Cancro del colon-retto, il punto sul ruolo dei fattori alimentari

 
 

 

Secondo quanto emerge da una revisione "ombrello", i fattori alimentari hanno un ruolo nello sviluppo e nella prevenzione del cancro del colon-retto (Crc), ma mentre ci sono prove convincenti sull'associazione tra un minor rischio e un'assunzione maggiore di alcuni cibi (quali fibre alimentari, calcio alimentare e yogurt) e una minore di altri (carne rossa e alcol), per gli autori sono necessarie ulteriori ricerche in merito a specifici alimenti per i quali le prove restano indicative, inclusi altri prodotti lattiero-caseari, cereali integrali, carne processata e particolari modelli alimentari.

In letteratura, sono diverse le revisioni sistematiche di studi prospettici osservazionali che hanno riassunto le prove per l'associazione tra i fattori alimentari e l'incidenza del Crc, sebbene siano poche le sintesi su forza, precisione e qualità delle prove in aggregato. «Le revisioni ombrello forniscono una sintesi strutturata e critica delle prove e consentono la classificazione delle prove secondo criteri specifici» scrivono su Jama Network Open Sajesh K. Veettil, della University of Utah degli Stati Uniti, e collaboratori. La revisione è stata condotta per completare il report del World Cancer Research Fund in partnership con l'American Institute for Cancer Research, basato su revisioni sistematiche con metanalisi dose-risposta dell'associazione tra esposizioni alimentari e Crc, e che aveva incluso studi pubblicati fino ad aprile 2015. A seguito di una ricerca su MEDLINE, Embase e Cochrane Library sono state così identificate 45 metanalisi per un totale di 109 associazioni tra fattori alimentari e l'incidenza di Crc. I fattori alimentari includevano modelli alimentari, cibi specifici, gruppi di alimenti, bevande (incluso l'alcol), macronutrienti (carboidrati, grassi e proteine) e micronutrienti (vitamine, minerali, antiossidanti, polifenoli).
I risultati, che mostrano prove convincenti per l'associazione tra un minor rischio di tale cancro e un'assunzione più alta di fibre alimentari, calcio e yogurt e una più bassa di alcol e carne rossa, supportano le raccomandazioni esistenti per la dieta nella prevenzione primaria del Crc. «Le prove emergenti supportano un possibile ruolo dei modelli dietetici generali che, nella loro totalità, enfatizzano il consumo abituale di frutta, verdura, cereali e latticini a basso contenuto di grassi e riducono l'assunzione di carne rossa e alcol» concludono gli autori sottolineando il bisogno di ulteriori ricerche per gli alimenti per cui le prove restano indicative.

JAMA Network Open 2021. Doi: 10.1001/jamanetworkopen.2020.37341
https://doi.org/10.1001/jamanetworkopen.2020.37341 

Consumare latticini grassi riduce il rischio di diabete e ipertensione

 

Se la dieta comprende almeno due porzioni quotidiane di prodotti lattiero-caseari, in particolare quelli ricchi di grassi, il rischio di diabete e ipertensione, e in generale di sindrome metabolica, si riduce, secondo uno studio pubblicato su Bmj Open Diabetes Research & Care.
«Ricerche precedenti hanno suggerito che un più alto consumo di latticini sia associato ad un rischio diminuito di diabete, ipertensione e sindrome metabolica, ma erano focalizzate sul Nord America e l'Europa, ed escludevano altre regioni del mondo» spiega Balaji Bhavadharini, della Hamilton Health Sciences e della McMaster University di Hamilton, Canada, primo nome dello studio.

Per stabilire se queste associazioni fossero valide anche in un ventaglio più ampio di paesi, i ricercatori hanno studiato per nove anni quasi 190.000 partecipanti allo studio Prospective Urban Rural Epidemiology (Pure), con un'età compresa tra 35 e 70 anni e provenienti da 21 paesi non europei o nord americani. Tramite questionari hanno valutato l'assunzione abituale nella dieta nei 12 mesi precedenti di prodotti lattiero-caseari tra cui latte, yogurt, bevande allo yogurt, formaggi, classificati come grassi o a basso contenuto di grassi. Sono state raccolte anche informazioni su anamnesi personale, uso di medicinali soggetti a prescrizione medica, livello di istruzione, fumo e misurazioni di peso, altezza, circonferenza della vita, pressione sanguigna e glicemia a digiuno.

Si è osservato che il consumo medio giornaliero totale di prodotti lattiero-caseari è stato di 179 g. Circa 46.667 persone presentavano la sindrome metabolica, e il latte intero e il latte parzialmente scremato, ma non il latte magro, sono stati associati a una minore prevalenza di questa condizione, con una dimensione dell'associazione maggiore nei paesi con un consumo di latte normalmente basso. Rispetto alla mancata assunzione di latte, almeno due porzioni al giorno di prodotti lattiero-caseari nel complesso sono risultate associate a un rischio inferiore del 24% di sindrome metabolica, rischio che scendeva ulteriormente fino al 28% se si consideravano solo i latticini grassi. Durante lo studio, 13.640 persone hanno sviluppato ipertensione e 5.351 diabete. Due o più porzioni al giorno di prodotti lattiero-caseari totali sono state associate a un rischio inferiore dell'11-12% per entrambe le patologie, e tre porzioni sono state associate a una riduzione del rischio del 13-14%. Le associazioni sono risultate più forti per i latticini grassi che per quelli a basso contenuto di grassi.

