Salute vascolare: pesce azzurro e omega-3 benefici solo nei cardiopatici e non nei sani
 
 

Due porzioni di pesce a settimana aiutano a ridurre il pericolo di eventi cardio e cerebrovascolari (Cvd) ma solo nei soggetti a rischio. Questi i risultati di uno studio osservazionale pubblicato nei giorni scorsi su Jama internal medicine.

Come noto, i potenziali benefici derivanti dal consumo di pesce azzurro sono correlati alla presenza degli acidi grassi omega-3 a lunga catena (acido docosaesaenoico ed eicosapentaenoico). Mentre ci sono evidenze da studi di intervento sul ruolo degli omega-3 nel migliorare i fattori di rischio cardiovascolare come trigliceridi e pressione arteriosa sanguigna, le prove derivanti dalle metanalisi sono discordanti.

Nel tentativo di fare chiarezza su questo fronte, un team internazionale di ricercatori ha raccolto i dati di quasi 200 mila partecipanti a 4 studi osservazionali, per complessivi 58 paesi coinvolti. Le informazioni sul consumo di pesce sono state ottenute tramite questionari alimentari e correlati ai dati sull’incidenza di eventi o morte cardiovascolare.

Nello specifico, l’analisi aggregata ha coinvolto 191.558 individui, di età media pari a 54 anni, coinvolti in 4 studi di coorte: 147.645 (139.827 senza Cvd e 7.818 con Cvd) da 21 paesi nello studio Prospective urban rural epidemiology (Pure) e 43.413 con malattia vascolare da 3 studi prospettici condotti in 40 paesi. Lo studio è stato condotto tra gennaio e giugno 2020.

Nel corso dei nove anni di follow-up, lo scarso consumo di pesce (≤ 50 g / mese) non si è rivelato in correlazione con un maggior rischio di cardiopatie o morte cardiovascolare rispetto a un’assunzione decisamente più abbondante (350 g/settimana) nello studio Pure, condotto tendenzialmente su una popolazione non a rischio.

Al contrario, nelle tre coorti di pazienti con malattia vascolare, il consumo di almeno 175 g /settimana, equivalente circa a 2 porzioni, è risultato correlato a un rischio di eventi e di morte rispettivamente del 16 e 18% rispetto a 50 g/ mese. Una riduzione tendenzialmente a plateau, visto che nessun beneficio ulteriore si è evidenziato per consumi fino a 350 g/settimana. Il tipo di pesce più virtuoso è risultato esser quello azzurro, ricco in omega-3.

Questo il commento degli Autori: “I risultati dello studio suggeriscono che il consumo di almeno 175 g a settimana di pesce è associato a minor rischio di eventi cardiovascolari maggiori e mortalità tra chi presenta già una cardiopatia e non tra la popolazione generale. Riteniamo a questo punto necessari trial clinici randomizzati sugli effetti del pesce azzurro in persone cardiopatiche”.

Nicola Miglino

Disturbi del comportamento alimentare, con la pandemia casi in crescita del 30%
 
 

Lo scorso 15 marzo si è celebrata la giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla” dedicata ai Disturbi del comportamento alimentare (Dca) cresciuti, secondo stime recenti, del 30% tra la popolazione soprattutto giovanile in questo periodo pandemico. Una situazione tanto più seria quanto si consideri che i disturbi alimentari necessitano sovente di un’assistenza quotidiana da parte di équipe multidisciplinari specializzate e, a volte, anche di ricovero ospedaliero.

“In Italia, tre milioni di persone, soprattutto giovani, soffrono di anoressia, bulimia o di disturbo di alimentazione incontrollata” sottolinea Andrea Casadio, già neuroscienziato, oggi giornalista e documentarista scientifico nonché regista della serata speciale “Fame d’amore” andata in onda il 13 marzo su Raitre, quale anticipazione della giornata nazionale.

“Su cento adolescenti, più di dieci soffrono di disturbi alimentari. Nove su dieci sono donne. Ogni anno, le vittime sono più di tremila, cioè ogni giorno dieci giovani muoiono: tra i giovani, i disturbi del comportamento alimentare rappresentano la seconda causa più frequente di morte, dopo gli incidenti stradali. Otto su dieci, però, guariscono”.

Secondo Leonardo Mendolicchio, psichiatra e psicoanalista, responsabile dell’Uoc di riabilitazione Dca presso l’Ospedale San Giuseppe di Piancavallo (Verbania) “Anoressia e bulimia sono la punta dell’iceberg, sotto il quale c’è il grande oceano delle dipendenze da cibo, dei comportamenti alimentari rigidi e stereotipati. Pensiamo all’ortoressia, ovvero l’ossessione per il cibo sano e capiremo come l’universo dei Dca ha davvero molte sfaccettature. Oppure alle molte mura dietro alle quali nascondersi, come quelle delle palestre dove molti giovani si ipnotizzano inseguendo il mito del corpo muscoloso e sviluppando così una malattia denominata vigoressia”. 

Gli esperti ribadiscono che, per le cure, c’è bisogno di tempo, risorse e personale altamente qualificato.

“Chi propone una soluzione in tempi rapidi, con poche risorse oppure in modo solitario non propone un approccio adeguato”, dice Mendolicchio. “Sapendo che in Italia muoiono tremila persone l’anno, non è più tollerabile pensare ad ambulatori o strutture pubbliche che si reggono sulla passione dei medici tirocinanti oppure che accolgono i pazienti solo alcuni giorni a settimana. Guarire da un Dca si puòSe curati in modo completo e per tempo, la prognosi è sempre favorevole. Il nemico numero uno è l’ignoranza del mondo sanitario e sociale che ancora negano o non capiscano il problema: dall’anoressia e dalla bulimia si guarisce, con buone cure e con una buona dose di pazienza”.  

Polifenoli nella protezione dall’ictus: il punto in una review italiana
 

Crescono le evidenze sul ruolo neuroprotettivo dei polifenoli. A riepilogarle ci ha pensato una review da poco pubblicata su Nutrients. Ne abbiamo parlato con due degli Autori, Marina Pizzi, ordinario di Farmacologia all’Università degli studi di Brescia ed Edoardo Parrella, ricercatore di Farmacologia presso lo stesso ateneo.

Prof.ssa Pizzi, qual è il razionale alla base di un possibile effetto protettivo dei polifenoli a livello cerebrovascolare?

Sono due le azioni principali. La prima riguarda il sistema cardiovascolare: molti polifenoli sono dotati di attività anticoagulante e antipiastrinica, prevenendo la possibile formazione di trombi, causa principale dell’ischemia cerebrale. Inoltre, alcune di queste molecole hanno la capacità di ridurre l’ipertensione, importante fattore di rischio per l’emorragia cerebrale. La seconda azione esercitata dai polifenoli è la neuroprotezione, che non si esplica solamente attraverso un’azione diretta sui neuroni, ma anche tramite un effetto sulle cellule che modulano l’infiammazione a livello cerebrale, quali microglia e mastociti.

In letteratura si legge anche di un’azione a livello di regolazione genica. Che ne pensa?

Confermo. Molti polifenoli sono dotati di attività epigenetica, ovvero riescono a regolare l’espressione genica senza modificare la sequenza del Dna. In particolare, queste molecole possono modulare l’azione delle istone deacetilasi e istone acetiltransferasi, enzimi che controllano l’interazione tra Dna e istoni, le proteine deputate a compattare e organizzare il Dna all’interno del nucleo della cellula. Attraverso il controllo di proteine regolatrici della espressione genica, quali le proteine istoniche e il fattore trascrizionale NF-kappaB, i polifenoli possono così ridurre l’infiammazione e aumentare la resistenza di cuore e cervello agli stimoli nocivi.

Dr. Parrella, che ruolo gioca il microbiota intestinale? 

I polifenoli vengono principalmente assunti per via orale, attraverso la dieta o come integratori. Una volta ingeriti, una quantità cospicua raggiunge l’intestino crasso dove viene degradata dai microorganismi che lì risiedono e che costituiscono il microbiota intestinale. Quest’ultimo gioca un ruolo fondamentale nel modulare sia la biodisponibilità, sia l’attività dei polifenoli potenzialmente attivi a livello cerebrovascolare. Spesso i metaboliti ottenuti dall’azione del microbiota sui polifenoli sono infatti più attivi e più facilmente assorbibili dei composti di partenza. Infine, è interessante notare come la relazione tra polifenoli e microbiota sia bidirezionale e, se i microorganismi dell’intestino modulano il metabolismo dei polifenoli, questi ultimi possono influenzare la composizione della popolazione microbica intestinale.

Ci riepiloga, in sintesi, le principali evidenze sperimentali?

Un’imponente quantità di lavori scientifici ha analizzato l’effetto dei polifenoli in modelli pre-clinici di ictus cerebrale. Decine di composti si sono mostrati efficaci sia in modelli cellulari che in modelli animali di ictus. Un aspetto interessante di queste ricerche è che molte delle molecole testate hanno promosso un effetto benefico non solo quando somministrate prima dell’insorgenza dell’ictus, ma anche quando il danno cerebrale era già stato indotto. Questo suggerisce un potenziale uso dei polifenoli non solo in ambito preventivo, ma anche in una fase di riabilitazione post-ictus.

Prof.ssa Pizzi, cosa dicono, invece, gli studi sull’uomo? 

A fronte della moltitudine di risultati promettenti ottenuti nei modelli pre-clinici, al momento mancano ancora dati conclusivi sull’effetto dei polifenoli a livello cerebrovascolare sull’uomo. I polifenoli, infatti, vengono generalmente assunti non come composti isolati, ma come componenti nella dieta. La variabilità della quantità di polifenoli nel cibo, l’interazione dei polifenoli tra di loro o con altre molecole, l’effetto del microbiota sulla biodisponibilità di queste molecole, sono tutti fattori che rendono lo studio di queste molecole sull’uomo estremamente complesso. Ciononostante, i dati attualmente disponibili sull’uomo sono incoraggianti e associano il consumo di cibo ricco in polifenoli con una minore incidenza di malattie cardiocircolatorie e ictus.

Quali sono i polifenoli più promettenti?

Sono molti quelli potenzialmente attivi nella prevenzione e nel trattamento dell’ictus. Sulla base di quanto risposto alle precedenti domande, ne cito tre: resveratroloquercetina ed epigallocatechina-3-gallato. Il resveratrolo si trova in varie fonti di origine vegetale, soprattutto nell’uva rossa, nei mirtilli, nel ribes, nelle arachidi e nel cacao. La quercetina è uno dei polifenoli più diffusi in natura, presente, per esempio, nei capperi, nell’uva e nelle cipolle rosse. L’epigallocatechina-3-gallato è il polifenolo più abbondante nel tè, in particolare il tè verde. Queste tre molecole non sono solo dotate di proprietà antiossidanti e benefiche a livello vascolare, ma grazie alla loro azione epigenetica possono lavorare in sinergia anche a basse dosi nel promuovere neuroprotezione. Ricordiamo, infatti, che il resveratrolo è un attivatore delle istone deacetilasi sirtuine, mentre quercetina ed epigallocatechina-3-gallato sono in grado di attivare le sirtuine e inibire le istone acetiltransferasi.

