali sono emersi evidenti cambiamenti nel modo in cui le tracce della sostanza bianca, che formano connessioni tra le regioni del cervello, sono state organizzate nei bambini le cui madri hanno riferito di aver consumato caffeina durante la gravidanza. Proprio il fatto che i consumi di caffeina siano riferiti a distanza di tempo rappresenta una delle limitazioni dello studio secondo i ricercatori. "È importante sottolineare che si tratta di uno studio retrospettivo - conclude Foxe- facciamo affidamento sulle madri perché ricordino quanta caffeina hanno assunto durante la gravidanza". Già precedenti ricerche hanno evidenziato che la caffeina può avere un effetto negativo sulla gravidanza. È anche noto che il feto non ha l'enzima necessario per scomporla quando attraversa la placenta.

Scarsa vitamina C può causare la gengivite

 

Le gengive che sanguinano potrebbe essere un segno di gengivite, uno stadio precoce della malattia parodontale per la quale è importante rivolgersi a un dentista, ma anche un indicatore del fatto che si assume poca vitamina c.   Lo rileva una ricerca dell'Università di Washington, pubblicata su Nutrition Reviews. La ricerca ha analizzato 15 studi clinici in sei paesi, che hanno coinvolto 1.140 partecipanti prevalentemente sani, e i dati di 8.210 residenti negli Stati Uniti intervistati per il Centers for Disease Control and Prevention's Health and Nutrition Examination Survey.  I risultati hanno mostrato che il sanguinamento delle gengive e quello negli occhi, o emorragia retinica, legati anche a problemi generali nel sistema microvascolare, erano associati a bassi livelli di vitamina C nel sangue.

Inoltre, gli studiosi hanno scoperto che l'aumento dell'assunzione giornaliera in persone con bassi livelli plasmatici di vitamina C ha contribuito a invertire i problemi di sangue dalle gengive.  I risultati secondo i ricercatori "suggeriscono che le raccomandazioni sulla vitamina C, progettate principalmente per proteggere dallo scorbuto, una malattia mortale, sono troppo basse, e che un'assunzione così bassa di vitamina C può portare a una tendenza al sanguinamento, che non dovrebbe essere trattato con filo interdentale".  Di conseguenza, la raccomandazione è cercare di tenere d'occhio il proprio apporto di vitamina C, incorporando nella dieta alimenti come cavoli, peperoni o kiwi e, se non si riesce a trovarli appetibili, considerare l'ipotesi da discutere con il medico di un supplemento di circa 100-200 milligrammi al giorno.

 

I funghi al pasto consentono di aumentare l'assunzione di micronutrienti

 

Lo rileva una ricerca guidata dal Nutrition Impact di Battle Creek, pubblicata su Food Science and Nutrition

 Oltre che per il gusto, ecco un'altra ragione per aggiungere i funghi al proprio pasto: lo rendono più nutriente, aumentando l'assunzione di diversi micronutrienti, compresi quelli di cui più spesso si può essere carenti, come la vitamina D, senza alcun aumento di calorie, sodio o grassi.   Lo rileva una ricerca guidata dal Nutrition Impact di Battle Creek, pubblicata su Food Science and Nutrition e finanziata dal Mushroom Council, che riunisce i produttori di funghi. I risultati, basati sui dati del National Health and Nutrition Examination Survey 2011-2016 divisi fasce di età 9-18 anni e oltre i 19, hanno evidenziato che una porzione da 84 grammi di funghi ha aumentato l'assunzione molti nutrienti tra cui potassio e fibre. In particolare, è emerso che l'aggiunta di una porzione (84 g) di funghi alla dieta ha comportato un aumento di fibra alimentare (5% -6%), rame (24% -32%), fosforo (6%), potassio (12% -14 %), selenio (13% -14%), zinco (5% -6%), riboflavina (13% -15%), niacina (13% -14%) e colina (5% -6%) in adolescenti e adulti; ma non ha avuto impatto su calorie, carboidrati, grassi o sodio. Quando i funghi comunemente consumati sono esposti alla luce UV possono poi arrivare a fornire 5 mcg di vitamina D per porzione, cosa che potrebbe potrebbe soddisfare o anche superare leggermente il valore

Cibi fritti, metanalisi conferma rischio cardiovascolare
 
 

Il consumo di cibi fritti aumento il rischio cardiovascolare. La conferma arriva da una metanalisi di 19 studi osservazionali pubblicata nei giorni scorsi su Heart, rivista del gruppo Bmj, che ha potuto anche evidenziare una correlazione diretta tra esposizione e rischio.

Delle ricerche prese in esame, 17 hanno valutato la relazione tra consumo di fritti e rischio di malattie cardiovascolari, registrando 36.727 eventi, quali infarto o ictus, su 562.445 partecipanti. Sei, invece, per un totale di 754.873 soggetti coinvolti, hanno preso in esame il rischio di mortalità cardiovascolare o per altre cause, registrando 85.906 decessi in un periodo medio di monitoraggio di 9,5 anni.

La metanalisi ha mostrato che rispetto ai gruppi a più bassi livelli di consumo settimanale di cibi fritti, quelli ai livelli più alti presentavano un rischio superiore del 28% di eventi cardiovascolari maggiori, del 22% di malattia coronarica e del 37% di insufficienza cardiaca.

La relazione tra consumo e rischio è risultata lineare: ogni 114 g settimanali consumati, vi era un aumento del 3% di eventi cardiovascolari maggiori, 2% di malattia coronarica e 12% di insufficienza cardiaca.

Giacché diversi studi includevano solo un tipo di cibo fritto, come pesce, patate o snack, gli Autori suggeriscono che le evidenze potrebbero addirittura essere sottostimate.

Nessuna relazione è emersa con la mortalità cardiovascolare o di altro tipo ma detta dei ricercatori un limite potrebbe essere dovuto alla durata dei trial presi in esame, troppo breve per evidenziare eventi di mortalità.

Diverse le ipotesi suggerite dagli Autori alla base del rischio. Da una parte, sostengono, i cibi fritti aumentano l'apporto energetico a causa del loro contenuto di grassi e generano acidi grassi trans nocivi dagli oli vegetali idrogenati spesso usati per cucinarli. Il processo di frittura, poi, aumenta la produzione di sottoprodotti chimici che causano uno stato infiammatorio nell’organismo, mentre cibi come pollo fritto o patatine fritte sono generalmente ricchi di sale e spesso consumati insieme a bevande zuccherate.

Tra i limiti dello studio evidenziati dai ricercatori, il numero esiguo dei trial su ictus, insufficienza cardiaca, mortalità cardiovascolare e mortalità per tutte le cause ha ridotto la validità statistica dell’analisi. Il consumo di cibi fritti, inoltre, è stato registrato sulla base di auto-segnalazioni dei partecipanti, con evidenti limiti legati al ricordo di ciascuno.

