Vitamina D associata a miglior rendimento sportivo


Il giusto livello di vitamina D può essere associato a migliori prestazioni fisiche quando facciamo sport. A  suggerirlo è una ricerca pubblicata sullo European Journal of Preventive Cardiology, rivista della Società Europea di Cardiologia (ESC), che approfondisce l’influenza di questo gruppo di pro-ormoni già noto per le sue proprietà per le ossa e il sistema immunitario.

Il fitness cardiorespiratorio è la capacità del cuore e dei polmoni di fornire ossigeno ai muscoli durante l’esercizio fisico. Viene misurato attraverso il consumo massimo ossigeno durante l’esercizio (VO2 max) ed è anche un fattore che è indice di salute e maggiore aspettativa di vita.

I ricercatori hanno esaminato 1.995 partecipanti di età compresa tra 20 e 49 anni, osservando che chi assumeva più vitamina D aveva una capacità cardiorespiratoria 4 volte superiore rispetto a chi ne assumeva meno. L’associazione, scrivono i ricercatori, era evidente e robusta.

Inoltre l’aumento della capacità di esercizio aumentava con l’aumentare della dose di vitamina e le differenze erano confermate a prescindere da sesso, età, razza, obesità, fumo, presenza di malattie come ipertensione e diabete.

I risultati, spiega Amr Marawan, docente della Virginia Commonwealth University, a Richmond (USA), forniscono un “impulso ad avere livelli adeguati di vitamina D, cosa difficile nei luoghi nuvolosi dove le persone sono meno esposte al sole”. La vitamina D, infatti, si può ottenere in modo naturale attraverso la dieta e l’esposizione ai raggi solari. Ma è disponibile anche sotto forma di integratori, di cui non bisogna eccedere, perché un eccesso può provocare tossicità.

 
     

Livelli più alti di vitamina D nel sangue si associano a migliori prestazioni cardiorespiratorie

 
T

 

I livelli di vitamina D nel sangue sono collegati al fitness cardiorespiratorio, secondo uno studio pubblicato sull'European Journal of Preventive Cardiology. «Il nostro studio mostra che livelli più elevati di vitamina D sono associati a una migliore capacità di esercizio dal punto di vista cardiorespiratorio. Questo si aggiunge a quanto già conosciamo dalla ricerca precedente sugli effetti positivi della vitamina D su cuore e ossa» dice Amr Marawan, della Virginia Commonwealth University, Virginia, USA, che ha diretto il lavoro. I ricercatori hanno esaminato 1.995 persone, un campione rappresentativo della popolazione statunitense di età compresa tra 20 e 49 anni, utilizzando i dati del National Health and Nutrition Survey (NHANES) per raccogliere informazioni su valori di vitamina D e consumo massimo di ossigeno durante l'esercizio (VO2max), un'ottima misura del fitness cardiorespiratorio. Il 13% dei partecipanti soffriva di ipertensione e il 4% era diabetico. Ai fini dell'analisi i partecipanti sono stati divisi in quartili in base ai livelli di vitamina D. Ebbene, dalla valutazione è risultato che le persone che rientravano nel quartile più alto per i valori di vitamina D avevano una capacità cardiorespiratoria superiore di 4,3 volte rispetto a quelli del quartile inferiore.

Il legame è rimasto significativo, con una forza di 2,9 volte, dopo aggiustamento per fattori che potevano influenzare l'associazione come età, sesso, razza, indice di massa corporea, fumo, ipertensione e diabete. Ogni aumento di 10 nmol/L di vitamina D è stato associato a un aumento statisticamente significativo di 0,78 mL/kg/min nel VO2max. Poiché si trattava di uno studio osservazionale non è possibile concludere che la vitamina D migliori la capacità di esercizio, ma gli autori sottolineano che l'associazione era forte, incrementale e coerente tra i gruppi. Non bisogna comunque dimenticare che assumere troppi integratori di vitamina D può portare ad un eccesso di calcio nel sangue, con conseguenti nausea, vomito e debolezza. «Conosciamo i livelli ottimali di vitamina D per le ossa sane, ma sono necessari studi per determinare di quanta vitamina abbia bisogno il cuore per funzionare al meglio. Dal punto di vista della salute pubblica, la ricerca dovrà esaminare se l'integrazione dei prodotti alimentari con la vitamina D possa portare ulteriori benefici oltre alla salute delle ossa» concludono gli esperti.

 

Eur J Prev Cardiol. 2018. doi: 10.1177/2047487318807279
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30373395

 

Ossa più forti a 20 anni se a 5 si inizia a fare sport

L’infanzia è il periodo della vita in cui lo scheletro sopporta meglio i carichi e risponde agli stress meccanici. Cominciare a fare sport a 5 anni consente di avere ossa più robuste nell’età adulta. È quanto emerge da uno studio australiano

22 OTT - (Reuters Health) – I ragazzi che hanno praticato sport da piccoli hanno ossa più forti rispetto ai coetanei che durante l’infanzia sono stati meno attivi. L’evidenza emerge da uno studio australiano pubblicato dal Journal of Bone and Mineral Research.

“Il nostro studio fornisce un forte razionale per l’incoraggiamento precoce e persistente dello sport tra bambini e adolescenti. Questo per la prevenzione dell’osteoporosi e delle fratture legate all’età”, ha affermato l’autrice principale Joanne McVeigh.

“Le ossa rispondono ai carichi posti su di esse – spiega Johanno McVeigh, della School of Occupational Therapy, Speech Therapy and Social Work alla Curtin University di Perth, autrice principale dello studio – Esistono prove convincenti che lo scheletro in crescita abbia una migliore capacità di rispondere agli stress meccanici, ovvero ai carichi, di quanto non faccia lo scheletro adulto. Pertanto, fare sport in questi periodi critici di sviluppo consente di avere una maggiore massa ossea nella vita”.

Lo studio

 

McVeigh e colleghi hanno studiato 984 bambini nati negli ospedali di Perth tra il maggio 1989 e il novembre 1991. Le informazioni sull’attività sportiva, a partire dai 5 anni, sono state fornite dai genitori. La densità ossea è stata misurata con assorbimetria a raggi X a doppia energia su tutto il corpo (scansione Dexa o Dxa) quando i partecipanti avevano 20 anni. I ricercatori hanno anche effettuato numerose altre misurazioni, tra cui altezza, peso e livelli di vitamina D nel sangue, e hanno chiesto ai ventenni informazioni sullo stile di vita, compreso il consumo di alcolici e il fumo.

I risultati
Dopo la correzione per questi e altri fattori, i ricercatori hanno rilevato che l’attività sportiva ha giocato un ruolo significativo nella densità ossea a 20 anni sia per le donne che per gli uomini.

Per questi ultimi, la densità ossea di tutto il corpo era maggiore tra coloro che avevano praticato sport in modo consistente sin da piccoli, mentre la densità ossea delle gambe era maggiore anche quando i ragazzi avevano iniziato a fare sport solo negli anni dell’adolescenza. Per le donne, solo chi ha praticato regolarmente sport fin dall’infanzia ha ottenuto una densità ossea migliore a 20 anni.

Fonte: J Bone Min Res 2018

Linda Carroll

Ictus: proteggersi con mezz’ora di camminata al giorno

 
 

Camminare almeno quattro ore a settimana o nuotare per 2-3 ore sempre a settimana può aiutare a proteggersi dal rischio di ictus grave. A suggerirlo è una ricerca apparsa su Neurology, la rivista medica dell’American Academy of Neurology.