Fonte: Doctor33

Bibliografia
Bmj Open Diabetes Research & Care 2020. Doi: 10.1136/bmjdrc-2019-000826
http://dx.doi.org/10.1136/bmjdrc-2019-000826

La lattoferrina può modulare l'infiammazione causata da Covid-19

 
 

 

Secondo uno studio italiano pubblicato sulla rivista Nutrients, la lattoferrina, una proteina presente in diverse secrezioni umane, funziona come immunomodulatore della risposta immunitaria antivirale con effetti moderati contro l'infezione da Sars-CoV-2. «I risultati dello studio sono molto interessanti e incoraggianti perché ci dimostrano che il trattamento preventivo con lattoferrina non solo ha migliorato la risposta immunitaria antivirale con effetti moderati contro l'infezione da Sars-CoV-2 ma, soprattutto, ha modulato positivamente la produzione di citochine innescata dal virus nelle cellule intestinali, la famosa tempesta citochinica che, come noto, è il meccanismo predominante della patogenesi di Covid-19» spiega Fabrizio Pregliasco, dell'Università degli Studi di Milano, co-autore dello studio.

I ricercatori hanno valutato quanto potesse essere utile la lattoferrina bovina nella prevenzione dell'infezione da Sars-CoV-2 in vitro, e hanno verificato quali effetti potesse avere sulle risposte immunitarie e sull'inibizione della replicazione virale. Dall'analisi è emerso che la lattoferrina ha ridotto l'espressione di alcune citochine, come l'interleuchina-6, coinvolte nella tempesta citochinica, confermando che la proteina svolge un'azione immunomodulatrice nel corso di infezioni. Ma gli autori hanno anche notato che la lattoferrina è stata in grado di ridurre in maniera significativa l'espressione di geni antivirali, e ha protetto le cellule intestinali dall'infezione di Sars-CoV-2, e in questo modo ha parzialmente ridotto la replicazione virale. Pregliasco e colleghi hanno infine valutato in due modelli l'azione della lattoferrina rispetto a Sars-CoV-2 in termini di prevenzione o come cura. «In entrambi i modelli si sono valutati gli effetti protettivi della lattoferrina contro l'infezione da Sars-CoV-2, osservandone lo sviluppo come indicatore della "forza" preventiva della lattoferrina e monitorando le risposte immunitarie antivirali. Tali elementi aprono la possibilità di andare oltre per poter confermare l'opportunità dell'uso della lattoferrina come un adiuvante nell'azione immunitaria anche per altri agenti batterici e infettivi» conclude Pregliasco.

Nutrients 2021. Doi: 10.3390/nu13020328
https://doi.org/10.3390/nu13020328  

Riso rosso fermentato: review conferma efficacia e sicurezza
 
 

Gli estratti di riso rosso fermentato con dosi di monacolina K comprese tra 3-10 mg/die sono da considerarsi ipolipemizzanti utili e sicuri in soggetti sani con ipercolesterolemia lieve-moderata. A ribadirlo, una review appena pubblicata sul Journal of the american college of cardiology, che ha preso in esame le evidenze cliniche a oggi disponibili su potenzialità e limiti del più efficace tra i nutraceutici in ambito dislipidemico.

L’attività dell’estratto è dovuta principalmente alla monacolina K, un debole inibitore reversibile della 3-idrossi-3-metilglutaril-coenzima A reduttasi (Hmg-CoA reduttasi), la cui assunzione quotidiana determina una riduzione dei livelli plasmatici di c-Ldl dal 15% al 25% nell’arco di 6-8 settimane.

Tra le più recenti evidenze, una metanalisi di 20 studi clinici e 6.663 soggetti coinvolti in cui si dimostra che, dopo 2-24 mesi di trattamento, l’estratto ha ridotto le c-Ldl in media di 39,4 mg/dl rispetto al placebo, un risultato paragonabile a quanto ottenibile con statine a basso dosaggio (pravastatina 40 mg, simvastatina 10 mg, lovastatina 20 mg).

La combinazione di nutraceutici ipolipemizzanti più studiata è quella di monacolina K 3 mg e berberina 500 mg. Una metanalisi di 14 trial clinici con dati di 3.159 soggetti ha dimostrato che tale associazione è in grado di migliorare significativamente il livello plasmatico di c-Ldl (-23,6 mg/dl, corrispondente a una riduzione percentuale del 14,7%), c-Hdl (+2,7 mg/dl), trigliceridi (-14,2 mg/dl) e glucosio (-2,52 mg).

A ciò si aggiungono le evidenze di alcuni studi sul miglioramento della funzione endoteliale e della rigidità arteriosa e nella prevenzione di eventi cardiovascolari.

Nel complesso, gli integratori a base di riso rosso fermentato sono ritenuti sicuri e ben tollerati. Di recente, alcune pubblicazioni hanno sollevato rilievi su alcuni aspetti di tossicità. La prima raccomandazione è di assicurarsi che i prodotti siano citrinina-free, ovvero non contengano la micotossina derivante dal processo di fermentazione del riso rosso considerata potenzialmente tossica da studi preclinici. Occhio, inoltre, all’assunzione concomitante di succo di pompelmo o farmaci (ciclosporina, verapamil, antimicotici azolici, macrolidi, nefazodone, inibitori delle proteasi), che possano inibire Cyp 3A4, enzima che metabolizza la monacolina K: potrebbero determinarsi effetti a livello muscolare. Una recente metanalisi di 53 studi clinici, infine, ha escluso sintomi muscolari statine-correlati per un’assunzione giornaliera di monacolina K tra i 3 e i 10 mg.