Così concludono gli Autori: “La nostra metanalisi indica che il consumo di cibi aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, un’indicazione utile per supportare campagne educazionali di salute pubblica. Tuttavia, riteniamo necessarie ulteriori ricerche specifiche su questo fronte, considerati i limiti degli studi da noi presi in esame”.

Nicola Miglino

Datteri, un concentrato di nutrienti benefici
 
 

Fin dall'antichità, i datteri sono stati utilizzati come ingrediente importante nelle medicine tradizionali di varie culture, in Algeria come in Egitto, India, Marocco, Iran e Iraq. Negli ultimi anni, però, anche la scienza occidentale li sta considerando come potenziali nutraceutici. Si tratta di frutti ricchi di carboidrati, con fruttosio, glucosio, mannosio, maltosio e saccarosio che rappresentano oltre l’80% della sostanza secca. Come per altre caratteristiche, il contenuto di zucchero e la composizione variano con la maturazione e la varietà dei frutti.

Nonostante una percentuale relativamente bassa di proteine (2,5-6,5 g/100 g), il dattero possiede un alto contenuto di aminoacidi essenziali, compresi quelli importanti per il benessere umano, ovvero arginina e istidina. Contiene anche vitamine, come l'acido folico, la tiamina, la riboflavina, il retinolo e l'acido ascorbico, oltre a carotenoidi, come luteina, β-carotene e neoxantina.

Sono però i composti fenolici, inclusi flavonoidi e non flavonoidi, che rendono i datteri interessanti come nutraceutici. La composizione fenolica è specie-specifica e differisce anche nelle diverse fasi di maturazione. I principali composti fenolici sono: acido vanillico, gallico, isovanillico, protocatechuico, idrossibenzoico, clorogenico, ferulico, isoferulico, caffeico, idrossicinnamico. Queste diverse classi di composti polifenolici rendono i datteri davvero unici rispetto ad altri frutti e i fitochimici che li caratterizzano danno ragione del loro uso tradizionale per ridurre l'ipertensione, l'ipercolesterolemia e l'ossidazione delle lipoproteine, svolgendo un ruolo importante nella prevenzione della serie di eventi che si verificano durante l'inizio e la progressione della malattia cardiovascolare.

In diversi studi recenti, lo sciroppo di datteri è risultato efficace contro l'infiammazione e l'angiogenesi.

Diverse analisi hanno confermato l'elevato contenuto di fibra alimentare, tipicamente polisaccaridi, come β-glucano, arabinoxilani e cellulosa, dimostrando che i prodotti a base di datteri sono una fonte migliore di fibre rispetto ai prodotti a base di cereali. Questa caratteristica li rende un ingrediente funzionale per l'industria alimentare che vuole sfruttarne i benefici terapeutici per rallentare l’impatto glicemico, l’assorbimento del colesterolo, nonché la promozione della salute intestinale attraverso effetti di carica e la produzione di acidi grassi a catena corta.

Anche in questo caso la composizione e la quantità delle fibre variano ampiamente con le fasi di maturazione del frutto del dattero e in generale, i datteri di alta qualità hanno una quantità di pectina elevata e una di lignina bassa.

Oltre alle fibre, i datteri contengono β-glucano, già riconosciuto come additivo alimentare sicuro dalla Food and drug administration statunitense. In particolare, il β-glucano dei datteri libici sembra possedere proprietà antitumorali. Il consumo di datteri ha migliorato significativamente la salute del colon, probabilmente a causa dell'aumentata crescita di batteri intestinali benefici accoppiata a una ridotta proliferazione delle cellule tumorali.

Sebbene siano state segnalate proprietà antibatteriche e antimicotiche per la polpa di dattero, è l’estratto del seme a essere il più interessante, dimostrando attività antivirale contro il fago litico Pseudomonas Atcc14209-B1.

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Bioactive compounds from date fruit and seed as potential nutraceutical and functional food ingredients. Food Chemistry. Volume 308, 5 March 2020, 125522
  • The anti-cancer activity of polysaccharide prepared from libyan dates (phoenix dactylifera l.) Carbohydrate Polymers, 59 (4) (2005), pp. 531-535
  • The impact of date palm fruits and their component polyphenols, on gut microbial ecology, bacterial metabolites and colon cancer cell proliferation. Journal of Nutritional Science (2014), p.3

L'acido oleico potrebbe avere un ruolo nella sclerosi multipla

 
 
 

Nel trattamento di alcune persone con la sclerosi multipla potrebbe essere di aiuto un cambiamento nella dieta. Un recente studio suggerisce che la risposta immunitaria anomale che provoca la sclerosi multipla, attaccando e danneggiando il sistema nervoso centrale, può essere innescata dalla mancanza di un acido grasso nel tessuto adiposo. «Sappiamo da tempo che sia la genetica sia l'ambiente giocano un ruolo nello sviluppo della sclerosi multipla» ha affermato David Hafler, della Yale School of Medicine negli Stati Uniti, ultimo nome dell'articolo pubblicato su The Journal of Clinical Investigation. «Questo articolo suggerisce che uno dei fattori ambientali è la dieta» continua l'autore che ha fatto inoltre notare come l'obesità sia un noto fattore di rischio per la sclerosi multipla.

Grazie al loro studio, i ricercatori hanno osservato che l'acido oleico, un acido grasso monoinsaturo, era ridotto nel tessuto adiposo di pazienti con sclerosi multipla. Questa mancanza conduceva a una perdita dei sensori metabolici che attivano le cellule T, le quali mediano la risposta del sistema immunitario a malattie infettive. Ebbene, senza gli effetti soppressori delle cellule T regolatorie, il sistema immunitario può attaccare il sistema nervoso centrale sano e causare i sintomi della sclerosi multipla. I ricercatori hanno inoltre mostrato un aumento di queste cellule quando, in esperimenti in laboratorio, l'acido oleico veniva introdotto nel tessuto adiposo dei pazienti. Hafler ha specificato che saranno necessari ulteriori studi per capire se una dieta ricca di acido oleico, i cui livelli sono alti in diversi alimenti tra cui latte, noci, formaggio o carne, potrebbe essere di aiuto ai pazienti con sclerosi multipla.

J Clin Invest 2021. Doi : 10.1172/JCI138519
https://doi.org/10.1172/JCI138519  

Taurina, antimocrobico naturale. Nuove evidenze su Cell
19 Gennaio 2021
 

Occhi puntati sulla taurina come sostanza naturale in grado di contrastare le infezioni batteriche. Da tempo gli scienziati stanno concentrando l’attenzione su soluzioni alternative agli antibiotici e nei giorni scorsi, su Cell è comparso un contributo importante in questa direzione, frutto del lavoro di ricercatori dei National institutes of health.

Per il momento, si tratta di studi condotti su modelli animali. Topi, nella fattispecie.

I ricercatori hanno osservato che un microbiota che già aveva subito un attacco precedente da parte di Klebsiella pneumoniae (Foto), quando trapiantato in topi germ-free, garantiva una protezione da una successiva re-infezione.