Per lo studio, i ricercatori dell’Università di Göteborg in Svezia, hanno identificato 925 persone con un’età media di 73 anni che hanno avuto un ictus. L’80% di loro aveva avuto un ictus lieve. Per determinare l’attività fisica precedente alla malattia sono state utilizzate domande sulla durata e sull’intensità dell’esercizio fisico svolto.

Delle 481 persone fisicamente inattive, il 73% aveva avuto un ictus lieve e il restante in forma grave, con forte compromissione della possibilità di movimento e utilizzo del linguaggio. Tra le persone precedentemente impegnate in attività fisica leggera (come camminare almeno quattro ore a settimana), l’85% aveva avuto un ictus lieve, percentuale che saliva all’89% tra quelle che praticavano attività fisica moderata (come nuoto o corsa 2 o 3 ore a settimana).

“L’inattività fisica deve essere monitorata, non solo come fattore di rischio per l’ictus, ma anche come possibile fattore di rischio per un ictus grave”, conclude l’autrice dello studio Katharina S. Sunnerhagen.

Aumentare l'attività fisica diminuisce il rischio di Parkinson negli uomini

 
 

 

L'aumento dell'attività fisica è associato a un rischio ridotto di sviluppare la malattia di Parkinson, secondo una metanalisi pubblicata su JAMA Network Open. «L'associazione tra attività fisica e rischio di malattia di Parkinson viene sempre più riconosciuta. Tuttavia, per quanto noto, non era mai stata eseguita una valutazione completa dell'associazione quantitativa dose-risposta tra attività fisica e rischio di malattia di Parkinson» dice Xuexian Fang, della Zhejiang University School of Medicine di Hangzhou, Cina, primo nome dello studio. I ricercatori hanno esaminato otto studi per un totale di oltre 500.000 pazienti, inclusi 2.200 con malattia di Parkinson, che esaminavano l'effetto dell'attività fisica sull'incidenza del morbo di Parkinson. Durante un follow-up medio di 12 anni, i partecipanti che rientravano nella più alta categoria di attività fisica al basale avevano un rischio inferiore di sviluppare la malattia rispetto a quelli della categoria più bassa (rischio relativo: 0,79). L'associazione era significativa solo per attività da moderata a intensa e per gli uomini, anche se solo metà degli studi includeva donne. 

In particolare, l'analisi ha mostrato che un aumento totale di 10 equivalenti metabolici di ore di esercizio per settimana o un'attività da moderata a vigorosa diminuiva il rischio degli uomini di una percentuale rispettivamente del 10% e del 17%. «L'attività fisica può essere un importante fattore protettivo per prevenire lo sviluppo del morbo di Parkinson tra gli uomini a rischio e pertanto devono essere eseguiti ampi studi prospettici per esaminare questa associazione e per comprendere i fattori che sono alla base della differenza di sesso osservata» dicono gli autori. «Sembra chiaro che la protezione contro la malattia di Parkinson possa essere aggiunta alla lista dei probabili benefici dell'attività fisica. È prematuro escludere la possibilità di un'associazione inversa e di un possibile effetto protettivo dell'attività fisica moderata o vigorosa nelle donne e per questo dovrebbero essere ricercate ulteriori opportunità di condurre indagini prospettiche che includano donne» scrive in un editoriale correlato Lorene Nelson, della Stanford University School of Medicine in California. 

JAMA Network Open. 2018. doi: 10.1001/jamanetworkopen.2018.2421 https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2703134

JAMA Network Open. 2018. doi: 10.1001/jamanetworkopen.2018.2633 https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2703129 

Cervello. Per ricaricarlo basta un po’ di cyclette

Nel corso della giornata, una moderata attività fisica, come pedalare su una cyclette, permette la cervello di ricaricarsi dalle fatiche del lavoro. A patto che questa attività sia condotta “sospendendo” le attività cognitive. È quanto emerge da uno studio giapponese

18 SET - (Reuters Health) – “Ricaricare” il cervello sul posto di lavoro, quando si è esausti? Secondo uno studio giapponese, è sufficiente un piccolo esercizio che non richiede molta concentrazione, come, per esempio, pedalare senza fatica su una cyclette.
 
Lo studio. 
Keita Kamijo e Tyuji Abe, della Waseda University di Tokyo , hanno arruolato 28 uomini e hanno proposto loro di svolgere alcuni compiti che sfruttano la memoria lavorativa, quella che ci permette di ricordare e aggiornare le informazioni sui diversi progetti cui stiamo lavorando. Le persone coinvolte hanno usato la loro memoria lavorativa prima, subito dopo e 30 minuti dopo tre momenti di test eseguiti in tre giorni diversi.
I periodi di test sono stati assegnati in modo casuale e hanno avuto una durata di 25 minuti l’uno. In uno, gli uomini si esercitavano semplicemente su una cyclette. Nel secondo, hanno dovuto svolgere un compito cognitivo stando seduti su una bicicletta, ma senza pedalare. Nel terzo, infine, hanno unito le cose svolgendo un compito cognitivo mentre pedalavano.

I risultati
. Alcuni studi hanno dimostrato che l’attività aerobica ha effetti benefici e rapidi sulla capacità delle persone di pianificare, di mantenere l’attenzione, di ricordare e destreggiarsi tra diverse attività.I ricercatori si aspettavano dunque di vedere miglioramenti su precisione e tempi di reazione quando è stato chiesto ai partecipanti di usare la memoria di lavoro dopo l’attiva motoria alla cyclette. Gli effetti positivi dell’esercizio in cui era richiesto solo di pedalare si sono visti 30 minuti dopo, mentre quello misto, fisico e cognitivo, ha fatto registrare un affaticamento cognitivo.


I commenti. 
“Sappiamo da tempo che l’esercizio fisico migliora la memoria di lavoro – dice John Ratey, clinico associato di psichiatria alla Harvard Medical School di Boston – L’aspetto nuovo di questo lavoro è l’aver evodenziato che troppo esercizio può stancare il cervello per un po’”. Per migliorare la memoria e l’attenzione a breve termine al lavoro o a scuola è meglio limitarsi all’esercizio fisico senza aggiungere sforzi cognitivi.. Tai chi, yoga o intervalli ad alta intensità che fanno salire la frequenza cardiaca sono esempi di esercizi cognitivi impegnativi che possono sopraffare il cervello in un primo momento”.Per la cognizione a lungo termine, invece, queste pratiche sono salutari. “È possibile che sia necessaria una maggiore quantità di carico sul cervello per i miglioramenti cronici delle funzioni cognitive”, ipotizza Kamijo.

Fonte: Med Sci Sports Exerc 2018

Cheryl Platzman Weinstock

(Versione italiana Quotidiano Sanità Popular Science)

18 settembre 2018

La nutrizione pre-gara nell'atleta di endurance

 
 
 

La nutrizione pre-gara nell'atleta di endurance assume un ruolo centrale nel fornire un adeguato apporto di energia e un ottimo stato di idratazione. 
Uno degli errori più comuni negli sportivi, per evitare possibili disturbi gastrointestinali, risulta essere il digiuno. Dal punto di fisiologico e alimentare questa strategia si dimostra controproducente non apportando alcun beneficio; le riserve di glicogeno muscolare vengono rapidamente esaurite con possibile comparsa di severe ipoglicemie e una riduzione della performance sportiva. 