Che conclusioni e indicazioni si possono dunque trarre? 

Alla luce ti quanto detto, l’assunzione regolare di cibi ricchi in polifenoli, quali vari tipi di frutta e verdura, è senz’altro positiva e può contribuire a mantenere in salute il nostro sistema cardio- e cerebrovascolare. A livello scientifico, sono necessari più trial clinici sull’uomo atti a valutare l’efficacia dei polifenoli più promettenti emersi dagli studi su modelli pre-clinici di ictus. Inoltre, l’identificazione di meccanismi molecolari comuni alla base dell’azione di diversi polifenoli potrebbe portare alla formulazione di nuovi integratori nutrizionali dove i polifenoli lavorino in sinergia, anche a dosi basse.

Nicola Miglino

Obesità, sindrome metabolica e diabete: i rischi di una carenza di magnesio
 
 

Nei pazienti obesi, diabetici e/o con sindrome metabolica, è frequente il riscontro di ipomagnesemia al punto che un gruppo di clinici e ricercatori milanesi ha voluto approfondire il legame attraverso una revisione dei dati presenti in letteratura pubblicata su Nutrients.

Le cause di una carenza di Mg++ sono diverse, come sottolineano gli Autori. Tra le più rilevanti, l’insufficiente apporto con la dieta. Diversi studi, infatti, dimostrano che la maggior parte della popolazione europea e nordamericana consuma meno delle dosi giornaliere raccomandate, ovvero, negli adulti, 420 mg per i maschi e 320 per le femmine. Un deficit principalmente legato alla dieta di tipo occidentale che spesso contiene solo il 30-50% di quanto raccomandato.

“La carenza moderata o subclinica di Mg++ induce infiammazione cronica di basso grado sostenuta dal rilascio di citochine infiammatorie e dalla produzione di radicali liberi, che esacerbano uno stato infiammatorio preesistente” si legge nello studio. “Inoltre, emerge con sempre maggiore evidenza che un’ipomagnesemia può promuovere l'infiammazione cronica sia direttamente che indirettamente modificando il microbiota intestinale. Per questo motivo la deplezione di Mg++ è considerata un fattore di rischio per condizioni patologiche caratterizzate da infiammazione cronica, come ipertensione e disturbi cardiovascolari ma anche sindrome metabolica e diabete”.

Per quanto riguarda il trattamento, emergono diverse criticità a partire, per esempio, dal corretto inquadramento del deficit, giacché la magnesemia non è in grado di fotografare la situazione a livello tissutale e cellulare, mascherando situazioni a rischio. Per l’integrazione, inoltre, non c'è accordo su dosaggi e durata. In letteratura i dosaggi variano da 250 a 600 mg/die, per un tempo di somministrazione che oscilla tra 7 giorni a sei mesi. Nemmeno c’è consenso sul tipo di sale di magnesio più indicato: la biodisponibilità ne condiziona il dosaggio e i possibili effetti collaterali, soprattutto a livello intestinale.

Così concludono gli Autori: “Nonostante alcuni aspetti da chiarire, è comunque certo che un corretto apporto di Mg++ migliora la sindrome metabolica riducendo pressione sanguigna, iperglicemia e ipertrigliceridemia. Ciò sembra dipendere da una modulazione dell'espressione genica e del profilo proteomico nonché da un'influenza positiva sulla composizione del microbiota intestinale e sul metabolismo delle vitamine B1 e D. L' integrazione in caso di deficit è un intervento correttivo, ma al momento è difficile capire se gli effetti benefici conseguenti siano legati a un effetto diretto sulle vie metaboliche, a un'azione indiretta sull'infiammazione o a entrambi. A livello clinico, sono necessari ulteriori studi per definire quali sali di magnesio e quali dosaggi garantiscano i risultati migliori. Inoltre, lo studio del microbiota in soggetti ipomagnesiemici potrebbe fornire spunti interessanti e suggerire approcci dietetici mirati ad armonizzare l'ecosistema microbico intestinale. Infine, andrebbero identificati biomarcatori in grado di valutare l'omeostasi del Mg++ e si dovrebbero approfondire studi sul ruolo del magnesio intracellulare, dalla regolazione del metabolismo al rilascio di mediatori infiammatori. Detto questo, considerando la prevalenza mondiale di obesità, diabete di tipo 2 e sindrome metabolica, la correzione della dieta ed eventualmente, l'integrazione di Mg++ potrebbero rappresentare uno strumento prezioso a basso costo per contenerne la diffusione”.

Nicola Miglino

Elisir lunga vita? Due porzioni frutta e tre verdura al giorno

 

La regola è nota: cinque porzioni di frutta e verdura aiutano a stare in salute. Ma meno nota è la suddivisione che si dovrebbe fare tra i due tipi di alimenti. Per una vita longeva l’ideale è un mix di due porzioni di frutta e tre di vegetali. A evidenziarlo è una ricerca della Harvard Medical School, pubblicata sulla rivista Circulation.

I ricercatori hanno analizzato i dati del Nurses ‘Health Study e dello Health Professionals Follow-Up Study, due studi che includevano più di 100.000 adulti seguiti per un massimo di 30 anni. Entrambi i set di dati includevano informazioni dietetiche dettagliate raccolte  ogni due o quattro anni. Per questa analisi sono poi stato anche raccolti i dati sull’assunzione di frutta e verdura da 26 studi che includevano circa 1,9 milioni di partecipanti da 29 paesi e territori del Nord e del Sud America, Europa, Asia, Africa e Australia. Il  dettaglio  di tutti gli studi, con un insieme composito di oltre 2 milioni di partecipanti, ha rivelato che l’assunzione in media di cinque porzioni di frutta e verdura al giorno era associata al minor rischio di morte. Mangiarne più di cinque non era associato a ulteriori benefici.

Inoltre, consumare circa due porzioni al giorno di frutta e tre porzioni al giorno di verdura era associato alla massima longevità. Rispetto a chi consumava due porzioni di frutta e verdura al giorno, chi consumava cinque porzioni al giorno di frutta e verdura avevano un rischio di morte per tutte le cause inferiore del 13%,  uno inferiore del 12% di morte per malattie cardiovascolari e del 10% di morte per tumore. Non tutti gli alimenti offrivano gli stessi benefici. Ad esempio le verdure amidacee, come i piselli e il mais, i succhi di frutta e le patate non erano associati a un rischio ridotto di morte per tutte le cause o per malattie croniche specifiche. Al contrario, le verdure a foglia verde, tra cui spinaci, lattuga e cavolo, e frutta e verdura ricche di beta carotene e vitamina C, come agrumi e carote, hanno mostrato benefici

Alimentazione & Nutrizione

Covid-19. Pediatri, i bambini obesi sono più vulnerabili

 

I bambini obesi sono più vulnerabili a Covid-19. Nuovi studi confermano infatti che per un bambino obeso il rischio di avere forme gravi di questa malattia è quasi tre volte superiore rispetto ad un bambino normopeso. A lanciare l’allerta è la Società italiana di pediatria (Sip), in occasione della Giornata mondiale contro l’obesità del 4 marzo 2021. “Urgono – avverta la vicepresidente Sip Annamaria Staiano – politiche sociali per contrastare l’epidemia di obesità sin dall’infanzia”.

Con il 9.4% dei bambini obesi (inclusi i bambini gravemente obesi che rappresentano il 2.4%) e il 20,4% in sovrappeso, l’Italia è al quarto posto in Europa, dopo Cipro, Grecia e Spagna, tra i Paesi con i più alti valori di eccesso ponderale nell’infanzia. L’attuale pandemia da SARS-CoV2, rileva la Sip, ci ha fornito ulteriori prove di quanto obesità e malattie croniche non trasmissibili (come patologie cardiovascolari, respiratorie, diabete, tumori) rappresentino il principale fattore di rischio per forme più gravi di COVID-19, sia in età adulta che in età pediatrica.

A confermarlo è ora  uno studio multicentrico appena pubblicato sul Journal of Pediatrics nel quale sono stati analizzati i dati di 281 pazienti pediatrici ricoverati per infezione da SARS-CoV2. Gli autori hanno rilevato che, anche in età pediatrica, l’obesità e la presenza di ipossia (carenza di ossigeno) rappresentano fattori predittivi di un maggiore interessamento respiratorio. Allo stesso modo, spiega Staiano, “una revisione sistematica pubblicata a febbraio 2021, che ha incluso dati di 285.004 soggetti pediatrici con infezione da SARS-CoV2, ha evidenziato che un decorso severo di COVID-19 e/o il ricovero in terapia intensiva si è verificato nel 5.1% dei soggetti con pregresse comorbilità rispetto allo 0.2% dei soggetti senza comorbilità. Nello specifico, per un bambino obeso, rispetto ad un bambino senza comorbilità, il rischio relativo di sviluppare una forma grave di COVID-19 è pari a 2.87 confermando l’ipotesi che l’obesità rappresenti un importante fattore di rischio per manifestazioni cliniche più severe”. In occasione della Giornata Mondiale la Sip sottolinea dunque la necessità di azioni di contrasto all’obesità infantile, anche seguendo l’esempio di altri Paesi.

Un recente articolo, sottolinea la Sip,  ha infatti dimostrato come il supporto delle politiche sociali per l’infanzia (es. asili nido, assegni familiare, detrazioni fiscali) sia in grado di determinare una riduzione nella prevalenza di obesità infantile. Infatti, analizzando i dati raccolti nel quinquennio 2000-2015 è emerso che un incremento medio delle spese annue dedicate all’infanzia pari a 100 dollari per bambino era associato ad una riduzione nella prevalenza di obesità infantile di 0.6 punti percentuale nelle femmine e 0.7 punti percentuale nei maschi. “Tali dati forniscono ulteriori evidenze, se ancora ce ne fosse bisogno, dell’importanza di politiche sociali volte all’educazione sanitaria ed alla promozione di uno stile di vita sano (alimentazione equilibrata ed attività fisica regolare fin dalla prima infanzia) che rappresenta l’arma principale per combattere questa silenziosa epidemia”, conclude Staiano.