Hanno così identificato una classe di batteri (Deltaproteobatteri) come il principale esercito di difesa all’interno del microbiota e la taurina come fattore scatenante la contro-risposta protettiva all’infezione.

La taurina è un aminoacido solforato che svolge un ruolo fondamentale nella sintesi degli acidi biliari.

Derivato della taurina è l’acido solfidrico, gas tossico. Secondo quanto pubblicato su Cell, bassi livelli di taurina consentono ai patogeni di colonizzare l'intestino, mentre concentrazioni elevate sono in grado di produrre quantità di acido solfidrico sufficienti a bloccare l’attacco.

Negli esperimenti degli scienziati americani, la taurina somministrata ai topi come integratore insieme ad acqua, ha consentito di prevenire l’infezione, mentre se con l’acqua si dava subsalicilato di bismuto, farmaco comunemente usato per trattare disturbi gastrointestinali, la protezione diminuiva, dal momento che il bismuto inibisce la produzione di acido solfidrico.

Nicola Miglino

Artrite reumatoide: dieta in aiuto ai farmaci. Ecco come
 
 

Crescono le prove a sostegno di ruolo cruciale della dieta, comprese alcune bevande specifiche, nel contrastare il processo infiammatorio in corso di artrite reumatoide. Due lavori di recente pubblicazione su Nutrients mettono infatti in evidenza come uno stile alimentare corretto si riveli un ottimo coadiuvante delle terapie farmacologiche specifiche. Ne parliamo con Maurizio Cutolo, firma di entrambi gli studi e direttore della Cattedra di Reumatologia all’Università di Genova.

Prof. Cutolo, avete da poco pubblicato una ricerca sul rapporto tra dieta e artrite reumatoide. Qual è stato il razionale di partenza dello studio? 

Si tratta di uno studio pilota italiano che ha voluto valutare, per la prima volta, la relazione tra i modelli dietetici, che rappresentano l'attuale comportamento alimentare, e l'attività della malattia.

Che tipo di analisi avete condotto?

Sono stati analizzati i dati di un recente studio trasversale italiano che ha incluso 365 pazienti maschi e femmine affetti da artrite reumatoide. I modelli dietetici prevalenti sono stati identificati attraverso l'analisi del fattore componente principale su 33 differenti nutrienti. Quindi i singoli modelli dietetici ottenuti sono stati correlati con l’attività della malattia attraverso modelli di regressione lineare e logistica, ottenendo alla fine cinque modelli principali.

Che risultati sono emersi?

Tra tutti i nutrienti, i modelli contenenti acidi grassi insaturi di natura vegetale, quale, per esempio, l’olio di oliva, e acidi grassi insaturi di natura animale, quali quelli contenuti nel pesce, risultano inversamente correlati all’attività della malattia nell'analisi generale e nei sottogruppi di pazienti reumatoidi più gravi o di lunga data. Dunque, abbiamo potuto verificare come modelli dietetici contenenti grassi insaturi provenienti da entrambe le fonti, vegetale o animale, forniscano significativi effetti benefici sull'attività della malattia reumatoide in maniera indipendente.

In precedenza, lo scorso ottobre, avete pubblicato un lavoro sulla correlazione tra bevande e artrite reumatoide. Che cosa è emerso?

Un numero crescente di studi si è concentrato sui diversi contenuti nutrizionali delle bevande e sul loro possibile ruolo nello sviluppo e nella progressione della malattia reumatoide. Per cui abbiamo mirato a riassumere le attuali conoscenze sul ruolo di una gamma di bevande in questo contesto. Le bevande hanno un ruolo chiave all'interno del mosaico dell'autoimmunità nell’artrite reumatoide, con il potenziale di alterare la flora intestinale, influenzando appunto il processo infiammatorio.

Interessante notare che alcune delle nostre bevande preferite, come tè, succo di frutta fresca e non industriale e persino moderate quantità di vino rosso, possono conferire benefici a livello molecolare, epigenetico e clinico insieme alle terapie tradizionali. In particolare, nei malati il succo di melograno ha dimostrato di svolgere azioni antinfiammatorie, come pure i carotenoidi del succo fresco di arancia che possiede grandi attività antiossidanti. D’altra parte, il caffè, in non più di tre tazze giornaliere, si è dimostrato non nocivo nella artrite reumatoide ed in alcuni studi addirittura presenta proprietà antiinfiammatorie. Invece il latte intero potrebbe negli anni lievemente alzare il rischio di malattia, tuttavia controbilanciato da enormi effetti benefici su salute e nutrizione in generale.

Cosa si può concludere, dunque, rispetto al ruolo della nutrizione nella comparsa e nella progressione della malattia reumatoide?

Finalmente, grazie a una recente crescita di studi applicativi e controllati, si può affermare con certezza che una corretta alimentazione, compreso l’uso adeguato delle bevande, costituisce un ottimo coadiuvante delle terapie farmacologiche specifiche. Noi stessi, abbiamo prodotto per la Società europea di reumatologia – Eular - il primo corso internazionale online sul tema Nutrition and Rheumatic Diseases. Ovviamente, non va dimenticata in ogni caso l’abitudine a una corretta alimentazione in generale, anche in una visione preventiva per molte malattie.

Nicola Miglino

Fibre alimentari, minor rischio di depressione in premenopausa. Il ruolo dell'interazione intestino-cervello

 
 
 
Il consumo di fibre, già raccomandato come parte di una dieta sana, potrebbe essere associato a un minor rischio di depressione tra le donne in premenopausa. A suggerirlo è uno studio recentemente pubblicato su Menopause che ha coinvolto 5.807 donne. In particolare, allo scopo di analizzare la relazione tra l'apporto di fibre alimentari e la depressione nelle donne per stato della menopausa, i ricercatori hanno utilizzato i dati del Korea National Health and Nutritional Examination Survey; l'apporto di fibre è stato calcolato secondo un metodo di richiamo delle 24 ore e la depressione mediante l'uso di un questionario.

Da notare che i cambiamenti dei livelli di ormoni nella peri-menopausa sono stati associati alla depressione, una condizione neuropsichiatrica tra le più comuni con una prevalenza maggiore tra le donne rispetto agli uomini. Lo studio, il primo a classificare l'associazione nelle donne in post- e in pre-menopausa e che ha incluso donne in menopausa per via naturale o chirurgica, ha confermato un'associazione inversa tra l'apporto di fibre alimentari e la depressione nelle partecipanti in pre-menopausa, dopo aver aggiustato per diverse variabili. Non è stata trovata invece differenza nelle donne in post-menopausa. È possibile che a giocare un ruolo nel mancato beneficio delle fibre in quest'ultime sia la riduzione di estrogeno, che influenza l'equilibrio dei microrganismi dell'intestino nelle donne in post- e in pre-menopausa. Inoltre, le interazioni intestino-cervello potrebbero spiegare in parte il collegamento tra le fibre alimentari e la depressione. È stato infatti ipotizzato che la neurotrasmissione possa essere influenzata dai cambiamenti della composizione del microbiota intestinale (la cui ricchezza e diversità vengono migliorate dalle fibre).
«Questo studio evidenzia un importante legame tra l'apporto di fibre alimentari e la depressione, ma la direzione dell'associazione non è chiara in questo studio osservazionale: le donne con migliore salute mentale possono aver seguito una dieta più sana e aver consumato più fibre, oppure una più alta assunzione di fibre alimentari può aver contribuito a migliorare la salute cerebrale modulando il microbioma intestinale o qualche combinazione» ha affermato Stephanie Faubion, direttore sanitario della North American Menopause Society. «Ciononostante, non è mai stato più vero che "sei quello che mangi", dato che quello che mangiamo ha un effetto profondo sul microbioma intestinale, il quale sembra giocare un ruolo nella salute e nella malattia» ha concluso.