Prima di una gara dunque, si consiglia di effettuare il "carico di carboidrati", ovvero assumere 8-10 g / Kg peso corporeo di carboidrati ad alto indice glicemico nelle 36-48 ore precedenti la competizione per massimizzare le riserve di glicogeno muscolare e incrementare la prestazione. Da 1 a 4 ore antecedenti l'attività, si consiglia invece un apporto di carboidrati pari a 1-4 g / kg peso corporeo. Cereali o pseudo-cereali (come pasta / riso / farro / orzo ecc..) conditi con sughi semplici o fette biscottate o pane, gallette di mais / riso o cereali da colazione possono rappresentare un buon apporto glucidico. 
Associare ai carboidrati anche un minimo apporto proteico pari a 0,15-0,25 g / kg peso corporeo aiuterebbe a promuovere la sintesi proteica e favorire un adattamento migliore alla gara riducendo la perdita di massa muscolare. 
Dal punto di vista dei supplementi nutrizionali, per quanto riguarda la fase antecedente la gara, si consiglia di assumere 3-6 mg / kg peso corporeo di caffeina; ciò comporta effetti ergogenici positivi nell'atleta aumentando le risposte ormonali di testosterone e cortisolo, e agendo direttamente sul sistema nervoso centrale e sui muscoli scheletrici. 
Diversi studi affermano come il succo di barbabietola contenente nitrato altamente assorbibile a livello intestinale e salivare, serva a ridurre il consumo di ossigeno durante l'esercizio. Come protocollo di integrazione si suggerisce di assumere 500 ml di succo di barbabietola circa 3 ore prima dell'esercizio con un picco plasmatico 60' dopo l'assunzione e ad esempio 300 g di spinaci / die (buona fonte alimentare di nitrato) per 3-4 giorni antecedenti la competizione. 

Concludendo la fase nutrizionale di pre-gara, si raccomanda di assumere 400-600 ml di acqua 20' prima della competizione in modo tale da garantire un corretto assorbimento di fluidi e prevenire l'ipoidratazione.

Fonti:

Wu BH. "Dose effects of caffeine ingestion on acute hormonal responses to resistance exercise" J Sports Med Phys Fitness. 2015 Oct;55(10):1242-51. Epub 2014 May 27
Burke LM, Hawley JA, Wong SH, et al. "Carbohydrates for training and competition." J Sports Sci. 2011;29(S1):S17-S27

Nicola Maria Moschetti

La nutrizione pre-gara nell'atleta di endurance

 
 
 

La nutrizione pre-gara nell'atleta di endurance assume un ruolo centrale nel fornire un adeguato apporto di energia e un ottimo stato di idratazione. 
Uno degli errori più comuni negli sportivi, per evitare possibili disturbi gastrointestinali, risulta essere il digiuno. Dal punto di fisiologico e alimentare questa strategia si dimostra controproducente non apportando alcun beneficio; le riserve di glicogeno muscolare vengono rapidamente esaurite con possibile comparsa di severe ipoglicemie e una riduzione della performance sportiva. 

Prima di una gara dunque, si consiglia di effettuare il "carico di carboidrati", ovvero assumere 8-10 g / Kg peso corporeo di carboidrati ad alto indice glicemico nelle 36-48 ore precedenti la competizione per massimizzare le riserve di glicogeno muscolare e incrementare la prestazione. Da 1 a 4 ore antecedenti l'attività, si consiglia invece un apporto di carboidrati pari a 1-4 g / kg peso corporeo. Cereali o pseudo-cereali (come pasta / riso / farro / orzo ecc..) conditi con sughi semplici o fette biscottate o pane, gallette di mais / riso o cereali da colazione possono rappresentare un buon apporto glucidico. 
Associare ai carboidrati anche un minimo apporto proteico pari a 0,15-0,25 g / kg peso corporeo aiuterebbe a promuovere la sintesi proteica e favorire un adattamento migliore alla gara riducendo la perdita di massa muscolare. 
Dal punto di vista dei supplementi nutrizionali, per quanto riguarda la fase antecedente la gara, si consiglia di assumere 3-6 mg / kg peso corporeo di caffeina; ciò comporta effetti ergogenici positivi nell'atleta aumentando le risposte ormonali di testosterone e cortisolo, e agendo direttamente sul sistema nervoso centrale e sui muscoli scheletrici. 
Diversi studi affermano come il succo di barbabietola contenente nitrato altamente assorbibile a livello intestinale e salivare, serva a ridurre il consumo di ossigeno durante l'esercizio. Come protocollo di integrazione si suggerisce di assumere 500 ml di succo di barbabietola circa 3 ore prima dell'esercizio con un picco plasmatico 60' dopo l'assunzione e ad esempio 300 g di spinaci / die (buona fonte alimentare di nitrato) per 3-4 giorni antecedenti la competizione. 

Concludendo la fase nutrizionale di pre-gara, si raccomanda di assumere 400-600 ml di acqua 20' prima della competizione in modo tale da garantire un corretto assorbimento di fluidi e prevenire l'ipoidratazione.

Fonti:

Wu BH. "Dose effects of caffeine ingestion on acute hormonal responses to resistance exercise" J Sports Med Phys Fitness. 2015 Oct;55(10):1242-51. Epub 2014 May 27
Burke LM, Hawley JA, Wong SH, et al. "Carbohydrates for training and competition." J Sports Sci. 2011;29(S1):S17-S27

Nicola Maria Moschetti

 

Prevenire un infarto. Correre o andare in bicicletta fa sempre bene, anche con lo smog

Anche in condizioni ambientali non salubri, caratterizzate da un elevato inquinamento, l’attività fisica svolge un ruolo protettivo nei confronti del cuore. È questa l’evidenza che emerge da uno studio danese al quale hanno partecipato oltre 50 mila persone tra i 50 e i 65 anni

19 LUG - (Reuters Health) – Anche quando i gas di scarico permeano l’aria, è sempre meglio uscire e fare esercizio fisico invece di trascorrere tutta la giornata seduti in casa o in ufficio. Il cuore ringrazia. È quanto suggerisce un recente studio pubblicato dal Journal of the American Heart Association.
 
Lo studio. Nadine Kubesch e colleghi, dell’università di Copenaghen,  hanno esaminato dati sull’esposizione all’inquinamento atmosferico, le abitudini di esercizio e le ospedalizzazioni o gli incidenti mortali correlati a infarti relativi 51.868 adulti danesi tra i 50 e i 65 anni. Durante un periodo medio di follow up di quasi 18 anni, 3.260 partecipanti (il 6%) ha avuto un infarto. Chi viveva in aree con alti livelli di inquinamento atmosferico ha avuto il 17% di probabilità in più di avere un attacco cardiaco rispetto a chi risiedeva in zone meno inquinate. E le persone che all’inizio del lavoro avevano già una storia di infarto, hanno fatto registrare il 39% di probabilità in più di avere un attacco di cuore durante il follow up, quando vivevano in zone molto inquinate. L’attività fisica, tuttavia, è stata d’aiuto anche nelle aree più inquinate. Chi ha praticato regolarmente sport in questi luoghi, infatti, aveva il 21% di probabilità in meno di avere un infarto rispetto a chi era inattivo.


Le conclusioni. “Il nostro studio dimostra che l’attività fisica, anche quella in aree inquinate, può ridurre il rischio di attacco cardiaco – osserva Kubesch – La nostra ricerca supporta l’evidenza esistente che anche livelli moderati di attività fisica regolare sono sufficienti per ottenere questi benefici”.
 
I ricercatori hanno preso in esame, oltre allo sport, l’andare in bicicletta, il giardinaggio e le passeggiate e hanno scoperto che tutte queste attività, tranne l’ultima, sono associate con un minor rischio di infarto. Tra le persone con una storia pregresso di attacchi cardiaci, andare in bicicletta, giardinaggio e camminate sono state associate con una riduzione del rischio di ripetizione dell’evento cardiovascolare.
 