Mamme & BambiniSalute & Prevenzione

 

Vitamina B6, gli scienziati si interrogano sul ruolo nella lotta a Covid-19
 
 

Vitamina B6 come possibile argine alla tempesta citochinica che caratterizza l’evoluzione del quadro clinico in pazienti colpiti da Covid-19. L’ipotesi viene suggerita su Frontiers in Nutrition da un gruppo di scienziati asiatici guidati dal giapponese Thanutchaporn Kumrungsee, che tracciano uno scenario plausibile sulla base di alcune evidenze in letteratura.

“Finora molta attenzione dei ricercatori si è concentrata sul ruolo di vitamina D e C e minerali quali zinco e magnesio nel rafforzare la risposta immune contro Covid-19” dicono gli Autori. “Mancano, però, dati sulla vitamina B6”.

La B6 è una vitamina idrosolubile che si trova in vari alimenti come pesce, cereali integrali e banane. Ne esistono sei isoforme e il piridossal 5′-fosfato è quella più attiva, agendo come cofattore in varie reazioni enzimatiche.

“Vi sono prove crescenti che la B6 eserciti un effetto protettivo contro malattie croniche come quelle cardiovascolari e il diabete sopprimendo infiammazione, stress ossidativo e stress carbonilico”, dice Kumrungsee. “Inoltre, la carenza di vitamina B6 si associa ad alterazione della funzione immunitaria e a maggiore suscettibilità alle infezioni virali. Alla luce di queste informazioni, è lecito ipotizzarne un ruolo nel migliorare la prognosi di Covid-19 e le sue complicanze”.

Gli Autori hanno così preso in esame i dati della letteratura in relazione a diversi ambiti clinici specifici. Sul fronte delle malattie cardiovascolari, i numeri a disposizione suggeriscono che stati di carenza espongono ad alto rischio di mortalità per cardiopatie. Per quanto concerne il diabete, il trial dimostrano che l'integrazione di vitamina B6 riduce l'incidenza della malattia e delle sue complicanze. Stati di carenza, infatti, si associano a disregolazione del rapporto insulina-glucagone, alterata tolleranza al glucosio e degenerazione delle cellule beta del pancreas. In caso di infezione respiratoria, poi, dati pre-clinici e clinici ne evidenziano un’azione antiossidante e antinfiammatoria nonché di potenziamento della funzione immunitaria grazie a incremento della produzione anticorpale e miglioramento della comunicazione tra citochine.

“Da tutto questo scaturisce l’ipotesi di un potenziale ruolo della B6 in caso di Covid-19 attraverso un’azione indiretta di controllo su alcune comorbilità quali cardiopatie, ipertensione e diabete. Ormai un numero crescente di evidenze suggerisce che l'integrazione di vitamina B6 può essere utile per i pazienti Covid-19 in stato di carenza e sono quantomai urgenti studi clinici per confermare questa ipotesi”.

Nicola Miglino

Una dieta adeguata previene la formazione di calcoli renali

 
 
 

Secondo due revisioni della letteratura pubblicate su Nutrients e Archivos espanoles de Urologia, la dieta ideale per contrastare i calcoli renali comprende abbondante acqua, proteine vegetali e latticini, ed evita il più possibile carne, sale e bibite analcoliche. «Esiste di certo una predisposizione genetica alla formazione di calcoli, ma una dieta corretta e bilanciata può aiutare a prevenirne la comparsa» spiega Pietro Manuel Ferraro, della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs e dell'Università Cattolica di Roma, autore principale di entrambi i lavori.

L'esperto sottolinea che la cosa più importante è bere molto, in quanto ogni bicchiere d'acqua riduce la formazione di calcoli del 13%. Anche il caffè e il succo di agrumi hanno un effetto protettivo, mentre le bibite analcoliche aumentano il rischio di sviluppare calcoli. Nella dieta bisognerebbe prevedere la presenza di circa 1,2 grammi di calcio al giorno, dato che questo elemento riduce l'assorbimento intestinale e l'escrezione di ossalati, proteggendo quindi dalla formazione di calcoli. È difficile determinare la quantità di ossalati contenuti in ogni alimento, perché è molto variabile; poiché però molti vegetali, come spinaci, barbabietole, patate, ne sono ricchi, è possibile comunque consumare questi preziosi cibi agendo proprio sull'assorbimento degli ossalati nell'intestino tramite il calcio. Altri elementi da limitare sono il sale, che aumenta il rischio di calcoli, perché causa un aumento di eliminazione di calcio con le urine, e il consumo abbondante di proteine animali, che riducono il pH delle urine e aumentano l'escrezione urinaria di acido urico, in particolare se sono presenti diabete e sindrome metabolica. Le proteine di origine vegetale e dei latticini non causano questi problemi. Insomma, la dieta adatta a evitare i calcoli dovrebbe prevedere abbondanza di frutta e verdura, calcio e acqua, poche proteine animali e sale scarso, e quindi richiama la dieta mediterranea e quelle vegetariane, contrapposte a quelle tipiche del Nord Europa. «È comunque opportuno, nelle persone con una spiccata tendenza a formare calcoli, eseguire una valutazione specialistica per determinare con precisione il ruolo di abitudini alimentari e di altri fattori non dietetici, per intervenire in maniera mirata» conclude Ferraro.

Nutrients 2021. Doi: 10.3390/nu12030779
https://doi.org/10.3390/nu12030779
Arch Esp Urol. 2021 Jan;74(1):112-122. English, Spanish. PMID: 33459627.

Covid. Soggetti obesi rispondono meno al vaccino. Lo studio 

 

Lo evidenziano i dati dello studio dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (Ire) e dell'Istituto Dermatologico San Gallicano (Isg) di Roma condotto su 250 operatori sanitari vaccinati. A fronte di una buona risposta anticorpale al vaccino nel 99% dei vaccinati (risultati migliori tra le donne e i più giovani) la risposta si è dimezzata nei soggetti sovrappeso o obesi.

02 MAR - I ricercatori dell’ Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (Ire) e dell'Istituto Dermatologico San Gallicano (Isg) hanno valutato la risposta anticorpale in 250 operatori sanitari vaccinati con vaccino Pfizer/Biontech, al momento della prima somministrazione, alla seconda dose e poi ad una settimana dal completamento della vaccinazione.

È stato osservato un rialzo degli anticorpi nel 99% dei soggetti dopo la somministrazione della seconda dose, ma in termini quantitativi le donne e i più giovani hanno risposto meglio. Inoltre, dalla comparazione dei risultati i ricercatori, coordinati da Gennaro Ciliberto, Direttore Scientifico Ire e Raul Pellini, Direttore dell’unità clinica di Otorinolaringoiatria Ire, hanno osservato che nel gruppo dei soggetti sovrappeso/obesi la risposta è stata di circa la metà rispetto a quelli normo/sottopeso. Ma attenzione il fatto che ci siano meno anticorpi non significa necessariamente che il vaccino sia meno efficace. Infatti, la risposta immunitaria, è un meccanismo multifattoriale piuttosto complesso.

Per valutare la reale efficacia protettiva del vaccino nel tempo, bisogna tener conto di vari parametri e occorre allargare l’analisi ad un numero molto più ampio di soggetti vaccinati. Comunque, se il dato fosse confermato in studi più ampi, potrebbe essere molto importante per affinare le strategie vaccinali.


Ricerche precedenti hanno evidenziato che l'obesità - un indice di massa corporea (BMI) superiore a 30 - aumenta il rischio di morire di Covid-19 di quasi il 50%, oltre ad aumentare di molto il rischio ospedalizzazione. L'eccesso di grasso corporeo può causare cambiamenti metabolici, come la resistenza all'insulina e l'infiammazione, che rendono più difficile combattere le infezioni, in più queste persone spesso presentano malattie cardiache o diabete di tipo 2, che aumentano ulteriormente i rischi da coronavirus.

Questo stato costante di infiammazione di basso grado può anche indebolire alcune risposte immunitarie, comprese quelle lanciate dai linfociti B e T, che vengono attivate dopo la vaccinazione.

Altre ricerche hanno dimostrato che anche il vaccino antinfluenzale è meno efficace nelle persone con obesità rispetto a quelle normopeso.
Il nuovo studio, che non è stato ancora sottoposto a peer review, suggerisce che un problema simile potrebbe verificarsi con i vaccini Covid-19.

"Poiché l'obesità è un importante fattore di rischio di morbilità e mortalità per i pazienti con Covid-19, è obbligatorio pianificare un programma di vaccinazione efficiente in questo sottogruppo", hanno commentato al The Guardian gli autori dello studio. “Sebbene siano necessari ulteriori studi, questi dati possono avere importanti implicazioni per lo sviluppo di strategie di vaccinazione per Covid-19, in particolare nelle persone obese. Se i nostri dati dovessero essere confermati da studi più ampi, dare alle persone obese una dose extra di vaccino o una dose più alta potrebbe essere un'opzione da prendere cautamente in considerazione in questa popolazione". 

Variazioni nel microbioma intestinale potrebbero predire la gravità di Covid-19

 

 

Secondo uno studio pubblicato su Plos One, e portato avanti da ricercatori dell'Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma e dell'Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, alcune alterazioni del microbioma intestinale causate da Sars-Cov-2 potrebbero essere sfruttate per ottenere nuovi strumenti per la diagnosi e per capire quali pazienti potrebbero avere una malattia con decorso più grave. «Il nostro studio potrebbe addirittura aprire la strada all'utilizzo di probiotici come terapia adiuvante per i pazienti con Covid-19, per mitigare il decorso della malattia» spiega Valerio Pazienza, dell'Irccs Casa Sollievo della Sofferenza, autore senior dello studio.

I ricercatori, basandosi su studi che hanno rilevato l'esistenza di un collegamento tra polmoni e intestino, secondo i quali le cellule immunitarie intestinali possono rilasciare prodotti microbici e immuno-modulatori che aiutano la regolazione dell'immunità polmonare, e viceversa, hanno pensato che la polmonite da Covid-19 potesse influenzare il microbiota intestinale, e che quindi si potessero rendere evidenti dei marcatori diagnostici proprio nell'intestino utili per avere maggiori informazioni sulla malattia nei singoli individui. Per questo hanno raccolto tra aprile e maggio 2020 tamponi rettali da 23 pazienti, di cui nove positivi a Sars-CoV-2 e ricoverati in corsia (w-COVID19), sei positivi e ricoverati in terapia intensiva (i-COVID19), e otto ricoverati in corsia o in terapia intensiva, ma negativi. Gli esperti hanno utilizzato tecniche di sequenziamento genomico di ultima generazione per analizzare i campioni di questi pazienti in modo da individuare rapidamente i microorganismi presenti. Ebbene, così facendo hanno potuto osservare che il microbioma intestinale era molto differente nei tre gruppi. Tra le differenze osservate, per esempio, i pazienti i-COVID19 presentavano un calo dell'indice che misura la ricchezza microbica della flora intestinale (Chao1) rispetto agli altri due gruppi. Dal punto di vista delle specie rilevate, i pazienti w-COVID19 presentavano una maggiore quantità di Proteobacteria, e quelli i-COVID19 mostravano maggiori quantità delle famiglie Staphylococcaceae, Microbacteriaceae, Micrococcaceae, Pseudonocardiaceae, Erysipelotrichales.