Menopause 2020. Doi: 10.1097/GME.0000000000001711
https://doi.org/10.1097/GME.0000000000001711

Maggior consumo di latte della madre, minor rischio di allergie dei figli

 
 
 
Secondo uno studio pubblicato su Nutrients, i figli di madri che consumano più latte vaccino e suoi derivati durante l'allattamento hanno un rischio ridotto di allergie alimentari a un anno. Per gli autori i risultati dello studio, che non può stabilire un nesso causale essendo osservazionale, suggeriscono che la dieta materna moduli il sistema immunitario del neonato, influenzando quindi lo sviluppo di allergia, una delle più comuni malattie croniche dei bambini e sempre più prevalente in alcuni paesi industrializzati, tra cui la Svezia dove è stato condotto lo studio.

Non è il primo studio sull'argomento, ma i dati e le conclusioni di questo lavoro, parte di un ampio progetto di ricerca, sono più robusti. «In questo studio, siamo stati in grado di verificare effettivamente l'assunzione di latte e prodotti lattiero-caseari segnalata dalle donne attraverso biomarcatori negli eritrociti e nel latte materno. I biomarcatori sono due acidi grassi formati nello stomaco della mucca, che sono specifici per i prodotti lattiero-caseari» ha affermato l'autrice Mia Stråvik, della Chalmers University of Technology in Svezia, sottolineando anche come tutti i casi di allergia nei bambini (eczema atopico, allergia alimentare e asma) siano stati diagnosticati da un medico specializzato in allergie infantili. Le 508 madri coinvolte hanno dato un resoconto delle loro abitudini alimentari a 34 settimane di gestazione, a 1 e a 4 mesi dopo la nascita. È stata osservata una connessione tra l'apporto di latte e derivati durante l'allattamento e la minore prevalenza di allergia alimentare nei bambini di un anno. L'apporto di frutta e frutti di bosco è stato invece associato a una maggior prevalenza di eczema atopico. Serviranno ulteriori ricerche e, inoltre, è in corso uno studio di follow-up per esaminare i bambini all'età di 4 anni. «I meccanismi alla base del perché il latte ha questo effetto preventivo contro le allergie, tuttavia, sono ancora poco chiari» ha commentato Stråvik.
Per Malin Barma, uno degli autori, è possibile che il latte vaccino contenga qualcosa, nelle proteine o nei grassi, che attivi il sistema immunitario dei bambini e aiuti a sviluppare tolleranza. Oppure che sia semplicemente una questione di maggior assunzione dei grassi del latte che porta a un apporto relativamente minore di grassi polinsaturi, che se alti nell'alimentazione materna potrebbero contrastare la maturazione del sistema immunitario dei figli in tenera età.

Nutrients 2020. Doi: 10.3390/nu12123680
https://doi.org/10.3390/nu12123680

La dieta mediterranea può ridurre la progressione di alcuni tumori della prostata

 

Secondo uno studio pubblicato su Cancer, gli uomini con cancro della prostata localizzato, sotto sorveglianza attiva, che hanno riferito di seguire un modello dietetico basato sulla dieta mediterranea, hanno avuto un migliore andamento della malattia. «Gli uomini con cancro della prostata sono motivati a trovare un modo per influenzare l'avanzamento della malattia e migliorare la qualità di vita. Una dieta mediterranea non è invasiva, fa bene alla salute generale e, come dimostrato da questo studio, ha il potenziale per influenzare la progressione del cancro» spiega Justin Gregg, dell'MD Anderson Cancer Center dell'University of Texas, autore principale dello studio.

I ricercatori hanno seguito 410 uomini che erano arruolati in un protocollo di sorveglianza attiva per cancro alla prostata localizzato (grado di Gleason 1 o 2). Tutti i partecipanti allo studio sono stati sottoposti a una biopsia di conferma all'inizio dello studio e sono stati valutati ogni sei mesi attraverso esami clinici e studi di laboratorio sull'antigene sierico Psa e sul testosterone. I partecipanti alla sperimentazione erano per l'82,9% caucasici, l'8,1% neri e il 9% di altre etnie o di etnia non nota, e l'età media era di 64 anni; il 15% era diabetico e il 44% assumeva statine. Gli uomini hanno completato un questionario alimentare e sono stati poi suddivisi in tre gruppi in base all'aderenza alla dieta mediterranea, ovvero alta, media e bassa. Dopo aggiustamenti per età e caratteristiche cliniche, i ricercatori hanno osservato un'associazione significativa tra un punteggio elevato di aderenza alla dieta mediterranea e un rischio inferiore di progressione del grado del cancro. Per ogni aumento di un punto nel punteggio della dieta mediterranea, infatti, gli esperti hanno osservato un rischio di progressione inferiore del 10%. Dopo un follow-up mediano di 36 mesi, 76 uomini hanno mostrato una progressione del cancro. Lo studio è stato limitato dal basso numero di eventi, e saranno necessarie ulteriori ricerche per comprendere se gli stessi effetti si presentino anche in gruppi di pazienti più ampi e diversificati, e per uomini con cancro alla prostata ad alto rischio. «I nostri risultati suggeriscono che seguire costantemente una dieta ricca di cibi vegetali, pesce e un sano equilibrio di grassi monoinsaturi può essere utile per gli uomini con diagnosi di cancro della prostata in stadio iniziale» conclude Gregg.

Cancer 2021. Doi: 10.1002/cncr.33182
http://doi.org/10.1002/cncr.33182

Vegani, vegetariani e pescetariani: attenzione al rischio fratture
 
 

Occhio al rischio di fratture in vegetariani, vegani e pescetariani. Secondo quanto di recente pubblicato su Bmc medicine, infatti, il minor apporto di calcio e proteine rispetto a chi consuma carne potrebbe comportare pericoli maggiori per la salute delle ossa.

Un team di ricercatori delle Università di Oxford e Bristol ha analizzato i dati di quasi 55 mila partecipanti allo studio Epic-Oxford, una coorte di uomini e donne che vivono nel Regno Unito, reclutati tra il 1993 e il 2001.