“Esiste chi nega ancora l'utilità dei nutraceutici ipocolesterolemizzanti, sostenendo che non esista evidence-based medicine in quest’ambito” commenta Arrigo Cicero, del dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna e coordinatore della review. “Il nostro lavoro, pubblicato su una delle più prestigiose riviste internazionali in area cardiologica, conferma che gli integratori a base di riso rosso fermentato, con monacolina K tra 3-10 mg per compressa, sono da considerarsi ipolipemizzanti efficace e sicuri indicati in soggetti sani con lieve ipercolesterolemia, da soli o in combinazione con altre sostanze naturali ad azione anti-dislipidemica o farmaci alternativi alle statine quando non tollerate. Non devono però mai essere considerati sostitutivi delle statine o di altri farmaci ipo-lipemizzanti in pazienti ad alto rischio cardiovascolare. Infine, si raccomanda vigilanza in caso di impiego di estratti di riso rosso fermentato in pazienti fragili che assumono farmaci in grado di interferire con l’azione della monacolina K”.

Nicola Miglino

Covid-19, possibili vantaggi dalla vitamina D in caso di comorbilità
 
 

Nuovi dati a corredo dell’ipotesi che la vitamina D ad alte dosi migliori la prognosi di Covid-19 giungono da un’analisi condotta da un team dell’Università di Parma, Verona e degli Istituti di ricerca Cnr di Reggio Calabria e Pisa guidato da Sandro Giannini del dipartimento di Medicina dell’Università di Padova, pubblicata su Nutrients.

«La nostra è stata una ricerca retrospettiva condotta su 91 pazienti affetti da Covid-19, ospedalizzati durante la prima ondata pandemica nell’area Area Covid-19 della Clinica medica 3 dell’Aou di Padova”, dice Giannini. “I pazienti inclusi nella nostra indagine, età media 74 anni, erano stati trattati con le associazioni terapeutiche allora adoperate in questo contesto e, in 36 soggetti su 91, con 200.000 UI di vitamina D per 2 giorni consecutivi. Gli altri 55 pazienti non avevano ricevuto l’integrazione. La scelta di trattamento si era basata essenzialmente su alcune caratteristiche cliniche e di laboratorio: bassi livelli nel sangue di vitamina D al momento del ricovero; stato di fumatore attivo; elevati livelli di D-Dimero ematico; grado rilevante di comorbidità.  Lo studio aveva l’obiettivo di valutare se la proporzione di pazienti che andavano incontro a trasferimento in terapia intensiva e/o morte potesse essere condizionata dall’assunzione di vitamina D. Durante un periodo di follow-up di 14 giorni circa, 27 pazienti sono stati venivano trasferiti in terapia intensiva - Icu -  e 22 sono deceduti. Nel complesso, 43 pazienti, ovvero il 47,3%, sono andati incontro a morte o trasferimento in Icu”.

Dall’analisi statistica emerge che il “peso” delle comorbidità, rappresentate da storia di malattie cardiovascolari, broncopneumopatia cronica ostruttiva, insufficienza renale cronica, malattia neoplastica non in remissione, diabete mellito, malattie ematologiche e malattie endocrine, modificava in modo significativo l’effetto protettivo della vitamina D: maggiore era il numero delle comorbidità presenti, più evidente era il beneficio indotto dalla vitamina D.

“In particolare, nei soggetti che avevano assunto il colecalciferolo, il rischio di andare incontro a decesso/trasferimento in Icu era ridotto di circa l’80% rispetto a chi non l’aveva assunto” prosegue Giannini. “Il nostro lavoro dimostra, quindi, il potenziale effetto benefico della somministrazione della vitamina D in quei pazienti affetti da Covid-19 che, come molto spesso accade, presentano rilevanti comorbidità e indica l’opportunità di condurre studi appropriati a conferma di questa ipotesi”.

 

Grano e malattie glutine-correlate: facciamo il punto  
03 Febbraio 2021
 
 

Un recente numero speciale di Nutrients ha raccolto alcuni rilevanti contributi sulla correlazione tra consumo di cereali e salute. Una serie di ricerche originali e review che offrono una panoramica aggiornata sui rapporti, in particolare, tra assunzione di grano e malattie glutine-correlate. A coordinare lo speciale, Fabiana Zingone, gastroenterologa e ricercatrice dell’Università di Padova, cui abbiamo chiesto di raccontarci gli aspetti più rilevanti emersi dal lavoro.

D.ssa Zingone, quali sono, innanzitutto, i principali problemi legati alla diagnosi in quest’ambito clinico?

Il consumo di glutine è correlato a una serie di diverse condizioni cliniche che, negli ultimi anni, hanno assunto un’importante rilevanza epidemiologica e che possono essere raggruppate in tre grossi capitoli: i disordini immuno-mediati, in particolare la malattia celiaca, la dermatite erpetiforme e la meno definita atassia da glutine; le reazione allergiche, come l’allergia al grano; la sensibilità al glutine non celiaca o meglio ultimamente definita come sensibilità al grano non celiaca.