PLOS One 2021. Doi: 10.1371/journal.pone.0247041
https://doi.org/10.1371/journal.pone.0247041

Silimarina, dal cardo mariano un epatoprotettore con effetti cardiometabolici
 
 

La silimarina, ottenuta dalla pianta del cardo mariano Silybum marianum, è stata utilizzata nel corso dei secoli per trattare principalmente malattie del fegato e la sua miscela di flavonolignani attivi e flavonoidi esplica attività antinfiammatoria, antiossidante e antifibrotica sull’organo epatico, mostrando risultati positivi con notevole sicurezza.

Uno studio randomizzato controllato del 2009 con pazienti affetti da Nafld, o steatosi epatica non alcolica, ha concluso che la silimarina è efficace nel ridurre i livelli di alanina aminotransferasi (Alt) e aspartato aminotransferasi (Ast) rispetto a placebo.  In un altro studio coevo in doppio cieco controllato con adulti con Nash, steatosi epatica analcolica e steatoepatite non alcolica, provata da biopsia, un trattamento con silimarina di 48 settimane non ha portato a un miglioramento del punteggio di attività Nafld rispetto al gruppo placebo, ma ha determinato un miglioramento significativo della fibrosi dopo una biopsia epatica ripetuta. 

Nel 2014 un altro studio clinico con pazienti Nafdl ha esaminato l'effetto della silimarina, dopo un periodo di trattamento di 8 settimane, evidenziando un netto miglioramento dei livelli di transaminasi rispetto al placebo.  Una revisione sistematica e metanalisi pubblicata poche settimane fa ha mostrano che l'integrazione con silimarina consente una riduzione statisticamente significativa dei livelli di transaminasi rispetto al trattamento con placebo, indipendentemente dalla perdita di peso.

Ulteriori sottogruppi e analisi di sensibilità hanno messo in luce che la riduzione dei valori di Alt dopo il trattamento con silimarina era approssimativamente la stessa - statisticamente e clinicamente significativa - indipendentemente dal dosaggio somministrato, dal tempo di follow-up a breve o lungo termine. Questi dati rendono più solido l’utilizzo clinico della silimarina, ma rimane fondamentale esaminare se questa riduzione dei livelli di transaminasi corrisponda a un miglioramento istologico.

Se è ben conosciuta sul fronte epatico, la silimarina è stata studiata anche per i suoi effetti benefici in cardioprotezione, neuroprotezione e modulazione immunitaria. In particolare, le ricerche più rilevanti si concentrano sull'effetto sul metabolismo dei lipidi e dei carboidrati, in particolare sull'insulino-resistenza, nota per il ruolo cruciale nella progressione della malattia metabolica.

Agli inizi degli anni Novanta, uno dei primi studi clinici condotti su esseri umani con trattamento con silimarina correlato all’insulino-resistenza ne ha testato l'effetto (600 mg al giorno per 6 mesi) in 60 pazienti diabetici con cirrosi, in aggiunta alla terapia standard.  I livelli medi di glicemia a digiuno, glicemia giornaliera, glicosuria giornaliera, HbA1c, fabbisogno giornaliero di insulina e insulina ematica a digiuno, tra gli altri parametri, si sono ridotti nei pazienti trattati con silimarina.

Alcuni anni dopo, lo stesso gruppo di ricerca ha condotto uno studio controllato aperto di 12 mesi su 60 pazienti diabetici con cirrosi, trattati con silimarina o placebo come nello studio precedente e terapia standard. I risultati hanno mostrato gli stessi risultati dopo quattro mesi di trattamento. 

In uno studio successivo, un diverso complesso di silibina, il principale componente attivo della silimarina, con vitamina E e fosfolipidi (188 mg di silibina al giorno) o placebo è stato somministrato a 85 pazienti con Nafld con o senza virus dell’epatite C (questi ultimi non rispondenti al trattamento con interferone e ribavirina) per sei mesi. Sono stati analizzati i parametri del metabolismo dei carboidrati e la fibrosi epatica e si è scoperto che il trattamento migliorava l'insulino-resistenza. I risultati hanno mostrato una diminuzione significativa di Homa-Ir e insulinemia, nonché livelli di Alt, gamma-glutamil transferasi (Ggt) e fibrosi epatica in entrambi i gruppi.

Una diversa formulazione di silimarina combinata con un altro nutraceutico, la berberina, è stata somministrata a 22 pazienti diabetici con controllo glicemico non ottimale nonostante l'uso della terapia standard ha dimostrato dopo 90 giorni di aver ridotto i livelli di HbA1c, insulina basale, Homa-Ir, trigliceridi e colesterolo Ldl. 

La stessa formulazione testata in un altro studio clinico con 105 pazienti in sovrappeso, euglicemici e dislipidemici a basso rischio cardiovascolare per tre mesi in un disegno in doppio cieco, controllato con placebo, ha confermato la capacità di migliorare l’insulino-resistenza e i diversi parametri del metabolismo lipidico. Nel medesimo anno, altri tre studi, caratterizzati da formulazioni differenti, hanno pubblicato i risultati dell'effetto della silimarina sulla resistenza insulinica. Non solo: i risultati raccolti negli anni suggeriscono che il trattamento con silimarina può contribuire ad accelerare la disintossicazione da Bpa (bisfenolo A), migliorare il potere antiossidante cellulare nei pazienti con Nafld e, cosa altrettanto importante, ridurre l'insulino-resistenza.

Degno di nota è il fatto che solo una parte della silimarina orale viene assorbita a causa dell'ampio metabolismo di fase II, della ridotta permeabilità nell'intestino, della bassa solubilità acquosa e della rapida escrezione nella bile e nelle urine. Data, dunque, la scarsa biodisponibilità, sono rilevanti le strategie delle formule integrative adottate.

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Impact of Silymarin in individuals with nonalcoholic fatty liver disease: a systematic review and meta-analysis. Nutrition - 25 November 2020. Volume 83.
  • Silymarin is an ally against insulin resistance: a review. Annals of hepatology - 17 september 2020. Volume 23.
  • The effects of silymarin supplementation on metabolic status and oxidative stress in patients with type 2 diabetes mellitus: a systematic review and meta-analysis of clinical trials. Complementary therapies in medicine - 3 September 2018 - Volume 41 Pages 311-319.
  • Antioxidant effects and mechanism of silymarin in oxidative stress induced cardiovascular diseases. Biomedicine & Pharmacotherapy - 5 April 2018 - Volume 102 Pages 689-698
  • Silymarin impacts on immune system as an immunomodulator: one key for many locks. International immunopharmacology - 30 June 2017 - Volume 50 Pages 194-201.
Così il microbiota intestinale influenza la risposta a Covid-19
 
 

Varietà e quantità dei batteri intestinali possono incidere sulla gravità di Covid-19 e sulla risposta del sistema immunitario all'infezione, secondo una ricerca pubblicata di recente su Gut. Non solo: una situazione di disbiosi può avere anche ricadute nel cosiddetto post-Covid, ovvero quella sindrome che persiste nei pazienti colpiti dalla malattia anche dopo l’eliminazione del virus.

Pur caratterizzandosi principalmente come una malattia respiratoria, Covid-19 ha sin da subito catturato l’attenzione degli scienziati per i suoi risvolti legati all’interazione tra infezione e intestino, uno dei più importanti baluardi immunitari dell'organismo. Da qui la curiosità degli scienziati nell’andare a verificare se il microbiota intestinale possa influenzare la risposta immunitaria all'infezione.

A tale scopo, i ricercatori hanno prelevato campioni di sangue e feci e valutato le cartelle cliniche di 100 pazienti ospedalizzati con infezione da Covid-19 confermata in laboratorio tra febbraio e maggio 2020 e da 78 persone sane che stavano prendendo parte a uno studio sul microbiota prima della pandemia. I livelli di gravità del Covid-19 sono stati così classificati: lieve (assenza di polmonite ai raggi X); moderato (polmonite con febbre e sintomi delle vie respiratorie); grave (difficili condizioni respiratorie); critico (necessità di ventilazione meccanica o cure intensive).

Per caratterizzare il microbiota intestinale, 41 dei pazienti Covid hanno fornito più campioni di feci durante il ricovero e 27 di loro anche fino a 30 giorni dopo l'eliminazione del virus. Il totale di 274 campioni ha messo in evidenza come la composizione del microbiota intestinale risultasse significativamente differente tra i pazienti con e senza malattia, indipendentemente dal fatto che fossero stati trattati con farmaci, antibiotici compresi. I pazienti Covid presentavano quantità decisamente più abbondanti di Ruminococcus gnavusRuminococcus torques e Bacteroides dorei rispetto ai soggetti sani, mentre erano deficitari per quanto riguarda specie quali Bifidobacterium adolescentisFaecalibacterium prausnitzii ed Eubacterium rectale, note per la loro azione sul sistema immunitario. Inoltre, basse quantità di F. prausnitzii e Bifidobacterium bifidum sono risultate correlate alla gravità dell'infezione. Altro aspetto interessante: il numero di questi batteri benefici è rimasto basso anche nei campioni raccolti fino a 30 giorni dopo la guarigione.

L'analisi dei campioni ematici ha poi evidenziato come lo squilibrio microbico riscontrato nei pazienti Covid si associasse anche a livelli elevati di citochine infiammatorie e di marker di danno tissutale, come la proteina C-reattiva e alcuni enzimi, suggerendo che il microbioma intestinale potrebbe influenzare da una parte la risposta del sistema immunitario all'infezione e, dall’altra, la gravità e l'esito della malattia.

"Alla luce del fatto che pazienti guariti continuano a presentare sintomi quali affaticamento, dispnea e dolori articolari, alcuni anche mesi dopo l'esordio della malattia, i nostri dati consentono di ipotizzare che uno stato di disbiosi potrebbe contribuire agli effetti immuno-correlati nel post-Covid", commentano di Autori.  “Certo, il nostro è uno studio osservazionale e, in quanto tale, non ci consente di trarre conclusioni dirette su una correlazione causa-effetto, così come sappiamo che il microbiota intestinale varia ampiamente tra le diverse popolazioni e, pertanto, i cambiamenti da noi osservati potrebbero non essere trasferibili in automatico ad altri pazienti Covid. Crescono però le evidenze sul fatto che i microbi intestinali giocano un ruolo nelle malattie infiammatorie intra o extra-intestinali. Rafforzare la presenza di specie batteriche intestinali benefiche impoverite dall’infezione di Sars-coV-2 potrebbe rappresentare una nuova strada per mitigare la gravità della malattia grave,".