L’Epic è uno studio prospettico, in cui la coorte presa in esame viene monitorata negli anni per capire come alcuni fattori, in questo caso la dieta, possano influenzare determinati esiti, nella fattispecie il rischio di frattura.

Dei 54.898 partecipanti, 29.380 mangiavano carne, 8.037 pesce ma non carne, 15.499 erano vegetariani e 1.982 erano vegani. Le loro abitudini alimentari sono state registrate al momento del reclutamento e poi, di nuovo, nel 2010.

Il periodo di monitoraggio sull’occorrenza di fratture è stato in media di 18 anni durante il quale si è registrato un totale di 3.941 fratture di cui 566 alle braccia, 889 al polso, 945 all’anca, 366 alle gambe, 520 alle caviglie e 467 tra clavicola, costole e vertebre.

Nei vegani il rischio generale di frattura si traduceva in 20 casi in più su 1.000 persone nell’arco di 10 anni rispetto a chi mangiava carne.  Per quanto riguarda l’anca, vegani, vegetariani e pescetariani rischiavano rispettivamente 2,3, 1,25, 1,26 volte di più rispetto ai carnivori. Oltre a un rischio più elevato di fratture dell'anca, i vegani erano più a rischio anche per quanto riguarda gambevertebreclavicola e costole. Nessuna differenza significative per quanto riguarda braccia, polso e caviglia. Il rischio si riduceva parzialmente dopo correzione per Bmi, apporto di calcio e proteine.

Tammy Tong, epidemiologo presso il Nuffield department of population health dell’Università di Oxford e coordinatore della ricerca: "Già studi precedenti hanno messo in evidenza come un basso indice di massa corporea si associ a un rischio più elevato di fratture dell'anca e come un basso apporto di calcio e proteine ​​si correli a una cattiva salute delle ossa. La nostra analisi dimostra che i vegani, che in media presentavano un Bmi e un apporto di calcio e proteine inferiori ​​rispetto a chi mangiava carne, presentano un rischio maggiore di fratture in diversi distretti corporei. Vero è che diete a base prevalentemente vegetale possono portare benefici a livello cardiometabolico, ma è bene che si tenga conto anche dei rischi e si badi al corretto apporto di calcio e proteine con un occhio attento al Bmi”.

Tra i limiti dello studio sottolineati dagli Autori, l’impossibilità, innanzitutto, di distinguere le fratture causate da una cattiva salute delle ossa da quelle determinate da incidenti. Non erano, inoltre, disponibili dati sull'uso di integratori di calcio e la popolazione era tipicamente caucasica non rendendo così possibile generalizzare rispetto agli effetti su etnie differenti.

“Riteniamo siano necessari ulteriori studi soprattutto su popolazioni extra-europee per esaminare la replicabilità dei nostri risultati e valutare l’incidenza di fattori quali età, sesso, menopausa e Bmi, prendendo in esame anche marker biologici quali livelli sierici di vitamina D, vitamina B12 o Igf-1 o valutando i possibili ruoli di altri nutrienti abbondanti negli alimenti di origine animale”.

Nicola Miglino

 

Frutta secca regina del Natale: fa bene ma occhio alle calorie

 

Noci, nocciole, mandorle, fichi e datteri: la frutta secca è una delle protagoniste delle tavole di Natale. Proprio in previsione di questa ricorrenza uno studio ne sottolinea i benefici, da soppesare con l’apporto calorico che comunque non è da trascurare. La ricerca, della Pennsylvania State University e pubblicata sul Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics, ha utilizzato i dati relativi a 25.590 partecipanti al National Health and Nutrition Examination Survey.

Sono stati analizzati tutti gli alimenti consumati nelle 24 ore precedenti, compresa la frutta secca e raccolte informazioni sull’indice di massa corporea, la circonferenza della vita, la pressione sanguigna e la qualita’  complessiva della dieta. È emerso che in media le persone che hanno riferito di consumare frutta secca avevano diete più sane di quelle che non lo facevano. Inoltre tendevano ad avere un indice di massa corporea e una circonferenza vita inferiori, e valori di pressione massima più bassa.

“Quello che abbiamo anche trovato interessante – evidenzia poi Valerie Sullivan, una delle autrici della ricerca – è che le persone tendevano a mangiare piu’  frutta totale nei giorni in cui consumavano frutta secca. Nei giorni in cui non la mangiavano, l’assunzione di frutta fresca non risultava esser maggiore. Quindi la frutta secca potrebbe essere un modo per aumentare l’assunzione complessiva di frutta nelle persone che non ne consumano le quantità consigliate”.

Inoltre, l’analisi ha mostrato che nei giorni in cui mangiavano frutta secca, i partecipanti consumavano più carboidrati totali, fibre alimentari, potassio, grassi polinsaturi e calorie totali complessive. “Quando si incorpora la frutta secca- conclude Penny Kris-Etherton, un’altra delle autrici della ricerca-bisogna prestare attenzione alle calorie e assicurarsi di sostituire quelle di alimenti a basso contenuto di nutrienti con la frutta secca per ottenere il massimo beneficio”.

Alimentazione & Nutrizione

Salute cardiovascolare, dieta mediterranea "green" ha più benefici

 
 
Una dieta mediterranea "green" (Green Med), contenente ancora più vegetali e pochissima carne rossa o pollame, può avere più benefici sulla salute cardiovascolare e metabolica rispetto alla versione tradizionale, almeno negli uomini. Questo è quanto riferiscono Iris Shai, della Ben-Gurion University, in Israele, e il suo gruppo di lavoro, in uno studio pubblicato su Heart. «Volevamo scoprire se una versione più "green" della dieta mediterranea potesse avere maggiori benefici per la salute. Per questo abbiamo suddiviso 294 persone sedentarie e moderatamente obese (indice di massa corporea: 31), con un'età media di 51 anni, in tre gruppi dietetici» afferma Shai.

Il primo gruppo ha ricevuto indicazioni su come potenziare l'attività fisica e linee guida di base per raggiungere una dieta sana. Il secondo ha ricevuto la stessa guida sull'attività fisica più consigli su come seguire una dieta mediterranea tradizionale a ridotto contenuto calorico (1.500-1.800 kcal/giorno per gli uomini e 1.200-1.400 kcal/giorno per le donne), a basso contenuto di carboidrati semplici, ricca di verdure, con pollame e pesce in sostituzione della carne rossa, e 28 g al giorno di noci. Il terzo gruppo ha ricevuto una guida sull'attività fisica oltre a consigli su come seguire una versione "green" a ridotto contenuto calorico della dieta mediterranea ("Green Med"). Questa prescriveva 28 g al giorno di noci, e di evitare la carne rossa o lavorata e di assumere quantità maggiori di vegetali. Comprendeva anche 3-4 tazze al giorno di tè verde e 100 g di cubetti congelati di Wolffia globosa, una forma ad alto contenuto proteico della lenticchia d'acqua, assunta come parziale sostituto di proteine animali. Dopo sei mesi, è stato valutato l'effetto di ciascuna delle diete sulla perdita di peso e sui fattori di rischio cardiovascolare e metabolico. Le persone che hanno seguito la dieta Green Med hanno perso 6,2 kg, quelle gestite con la dieta mediterranea tradizionale 5,4 kg, e chi era nel primo gruppo solo 1,5 kg. La circonferenza della vita si è ridotta in media di 8,6 cm tra coloro che hanno seguito la dieta Green Med, di 6,8 cm tra quelli che hanno seguito la dieta mediterranea e di 4,3 cm con la dieta sana. Il gruppo Green Med ha anche ottenuto una riduzione maggiore del colesterolo a bassa densità, e di altri fattori di rischio cardiovascolare e metabolico. Questi cambiamenti hanno portato a un calo di quasi due volte del punteggio di rischio di Framingham a 10 anni tra coloro che hanno seguito la dieta Green Med.