Chi faceva da mezz’ora a quattro ore di attività fisica la settimana aveva un rischio inferiore del 23% di avere un primo infarto rispetto a chi si muoveva per meno di mezz’ora. Chi dedicava all’esercizio fisico oltre quattro ore riduceva il rischio del 28%. Quando i ricercatori hanno considerato solo l’attività all’aria aperta, l’allenamento da mezz’ora a quattro ore a settimana è stato associato a un 19% in meno di avere il primo attacco cardiaco. La percentuale saliva a 24% per chi dedicava all’esercizio fisico oltre quattro ore. E l’esercizio all’aperto ha aiutato anche nella prevenzione degli attacchi ripetuti: chi si muoveva tra mezz’ora e le quattro ore la settimana aveva un 45% di probabilità in meno, mentre chi superava le quattro ore dimezzava il rischio.

Limiti dello studio. Lo studio non era controllato né progettato per dimostrare se e come l’esposizione all’inquinamento o l’attività fisica possano avere un impatto diretto sul rischio di infarto. Un altro limite è rappresentato dal fatto che ai ricercatori mancavano i dati relativi a eventuali cambiamenti nelle abitudini di esercizio dei partecipanti e del livello di inquinamento atmosferico nel tempo. Inoltre, la regione interessata dallo studio non ha incluso zone con livelli molto alti di inquinamento , quindi i risultati non possono essere generalizzati a queste condizioni.

Fonte: J Am Heart Assoc 2018

 

 

La leptina è un ormone associato al senso di sazietà, al processo di ossidazione dei lipidi, al dispendio energetico ed all’omeostasi energetica. Ad oggi, la branca di ricerca che esamina l'effetto dell'allenamento cronico sulla leptina ha dato risultati inconsistenti. Lo scopo di questa meta-analisi era di fornire una stima quantitativa dell'entità del cambiamento nei livelli di leptina in seguito alla partecipazione a interventi di esercizio della durata maggiore o uguale a 2 settimane. Tutti gli studi inclusi erano pubblicati su riviste indicizzate e in inglese. Per essere inclusi, gli studi dovevano essere condotti su umani e randomizzati, con un gruppo di soggetti in allenamento o un gruppo senza esercizio fisico da confrontare ad un intervento di allenamento. I livelli di leptina sono stati misurati al basale, durante e / o dopo il completamento del programma di allenamento. Sono stati utilizzati modelli a effetti casuali per unire la misura dell'effetto medio (ES) e intervalli di confidenza al 95% (CI), e identificare i potenziali moderatori. Settantadue studi randomizzati controllati hanno soddisfatto i criteri di inclusione e hanno prodotto 107 effetti (n = 3826). L'effetto medio di 0,24 (IC 95% 0,16-0,32, p <0,0001) indicava una diminuzione della leptina a seguito di un programma di allenamento. Una riduzione in percentuale di grasso (β = - 0,07, p <0,01) è stata associata ad una diminuzione della leptina dopo aver considerato il tipo di gruppo di controllo (β = - 0,38, p <0,0001) utilizzato in ogni studio. Questi risultati suggeriscono che l'impegnarsi in un allenamento di esercizio cronico (≥ 2 settimane) è associato a una diminuzione dei livelli di leptina per gli individui indipendentemente dall'età e dal sesso. Tuttavia, una maggiore diminuzione della leptina si è verificata con una diminuzione della percentuale di grasso corporeo.

Fonte: Fedewa MV, Hathaway ED, Ward-Ritacco CL, Williams TD, Dobbs WC.” The Effect of Chronic Exercise Training on Leptin: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials.” Sports Med. 2018 48(6):1437-1450

The Effect of Chronic Exercise Training on Leptin: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials

 

GERIATRIA | REDAZIONE DOTTNET | 30/05/2018 

La pratica deve essere costante per almeno 6 mesi

Almeno 8,6 ore di esercizio fisico - dallo yoga alla camminata - al mese praticato con costanza per almeno sei mesi di seguito potrebbero cambiare il corso dell'invecchiamento cerebrale e proteggere le abilità mentali di un anziano sano o con declino cognitivo già in atto.  Lo rileva un maxi-studio condotto presso il Berenson-Allen Center for Noninvasive Brain Stimulation del prestigioso Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) di Boston e pubblicato sulla rivista Neurology: Clinical Practice. La finalità dello studio era proprio fornire delle raccomandazioni pratiche alle persone per lo svolgimento di attività fisica in modo da beneficiarne sul fronte delle abilità mentali; tanti studi hanno infatti evidenziato una correlazione tra pratica di esercizio fisico e funzioni cognitive, ma nessuno finora aveva indicato come sfruttare al meglio lo sport a beneficio della mente, dando indicazioni pratiche sul 'dosaggio' efficace della pratica fisica.

   In questo lavoro sono stati rianalizzati dati relativi a oltre 11 mila individui di età media 73 anni, in parte sani, in parte con declino cognitivo lieve, in parte con una demenza già diagnosticata. È emersa una forte correlazione tra una pratica complessiva di 52 ore di attività fisica nell'arco di sei mesi e miglioramento della velocità del cervello (riduzione del tempo con cui si riesce a portare a compimento un compito). Questo è vero sia per le persone sane sia per quelle con declino cognitivo. Per i soggetti sani la pratica di sport si correla anche con miglioramento delle funzioni esecutive (ad esempio prendere decisioni, risolvere problemi) e dell'attenzione.  Non è risultata importante la quota settimanale di esercizio ma è importante la continuità nel corso dei mesi. Inoltre non fa differenza tra diversi tipi di esercizio, dalla corsa alla camminata allo yoga e al tai chi, fanno bene tutti alle funzioni mentali

 

 

fonte: Neurology: Clinical Practice

Meno di 9 ore di sport al mese migliorano le funzioni mentali

 

Owen Cronin , a, Wiley Barton , a, b, Peter Skuse , Nicholas C. Penney , d, Isabel Garcia-Perez , dEileen F. Murphy , Trevor Woods , Helena Nugent , Aine Fanning , una Silvia Melgar , una Eanna C. Falvey , b, hElaine Holmes , Paul D. Cotter , a, Orla O'Sullivan a, Michael G. Molloy , a, b e Fergus Shanahan a, b
Jack A. Gilbert, direttore
Jack A. Gilbert, Università di Chicago;
 

ASTRATTO

Molte componenti della vita moderna esercitano un'influenza sul microbiota intestinale residente degli esseri umani con un conseguente impatto sulla salute dell'ospite. Ad esempio, i cambiamenti associati all'attività fisica nella diversità, composizione e profili funzionali delle popolazioni microbiche nell'intestino sono stati descritti negli studi trasversali degli atleti abituali. Tuttavia, questa relazione è anche influenzata dai cambiamenti nella dieta, come i cambiamenti nel consumo di proteine ​​e integratori alimentari, che coincidono con l'esercizio. Per determinare se l'aumento dell'attività fisica e / o l'aumento dell'apporto proteico modula la composizione e la funzione microbica dell'intestino, sfidiamo prospetticamente adulti sani ma sedentari con un regime di esercizio a breve termine, con e senza consumo simultaneo di proteine ​​del siero del latte quotidiano. Le valutazioni basate sulla metagenomica e sulla metabolomica hanno dimostrato modesti cambiamenti nella composizione e nella funzione microbica intestinale in seguito all'aumento dell'attività fisica. Cambiamenti significativi nella diversità del viroma dell'intestino erano evidenti nei partecipanti che ricevevano integratori giornalieri di siero di latte. I risultati indicano che una migliore composizione corporea con l'esercizio fisico non dipende da importanti cambiamenti nella diversità delle popolazioni microbiche nell'intestino. Le diverse caratteristiche microbiche precedentemente osservate negli atleti abituali a lungo termine possono essere una risposta successiva al miglioramento dell'esercizio e del fitness. 