Nicola Miglino

Cancro del colon-retto, il punto sul ruolo dei fattori alimentari

 
 

 

Secondo quanto emerge da una revisione "ombrello", i fattori alimentari hanno un ruolo nello sviluppo e nella prevenzione del cancro del colon-retto (Crc), ma mentre ci sono prove convincenti sull'associazione tra un minor rischio e un'assunzione maggiore di alcuni cibi (quali fibre alimentari, calcio alimentare e yogurt) e una minore di altri (carne rossa e alcol), per gli autori sono necessarie ulteriori ricerche in merito a specifici alimenti per i quali le prove restano indicative, inclusi altri prodotti lattiero-caseari, cereali integrali, carne processata e particolari modelli alimentari.

In letteratura, sono diverse le revisioni sistematiche di studi prospettici osservazionali che hanno riassunto le prove per l'associazione tra i fattori alimentari e l'incidenza del Crc, sebbene siano poche le sintesi su forza, precisione e qualità delle prove in aggregato. «Le revisioni ombrello forniscono una sintesi strutturata e critica delle prove e consentono la classificazione delle prove secondo criteri specifici» scrivono su Jama Network Open Sajesh K. Veettil, della University of Utah degli Stati Uniti, e collaboratori. La revisione è stata condotta per completare il report del World Cancer Research Fund in partnership con l'American Institute for Cancer Research, basato su revisioni sistematiche con metanalisi dose-risposta dell'associazione tra esposizioni alimentari e Crc, e che aveva incluso studi pubblicati fino ad aprile 2015. A seguito di una ricerca su MEDLINE, Embase e Cochrane Library sono state così identificate 45 metanalisi per un totale di 109 associazioni tra fattori alimentari e l'incidenza di Crc. I fattori alimentari includevano modelli alimentari, cibi specifici, gruppi di alimenti, bevande (incluso l'alcol), macronutrienti (carboidrati, grassi e proteine) e micronutrienti (vitamine, minerali, antiossidanti, polifenoli).
I risultati, che mostrano prove convincenti per l'associazione tra un minor rischio di tale cancro e un'assunzione più alta di fibre alimentari, calcio e yogurt e una più bassa di alcol e carne rossa, supportano le raccomandazioni esistenti per la dieta nella prevenzione primaria del Crc. «Le prove emergenti supportano un possibile ruolo dei modelli dietetici generali che, nella loro totalità, enfatizzano il consumo abituale di frutta, verdura, cereali e latticini a basso contenuto di grassi e riducono l'assunzione di carne rossa e alcol» concludono gli autori sottolineando il bisogno di ulteriori ricerche per gli alimenti per cui le prove restano indicative.

JAMA Network Open 2021. Doi: 10.1001/jamanetworkopen.2020.37341
https://doi.org/10.1001/jamanetworkopen.2020.37341 

Consumare latticini grassi riduce il rischio di diabete e ipertensione

 

Se la dieta comprende almeno due porzioni quotidiane di prodotti lattiero-caseari, in particolare quelli ricchi di grassi, il rischio di diabete e ipertensione, e in generale di sindrome metabolica, si riduce, secondo uno studio pubblicato su Bmj Open Diabetes Research & Care.
«Ricerche precedenti hanno suggerito che un più alto consumo di latticini sia associato ad un rischio diminuito di diabete, ipertensione e sindrome metabolica, ma erano focalizzate sul Nord America e l'Europa, ed escludevano altre regioni del mondo» spiega Balaji Bhavadharini, della Hamilton Health Sciences e della McMaster University di Hamilton, Canada, primo nome dello studio.

Per stabilire se queste associazioni fossero valide anche in un ventaglio più ampio di paesi, i ricercatori hanno studiato per nove anni quasi 190.000 partecipanti allo studio Prospective Urban Rural Epidemiology (Pure), con un'età compresa tra 35 e 70 anni e provenienti da 21 paesi non europei o nord americani. Tramite questionari hanno valutato l'assunzione abituale nella dieta nei 12 mesi precedenti di prodotti lattiero-caseari tra cui latte, yogurt, bevande allo yogurt, formaggi, classificati come grassi o a basso contenuto di grassi. Sono state raccolte anche informazioni su anamnesi personale, uso di medicinali soggetti a prescrizione medica, livello di istruzione, fumo e misurazioni di peso, altezza, circonferenza della vita, pressione sanguigna e glicemia a digiuno.

Si è osservato che il consumo medio giornaliero totale di prodotti lattiero-caseari è stato di 179 g. Circa 46.667 persone presentavano la sindrome metabolica, e il latte intero e il latte parzialmente scremato, ma non il latte magro, sono stati associati a una minore prevalenza di questa condizione, con una dimensione dell'associazione maggiore nei paesi con un consumo di latte normalmente basso. Rispetto alla mancata assunzione di latte, almeno due porzioni al giorno di prodotti lattiero-caseari nel complesso sono risultate associate a un rischio inferiore del 24% di sindrome metabolica, rischio che scendeva ulteriormente fino al 28% se si consideravano solo i latticini grassi. Durante lo studio, 13.640 persone hanno sviluppato ipertensione e 5.351 diabete. Due o più porzioni al giorno di prodotti lattiero-caseari totali sono state associate a un rischio inferiore dell'11-12% per entrambe le patologie, e tre porzioni sono state associate a una riduzione del rischio del 13-14%. Le associazioni sono risultate più forti per i latticini grassi che per quelli a basso contenuto di grassi.

Fonte: Doctor33

Bibliografia
Bmj Open Diabetes Research & Care 2020. Doi: 10.1136/bmjdrc-2019-000826
http://dx.doi.org/10.1136/bmjdrc-2019-000826

La lattoferrina può modulare l'infiammazione causata da Covid-19

 
 

 

Secondo uno studio italiano pubblicato sulla rivista Nutrients, la lattoferrina, una proteina presente in diverse secrezioni umane, funziona come immunomodulatore della risposta immunitaria antivirale con effetti moderati contro l'infezione da Sars-CoV-2. «I risultati dello studio sono molto interessanti e incoraggianti perché ci dimostrano che il trattamento preventivo con lattoferrina non solo ha migliorato la risposta immunitaria antivirale con effetti moderati contro l'infezione da Sars-CoV-2 ma, soprattutto, ha modulato positivamente la produzione di citochine innescata dal virus nelle cellule intestinali, la famosa tempesta citochinica che, come noto, è il meccanismo predominante della patogenesi di Covid-19» spiega Fabrizio Pregliasco, dell'Università degli Studi di Milano, co-autore dello studio.

I ricercatori hanno valutato quanto potesse essere utile la lattoferrina bovina nella prevenzione dell'infezione da Sars-CoV-2 in vitro, e hanno verificato quali effetti potesse avere sulle risposte immunitarie e sull'inibizione della replicazione virale. Dall'analisi è emerso che la lattoferrina ha ridotto l'espressione di alcune citochine, come l'interleuchina-6, coinvolte nella tempesta citochinica, confermando che la proteina svolge un'azione immunomodulatrice nel corso di infezioni. Ma gli autori hanno anche notato che la lattoferrina è stata in grado di ridurre in maniera significativa l'espressione di geni antivirali, e ha protetto le cellule intestinali dall'infezione di Sars-CoV-2, e in questo modo ha parzialmente ridotto la replicazione virale. Pregliasco e colleghi hanno infine valutato in due modelli l'azione della lattoferrina rispetto a Sars-CoV-2 in termini di prevenzione o come cura. «In entrambi i modelli si sono valutati gli effetti protettivi della lattoferrina contro l'infezione da Sars-CoV-2, osservandone lo sviluppo come indicatore della "forza" preventiva della lattoferrina e monitorando le risposte immunitarie antivirali. Tali elementi aprono la possibilità di andare oltre per poter confermare l'opportunità dell'uso della lattoferrina come un adiuvante nell'azione immunitaria anche per altri agenti batterici e infettivi» conclude Pregliasco.

Nutrients 2021. Doi: 10.3390/nu13020328
https://doi.org/10.3390/nu13020328  

Riso rosso fermentato: review conferma efficacia e sicurezza
 
 

Gli estratti di riso rosso fermentato con dosi di monacolina K comprese tra 3-10 mg/die sono da considerarsi ipolipemizzanti utili e sicuri in soggetti sani con ipercolesterolemia lieve-moderata. A ribadirlo, una review appena pubblicata sul Journal of the american college of cardiology, che ha preso in esame le evidenze cliniche a oggi disponibili su potenzialità e limiti del più efficace tra i nutraceutici in ambito dislipidemico.

L’attività dell’estratto è dovuta principalmente alla monacolina K, un debole inibitore reversibile della 3-idrossi-3-metilglutaril-coenzima A reduttasi (Hmg-CoA reduttasi), la cui assunzione quotidiana determina una riduzione dei livelli plasmatici di c-Ldl dal 15% al 25% nell’arco di 6-8 settimane.

Tra le più recenti evidenze, una metanalisi di 20 studi clinici e 6.663 soggetti coinvolti in cui si dimostra che, dopo 2-24 mesi di trattamento, l’estratto ha ridotto le c-Ldl in media di 39,4 mg/dl rispetto al placebo, un risultato paragonabile a quanto ottenibile con statine a basso dosaggio (pravastatina 40 mg, simvastatina 10 mg, lovastatina 20 mg).

La combinazione di nutraceutici ipolipemizzanti più studiata è quella di monacolina K 3 mg e berberina 500 mg. Una metanalisi di 14 trial clinici con dati di 3.159 soggetti ha dimostrato che tale associazione è in grado di migliorare significativamente il livello plasmatico di c-Ldl (-23,6 mg/dl, corrispondente a una riduzione percentuale del 14,7%), c-Hdl (+2,7 mg/dl), trigliceridi (-14,2 mg/dl) e glucosio (-2,52 mg).

A ciò si aggiungono le evidenze di alcuni studi sul miglioramento della funzione endoteliale e della rigidità arteriosa e nella prevenzione di eventi cardiovascolari.