Heart 2020. Doi: 10.1136/heartjnl-2020-317802
http://doi.org/10.1136/heartjnl-2020-317802
Benefici e proprietà della cannella
 
 

La supplementazione di cannella può essere un coadiuvante per ridurre i livelli di infiammazione stress ossidativo nell’uomo. Questa la conclusione a cui si giunge esaminando la storia etnobotanica e degli studi clinici presenti in letteratura che hanno come protagonista la cannella (genere Cinnamomum, famiglia Lauraceae), i cui componenti principali sono l’aldeide aromatica 3-fenil-2 (E)-propenale (cinnamaldeide, trans-cinnamaldeide) e l'acido cinnamico.

Non solo. La cannella è ricca di manganeseferrofibre alimentari e calcio e sono molti i lavori che hanno esplorato le sue numerose proprietà sotto forma di corteccia, oli essenziali, polvere di corteccia e composti fenolici, concludendo che ciascuna di queste forme di utilizzo può svolgere un ruolo chiave nella salute umana. 

In particolare, gli effetti antinfiammatori sono stati valutati in diversi studi clinici, ma i risultati di questi sforzi di ricerca sono contrastanti. Per esempio, l’aggiunta di cannella a una colazione ipercalorica e iperlipidica porta a una diminuzione dei livelli di proteina C-reattiva (Crp), ma senza variazioni nei livelli di interleuchina-6 (Il-6) rispetto a un pasto ipercalorico-iperlipidico.

Inoltre, l'integrazione migliora lo stato antiossidante delle donne con sindrome dell'ovaio policistico (Pcos), ma non si ha lo stesso riscontro in pazienti con diabete di tipo 2. Secondo una Cochrane del 2012, l'effetto della cannella sul livello di glucosio nel sangue a digiuno non è provato, così come non si vi sono differenze statisticamente significative nell'emoglobina glicosilata A1c (HbA1c), nell'insulina sierica o nel glucosio postprandiale tra chi ha assunto cannella e gruppi di controllo.

Una metanalisi del 2019 ha dimostrato che l'integrazione di cannella porta a una leggera riduzione (- 0,81 mg/L) dei livelli di proteina C-reattiva rispetto al placebo, indipendentemente dalle specie impiegate. Tuttavia, in questi studi, gli effetti della cannella sullo stress ossidativo e sui marcatori di infiammazione non sono stati sufficientemente indagati e le discrepanze nei risultati potrebbero derivare dalle forme di cannella utilizzate, dalle caratteristiche dei campioni studiati o da dosaggi e durata degli interventi integrativi.

Secondo una revisione sistematica e metanalisi appena pubblicata su Complementary therapies in medicine, l'integrazione di cannella ha effetti benefici sulla salute umana riducendo i livelli di proteina C-reattiva e malondialdeide (Mda), diminuendo leggermente i livelli di Il-6 e aumentando la capacità antiossidante totale. 

Dal momento che i dati analizzati derivano tutti da studi che hanno coinvolto pazienti con sindrome metabolica, diabete mellito di tipo 2, steatosi epatica non alcolica e artrite reumatoide, ovvero condizioni associate a infiammazione cronica di basso grado, la cannella potrebbe emergere come possibile strumento clinico proprio per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Da notare che i meccanismi con cui gli attivi della cannella possono esercitare benefici per i disturbi cardiometabolici sono ancora sconosciuti, e attualmente sembrano essere correlati agli effetti proprio su Crp, Il-6, Mda e capacità antiossidante totale, che sono biomarcatori di infiammazione e stress ossidativo. 

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Impact of cinnamon supplementation on cardiometabolic biomarkers of inflammation and oxidative stress: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Complementary Therapies in Medicine. Volume 53, September 2020, 102517
  • Effect of cinnamon (Cinnamomum zeylanicum) supplementation on serum C-reactive protein concentrations: a meta-analysis and systematic review. Complement Ther Med, 42 (2019), pp. 271-278
  • Cinnamon and chronic diseases.. Adv Exp Med Biol. 2016; 929:1-24.
  • Cinnamon for diabetes mellitus. Cochrane Database Syst Rev. 2012 Sep 12;2012(9):CD007170.

Effetti metabolici della cena tardiva in una sperimentazione clinica crossover randomizzata di volontari sani

 

Il consumo di calorie nel corso della giornata è associato all'obesità e alla sindrome metabolica. Si ipotizza che mangiare una cena tardiva altera il metabolismo del substrato durante il sonno in un modo che promuove l'obesità. L'obiettivo di questo lavoro è stato di esaminare l'impatto della cena tardiva sul metabolismo notturno in volontari sani. Si tratta di uno studio crossover randomizzato di cena tarda (LD, 22:00) e cena di routine (RD, 18:00), con un periodo di sonno fisso (23: 00-07: 00) in un ambiente di laboratorio. I partecipanti comprendevano 20 volontari sani (10 maschi, 10 femmine), età 26,0 ± 0,6 anni, indice di massa corporea 23,2 ± 0,7 kg / m2, abituati a coricarsi tra le 22:00 e l'01: 00. In entrambe le visite è stata somministrata una dieta a base di macronutrienti isocalorici. La cena (35% kcal giornaliere, 50% di carboidrati, 35% di grassi) con un tracciante lipidico orale ([2H31] palmitato, 15 mg / kg) è stata somministrata alle 18:00 con RD e alle 22:00 con LD. Le misurazioni includevano glucosio plasmatico notturno e del mattino successivo, insulina, trigliceridi, acidi grassi liberi (FFA), cortisolo, ossidazione degli acidi grassi alimentari e polisonnografia notturna. La cena ad ora tarda ha causato uno slittamento di 4 ore nel periodo postprandiale, sovrapponendosi alla fase del sonno. Indipendentemente da questo cambiamento, il periodo postprandiale successivo alla cena ad ora tarda è stato caratterizzato da un aumento del glucosio, un ritardo del picco dei trigliceridi e una minore ossidazione degli acidi grassi alimentari e degli FFA. La cena ad ora tarda non ha influenzato l'architettura del sonno, ma ha aumentato il cortisolo plasmatico. Questi cambiamenti metabolici erano più pronunciati nei soggetti che si addormentavano prima al controllo della polisonnografia. La cena tarda induce intolleranza notturna al glucosio e riduce l'ossidazione e la mobilizzazione degli acidi grassi, in particolare nei soggetti che dormono prima. Questi effetti potrebbero promuovere l'obesità se si ripresentano cronicamente.