Mentre nei primi due casi abbiamo processi diagnostici standardizzati, che ci consentono di formulare una chiara diagnosi, per la sensibilità al glutine non celiaca manca un test diagnostico specifico della malattia, la cui diagnosi si basa, infatti, sull’esclusione delle altre entità e sul riferito malessere in seguito all’assunzione di glutine, che scompare con la sua eliminazione dalla dieta.

Quali sono i principali errore in cui si rischia di incappare?

Nella edizione speciale di “Nutrients” è stata inserita una revisione della letteratura, primo nome la Annalisa Schiepatti, del gruppo di Pavia, che ha ben delineato quali possano essere i vari errori nella diagnosi di tali problematiche. Ciò che maggiormente rende difficile, per esempio, la diagnosi, in particolare per la malattia celiaca, è l’ormai prassi comune di eliminare il glutine dalla dieta, ancor prima di eseguire il dosaggio anticorpale e/o la biopsia intestinale, quindi, prima ancora di una corretta definizione diagnostica. Questo necessariamente complica l’iter diagnostico.

Cosa emerge rispetto alla qualità di vita delle persone che seguono una dieta priva di glutine?

Da un lavoro condotto dal mio gruppo di ricerca su 100 nostri pazienti celiaci a dieta priva di glutine, nel 61% dei casi da meno di 5 anni, risulta, nel complesso, una buona qualità di vita dei pazienti. Tuttavia, si è evidenziato come soggetti giovani, con età inferiore ai 35 anni abbiano meno preoccupazioni relative allo stato di salute, rispetto a quelli di età superiore.

Inoltre, si sono osservati punteggi più bassi, quindi riferibili a una peggiore qualità di vita, in chi non aderiva bene alla dieta, in particolare per quanto riguarda i disturbi dell’umore. Questo, quindi, sottolinea che l’adesione alla dieta può migliorare anche gli aspetti psicologici, sebbene non sia possibile ben definire se la bassa aderenza alla dieta sia una causa o un effetto di tali disturbi.

Senza dubbio i pazienti celiaci, alla diagnosi, possono presentare, quando paragonati alla popolazione generale, una minore qualità di vita a cui si accompagna anche una maggiore prevalenza di ansia e depressione, così come di disturbi del sonno.

I miglioramenti con l’inizio della dieta sono frequenti. Tuttavia, sebbene nella maggior parte dei casi si perda lo stato di malessere che spesso influenza tali disordini alla diagnosi, entrano in gioco le conseguenti limitazioni che accompagnano necessariamente la dieta senza glutine. Per questo motivo è importante supportare il paziente nel percorso dietetico, aiutarlo in caso di perplessità ed essere pronti, lì dove fosse necessario, a un supporto psicologico.

Quali sono le maggiori complicanze?

La dieta priva di glutine rappresenta, a oggi, l’unica terapia per la malattia celiaca. Non vi sono, quindi, complicanze legate all’eliminazione del glutine dalla dieta, mentre quello che è riportato in letteratura è un maggiore rischio di sindrome metabolica nei soggetti a dieta, per cui è raccomadata non solo una dieta priva di glutine, ma anche una dieta equilibrata, ipocalorica se necessario. Nel numero speciale di Nutrients è riportato uno studio, sempre condotto dal mio gruppo, che ha valutato lo stato di conoscenza nutrizionale nei pazienti celiaci, paragonati a controlli e a pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali. È emerso che i pazienti celiaci sono meno a conoscenza delle comuni raccomandazioni nutrizionali, così come delle corrette fonti di nutrienti. Ciò sottolinea l’importanza che un centro dedicato alla malattia celiaca preveda la presenza, oltre che di un gastroenterologo esperto nella gestione della celiachia, anche di un dietista.

Ci sono novità sul fronte delle terapie farmacologiche per chi soffre di celiachia?

A oggi la dieta priva di glutine è l’unica terapia disponibile, ma sono in atto numerose ricerche che hanno l’obiettivo di trovare alternative a tale approccio terapeutico. Per esempio, sono in fase di studio trattamenti che mirano a digerire le componenti tossiche del glutine, prima che queste oltrepassino la barriera intestinale, mediante l’utilizzo di enzimi ingeriti per via orale. Altro tema in fase di valutazione è l’uso di probiotici/prebiotici che possano accelerare sui sintomi gastrointestinali i benefici dati dalla dieta priva di glutine.

Più in generale, per quanto riguarda il consumo di grano, si conferma il ruolo nella protezione cardiovascolare?

Nello speciale abbiamo inserito uno studio osservazionale prospettico, condotto in Giappone, che ha valutato lo sviluppo di ipertensione arteriosa in relazione al consumo di grano, in 3 anni di osservazione. Gli autori concludono che l’uso di grano è correlato a una percentuale minore di sviluppo di ipertensione arteriosa, ipotizzando, quindi, un ruolo protettivo dello stesso.

Che dire, infine, di una dieta a basso contenuto di Fodmap in caso di colon irritabile?

In questo caso ci allontaniamo dal mondo dei disturbi glutine correlati e affrontiamo il tema dell’intestino irritabile che, tuttavia, può essere in alcuni casi difficilmente differenziato da una sensibilità al glutine non celiaca, soprattutto in coloro che riferiscono un’associazione tra i sintomi e l’assunzione del glutine. La letteratura ha evidenziato l’efficacia di una dieta a basso contenuto di carboidrati poco assorbibili e altamente fermentabili, i cosiddetti Fodmaps, nei soggetti affetti da intestino irritabile, in particolare in quelli con la variante diarroica, che attribuiscono la propria sintomatologia ad una ampia varietà di cibi ad alto contenuto di questi carboidrati. Va sottolineato, che a differenza di ciò che accade nella malattia celiaca, sia nell’intestino irritabile, che nella sensibilità al glutine le restrizioni dietetiche non devono essere necessariamente seguite per tutte la vita, ma vanno modulate e definite in base alla risposta sintomatologica dei pazienti.