Nel complesso, gli integratori a base di riso rosso fermentato sono ritenuti sicuri e ben tollerati. Di recente, alcune pubblicazioni hanno sollevato rilievi su alcuni aspetti di tossicità. La prima raccomandazione è di assicurarsi che i prodotti siano citrinina-free, ovvero non contengano la micotossina derivante dal processo di fermentazione del riso rosso considerata potenzialmente tossica da studi preclinici. Occhio, inoltre, all’assunzione concomitante di succo di pompelmo o farmaci (ciclosporina, verapamil, antimicotici azolici, macrolidi, nefazodone, inibitori delle proteasi), che possano inibire Cyp 3A4, enzima che metabolizza la monacolina K: potrebbero determinarsi effetti a livello muscolare. Una recente metanalisi di 53 studi clinici, infine, ha escluso sintomi muscolari statine-correlati per un’assunzione giornaliera di monacolina K tra i 3 e i 10 mg.

“Esiste chi nega ancora l'utilità dei nutraceutici ipocolesterolemizzanti, sostenendo che non esista evidence-based medicine in quest’ambito” commenta Arrigo Cicero, del dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna e coordinatore della review. “Il nostro lavoro, pubblicato su una delle più prestigiose riviste internazionali in area cardiologica, conferma che gli integratori a base di riso rosso fermentato, con monacolina K tra 3-10 mg per compressa, sono da considerarsi ipolipemizzanti efficace e sicuri indicati in soggetti sani con lieve ipercolesterolemia, da soli o in combinazione con altre sostanze naturali ad azione anti-dislipidemica o farmaci alternativi alle statine quando non tollerate. Non devono però mai essere considerati sostitutivi delle statine o di altri farmaci ipo-lipemizzanti in pazienti ad alto rischio cardiovascolare. Infine, si raccomanda vigilanza in caso di impiego di estratti di riso rosso fermentato in pazienti fragili che assumono farmaci in grado di interferire con l’azione della monacolina K”.

Nicola Miglino

Covid-19, possibili vantaggi dalla vitamina D in caso di comorbilità
 
 

Nuovi dati a corredo dell’ipotesi che la vitamina D ad alte dosi migliori la prognosi di Covid-19 giungono da un’analisi condotta da un team dell’Università di Parma, Verona e degli Istituti di ricerca Cnr di Reggio Calabria e Pisa guidato da Sandro Giannini del dipartimento di Medicina dell’Università di Padova, pubblicata su Nutrients.

«La nostra è stata una ricerca retrospettiva condotta su 91 pazienti affetti da Covid-19, ospedalizzati durante la prima ondata pandemica nell’area Area Covid-19 della Clinica medica 3 dell’Aou di Padova”, dice Giannini. “I pazienti inclusi nella nostra indagine, età media 74 anni, erano stati trattati con le associazioni terapeutiche allora adoperate in questo contesto e, in 36 soggetti su 91, con 200.000 UI di vitamina D per 2 giorni consecutivi. Gli altri 55 pazienti non avevano ricevuto l’integrazione. La scelta di trattamento si era basata essenzialmente su alcune caratteristiche cliniche e di laboratorio: bassi livelli nel sangue di vitamina D al momento del ricovero; stato di fumatore attivo; elevati livelli di D-Dimero ematico; grado rilevante di comorbidità.  Lo studio aveva l’obiettivo di valutare se la proporzione di pazienti che andavano incontro a trasferimento in terapia intensiva e/o morte potesse essere condizionata dall’assunzione di vitamina D. Durante un periodo di follow-up di 14 giorni circa, 27 pazienti sono stati venivano trasferiti in terapia intensiva - Icu -  e 22 sono deceduti. Nel complesso, 43 pazienti, ovvero il 47,3%, sono andati incontro a morte o trasferimento in Icu”.

Dall’analisi statistica emerge che il “peso” delle comorbidità, rappresentate da storia di malattie cardiovascolari, broncopneumopatia cronica ostruttiva, insufficienza renale cronica, malattia neoplastica non in remissione, diabete mellito, malattie ematologiche e malattie endocrine, modificava in modo significativo l’effetto protettivo della vitamina D: maggiore era il numero delle comorbidità presenti, più evidente era il beneficio indotto dalla vitamina D.

“In particolare, nei soggetti che avevano assunto il colecalciferolo, il rischio di andare incontro a decesso/trasferimento in Icu era ridotto di circa l’80% rispetto a chi non l’aveva assunto” prosegue Giannini. “Il nostro lavoro dimostra, quindi, il potenziale effetto benefico della somministrazione della vitamina D in quei pazienti affetti da Covid-19 che, come molto spesso accade, presentano rilevanti comorbidità e indica l’opportunità di condurre studi appropriati a conferma di questa ipotesi”.

 

Grano e malattie glutine-correlate: facciamo il punto  
03 Febbraio 2021
 
 

Un recente numero speciale di Nutrients ha raccolto alcuni rilevanti contributi sulla correlazione tra consumo di cereali e salute. Una serie di ricerche originali e review che offrono una panoramica aggiornata sui rapporti, in particolare, tra assunzione di grano e malattie glutine-correlate. A coordinare lo speciale, Fabiana Zingone, gastroenterologa e ricercatrice dell’Università di Padova, cui abbiamo chiesto di raccontarci gli aspetti più rilevanti emersi dal lavoro.

D.ssa Zingone, quali sono, innanzitutto, i principali problemi legati alla diagnosi in quest’ambito clinico?

Il consumo di glutine è correlato a una serie di diverse condizioni cliniche che, negli ultimi anni, hanno assunto un’importante rilevanza epidemiologica e che possono essere raggruppate in tre grossi capitoli: i disordini immuno-mediati, in particolare la malattia celiaca, la dermatite erpetiforme e la meno definita atassia da glutine; le reazione allergiche, come l’allergia al grano; la sensibilità al glutine non celiaca o meglio ultimamente definita come sensibilità al grano non celiaca.

Mentre nei primi due casi abbiamo processi diagnostici standardizzati, che ci consentono di formulare una chiara diagnosi, per la sensibilità al glutine non celiaca manca un test diagnostico specifico della malattia, la cui diagnosi si basa, infatti, sull’esclusione delle altre entità e sul riferito malessere in seguito all’assunzione di glutine, che scompare con la sua eliminazione dalla dieta.

Quali sono i principali errore in cui si rischia di incappare?

Nella edizione speciale di “Nutrients” è stata inserita una revisione della letteratura, primo nome la Annalisa Schiepatti, del gruppo di Pavia, che ha ben delineato quali possano essere i vari errori nella diagnosi di tali problematiche. Ciò che maggiormente rende difficile, per esempio, la diagnosi, in particolare per la malattia celiaca, è l’ormai prassi comune di eliminare il glutine dalla dieta, ancor prima di eseguire il dosaggio anticorpale e/o la biopsia intestinale, quindi, prima ancora di una corretta definizione diagnostica. Questo necessariamente complica l’iter diagnostico.

Cosa emerge rispetto alla qualità di vita delle persone che seguono una dieta priva di glutine?

Da un lavoro condotto dal mio gruppo di ricerca su 100 nostri pazienti celiaci a dieta priva di glutine, nel 61% dei casi da meno di 5 anni, risulta, nel complesso, una buona qualità di vita dei pazienti. Tuttavia, si è evidenziato come soggetti giovani, con età inferiore ai 35 anni abbiano meno preoccupazioni relative allo stato di salute, rispetto a quelli di età superiore.

Inoltre, si sono osservati punteggi più bassi, quindi riferibili a una peggiore qualità di vita, in chi non aderiva bene alla dieta, in particolare per quanto riguarda i disturbi dell’umore. Questo, quindi, sottolinea che l’adesione alla dieta può migliorare anche gli aspetti psicologici, sebbene non sia possibile ben definire se la bassa aderenza alla dieta sia una causa o un effetto di tali disturbi.

Senza dubbio i pazienti celiaci, alla diagnosi, possono presentare, quando paragonati alla popolazione generale, una minore qualità di vita a cui si accompagna anche una maggiore prevalenza di ansia e depressione, così come di disturbi del sonno.

I miglioramenti con l’inizio della dieta sono frequenti. Tuttavia, sebbene nella maggior parte dei casi si perda lo stato di malessere che spesso influenza tali disordini alla diagnosi, entrano in gioco le conseguenti limitazioni che accompagnano necessariamente la dieta senza glutine. Per questo motivo è importante supportare il paziente nel percorso dietetico, aiutarlo in caso di perplessità ed essere pronti, lì dove fosse necessario, a un supporto psicologico.

Quali sono le maggiori complicanze?

La dieta priva di glutine rappresenta, a oggi, l’unica terapia per la malattia celiaca. Non vi sono, quindi, complicanze legate all’eliminazione del glutine dalla dieta, mentre quello che è riportato in letteratura è un maggiore rischio di sindrome metabolica nei soggetti a dieta, per cui è raccomadata non solo una dieta priva di glutine, ma anche una dieta equilibrata, ipocalorica se necessario. Nel numero speciale di Nutrients è riportato uno studio, sempre condotto dal mio gruppo, che ha valutato lo stato di conoscenza nutrizionale nei pazienti celiaci, paragonati a controlli e a pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali. È emerso che i pazienti celiaci sono meno a conoscenza delle comuni raccomandazioni nutrizionali, così come delle corrette fonti di nutrienti. Ciò sottolinea l’importanza che un centro dedicato alla malattia celiaca preveda la presenza, oltre che di un gastroenterologo esperto nella gestione della celiachia, anche di un dietista.

Ci sono novità sul fronte delle terapie farmacologiche per chi soffre di celiachia?

A oggi la dieta priva di glutine è l’unica terapia disponibile, ma sono in atto numerose ricerche che hanno l’obiettivo di trovare alternative a tale approccio terapeutico. Per esempio, sono in fase di studio trattamenti che mirano a digerire le componenti tossiche del glutine, prima che queste oltrepassino la barriera intestinale, mediante l’utilizzo di enzimi ingeriti per via orale. Altro tema in fase di valutazione è l’uso di probiotici/prebiotici che possano accelerare sui sintomi gastrointestinali i benefici dati dalla dieta priva di glutine.

Più in generale, per quanto riguarda il consumo di grano, si conferma il ruolo nella protezione cardiovascolare?

Nello speciale abbiamo inserito uno studio osservazionale prospettico, condotto in Giappone, che ha valutato lo sviluppo di ipertensione arteriosa in relazione al consumo di grano, in 3 anni di osservazione. Gli autori concludono che l’uso di grano è correlato a una percentuale minore di sviluppo di ipertensione arteriosa, ipotizzando, quindi, un ruolo protettivo dello stesso.

Che dire, infine, di una dieta a basso contenuto di Fodmap in caso di colon irritabile?