Fonte: Chenjuan Gu, Nga Brereton, Amy Schweitzer, Matthew Cotter, Daisy Duan, Elisabet Børsheim, Robert R Wolfe, Luu V Pham, Vsevolod Y Polotsky, Jonathan C Jun. Metabolic Effects of Late Dinner in Healthy Volunteers-A Randomized Crossover Clinical Trial. J Clin Endocrinol Metab. 2020 1;105(8)

Con cibi ultraprocessati rischio di invecchiamento precoce
 
 

Il consumo di cibo ultraprocessato potrebbe determinare effetti negativi sull’aspettativa di vita, associandosi a modificazioni cromosomiche correlate ai processi di invecchiamento. Queste le conclusioni di uno studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Università di Navarra, a Pamplona, presentato nei giorni scorsi durante l’European and international congress on obesity, svoltosi on line, e pubblicato sull’American journal of nutrition.

Tutto ruota intorno ai telomeri, filamenti di Dna e proteine non codificanti ma con un ruolo chiave nel preservare stabilità e integrità dei cromosomi alle cui estremità sono collocati. A ogni divisione cellulare, una parte di questi telomeri viene persa, motivo per il quale la loro lunghezza viene oggi considerata un marker di invecchiamento.

I ricercatori spagnoli hanno preso in esame i dati di 645 uomini e 241 donne – età media 67,7 anni – dei quali avevano a disposizione sia campioni di saliva per l’analisi del Dna, sia informazioni dettagliate sulla dieta giornaliera.

I partecipanti sono stati in quattro gruppi (quartili, q) sulla base del consumo di cibi ultraprocessati: q1, meno di 2 porzioni al giorno; q2, da 2 a 2,5 porzioni; q3, da 2,5 a 3; q4, più di 3.

I risultati hanno messo in evidenza come le persone afferenti al quartile più alto avevano maggiori probabilità di una storia familiare di malattie cardiovascolari, diabete e dislipidemia. Chi apparteneva a questo gruppo, faceva più spesso spuntini tra i pasti, consumava più grassi (saturi e polinsaturi), sodio, colesterolo, fast food e carni lavorate a discapito di carboidrati, proteine, fibre, olio d'oliva, frutta, verdura e altri micronutrienti.

In aggiunta, il gruppo di ricerca ha messo in evidenza come il rischio di telomeri più corti aumentava al crescere del consumo di cibi ultra-processati: da q1 a q2, + 29%; q2-q3, +40%; q3-q4, + 82%. Inoltre, aumentava anche il rischio di depressione (specialmente nei pazienti con bassi livelli di attività fisica), ipertensione, sovrappeso/obesità e mortalità per tutte le cause.

Così concludono gli autori: "In questo studio trasversale condotto su soggetti spagnoli anziani abbiamo dimostrato una forte associazione tra il consumo di cibo ultra-elaborato e la lunghezza dei telomeri. Per confermare queste osservazioni, però, sono necessarie ulteriori ricerche e studi longitudinali più estesi con misurazioni di base e ripetute della lunghezza dei telomeri”.

Nicola Miglino

la vitamina C protegge dalla perdita di massa muscolare

 
 
 

Muscoli sempre in forza grazie alla vitamina C. Sappiamo quanto, con l’età, la massa muscolare tenda a ridursi, con il rischio conseguente di sarcopeniafragilità e ridotta qualità di vita. Pochi però, avevano finora concentrato l’attenzione sul ruolo protettivo che la vitamina C può giocare, legato soprattutto all’azione di contrasto sui radicali liberi che a livello cellulare e tissutale danneggiano il muscolo sino a distruggerlo.

Un gruppo di ricerca dell’University of East Englia (UEA), nel nord-est dell’Inghilterra, ha voluto condurre uno studio retrospettivo, osservazionale, pubblicato nei giorni scorsi sul Journal of nutrition proprio con l’obiettivo di comprendere quanto un apporto costante e soddisfacente di vitamina c consenta di mantenere nel tempo livelli adeguati di massa muscolare scheletrica.

Il team ha preso in esame i dati di oltre 13 mila partecipanti al Norfolk Epic (European prospective investigation into cancer and nutrition) study, tutti di età compresa tra i 42 e gli 82 anni, reclutati tra il 1997 e il 2000. Di questi, erano disponibili dati su composizione corporeaconsumo giornaliero settimanale e livelli sierologici di vitamina C.

Così Richard Hayhoe, della Norwich Medical School dell'UEA: "Abbiamo studiato un ampio campione di anziani residenti di Norfolk scoprendo che le persone con il maggior consumo alimentare di vitamina C o con i livelli ematici più elevati, presentavano la maggior quantità di massa muscolare scheletrica. Purtroppo, abbiamo anche potuto verificare come quasi il 60% degli uomini e il 50% delle donne non assumano quantità di vitamina C in linea con le raccomandazioni Efsa. Siamo comunque molto entusiasti dei nostri risultati in quanto ci suggeriscono che la vitamina C è importante per la salute dei muscoli negli anziani e può essere utile per prevenire la perdita muscolare legata all'età.”

Questo il commento finale di Ailsa Welch, coordinatore dello studio: "Le persone sopra i 50 anni perdono fino all'1% della loro massa muscolare scheletrica ogni anno e si pensa che questa perdita colpisca più di 50 milioni di persone in tutto il mondo. È un grosso problema, perché può portare a fragilità e altri esiti negativi come sarcopenia, disabilità fisica, diabete di tipo 2, ridotta qualità della vita e morte. I nostri risultati hanno particolare rilievo in quanto la vitamina C è facilmente disponibile con la frutta, la verdura o anche attraverso una supplementazione e, pertanto, migliorarne l'assunzione è relativamente semplice. Non servono mega-dosi: bastano un’arancia e una porzione di verdura al giorno per la maggior parte di noi".

Nicola Miglino

Guida alle vitamine

 

 

Vitamine: scopri a cosa servono, dove si trovano e gli effetti per la tua salute e benessere


Benvenuti nella guida alle vitamine di Dica33. Leggi e impara ciò che è importante sapere su questi fondamentali micronutrienti, in quali alimenti si trovano, gli effetti e le proprietà.

Vitamina è un termine che indica un generico composto organico.
Le vitamine si trovano in molti cibi in piccole quantità.
Se si potesse aderire ad un'alimentazione nella norma, ben bilanciata, sarebbe superfluo l'uso di vitamine e integratori.
Le vitamine sono necessarie per le regolari funzioni metaboliche.
Esse sono componenti degli enzimi e favoriscono le reazioni chimiche dell'organismo ed inoltre rientrano a far parte delle sostanze ormonali.