IMPORTANZA Il microbiota intestinale degli esseri umani è un componente critico dello sviluppo funzionale e della successiva salute. È importante comprendere lo stile di vita e i fattori dietetici che influenzano il microbioma intestinale e quale impatto possono avere questi fattori. Gli studi sugli animali suggeriscono che l'esercizio fisico può influenzare direttamente il microbiota intestinale, e gli atleti d'élite dimostrano caratteristiche benefiche e diverse del microbioma intestinale. Queste caratteristiche sono associate ai livelli di consumo di proteine ​​e ai livelli di attività fisica. I risultati di questo studio mostrano che l'aumento dei livelli di fitness degli esseri umani fisicamente inattivi porta a modesti ma rilevabili cambiamenti nelle caratteristiche del microbiota intestinale. 

Analisi prospettica metagenomica e metabolomica dell'impatto dell'esercizio fisico e / o della supplementazione proteica del siero sul microbioma intestinale degli adulti sedentari

 

 

Il recupero nell'atleta costituisce parte fondamentale di un corretto programma di allenamento e nutrizione per evitare l'overtraining syndrome (sindrome da sovrallenamento), ricostituire il glicogeno muscolare, reidratare fluidi e minerali, massimizzare la fase anabolica, ridurre lo stress ossidativo e potenziare le difese immunitarie.

Dal punto di vista nutrizionale, dopo un allenamento/gara di endurance si consiglia di assumere 1-1,5 g/kg di peso corporeo di carboidrati ad alto indice glicemico durante i primi 30' e successivamente ogni 2 ore per 4-6 ore. Introdurre cereali o pseudo-cereali (come pasta/riso/farro/orzo ecc..) conditi con sughi semplici o alle verdure, o ancora fette biscottate o pane, gallette di mais o di riso oppure cereali da colazione. I carboidrati post esercizio diventano fondamentali per riuscire ad aumentare i depositi di glicogeno muscolare soprattutto quando vi sono meno di 8 ore tra una sessione di allenamento o gara. 
Integrare ai carboidrati anche elettroliti, riduce i livelli di cortisolo ematici, previene i processi catabolici e ripristina il bilancio idro-elettrolitico di sodio e potassio. Assumere circa 10-25 mmol/L di Na e 3-5 mmol/L di K può reidratare l'atleta in seguito a deficit di fluidi durante la competizione. Un'ottima soluzione post gara possono essere le centrifughe o gli estratti di frutta (limitata quantità di fibra per ridurre l'impegno digestivo) e acqua minerale o altamente mineralizzata.

Importante ricordare che l'apporto dipende dall'intensità e durata dell'attività oltre che dal soggetto stesso; infatti possono esistere situazioni in cui le quantità non siano sufficienti a sostituire le perdite durante e dopo l'esercizio come ad esempio gare di ultraendurance, individui con elevate percentuali di sudorazione o elevata concentrazione di elettroliti nel sudore o condizioni ambientali particolari (allenamenti estivi).

Concludendo la fase di recupero dal punto di vista nutrizionale, assumere proteine ad alto valore biologico, circa 20-25 g insieme ai carboidrati, è fondamentale per promuovere la sintesi proteica e migliorare l'adattamento all'allenamento di resistenza. Bisognerebbe introdurre assieme alle fette biscottate o alle gallette di mais o di riso, affettati come bresaola, fesa di tacchino, petto di pollo o formaggi magri come la ricotta o ancora yogurt greco con cereali da colazione.

Bibliogarfia:
"Effect of carbohydrate-electrolyte consumption on insulin, cortisol hormones and blood glucose after high-intensity exercise." Arch Physiol Biochem. 2018 Apr 21:1-7. 
"International Society of Sports Nutrition Position Stand: protein and exercise" J. Int Soc Sports Nutr. 2017 Jun 20;14:20.

Nicola Maria Moschetti

 

 

La nutrizione nel recupero post gara

Rischio Alzheimer: la forma fisica fa la differenza

Una buona forma fisica preserva dal rischio di Alzheimer. Secondo un nuovo studio svedese le donne di mezza età che si mantengono in allenamento abbattono il rischio di sviluppare la malattia dal 25 al 90%. L’analisi della Gothenburg University, pubblicata sulla rivista americana Neurology, è particolarmente significativa in quanto emerge da una indagine su vasta scala, che ha seguito 191 donne per tutta la loro vita.

Sottoposte a test di resistenza sulle cyclette dall’età di 50 anni in poi, le volontarie hanno evidenziato l’impatto dell’esercizio fisco sullo sviluppo delle demenze. Le donne che a 50 anni sono a malapena riuscite a finire l’esercizio assegnato, hanno mostrato un 45% di rischi di venire colpite dal morbo.

Per quelle con un buon livello di forma fisica, i rischi erano pari al 25%. Per le signore decisamente più atletiche, i pericoli di Alzheimer con l’età si sono dimostrati solo pari al 5%. Gli stessi autori osservano che provare un legame di causa-effetto tra la forma fisica e la demenza è molto difficile, ma i legami tra i due fattori appaiono sempre più evidenti, e rafforzano l’ipotesi che l’esercizio preservi la salute anche delle cellule cerebrali.

Rischio Alzheimer: la forma fisica fa la differenza

 

 

Con il termine leaky gut syndrome ci riferiamo a una sindrome caratterizzata dall'incremento della permeabilità intestinale, ovvero un aumento degli spazi tra le cellule che compongono il rivestimento intestinale.

In caso di disbiosi la funzione protettiva è ridotta e la mucosa intestinale è soggetta all'azione lesiva di agenti esterni. La conseguenza di ciò è una discontinuità tra gli enterociti con infiammazione cronica e la formazione di fessure (leaks) che danno origine all'intestino permeabile. 
I sintomi più comuni sono dissenteria, meteorismo, nausea, riduzione del livello di energia, ridotto assorbimento di vitamine e minerali.

Diete squilibrate, stress cronico e overtraining sono alcune delle più comuni cause dell'aumentata permeabilità intestinale.
Nell'atleta di endurance i disturbi legati alla leaky gut syndrome sono comuni, poiché lo stress termico dovuto all'elevato sforzo fisico prolungato, danneggia la mucosa intestinale, riduce la capacità di clearance delle endotossine e ne permette il passaggio insieme ad altre sostanze di scarto, nel circolo sanguigno instaurando così uno stato infiammatorio e sviluppando i fastidiosi sintomi gastrointestinali.

Le ultime ricerche scientifiche suggeriscono che una riduzione o esclusione di glutine e lattosio dalla dieta degli atleti, l'utilizzo di probiotici e di carboidrati (sotto forma di glucosio) e proteine idrolizzate durante lo sforzo fisico possano migliorare e ridurre disbiosi e permeabilità intestinale. E' stato evidenziato (1) come il diverso consumo tra acqua, 15 g di glucosio e proteine idrolizzate assunti prima e ogni 20 minuti durante lo sforzo fisico, abbia avuto un diverso effetto a livello della permeabilità intestinale. Gli anticorpi anti endotossine erano alti e cortisolo e interleuchina - 6 più bassi nella bevanda con glucosio rispetto alla sola acqua, mentre i sintomi gastrointestinali erano migliori con l'assunzione di proteine isolate. Di conseguenza durante una gara di endurance è consigliabile assumere sport drink con carboidrati e proteine per migliorare l'assorbimento di queste ultime e per ridurre la permeabilità intestinale. Nelle giornate antecedenti la gara è consigliabile assumere ad esempio latte vaccino senza lattosio e carboidrati sotto forma di cerali o pseudo cereali che all'origine sono privi di glutine come mais, grano saraceno, quinoa, riso o amaranto per non affaticare l'intestino ed evitare infiammazione.