In questo caso ci allontaniamo dal mondo dei disturbi glutine correlati e affrontiamo il tema dell’intestino irritabile che, tuttavia, può essere in alcuni casi difficilmente differenziato da una sensibilità al glutine non celiaca, soprattutto in coloro che riferiscono un’associazione tra i sintomi e l’assunzione del glutine. La letteratura ha evidenziato l’efficacia di una dieta a basso contenuto di carboidrati poco assorbibili e altamente fermentabili, i cosiddetti Fodmaps, nei soggetti affetti da intestino irritabile, in particolare in quelli con la variante diarroica, che attribuiscono la propria sintomatologia ad una ampia varietà di cibi ad alto contenuto di questi carboidrati. Va sottolineato, che a differenza di ciò che accade nella malattia celiaca, sia nell’intestino irritabile, che nella sensibilità al glutine le restrizioni dietetiche non devono essere necessariamente seguite per tutte la vita, ma vanno modulate e definite in base alla risposta sintomatologica dei pazienti.

Nicola Miglino

Covid. Obesità e sovrappeso fattori di rischio importanti. Studio dell’Emilia Romagna

di Lorenzo Proia

Seicento pazienti, ammalatisi di Covid, coinvolti nello studio che ha messo a confronto quelli operati con la chirurgia bariatrica negli ultimi 12 mesi, con quelli in attesa di intervento. Questi ultimi hanno avuto sintomi più severi, e per loro è stato necessario un maggior ricorso al ricovero in terapia intensiva. In Emilia Romagna 884mila adulti sovrappeso e 354mila obesi. I DATI

04 FEB - Covid-19, con il sovrappeso e l’obesità i rischi aumentano. La conferma arriva da uno studio promosso e coordinato dall’Emilia-Romagna e in particolare dal Centro di Chirurgia Bariatrica dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma, in collaborazione con i Centri di Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Bologna. Lo studio è stato pubblicato su Obesity Surgery.

Una condizione, quella dell’obesità, che in Emilia-Romagna interessa oltre 350mila adulti, come emerge dai dati del Servizio Prevenzione collettiva e Sanità pubblica della Regione.

Lo studio
Seicento i pazienti, ammalatisi di Covid, coinvolti nello studio, che ha messo a confronto quelli operati con la chirurgia bariatrica (ovvero l’insieme degli interventi chirurgici utilizzati per il trattamento dell’obesità) negli ultimi 12 mesi, con quelli in attesa di intervento. Questi ultimi hanno avuto sintomi più severi, e per loro è stato necessario un maggior ricorso al ricovero in terapia intensiva.

Obesity Surgery, che ha pubblicato lo studio, è rivista di riferimento internazionale del settore e classificata come Q1 (prima posizione per impact factor) tra le riviste chirurgiche, lo studio rappresenta un’ulteriore riprova di come l’obesità sia fattore di rischio rispetto al Covid, oltre che per la maggior parte delle patologie: da quelle dell’apparato cardiorespiratorio alle oncologiche, al diabete e alle altre patologie croniche.

 


“Ancora una volta, grazie al lavoro di squadra dei nostri professionisti, questa regione può offrire un contributo importante alla ricerca”, è il commento dell’assessore regionale alle Politiche per la salute, Raffaele Donini.

“E dai dati emerge – ha voluto rimarcare l’assessore - anche che l’atteggiamento degli emiliano-romagnoli rispetto ai corretti stili di vita, a partire dall’alimentazione e dal movimento, è di grande attenzione: c’è una diminuzione tra le persone in sovrappeso, mentre aumentano quelle che praticano attività fisica. Siamo in una situazione migliore rispetto alla media nazionale, ma questo non deve farci abbassare la guardia. Le persone obese rischiano la salute, in tante patologie, e ora anche con il Covid-19”.

“La Regione sta già facendo molto in termini di prevenzione- aggiunge Donini -, tant’è che il nostro modello di intervento sui bambini ha ottenuto dall’Oms il riconoscimento di ‘buona pratica europea’. Occorre però fare ancora di più, per promuovere corretti stili di vita anche nei confronti degli ‘irriducibili’”.

Ad illustrare lo studio dell’Aou di Parma il primo firmatario, Federico Marchesi, responsabile del programma di Chirurgia Bariatrica e delle prime vie digerenti dell’Ospedale Maggiore, che fa capo alla Clinica Chirurgica generale diretta da Paolo Del Rio.

“Lo studio è nato nel momento di massima virulenza del virus, con l’obiettivo di valutare se la chirurgia dell’obesità, già protettiva per le patologie correlate, lo fosse anche nei confronti dell’infezione da Covid-19”, ha spiegato Marchesi.

“In collaborazione con gli altri Centri emiliani, abbiamo confrontato i sintomi della malattia nei pazienti operati da almeno 12 mesi con i sintomi manifestatisi in pazienti obesi in attesa di intervento, e abbiamo riscontrato che i pazienti operati hanno contratto forme di infezione più lieve con un minor tasso di ricoveri ospedalieri e un minor ricorso alle terapie intensive”, ha proseguito.

“Da queste osservazioni abbiamo potuto dedurre che la correzione chirurgica dell’obesità si conferma una misura di prevenzione primaria fondamentale anche per Covid e per le epidemie virali respiratorie. I Centri di Chirurgia Bariatrica dell’Emilia-Romagna sono stati i primi a uscire con un contributo scientifico di livello internazionale su questo tema: non possiamo che esserne orgogliosi”, ha concluso Marchesi.
 
L’impegno della Regione contro sovrappeso e obesità
Sensibilizzazione in primo piano. Il Servizio Prevenzione collettiva e Sanità pubblica della Regione, in collaborazione con le Ausl, svolge da anni numerose campagne di sensibilizzazione rispetto al corretto utilizzo degli alimenti e all’attività fisica. È stato inoltre implementato il sito www.alimenti-salute.it, ricompreso nel portale ER Salute, con dati e, soprattutto, suggerimenti per stili di vita più sani.

Invece, per quanto riguarda la presa a carico del paziente, la Regione - precedendo anche le Linee guida nazionali - già dal 2013 sta attuando politiche di rilievo, in particolare per quanto riguarda l’infanzia e l’adolescenza. Per questa fascia della popolazione sono stati previsti servizi in rete con interventi integrati e su vari fronti, attraverso “Il modello regionale di presa in carico del bambino sovrappeso e obeso”.  

Il modello si struttura in primis con la prevenzione primaria, coinvolgendo i pediatri di libera scelta nel monitoraggio antropometrico e nell’intercettazione precoce di sovrappeso e di obesità. Quindi lo sviluppo sul territorio di équipe multidisciplinari per la presa in carico e l’educazione terapeutica del bambino e del nucleo familiare sullo stile di vita idoneo. Il tutto con l’obiettivo di limitare l’obesità grave e complicata.

Il modello regionale ha ottenuto, anche in virtù di queste azioni,  il riconoscimento di “Buona pratica europea per il contrasto all’obesità infantile” da parte dell’Oms.

Lorenzo Proia

Covid: L-Arginina & Vitamina C Liposomiale hanno mostrato effetti positivi

 

La vitamina C e la L-arginina sono necessarie per la sintesi di ossido nitrico

In attesa di raggiungere una copertura adeguata di persone vaccinate, per l’immunità di gregge necessaria a debellare questa pandemia, oggi è opportuno utilizzare per i pazienti affetti da Covid-19 tutti i farmaci e le opzioni a disposizione.

Al momento le autorità regolatorie internazionali (FDA ed EMA) non hanno ancora approvato alcuna terapia specifica per il trattamento dei pazienti con infezione da COVID-19. Diverse sono infatti le terapie al vaglio degli studi clinici ma nessuna ha ancora dato prova di una reale efficacia nella cura dei malati offrendo una pronta ripresa a livello respiratorio e una rapida negativizzazione. I pazienti affetti da Covid-19 presentano tra i vari sintomi difficoltà respiratorie e fiato corto.

Queste manifestazioni sistemiche osservate nel decorso della malattia potrebbero essere spiegate da una disfunzione endoteliale preesistente.

Questa connessione è stata evidenziata dal team del Professor Gaetano Santulli (nella foto), M.D., Ph.D, Professore e Ricercatore all’ AE College of Medicine di New York che nella sua reviewafferma “La disfunzione endoteliale è una delle principali cause di diverse condizioni patologiche che interessano il sistema cardiovascolare, tra cui ipertensione, aterosclerosi, diabete e aterotrombosi. Nell'aprile 2020, siamo stati il primo gruppo a dimostrare che le manifestazioni sistemiche osservate nella malattia da coronavirus (COVID-19) potrebbero essere spiegate da una disfunzione endoteliale preesistente. Infatti, alterazioni della funzione endoteliale sono state correlate a ipertensione, diabete, tromboembolia e insufficienza renale, tutte presenti, in misura diversa, nei pazienti COVID-19.”

L-Arginina e Vitamina C nella terapia del Covid-19

L-arginina è un amminoacido polare, con catena laterale idrofilica, basico, coinvolta in diverse vie metaboliche; tra queste, è particolarmente rilevante la conversione in citrullina tramite l'enzima ossido nitrico sintasi che determina la produzione di Ossido Nitrico (NO).

L’NO[1] è un mediatore endogeno di processi biologici quali la vasodilatazione e la trasmissione degli impulsi nervosi e viene prodotto dall’endotelio come modulatore del tono vascolare. La produzione di livelli adeguati di NO nell'endotelio vascolare è fondamentale per la regolazione del flusso sanguigno e per la vasodilatazione.

Diverse pubblicazioni2 indicano che l’assunzione di L-Arginina possa aumentare i livelli di NO nelle cellule endoteliali ed epiteliali. Questo aumento dei livelli intracellulari di NO permette di ridurre la pressione arteriosa e i potenziali danni d’organo ad essa correlati.

Più di recente, con la pubblicazione sulla prestigiosa rivista Antioxidants della review “Vitamin C and cardiovascular disease: an update”, un nuovo studio condotto ancora una volta dai ricercatori dell’AE College of Medicine di New York, sempre sotto l’esperta guida dal Professor Santulli, ha confermato i potenziali effetti benefici e le proprietà antiossidanti della vitamina C in una serie di condizioni patologiche quali disturbi cardiaci e vascolari, e quanto la vitamina C sia l’alleato perfetto per l’associazione alla L-Arginina.

Infatti, sia la vitamina C che la L-arginina sono necessarie per la sintesi di ossido nitrico. Tuttavia, non tutte le vitamine C sono uguali. Nella review, Santulli descrive la vitamina C liposomiale come il miglior metodo di somministrazione di vitamina C, in quanto ha una biodisponibilità migliore rispetto alla vitamina C non liposomiale, evitando i rischi associati alla somministrazione endovenosa. Inoltre, la vitamina C liposomiale aumenta la concentrazione di vitamina C nel sangue quasi raddoppiando la concentrazione ottenibile tramite la forma non liposomiale. Dal momento che, sia la vitamina C che la L-arginina sono note per migliorare la funzione endoteliale e ridurre la permeabilità vascolare durante le malattie infettive, è possibile ipotizzare che la loro associazione possa essere sinergica nell'affrontare le malattie infettive. Ad esempio, poiché il COVID-19 sta causando endoteliopatia, l'associazione tra L-arginina orale e vitamina C liposomiale (Bioarginina®C, 2 flaconcini/die) potrebbe essere efficace per il COVID-19 ed altri disturbi infettivi[2].