Le vitamine vengono tradizionalmente divise in due categorie: liposolubili (solubili in grassi liquidi) e idrosolubili (solubili in acqua).

 

 

Le vitamine liposolubili

 


Le vitamine idrosolubili

 

Le vitamine sono sostanze chimiche necessarie per la crescita, la salute, il normale metabolismo e il benessere fisico. Alcune vitamine sono componenti essenziali degli enzimi, altre vitamine sono frazioni essenziali degli ormoni. In buona salute, si ha bisogno di piccole quantità di vitamine.
Se ne possono trovare in quantità sufficienti negli abituali alimenti. Questo comporta che seguiate una dieta normale, ben bilanciata, di alimenti ricchi e completi nel loro valore nutrizionale.

Un supplemento di vitamine può essere necessario. Ad esempio la quantità di vitamine necessarie durante una malattia o in seguito ad un intervento chirurgico, può aumentare. Persone con particolare bisogno di integratori, o altre a rischio per mancanza di specifiche vitamine, vengono identificate in dettaglio in questa sezione. L'assunzione di supplementi vitaminici non può sostituire una buona alimentazione. Le vitamine ovviamente non forniscono energia ed il corpo ha bisogno di altre sostanze, oltre alle vitamine, per una adeguata nutrizione, fra cui i carboidrati, i grassi, le proteine e i minerali.

Le vitamine garantiscono un buono stato nutrizionale solo in cooperazione con gli altri nutrienti, provenienti principalmente dal cibo e dai minerali. La prescrizione di una dieta equilibrata e completa diventa quindi essenziale.

Proprietà e caratteristiche delle vitamine liposolubili

Le vitamine liposolubili seguono le stesse modalità di assorbimento e di trasporto ematico dei lipidi; sono accumulabili nell'organismo e non vengono eliminate facilmente.

A queste caratteristiche è legata la potenziale tossicità di vitamine come la A, accumulabile nel fegato, e la D, accumulabile nel tessuto adiposo.

Le vitamine liposolubili possono essere immagazzinate nel corpo. Una quantità eccessiva di vitamine liposolubili si accumula al fine di provvedere a eventuali successivi fabbisogni. Un'eccessiva quantità di vitamine liposolubili, tuttavia, può indurre livelli tossici in aree di deposito quali il fegato.

Una quantità eccessiva di qualsiasi vitamina liposolubile può condurre a problemi potenzialmente pericolosi nel lungo termine.

Proprietà e caratteristiche delle vitamine idrosolubili

Le vitamine idrosolubili vengono assorbite facilmente, si distribuiscono liberamente nei liquidi intra ed extra cellulari e, superata una certa soglia, vengono eliminate con le urine. In linea generale e con l'eccezione della Vitamina B12, non sono accumulabili e non esercitano effetti tossici.

Tuttavia, se vengono introdotte per lungo tempo, in quantità che superano di circa 10 volte il livello raccomandato, possono essere dannose, per gli effetti nel metabolismo.

Questo può avvenire, soprattutto, se esse vengono ingerite sotto forma di pillole farmaceutiche o di preparati concentrati di erboristeria.

Quasi tutte le vitamine idrosolubili funzionano come coenzimi nel metabolismo dei carboidrati, dei lipidi, delle proteine e degli acidi nucleici.

Senza di esse le reazioni biochimiche fondamentali per la vita di tutti gli esseri viventi non potrebbero aver luogo.

Le vitamine idrosolubili non possono essere immagazzinate nel corpo. La quantità necessaria quotidiana dev'essere perciò fornita da una adeguata alimentazione in intervalli di tempo brevi. Talvolta può essere difficile assumere o assimilare una sufficiente quantità di vitamine solo seguendo la dieta abituale

Cibi fritti e rischio coronarico, nuovo studio americano conferma la relazione dose-risposta

 

Arriva dagli Stati Uniti un’ulteriore conferma del danno che i cibi fritti possono procurare alle arterie portando a coronaropatia.

Su Clinical nutrition, infatti, è stata da poco pubblicata un’analisi dei dati di circa 155 mila veterani afferenti al VA’s Million Veteran Program (Mvp), un database che raccoglie informazioni su come genetica, comportamenti e rischi dell’esposizione alla vita militare incidano sulla salute degli ex soldati statunitensi in pensione.

Dal pool generale degli 800 mila volontari aderenti al Mvp, sono stati estrapolati i dati di coloro per i quali erano disponibili informazioni sulle abitudini alimentari, 155 mila appunto, al 90% maschi e di età media pari a 64 anni Nello studio, i ricercatori hanno suddiviso i partecipanti in quattro categorie, a seconda della frequenza di consumo di cibi fritti, con un follow-up di tre anni.

Tra i 69.617 veterani che consumavano cibi fritti meno di una volta a settimana, l’incidenza di malattia coronarica è risultata del 14,6%. Per gli altri gruppi, questi i risultati:

  • da una a tre volte/settimana: n=50.314 (16,6%)
  • da quattro a sei volte/settimana: n=26.623 (16,8%)
  • quotidianamente: n=8.109 (18,3%)

Secondo Jackie Honerlaw, del Massachusetts veterans epidemiology research and information center di Boston e principale autore dello studio, si tratta della più ampia indagine mai condotta sul legame tra cibi fritti e malattia cardiovascolare, che mette una parola definitiva su un tema intorno al quale non sempre la letteratura biomedica ha prodotto risultati convergenti, spesso per problemi metodologici.

 “I nostri dati rendono evidente una relazione dose-dipendente. Certo, ci vorrebbe un trial clinico randomizzato per dimostrare una relazione diretta di causa/effetto, ma a questo punto non sarebbe etico esporre delle persone al rischio di mangiare cibi di cui già conosciamo i danni potenziali”.

Dai risultati dello studio emerge che l'olio da cucina più comune usato per friggere in casa quello vegetale (72%), seguito da burro (28%) e margarina (17%).

“Gli oli vegetali, ricchi di grassi e vitamine essenziali, possono però contenere grassi trans assorbiti dal cibo.  Le stesse alte temperature raggiunte con la frittura possono aumentare il contenuto di grassi trans nell'olio”, sottolineano gli Autori.

In un'analisi secondaria, i ricercatori hanno osservato una più evidente associazione tra cibo fritto e malattia coronarica tra le persone in sovrappeso e obese.

I consumatori abituali di cibi fritti mostravano tendenzialmente un livello di istruzione più basso e una maggiore attitudine al fumo.

Secondo Kris-Etherton, dell'American Heart Association “bisognerebbe evitare di dibattere su quale sia, per esempio, l’olio migliore per friggere e puntare direttamente sul consumo di cibi più sani. Olio vegetale per la frittura? No, olio di oliva extravergine a crudo su insalate ricche di verdura. E, comunque, molto meglio un pesce al forno o alla griglia”.

Nicola Miglino