1) "Carbohydrate and protein intake during exertional heat stress ameliorates intestinal epithelial injury and small intestine permeability." Appl Physiol Nutr Metab. 2017 Dec;42(12):1283-1292
2) "The impact of exertional-heat stress on gastrointestinal integrity, gastrointestinal symptoms, systemic endotoxin and cytokine profile." Eur J Appl Physiol. 2018 Feb;118(2):389-400

Nicola Maria Moschett

Leaky gut syndrome comune nell'atleta di endurance

 

Nelle persone con malattia di Alzheimer l’attività aerobica (corsa, passeggiate, nuoto, ecc) migliora non solo le funzioni cardiovascolari, ma anche quelle cognitive e cerebrali. L'evidenza emerge da una review di 19 studi, condotti tra il 2002 e il 2015, pubblicata dal Journal of American Geriatrics Society

28 FEB - (Reuters Health) – Una recente revisione degli studi condotti a riguardo – effettuata da ricercatori della Connecticut University – suggerisce che l’allenamento del cuore e del sistema vascolare può aiutare a rallentare il declino della funzione cognitiva cerebrale nei pazienti affetti da malattia di Alzheimer.

La review
I ricercatori hanno preso in considerazione i dati di 19 studi condotti tra il 2002 e il 2015 che hanno esaminato gli effetti dell’attività fisica sulle capacità cognitive in 1.145 persone a rischio o con diagnosi di malattia di Alzheimer. Quasi il 90% degli studi erano trial controllati randomizzati. La maggior parte dei partecipanti a tali studi era di sesso femminile (71%); l’età media era di 77 anni. Poco più della metà dei soggetti ha partecipato a un programma di esercizi aerobici o a un programma aerobico più un intervento di allenamento di resistenza. Il resto dei partecipanti, invece, ha ricevuto solo le tradizionali cure.

Gli esercizi aerobici comprendevano camminata veloce, jogging, nuoto, ciclismo e altre attività che aumentano la frequenza cardiaca e rafforzano il cuore e i polmoni. In media, i partecipanti si sono allenati 3,5 giorni alla settimana a intensità moderata, ciascuna sessione è stata della durata di 30-60 minuti. Mentre i programmi testati in alcuni degli studi erano brevi, ad esempio 8 settimane, altri duravano più di 6 mesi.


Le evidenze
I risultati, pubblicati dai ricercatori il 24 gennaio sul Journal of American Geriatrics Society, hanno chiaramente evidenziato che l’esercizio – in particolare, l’esercizio cardiovascolare – ha avuto un forte impatto favorevole. “Abbiamo riscontrato un aumento statisticamente significativo della funzione cognitiva che ha favorito soprattutto i gruppi che sono stati sottoposti a interventi di esercizio fisico rispetto ai gruppi di controllo che hanno seguito alcuna attività fisica – dice l’autore principale dello studio, Gregory Panza – Ad esempio, tra le persone con analoghi punteggi dei test cognitivi all’inizio dello studio, i soggetti del gruppo sottoposto ad esercizi hanno ottenuto punteggi più alti nei test di funzionalità cognitiva rispetto al 69% dei pazienti nel gruppo di controllo che non si era sottoposto a sessioni di allenamento. La funzione cognitiva è stata più comunemente valutata utilizzando il Mini-Mental State Exam (Mmse), ma sono stati utilizzati anche altri strumenti validati. Gli strumenti valutano aspetti come la risoluzione dei problemi e la velocità di elaborazione, l’abilità motoria, le capacità multi-tasking e il ricordo degli eventi, così come il riconoscimento degli oggetti e la capacità di pianificare, che sono essenziali per misurare la lucidità mentale.

Il miglioramento della funzione cerebrale
L’effetto positivo dell’esercizio non è stata l’unica evidenza rilevata dai ricercatori.“È vero, abbiamo scoperto che la funzione cerebrale è migliorata”, sottolinea la coautrice della ricerca, Linda Pescatello,- Nel gruppo che non ha effettuato il programma di esercizio fisico, c’è stato effettivamente un deterioramento. Questo deterioramento era imprevisto e mette ancora di più in risalto l’importanza delle nostre scoperte”.

“L’esercizio fisico può cambiare la chimica del cervello. Può cambiare i neurotrasmettitori associati a depressione, ansia e stress e le sostanze chimiche del cervello associate all’apprendimento – dice Carol Ewing Garber, direttore del laboratorio di fisiologia applicata presso la Columbia University, Teachers College, di New York – Questi cambiamenti possono portare a un miglioramento dell’umore, a una maggiore resistenza allo stress e a potenziare le funzioni del cervello come la velocità di elaborazione, l’attenzione, la memoria a breve termine e la flessibilità cognitiva. Ad oggi, le evidenze supportano l’esercizio aerobico come modalità preferita per la malattia di Alzheimer, anche se saranno necessari ulteriori studi per confermare queste evidenze”.

Fonte: J Am Geriatr Society

Mary Gillis

(Versione italiana Qutidiano Sanità/Popular Science)

Alzheimer. Lo sport all’aria aperta migliora le funzioni cerebro-vascolari

 

(

Reuters Health) – La partitella a pallone con gli amici farà anche infastidire le mogli, ma fa bene al cuore dei mariti. A evidenziarlo è una review, pubblicata dal British Journal of Sports Medicine, secondo la quale, rispetto a chi è inattivo, chi gioca a calcio in modo amatoriale presenta una riduzione dei valori di colesterolo, della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca a riposo, nonché una minore massa grassa. La ricerca, coordinata da Peter Krustrup, dell’University of Southern Denmark di Odense, ha anche evidenziato che, rispetto ad altre attività come la corsa o la Zumba, il calcio darebbe anche benefici a livello sociale e motivazionale.

La review
Per la ricerca, Krustrup e colleghi hanno esaminato 31 studi scientifici pubblicati sugli effetti del calcio su pressione sanguigna, frequenza cardiaca a riposo, composizione del grasso corporeo salute metabolica e capacità di saltare. Negli studi, l’attività svolta mentre si faceva calcio era paragonata a nessun o ad altre forme di esercizio fisico. Dai risultati è emerso che, rispetto a chi è inattivo, chi gioca a calcio mostra i primi benefici a livello di pressione sanguigna. In particolare, la pressione sistolica si riduce, in media, di 4,2 mmHg, e quella diastolica di 3,89 mmHg. E il beneficio del giocare a calcio è ancora più evidente tra le chi ha una pressione arteriosa leggermente elevata o una leggera ipertensione. Tra queste persone, infatti, la riduzione della pressione sistolica e diastolica si attesta , rispettivamente, a 10 e 7 mmHg. I giocatori di calcio, inoltre, mostrano una frequenza cardiaca a riposo di circa sei battiti al minuto più lenta rispetto agli individui inattivi. Mentre per quel che riguarda il confronto con altre attività, solo piccoli studi inclusi nella review hanno analizzato le differenze. In particolare, rispetto alla corsa o alla danza Zumba, il calcio avrebbe mantenuto i sui vantaggi a livello di pressione sanguigna, grasso corporeo, frequenza cardiaca e colesterolo LDL.