Nicola Miglino

Covid. Obesità e sovrappeso fattori di rischio importanti. Studio dell’Emilia Romagna

di Lorenzo Proia

Seicento pazienti, ammalatisi di Covid, coinvolti nello studio che ha messo a confronto quelli operati con la chirurgia bariatrica negli ultimi 12 mesi, con quelli in attesa di intervento. Questi ultimi hanno avuto sintomi più severi, e per loro è stato necessario un maggior ricorso al ricovero in terapia intensiva. In Emilia Romagna 884mila adulti sovrappeso e 354mila obesi. I DATI

04 FEB - Covid-19, con il sovrappeso e l’obesità i rischi aumentano. La conferma arriva da uno studio promosso e coordinato dall’Emilia-Romagna e in particolare dal Centro di Chirurgia Bariatrica dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma, in collaborazione con i Centri di Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Bologna. Lo studio è stato pubblicato su Obesity Surgery.

Una condizione, quella dell’obesità, che in Emilia-Romagna interessa oltre 350mila adulti, come emerge dai dati del Servizio Prevenzione collettiva e Sanità pubblica della Regione.

Lo studio
Seicento i pazienti, ammalatisi di Covid, coinvolti nello studio, che ha messo a confronto quelli operati con la chirurgia bariatrica (ovvero l’insieme degli interventi chirurgici utilizzati per il trattamento dell’obesità) negli ultimi 12 mesi, con quelli in attesa di intervento. Questi ultimi hanno avuto sintomi più severi, e per loro è stato necessario un maggior ricorso al ricovero in terapia intensiva.

Obesity Surgery, che ha pubblicato lo studio, è rivista di riferimento internazionale del settore e classificata come Q1 (prima posizione per impact factor) tra le riviste chirurgiche, lo studio rappresenta un’ulteriore riprova di come l’obesità sia fattore di rischio rispetto al Covid, oltre che per la maggior parte delle patologie: da quelle dell’apparato cardiorespiratorio alle oncologiche, al diabete e alle altre patologie croniche.

 


“Ancora una volta, grazie al lavoro di squadra dei nostri professionisti, questa regione può offrire un contributo importante alla ricerca”, è il commento dell’assessore regionale alle Politiche per la salute, Raffaele Donini.

“E dai dati emerge – ha voluto rimarcare l’assessore - anche che l’atteggiamento degli emiliano-romagnoli rispetto ai corretti stili di vita, a partire dall’alimentazione e dal movimento, è di grande attenzione: c’è una diminuzione tra le persone in sovrappeso, mentre aumentano quelle che praticano attività fisica. Siamo in una situazione migliore rispetto alla media nazionale, ma questo non deve farci abbassare la guardia. Le persone obese rischiano la salute, in tante patologie, e ora anche con il Covid-19”.

“La Regione sta già facendo molto in termini di prevenzione- aggiunge Donini -, tant’è che il nostro modello di intervento sui bambini ha ottenuto dall’Oms il riconoscimento di ‘buona pratica europea’. Occorre però fare ancora di più, per promuovere corretti stili di vita anche nei confronti degli ‘irriducibili’”.

Ad illustrare lo studio dell’Aou di Parma il primo firmatario, Federico Marchesi, responsabile del programma di Chirurgia Bariatrica e delle prime vie digerenti dell’Ospedale Maggiore, che fa capo alla Clinica Chirurgica generale diretta da Paolo Del Rio.

“Lo studio è nato nel momento di massima virulenza del virus, con l’obiettivo di valutare se la chirurgia dell’obesità, già protettiva per le patologie correlate, lo fosse anche nei confronti dell’infezione da Covid-19”, ha spiegato Marchesi.

“In collaborazione con gli altri Centri emiliani, abbiamo confrontato i sintomi della malattia nei pazienti operati da almeno 12 mesi con i sintomi manifestatisi in pazienti obesi in attesa di intervento, e abbiamo riscontrato che i pazienti operati hanno contratto forme di infezione più lieve con un minor tasso di ricoveri ospedalieri e un minor ricorso alle terapie intensive”, ha proseguito.

“Da queste osservazioni abbiamo potuto dedurre che la correzione chirurgica dell’obesità si conferma una misura di prevenzione primaria fondamentale anche per Covid e per le epidemie virali respiratorie. I Centri di Chirurgia Bariatrica dell’Emilia-Romagna sono stati i primi a uscire con un contributo scientifico di livello internazionale su questo tema: non possiamo che esserne orgogliosi”, ha concluso Marchesi.
 
L’impegno della Regione contro sovrappeso e obesità
Sensibilizzazione in primo piano. Il Servizio Prevenzione collettiva e Sanità pubblica della Regione, in collaborazione con le Ausl, svolge da anni numerose campagne di sensibilizzazione rispetto al corretto utilizzo degli alimenti e all’attività fisica. È stato inoltre implementato il sito www.alimenti-salute.it, ricompreso nel portale ER Salute, con dati e, soprattutto, suggerimenti per stili di vita più sani.