L’uso della L-Arginina nella terapia Covid-19. Il caso dell’Ospedale Cotugno di Napoli

Sulla base di queste evidenze scientifiche l’Ospedale Cotugno di Napoli ed in particolare il reparto di terapia intensiva e sub intensiva diretto dal Professor Giuseppe Fiorentino, Primario di Pneumologia, è stato il primo ospedale italiano a valutare positivamente l’impiego di L-Arginina nei pazienti ricoverati per patologia da COVID-19. Come dichiarato dal Professor Fiorentino, la supplementazione di 2 flaconcini/die di L-arginina (1,66g x 2) in aggiunta alla terapia standard adottata dall’Ospedale, ha evidenziato un recupero più rapido della funzionalità respiratoria ed una precoce negativizzazione dei pazienti.

A fronte dell’osservazione di questi risultati e con l’obiettivo di sistematizzare e condividere queste osservazioni con la Comunità Scientifica, l’Ospedale Cotugno ha avviato uno studio clinico randomizzato, a gruppi paralleli, controllato, in doppio cieco, verso placebo, per valutare come l’aggiunta alla terapia standard di due flaconcini al giorno di L-Arginina, per via orale, in soggetti affetti da COVID19 sia utile per produrre un miglioramento della prognosi nei pazienti affetti da questa patologia.

Il protocollo dello studio attualmente in atto prevede che dei 300 pazienti ospedalizzati per infezione da Covid-19 con positività del test molecolare, 150 saranno trattati con L-Arginina e 150 con Placebo.

 


1. Gambardella J, Khondkar W, Morell MBi, Wang X, Santulli G and Trimarco V. Arginine and Endothelial Function. Biomedicines 2020,

8, 277

2 Niwanthi W Rajapakse and David L Mattson. Clinical and Experimental Pharmacology and Physiology (2009) 36, 249–255

[1]Furchgott RF, Zawadski JV. The obligatory role of endothelial cells in the relaxation of arterial smooth muscle by acetylcholine. Nature

1980; 288: 373–6.

[2] M B. Morelli, J. Gambardella, V. Castellanos, V. Trimarco and G. Santulli. Antioxidants2020, 9, 1227; Vitamin C and Cardiovascular Disease: An Update; [doi:10.3390/antiox9121227 www.mdpi]

Polifenoli dell’uva aiutano nel recupero da affaticamento muscolare
 
 
 

Un’integrazione con polifenoli dell'uva può rivelarsi un utile supporto agli atleti in caso di attività intensa e prolungata per contrastare l’effetto dei radicali liberi di ossigeno e azoto prodotti durante lo sforzo. Queste le conclusioni di una revisione della letteratura pubblicata di recente sul Journal of the international society of sports nutrition.

I ricercatori hanno selezionato dalle biblioteche biomediche i 12 lavori più rilevanti sul tema condotti tra il 2005 e il 2019. Circa la metà con bevande a base di uva e metà con estratti, compresi quelli da buccia o semi. Il livello dei partecipanti variava da amatori a professionisti in diversi ambiti sportivi. L'integrazione con polifenoli dell'uva sembra avere un effetto positivo contro lo stress ossidativo. Gli esiti dipendono dai dosaggi, dalla durata dell’integrazione e dal profilo biochimico, ovvero dal contenuto totale e dalla distribuzione tra le famiglie polifenoliche. Inoltre, sembra che il tipo e l'intensità dell'esercizio piuttosto che lo stato di allenamento dell'atleta possano influenzare la risposta ossidativa dell’organismo. Considerati i dosaggi impiegati negli studi, gli Autori ritengono improbabile che gli atleti possano ottenere quantità adeguate di polifenoli dalla sola dieta e, pertanto, i prodotti concentrati si rivelano un approccio interessante.

Così concludono i ricercatori: “L'esercizio fisico induce una iperproduzione di radicali liberi con un sovraccarico di stress ossidativo, definito come squilibrio tra la produzione di specie reattive e difesa antiossidante intrinseca. Bassi livelli di specie reattive di ossigeno e azoto giocano un ruolo chiave nell’adattamento muscolare alla fatica, modulando espressione genica e segnali intra e inter-cellulari. Concentrazioni molto elevate, però, determinano danni muscolari che limitato sia la forza che la capacità di resistenza aerobia. Di conseguenza, l'uso di integratori con proprietà antiossidanti può rivelarsi una strategia efficace per mantenere l’equilibrio ottimale. In quest’ambito, l'uva è da considerare un'importante fonte di antiossidanti naturali per il suo alto contenuto in polifenoli che hanno già evidenziato benefici nell’attenuazione dei danni da esercizio fisico inteso in diversi sport. Di conseguenza, è lecito ipotizzare che un'integrazione con prodotti a base di uva possa essere di aiuto per mitigare lo stress ossidativo indotto dall'attività fisica. L'uso quotidiano e a lungo termine è da evitare, mentre può rivelarsi strategico l’impiego nei periodi di allenamento intenso. In ogni caso, sono necessarie ricerche mirate in quest’ambito per determinare dosaggi e tempi di assunzione in funzione della tipologia di atleta e di sport”.

Nicola Miglino

Covid-19, la salute dell'intestino è collegata alla gravità della malattia

 
 
 

Uno studio pubblicato su Gut mostra un legame tra la salute intestinale e la risposta dell'organismo all'infezione da Sars-CoV-2. Pare infatti che uno squilibrio dei batteri presenti nell'intestino sia frequente nei pazienti con Covid-19 e collegato ai sintomi più gravi della malattia. «L'associazione tra la composizione del microbiota intestinale e i livelli di citochine e di marker infiammatori nei pazienti con Covid-19 suggerisce che il microbioma intestinale è coinvolto nella gravità del Covid-19 probabilmente mediante la modulazione delle risposte immunitarie dell'ospite» concludono Yun Kit Yeoh, della The Chinese University of Hong Kong, e colleghi.

In particolare, gli autori hanno condotto uno studio di coorte in due ospedali in cui, tra febbraio e maggio 2020, hanno raccolto campioni di sangue e fecali di 100 pazienti con infezione da Sars-CoV-2 confermata in laboratorio. Sono stati inoltre raccolti campioni di feci seriali fino a 30 giorni dopo l'eliminazione del virus di 27 dei 100 pazienti. Dal confronto del Dna fecale dei pazienti Covid-19 con quello di 78 soggetti senza Covid-19 è emerso che i primi avevano la composizione del microbioma intestinale significativamente alterata. Questo indipendentemente dal fatto di aver ricevuto o meno farmaci. È stato osservato un maggior numero di alcuni batteri nei pazienti Covid-19, come Ruminococcus gnavusRuminococcus Torques e Bacteroides dorei, e uno ridotto di altri, come Faecalibacterium prausnitziiEubacterium rectale e diverse specie di bifidobacteri, noti per essere dei potenziali immunomodulatori. Queste specie restavano basse anche nei campioni raccolti fino a 30 giorni dalla risoluzione della malattia. «Il microbiota intestinale disbiotico che persiste dopo la risoluzione della malattia potrebbe essere un fattore nello sviluppo di sintomi persistenti e/o sindromi infiammatorie multisistemiche che si verificano in alcuni pazienti dopo l'eliminazione del virus» affermano gli autori. È stato inoltre notato, come spiegano i ricercatori, che questa "composizione perturbata" mostrava stratificazione con la gravità della malattia concorde con elevate concentrazioni di citochine infiammatorie e marker del sangue, tra cui ma non solo la proteina C reattiva e la lattato-deidrogenasi. Per gli autori è necessario capire come i microrganismi intestinali siano coinvolti nell'infiammazione e nel Covid-19.

Gut 2021. Doi : 0.1136/gutjnl-2020-323020
http://dx.doi.org/10.1136/gutjnl-2020-323020  

Diabete di tipo 2, remissione temporanea in sei mesi con dieta Low-carb
 
 

Una dieta a basso contenuto di carboidrati è in grado di determinare una remissione del diabete di tipo 2. Benefici, però, che vanno via via perdendosi con il tempo. Queste le conclusioni di una metanalisi pubblicata nei giorni scorsi sul British medical journal.

Quello della miglior dieta da seguire in caso di diabete di tipo 2 è un dibattito sempre aperto tra gli addetti ai lavori, anche in relazione a risultati contrastanti di molti studi clinici. Per offrire un contributo alla discussione, un team di ricercatori internazionali ha deciso così di valutare efficacia e sicurezza delle diete Low-carb (Lcd: meno del 26% di calorie giornaliere da carboidrati) e Very low-carb (Vlcd: meno del 10% di calorie giornaliere da carboidrati) seguite per almeno 12 settimane da adulti (età media da 47 a 67 anni) con diabete di tipo 2, rispetto a diete di controllo per lo più a basso contenuto di grassi.

I risultati si basano sull'analisi dei dati di 23 studi randomizzati che hanno coinvolto 1.357 partecipanti. Gli end-point a sei e 12 mesi includevano remissione del diabete (HbA 1c <6,5%), con o senza l'uso di farmaci antidiabetici), perdita di peso, eventi avversi e qualità della vita.

L’evidenza segnala come i pazienti con Lcd abbiano raggiunto tassi di remissione del diabete più elevati, fino al 32%, rispetto a quelli con diete di controllo, senza eventi avversi. Tra gli effetti aggiuntivi, maggiore perdita di peso, ridotto uso di farmaci e miglior profilo lipidico. Tuttavia, la maggior parte di questi benefici è andata perdendosi a 12 mesi, segnalando, in alcuni casi, anche peggioramento di qualità di vita e profilo lipidico.

Così commentano gli Autori: “Consapevoli di alcuni limiti del nostro studio, a partire dall’ancora non unanime condivisione del concetto di remissione del diabete, sino ai dati non del tutto completi su efficacia e sicurezza a lungo termine delle diete Lcd, il nostro suggerimento ai clinici è comunque di prendere in considerazione il ricorso nel breve periodo a diete Low-carb per la gestione del diabete di tipo 2, tenendo monitorati i pazienti e regolando la terapia farmacologica di conseguenza. Sono sicuramente necessari studi randomizzati e controllati a lungo termine per determinare gli effetti di una Lcd su perdita di peso e remissione del diabete, nonché sulla mortalità cardiovascolare e sulla maggiore morbilità".

Nicola Miglino