Fonte: British Journal of Sports Medicine
Lisa Rapaport

Il calcio fa bene. Soprattutto a chi lo “gioca

 

 

Uno studio condotto dallo University of New England College of Osteopathic Medicine, pubblicato sul Journal of the American Osteopathic Association, ha evidenziato che è meglio fare attività fisica in gruppo piuttosto che da soli: si riducono i livelli di stress e migliora significativamente la qualità di vita.

Lo studio
I ricercatori hanno preso in esame 69 studenti di medicina, permettendo loro di selezionare un programma di esercizi della durata di dodici settimane, sia da svolgersi all’interno di un gruppo che individualmente. Un ulteriore gruppo di controllo si è astenuto invece dall’attività fisica, eccetto per le passeggiate o l’utilizzo della bicicletta come mezzo di trasporto.

Ogni quattro settimane, i partecipanti hanno completato un sondaggio che chiedeva loro di valutare i livelli di stress percepito e la qualità della vita in tre categorie: mentale, fisica ed emotiva. Ebbene, si è visto per coloro che avevano praticato l’attività fisica in gruppo, almeno 30 minuti una volta a settimana, alla fine delle dodici settimane dell’esperimento i punteggi mensili medi hanno mostrato significativi miglioramenti in tutte e tre le misure di qualità della vita: mentale (12,6%), fisica (24,8%) ed emotiva (26%). I partecipanti hanno anche riportato una riduzione del 26,2% dei livelli di stress percepiti.

Per coloro che,  invece, avevano svolto attività fisica individualmente o con non più di due partner non sono stati rilevati cambiamenti significativi in nessuna delle misure prese in esame, tranne che nella qualità mentale della vita (con un incremento dell’11%). Allo stesso modo, nel gruppo di controllo non vi sono stati cambiamenti significativi.

Attività fisica: quando praticata in gruppo fa bene e riduce anche lo stress

 

 

Il recupero post-esercizio, la qualità del sonno e la riduzione del dolore muscolare sono fattori di estrema importanza, spesso determinanti nel rendimento sportivo. Tra i cosiddetti "cibi funzionali" maggiormente promettenti in questo particolare ambito, emergono le ciliegie amarene, assunte fresche e intere, disidratate, in forma di succo oppure di concentrato. L'utilizzo funzionale delle ciliegie è stato ampiamente studiato negli ultimi anni per le loro proprietà di ridurre i marker infiammatori nelle patologie reumatiche e per il loro potenziale anti-infiammatorio nell'accelerare il recupero post-esercizio.
Le ciliegie sono infatti tra i vegetali con il più alto valore ORAC, indice del loro elevato potere antiossidante e anti-infiammatorio; inoltre, sono una fonte naturale di melatonina.
In ambito sportivo, l'interesse sulle amarene nacque circa una decina di anni fa, quando dei ricercatori dell'università del Vermont condussero uno studio in cui dimostrarono l'efficacia del succo di ciliegia nel ridurre il dolore muscolare post-esercizio e nel velocizzare il processo di recupero funzionale. 
Da allora l'interesse del panorama scientifico nei confronti di questo alimento funzionale di facile reperibilità ed elevata palatabilità è cresciuto esponenzialmente, arrivando a collocare il succo di ciliegie amarene (ciliegie Montmorency per la precisione) al livello di evidenza B della scala di validità scientifica dei supplementi (classificazione internazionale secondo l'Asutralian Institute of Sport).
Il livello di evidenza B afferma che, nonostante siano necessari altri studi per confermarne l'efficacia, il succo di ciliegie amarene ha le potenzialità per massimizzare il recupero muscolare e migliorare la qualità del sonno dell'atleta. Inoltre, a differenza della melatonina di sintesi, ad oggi non sono noti effetti collaterali.
Il protocollo d'assunzione consigliato è il seguente: 30 ml di concentrato (diluiti in 100-200 ml di acqua) oppure 60-90 ciliegie fresche oppure 150-200 ml di succo da consumarsi 2 volte al giorno (a colazione e prima di dormire), a partire da 5-7 giorni prima della competizione, mantenendo la doppia assunzione giornaliera per i successivi 3-5 giorni.
Tuttavia i polifenoli, i composti ritenuti maggiormente responsabili degli effetti benefici del succo di ciliegie, vengono metabolizzati velocemente, con un picco di concentrazione ematica di 1-3 ore dall'assunzione e poi tornando a livelli basali nel giro di 8 ore circa. Quindi, l'assunzione di succo nella settimana che precede la competizione probabilmente non è utile ai fini del recupero muscolare post-esercizio, a meno che l'atleta non risenta particolarmente di disturbi del sonno (sia come tempo di addormentamento che come qualità globale del sonno). In tal caso si consiglia l'assunzione del succo un'ora prima di andare a dormire.
Il succo di ciliegie può trovare applicazione non solo nelle gare in giorni consecutivi, ma anche nei periodi di allenamento intenso o nelle giornate di doppio allenamento giornaliero; quando l'obiettivo primario è il recupero e non la massimizzazione dello stimolo allenante.
Infine, è fondamentale scegliere la varietà di ciliegie corretta (solo le ciliegie Montmorency sono associate all'evidenza scientifica) e preferire il succo oppure il concentrato, rispetto alle ciliegie fresche, al fine di contenere l'apporto di zuccheri e calorie nelle ore prima di andare a letto.

Bibliografia:
Howatson G, Bell PG, Tallent J, Middleton B, McHugh MP, Ellis J. Effect of tart cherry juice (Prunus cerasus) on melatonin levels and enhanced sleep quality. Eur J Nutr. 51(8):909-16, 2012   

Laura Martinelli

Le ciliegie amarene: alimento funzionale per lo sportivo

Gli sport che prevedono esercizi e fasi di resistenza sono in grado di ridurre gli stati di ansia di chi li pratica. Questa evidenza emerge dalla revisione di 16 studi che hanno coinvolto complessivamente oltre 900 persone

25 SET - (Reuters Health) – Una revisione degli studi pubblicata da Sports Medicine suggerisce che le persone che praticano esercizi di resistenza, come il sollevamento pesi, soffrano meno di disturbi d’ansia rispetto a chi non li pratica. Alcuni ricercatori irlandesi hanno analizzato i dati di 16 studi precedentemente pubblicati, per un totale di 922 partecipanti, che sono stati assegnati a caso al gruppo degli esercizi di resistenza o al gruppo che non praticava alcuna attività fisica. Si è dapprima evidenziato che gli allenamenti con esercizi di resistenza erano associati a una riduzione dei sintomi di ansia, anche se l’effetto era maggiormente apprezzabile in coloro che non soffrivano di questi disturbi psicologici.

“Gli effetti positivi dell’esercizio fisico sulla salute mentale sono ben consolidati; tuttavia, la maggior parte delle conoscenze si basa su studi che prendono in considerazione l’esercizio aerobico “, dice Brett Gordon, autore dello studio, istruttore di educazione fisica e ricercatore in tema di sport presso l’Università di Limerick in Irlanda.”L’allenamento regolare con esercizi di resistenza, (resistance exercise training, RET) ha significativamente ridotto l’ansia nei soggetti sani e anche in quelli con una patologia fisica o mentale, e la dimensione dell’effetto di queste riduzioni è paragonabile a quella dei trattamenti di prima line, quali farmaci e psicoterapia”, aggiunge Gordon.