Invece, per quanto riguarda la presa a carico del paziente, la Regione - precedendo anche le Linee guida nazionali - già dal 2013 sta attuando politiche di rilievo, in particolare per quanto riguarda l’infanzia e l’adolescenza. Per questa fascia della popolazione sono stati previsti servizi in rete con interventi integrati e su vari fronti, attraverso “Il modello regionale di presa in carico del bambino sovrappeso e obeso”.  

Il modello si struttura in primis con la prevenzione primaria, coinvolgendo i pediatri di libera scelta nel monitoraggio antropometrico e nell’intercettazione precoce di sovrappeso e di obesità. Quindi lo sviluppo sul territorio di équipe multidisciplinari per la presa in carico e l’educazione terapeutica del bambino e del nucleo familiare sullo stile di vita idoneo. Il tutto con l’obiettivo di limitare l’obesità grave e complicata.

Il modello regionale ha ottenuto, anche in virtù di queste azioni,  il riconoscimento di “Buona pratica europea per il contrasto all’obesità infantile” da parte dell’Oms.

Lorenzo Proia

Covid: L-Arginina & Vitamina C Liposomiale hanno mostrato effetti positivi

 

La vitamina C e la L-arginina sono necessarie per la sintesi di ossido nitrico

In attesa di raggiungere una copertura adeguata di persone vaccinate, per l’immunità di gregge necessaria a debellare questa pandemia, oggi è opportuno utilizzare per i pazienti affetti da Covid-19 tutti i farmaci e le opzioni a disposizione.

Al momento le autorità regolatorie internazionali (FDA ed EMA) non hanno ancora approvato alcuna terapia specifica per il trattamento dei pazienti con infezione da COVID-19. Diverse sono infatti le terapie al vaglio degli studi clinici ma nessuna ha ancora dato prova di una reale efficacia nella cura dei malati offrendo una pronta ripresa a livello respiratorio e una rapida negativizzazione. I pazienti affetti da Covid-19 presentano tra i vari sintomi difficoltà respiratorie e fiato corto.

Queste manifestazioni sistemiche osservate nel decorso della malattia potrebbero essere spiegate da una disfunzione endoteliale preesistente.

Questa connessione è stata evidenziata dal team del Professor Gaetano Santulli (nella foto), M.D., Ph.D, Professore e Ricercatore all’ AE College of Medicine di New York che nella sua reviewafferma “La disfunzione endoteliale è una delle principali cause di diverse condizioni patologiche che interessano il sistema cardiovascolare, tra cui ipertensione, aterosclerosi, diabete e aterotrombosi. Nell'aprile 2020, siamo stati il primo gruppo a dimostrare che le manifestazioni sistemiche osservate nella malattia da coronavirus (COVID-19) potrebbero essere spiegate da una disfunzione endoteliale preesistente. Infatti, alterazioni della funzione endoteliale sono state correlate a ipertensione, diabete, tromboembolia e insufficienza renale, tutte presenti, in misura diversa, nei pazienti COVID-19.”

L-Arginina e Vitamina C nella terapia del Covid-19

L-arginina è un amminoacido polare, con catena laterale idrofilica, basico, coinvolta in diverse vie metaboliche; tra queste, è particolarmente rilevante la conversione in citrullina tramite l'enzima ossido nitrico sintasi che determina la produzione di Ossido Nitrico (NO).

L’NO[1] è un mediatore endogeno di processi biologici quali la vasodilatazione e la trasmissione degli impulsi nervosi e viene prodotto dall’endotelio come modulatore del tono vascolare. La produzione di livelli adeguati di NO nell'endotelio vascolare è fondamentale per la regolazione del flusso sanguigno e per la vasodilatazione.

Diverse pubblicazioni2 indicano che l’assunzione di L-Arginina possa aumentare i livelli di NO nelle cellule endoteliali ed epiteliali. Questo aumento dei livelli intracellulari di NO permette di ridurre la pressione arteriosa e i potenziali danni d’organo ad essa correlati.

Più di recente, con la pubblicazione sulla prestigiosa rivista Antioxidants della review “Vitamin C and cardiovascular disease: an update”, un nuovo studio condotto ancora una volta dai ricercatori dell’AE College of Medicine di New York, sempre sotto l’esperta guida dal Professor Santulli, ha confermato i potenziali effetti benefici e le proprietà antiossidanti della vitamina C in una serie di condizioni patologiche quali disturbi cardiaci e vascolari, e quanto la vitamina C sia l’alleato perfetto per l’associazione alla L-Arginina.

Infatti, sia la vitamina C che la L-arginina sono necessarie per la sintesi di ossido nitrico. Tuttavia, non tutte le vitamine C sono uguali. Nella review, Santulli descrive la vitamina C liposomiale come il miglior metodo di somministrazione di vitamina C, in quanto ha una biodisponibilità migliore rispetto alla vitamina C non liposomiale, evitando i rischi associati alla somministrazione endovenosa. Inoltre, la vitamina C liposomiale aumenta la concentrazione di vitamina C nel sangue quasi raddoppiando la concentrazione ottenibile tramite la forma non liposomiale. Dal momento che, sia la vitamina C che la L-arginina sono note per migliorare la funzione endoteliale e ridurre la permeabilità vascolare durante le malattie infettive, è possibile ipotizzare che la loro associazione possa essere sinergica nell'affrontare le malattie infettive. Ad esempio, poiché il COVID-19 sta causando endoteliopatia, l'associazione tra L-arginina orale e vitamina C liposomiale (Bioarginina®C, 2 flaconcini/die) potrebbe essere efficace per il COVID-19 ed altri disturbi infettivi[2].

L’uso della L-Arginina nella terapia Covid-19. Il caso dell’Ospedale Cotugno di Napoli

Sulla base di queste evidenze scientifiche l’Ospedale Cotugno di Napoli ed in particolare il reparto di terapia intensiva e sub intensiva diretto dal Professor Giuseppe Fiorentino, Primario di Pneumologia, è stato il primo ospedale italiano a valutare positivamente l’impiego di L-Arginina nei pazienti ricoverati per patologia da COVID-19. Come dichiarato dal Professor Fiorentino, la supplementazione di 2 flaconcini/die di L-arginina (1,66g x 2) in aggiunta alla terapia standard adottata dall’Ospedale, ha evidenziato un recupero più rapido della funzionalità respiratoria ed una precoce negativizzazione dei pazienti.

A fronte dell’osservazione di questi risultati e con l’obiettivo di sistematizzare e condividere queste osservazioni con la Comunità Scientifica, l’Ospedale Cotugno ha avviato uno studio clinico randomizzato, a gruppi paralleli, controllato, in doppio cieco, verso placebo, per valutare come l’aggiunta alla terapia standard di due flaconcini al giorno di L-Arginina, per via orale, in soggetti affetti da COVID19 sia utile per produrre un miglioramento della prognosi nei pazienti affetti da questa patologia.

Il protocollo dello studio attualmente in atto prevede che dei 300 pazienti ospedalizzati per infezione da Covid-19 con positività del test molecolare, 150 saranno trattati con L-Arginina e 150 con Placebo.

 


1. Gambardella J, Khondkar W, Morell MBi, Wang X, Santulli G and Trimarco V. Arginine and Endothelial Function. Biomedicines 2020,

8, 277

2 Niwanthi W Rajapakse and David L Mattson. Clinical and Experimental Pharmacology and Physiology (2009) 36, 249–255

[1]Furchgott RF, Zawadski JV. The obligatory role of endothelial cells in the relaxation of arterial smooth muscle by acetylcholine. Nature

1980; 288: 373–6.

[2] M B. Morelli, J. Gambardella, V. Castellanos, V. Trimarco and G. Santulli. Antioxidants2020, 9, 1227; Vitamin C and Cardiovascular Disease: An Update; [doi:10.3390/antiox9121227 www.mdpi]

Polifenoli dell’uva aiutano nel recupero da affaticamento muscolare
 
 
 

Un’integrazione con polifenoli dell'uva può rivelarsi un utile supporto agli atleti in caso di attività intensa e prolungata per contrastare l’effetto dei radicali liberi di ossigeno e azoto prodotti durante lo sforzo. Queste le conclusioni di una revisione della letteratura pubblicata di recente sul Journal of the international society of sports nutrition.

I ricercatori hanno selezionato dalle biblioteche biomediche i 12 lavori più rilevanti sul tema condotti tra il 2005 e il 2019. Circa la metà con bevande a base di uva e metà con estratti, compresi quelli da buccia o semi. Il livello dei partecipanti variava da amatori a professionisti in diversi ambiti sportivi. L'integrazione con polifenoli dell'uva sembra avere un effetto positivo contro lo stress ossidativo. Gli esiti dipendono dai dosaggi, dalla durata dell’integrazione e dal profilo biochimico, ovvero dal contenuto totale e dalla distribuzione tra le famiglie polifenoliche. Inoltre, sembra che il tipo e l'intensità dell'esercizio piuttosto che lo stato di allenamento dell'atleta possano influenzare la risposta ossidativa dell’organismo. Considerati i dosaggi impiegati negli studi, gli Autori ritengono improbabile che gli atleti possano ottenere quantità adeguate di polifenoli dalla sola dieta e, pertanto, i prodotti concentrati si rivelano un approccio interessante.

Così concludono i ricercatori: “L'esercizio fisico induce una iperproduzione di radicali liberi con un sovraccarico di stress ossidativo, definito come squilibrio tra la produzione di specie reattive e difesa antiossidante intrinseca. Bassi livelli di specie reattive di ossigeno e azoto giocano un ruolo chiave nell’adattamento muscolare alla fatica, modulando espressione genica e segnali intra e inter-cellulari. Concentrazioni molto elevate, però, determinano danni muscolari che limitato sia la forza che la capacità di resistenza aerobia. Di conseguenza, l'uso di integratori con proprietà antiossidanti può rivelarsi una strategia efficace per mantenere l’equilibrio ottimale. In quest’ambito, l'uva è da considerare un'importante fonte di antiossidanti naturali per il suo alto contenuto in polifenoli che hanno già evidenziato benefici nell’attenuazione dei danni da esercizio fisico inteso in diversi sport. Di conseguenza, è lecito ipotizzare che un'integrazione con prodotti a base di uva possa essere di aiuto per mitigare lo stress ossidativo indotto dall'attività fisica. L'uso quotidiano e a lungo termine è da evitare, mentre può rivelarsi strategico l’impiego nei periodi di allenamento intenso. In ogni caso, sono necessarie ricerche mirate in quest’ambito per determinare dosaggi e tempi di assunzione in funzione della tipologia di atleta e di sport”.