 


“Il RET ha un basso costo con un rischio minimo e può essere uno strumento efficace per ridurre l’ansia per i malati e le persone sane”. Secondo gli autori, poiché questa analisi si è concentrata solo sugli esercizi di resistenza, non è possibile evidenziare se il RET possa essere migliore o peggiore rispetto ad altri tipi di ginnastica aerobica o altri esercizi, per alleviare i sintomi dell’ansia.

Fonte: Sports Med 2017

Lisa Rapaport

(Versione italiana Quotidiano Sanità/ Popular Science)

25 settembre 2017

Gli sport di resistenza sono “ansiolitici”

 

 

Il momento più rischioso sarebbe quello in cui l'atleta entra in acqua, e gli uomini sembrerebbero essere i più soggetti a questo tipo di traumi. Lo studio su Annals of Internal Medicine

19 SET - (Reuters Health) – Chi fa triathlon avrebbe una maggiore probabilità di incorrere in una morte improvvisa e di subire un trauma fatale o un arresto cardiaco rispetto a un adulto di mezza età della popolazione generale, e anche rispetto a chi fa corse a lunga distanza, come la maratone. A evidenziarlo sarebbe stato uno studio condotto su più di nove milioni di partecipanti, secondo il quale la morte o l'arresto cardiaco colpirebbero 1,74 persone ogni 100mila concorrenti. La ricerca, guidata da Kevin Harris cardiologo della Minneapolis Heart Institute Foundation dell'Abbott-Northwestern hospital in Minnesota, è stata pubblicata su Annals of Internal Medicine.

I dati delle Olimpiadi
Per lo studio, i ricercatori americani hanno esaminato i dati dei partecipanti alle Olimpiadi di triathlon dal 1985 al 2016. Durante questo periodo, 135 persone sarebbero decedute, di cui 107 per morte improvvisa, mentre 13 sarebbero sopravvissute ad arresto cardiaco correlato alla corsa perché prontamente soccorse. Le vittime avevano in media 47 anni e per l'85% erano maschi.
Il nuoto, il momento più a rischio

Nel complesso, novanta morti e arresti cardiaci si sarebbero verificati durante il nuoto, mentre sette sarebbero avvenuti nella parte della gara dedicata ciclismo, 15 durante la corsa e nove durante il periodo di recupero. Nella parte dedicata al ciclismo, si sarebbero verificati anche 15 decessi a causa di traumi subiti per incidenti. Dalle autopsie è emerso che la malattia cardiovascolare senza segni clinici sarebbe presente in una percentuale inaspettatamente significativa. “Durante la parte della gara dedicata al nuoto, gli atleti probabilmente sperimentano un aumento di adrenalina quando entrano in acqua e competono molto vicini con gli altri atleti e, talvolta, in condizioni ambientali sfavorevoli”, spiega Harris.

Gli uomini più a rischio
L'incidenza di eventi cardiovascolari sarebbe stata notevolmente inferiore tra le donne, 3,5 volte più bassa che tra gli uomini. Il rischio di morte, inoltre, cresceva con l'aumentare dell'età. Tra gli uomini over 60, il tasso di mortalità o di arresto cardiaco sarebbe di 19 partecipanti ogni 100mila concorrenti.
Maggiori controlli
“I risultati di questo studio dovrebbero servire da promemoria ai partecipanti per assicurarsi che siano idonei a competere in queste gare di resistenza”, afferma Reginald Ho, autore di un editoriale che accompagnava l'articolo e professore di medicina al Sidney Kimmel Medical College del Thomas Jefferson University Hospital di Philadelphia. “Gli atleti dovrebbero vedere regolarmente i loro medici e tutti i sintomi cardiaci dovrebbero essere monitorati”.
Secondo Hannah Arem, del George Washington Milken Institute School of Public Health di Washington, la ricerca “non dovrebbe però dissuadere chi è in salute a considerare di partecipare a gare di resistenza. Per la maggior parte delle persone, l'esercizio fisico regolare darà più vantaggi che danni”, ha concluso l'esperta.

Fonte: Annual of Internal Medicine

Lisa Rapaport

Atleti di triathlon più esposti a morte improvvisa e traumi

 

 

Il momento più rischioso sarebbe quello in cui l'atleta entra in acqua, e gli uomini sembrerebbero essere i più soggetti a questo tipo di traumi. Lo studio su Annals of Internal Medicine

19 SET - (Reuters Health) – Chi fa triathlon avrebbe una maggiore probabilità di incorrere in una morte improvvisa e di subire un trauma fatale o un arresto cardiaco rispetto a un adulto di mezza età della popolazione generale, e anche rispetto a chi fa corse a lunga distanza, come la maratone. A evidenziarlo sarebbe stato uno studio condotto su più di nove milioni di partecipanti, secondo il quale la morte o l'arresto cardiaco colpirebbero 1,74 persone ogni 100mila concorrenti. La ricerca, guidata da Kevin Harris cardiologo della Minneapolis Heart Institute Foundation dell'Abbott-Northwestern hospital in Minnesota, è stata pubblicata su Annals of Internal Medicine.

I dati delle Olimpiadi
Per lo studio, i ricercatori americani hanno esaminato i dati dei partecipanti alle Olimpiadi di triathlon dal 1985 al 2016. Durante questo periodo, 135 persone sarebbero decedute, di cui 107 per morte improvvisa, mentre 13 sarebbero sopravvissute ad arresto cardiaco correlato alla corsa perché prontamente soccorse. Le vittime avevano in media 47 anni e per l'85% erano maschi.
Il nuoto, il momento più a rischio

Nel complesso, novanta morti e arresti cardiaci si sarebbero verificati durante il nuoto, mentre sette sarebbero avvenuti nella parte della gara dedicata ciclismo, 15 durante la corsa e nove durante il periodo di recupero. Nella parte dedicata al ciclismo, si sarebbero verificati anche 15 decessi a causa di traumi subiti per incidenti. Dalle autopsie è emerso che la malattia cardiovascolare senza segni clinici sarebbe presente in una percentuale inaspettatamente significativa. “Durante la parte della gara dedicata al nuoto, gli atleti probabilmente sperimentano un aumento di adrenalina quando entrano in acqua e competono molto vicini con gli altri atleti e, talvolta, in condizioni ambientali sfavorevoli”, spiega Harris.

Gli uomini più a rischio
L'incidenza di eventi cardiovascolari sarebbe stata notevolmente inferiore tra le donne, 3,5 volte più bassa che tra gli uomini. Il rischio di morte, inoltre, cresceva con l'aumentare dell'età. Tra gli uomini over 60, il tasso di mortalità o di arresto cardiaco sarebbe di 19 partecipanti ogni 100mila concorrenti.
Maggiori controlli
“I risultati di questo studio dovrebbero servire da promemoria ai partecipanti per assicurarsi che siano idonei a competere in queste gare di resistenza”, afferma Reginald Ho, autore di un editoriale che accompagnava l'articolo e professore di medicina al Sidney Kimmel Medical College del Thomas Jefferson University Hospital di Philadelphia. “Gli atleti dovrebbero vedere regolarmente i loro medici e tutti i sintomi cardiaci dovrebbero essere monitorati”.
Secondo Hannah Arem, del George Washington Milken Institute School of Public Health di Washington, la ricerca “non dovrebbe però dissuadere chi è in salute a considerare di partecipare a gare di resistenza. Per la maggior parte delle persone, l'esercizio fisico regolare darà più vantaggi che danni”, ha concluso l'esperta.

Fonte: Annual of Internal Medicine

Lisa Rapaport