Nicola Miglino

Covid-19, la salute dell'intestino è collegata alla gravità della malattia

 
 
 

Uno studio pubblicato su Gut mostra un legame tra la salute intestinale e la risposta dell'organismo all'infezione da Sars-CoV-2. Pare infatti che uno squilibrio dei batteri presenti nell'intestino sia frequente nei pazienti con Covid-19 e collegato ai sintomi più gravi della malattia. «L'associazione tra la composizione del microbiota intestinale e i livelli di citochine e di marker infiammatori nei pazienti con Covid-19 suggerisce che il microbioma intestinale è coinvolto nella gravità del Covid-19 probabilmente mediante la modulazione delle risposte immunitarie dell'ospite» concludono Yun Kit Yeoh, della The Chinese University of Hong Kong, e colleghi.

In particolare, gli autori hanno condotto uno studio di coorte in due ospedali in cui, tra febbraio e maggio 2020, hanno raccolto campioni di sangue e fecali di 100 pazienti con infezione da Sars-CoV-2 confermata in laboratorio. Sono stati inoltre raccolti campioni di feci seriali fino a 30 giorni dopo l'eliminazione del virus di 27 dei 100 pazienti. Dal confronto del Dna fecale dei pazienti Covid-19 con quello di 78 soggetti senza Covid-19 è emerso che i primi avevano la composizione del microbioma intestinale significativamente alterata. Questo indipendentemente dal fatto di aver ricevuto o meno farmaci. È stato osservato un maggior numero di alcuni batteri nei pazienti Covid-19, come Ruminococcus gnavusRuminococcus Torques e Bacteroides dorei, e uno ridotto di altri, come Faecalibacterium prausnitziiEubacterium rectale e diverse specie di bifidobacteri, noti per essere dei potenziali immunomodulatori. Queste specie restavano basse anche nei campioni raccolti fino a 30 giorni dalla risoluzione della malattia. «Il microbiota intestinale disbiotico che persiste dopo la risoluzione della malattia potrebbe essere un fattore nello sviluppo di sintomi persistenti e/o sindromi infiammatorie multisistemiche che si verificano in alcuni pazienti dopo l'eliminazione del virus» affermano gli autori. È stato inoltre notato, come spiegano i ricercatori, che questa "composizione perturbata" mostrava stratificazione con la gravità della malattia concorde con elevate concentrazioni di citochine infiammatorie e marker del sangue, tra cui ma non solo la proteina C reattiva e la lattato-deidrogenasi. Per gli autori è necessario capire come i microrganismi intestinali siano coinvolti nell'infiammazione e nel Covid-19.

Gut 2021. Doi : 0.1136/gutjnl-2020-323020
http://dx.doi.org/10.1136/gutjnl-2020-323020  

Diabete di tipo 2, remissione temporanea in sei mesi con dieta Low-carb
 
 

Una dieta a basso contenuto di carboidrati è in grado di determinare una remissione del diabete di tipo 2. Benefici, però, che vanno via via perdendosi con il tempo. Queste le conclusioni di una metanalisi pubblicata nei giorni scorsi sul British medical journal.

Quello della miglior dieta da seguire in caso di diabete di tipo 2 è un dibattito sempre aperto tra gli addetti ai lavori, anche in relazione a risultati contrastanti di molti studi clinici. Per offrire un contributo alla discussione, un team di ricercatori internazionali ha deciso così di valutare efficacia e sicurezza delle diete Low-carb (Lcd: meno del 26% di calorie giornaliere da carboidrati) e Very low-carb (Vlcd: meno del 10% di calorie giornaliere da carboidrati) seguite per almeno 12 settimane da adulti (età media da 47 a 67 anni) con diabete di tipo 2, rispetto a diete di controllo per lo più a basso contenuto di grassi.

I risultati si basano sull'analisi dei dati di 23 studi randomizzati che hanno coinvolto 1.357 partecipanti. Gli end-point a sei e 12 mesi includevano remissione del diabete (HbA 1c <6,5%), con o senza l'uso di farmaci antidiabetici), perdita di peso, eventi avversi e qualità della vita.

L’evidenza segnala come i pazienti con Lcd abbiano raggiunto tassi di remissione del diabete più elevati, fino al 32%, rispetto a quelli con diete di controllo, senza eventi avversi. Tra gli effetti aggiuntivi, maggiore perdita di peso, ridotto uso di farmaci e miglior profilo lipidico. Tuttavia, la maggior parte di questi benefici è andata perdendosi a 12 mesi, segnalando, in alcuni casi, anche peggioramento di qualità di vita e profilo lipidico.

Così commentano gli Autori: “Consapevoli di alcuni limiti del nostro studio, a partire dall’ancora non unanime condivisione del concetto di remissione del diabete, sino ai dati non del tutto completi su efficacia e sicurezza a lungo termine delle diete Lcd, il nostro suggerimento ai clinici è comunque di prendere in considerazione il ricorso nel breve periodo a diete Low-carb per la gestione del diabete di tipo 2, tenendo monitorati i pazienti e regolando la terapia farmacologica di conseguenza. Sono sicuramente necessari studi randomizzati e controllati a lungo termine per determinare gli effetti di una Lcd su perdita di peso e remissione del diabete, nonché sulla mortalità cardiovascolare e sulla maggiore morbilità".

Nicola Miglino