Il caffè protegge dall’epatopatia cronica

(Reuters Health) – Uno studio condotto sui dati della UK Biobank dimostra che le persone che bevono qualsiasi tipo di caffè, che contenga o meno caffeina, hanno meno probabilità di sviluppare epatopatia cronica o di morire per tale causa rispetto alle controparti che non assumono la bevanda.

I ricercatori – guidati da Oliver Kennedy, dell’Università di Southampton – hanno analizzato i dati relativi a 384.818 partecipanti allo studio che hanno riferito di consumare caffè e 109.767 che non lo consumavano. Dopo un follow-up mediano di 10,7 anni, gli studiosi hanno rilevato 3.600 casi di epatopatia cronica, 5.439 casi di epatopatia cronica o steatosi, 184 casi di carcinoma epatocellulare e 301 casi di decesso per epatopatia cronica.

Rispetto ai partecipanti che non consumavano caffè, le controparti presentavano un rischio significativamente inferiore di epatopatia cronica (hazard ratio aggiustato 0,79), epatopatia cronica o steatosi (aHR 0,80), carcinoma epatocellulare (aHR 0,80) e decesso per epatopatia cronica (aHR 0,51).

Il consumo mediano di caffè era due tazze al giorno in coloro che assumevano la bevanda, segnalano i ricercatori su BMC Public Health. Il massimo effetto protettivo per l’assunzione di caffè si è presentano con tre-quattro tazze al giorno.

Tra i consumatori di caffè, 79.644 (19%) assumevano caffè decaffeinato. Chi consumava la variante decaffeinata aveva più probabilità di essere di sesso femminile e più anziano e meno probabilità di essere fumatore.

Rispetto ai partecipanti che non bevevano alcun tipo di caffè, quelli che assumevano caffè decaffeinato presentavano un rischio significativamente inferiore di epatopatia cronica (HR 0,80), epatopatia cronica o steatosi (HR 0,85) e decesso per epatopatia cronica (HR 0,36).

Tuttavia, il caffè istantaneo sembra avere un minor effetto protettivo rispetto al caffè macinato. Ad esempio, la riduzione del rischio di sviluppare epatopatia cronica è risultata meno pronunciata con il caffè istantaneo (HR 0,85) che con quello macinato (HR 0,65), così come il rischio di morire per epatopatia (HR rispettivamente 0,65 e 0,39).

Fonte: BMC Public Health
Lisa Rapaport
(Versione Italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

Caffeina scudo protettivo contro cellule di melanoma
 

La caffeina protegge contro la crescita delle cellule di melanoma umano. Questa la conclusione di uno studio appena pubblicato su Molecules, condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto superiore di sanità (Iss), in collaborazione con colleghi dell’Idi di Roma, del Neuromed di Pozzilli e delle Università di Ferrara e Roma “Tor Vergata”.

L’analisi si è focalizzata sull’identificazione dei meccanismi attraverso i quali la caffeina svolge un importante ruolo protettivo contro alcuni tipi di tumori, già descritto in molti lavori in letteratura, ma ancora non completamente caratterizzato a livello molecolare.

“Utilizzando approcci in silico e in vitro, abbiamo identificato una proteina che probabilmente gioca un ruolo fondamentale in questa azione benefica della caffeina, cioè l’enzima tirosinasi che, come è noto, ha una funzione chiave nella sintesi della melanina e che svolgerebbe sia un’azione protettiva contro gli effetti del danno generato dai raggi Uv, sia un’importante funzione di immunomodulazione”, dice Francesco Facchiano, coordinatore dello studio effettuato presso il dipartimento di Oncologia e Medicina molecolare dell'Iss. “La melanina prodotta da cellule di melanoma umano esposte alla caffeina è, infatti, risultata significativamente aumentata”.

Come sottolinea Claudio Tabolacci, primo autore dell'articolo e ricercatore sostenuto dalla Fondazione Umberto Veronesi “Molto importante è stata la scelta dei modelli cellulari, che in questo studio sono le melanoma initiating cells che hanno interessanti caratteristiche di staminalità, tra le quali la capacità di conferire resistenza ai farmaci e favorire la recidiva di un tumore: la caffeina ha significativamente ridotto la crescita di queste cellule. Abbiamo inoltre evidenziato il ruolo di molecole di segnale come Il-1β, Ip-10, Mip-1α, Mip-1β e Rantes, la cui secrezione da parte di queste cellule in coltura è ridotta quando vengono esposte alla caffeina”.

Secondo l’Iss “i risultati dello studio appena pubblicato aprono nuove e interessanti prospettive nell’ambito della terapia differenziativa, finalizzata cioè a far differenziare le cellule per colpire solo quelle tumorali evitando la comparsa di recidive dopo il trattamento chemioterapico.  Terapia che per tumori maligni come il melanoma cutaneo è considerata un promettente campo di studio”. (n.m)

Dieta e coronarie: cattiva alimentazione aumenta il rischio di una malattia coronarica più grave

 

La gravità della malattia coronarica (CAD) è direttamente associata a un modello dietetico malsano ed è mediata indirettamente dalla presenza della sindrome metabolica, mentre un modello dietetico sano ha avuto un’associazione diretta inversa con la gravità della CAD, ed è mediata indirettamente dall’assenza di sindrome metabolica, secondo uno studio pubblicato su Nutrition and Health.

“L’associazione di schemi dietetici e sindrome metabolica con la gravità della malattia coronarica (CAD) è poco nota. Per questo abbiamo voluto esplorare la relazione tra i principali modelli dietetici e la gravità della CAD tra i pazienti con nuova diagnosi utilizzando la modellazione delle equazioni strutturali (SEM)” spiega Mohamed Kuhail, della Tehran University of Medical Sciences, in Iran, primo autore dello studio.

I ricercatori hanno studiato 423 pazienti con CAD di nuova diagnosi, la cui gravità è stata valutata dal punteggio Gensini, di età compresa tra 35 e 65 anni, sottoposti ad angiografia coronarica. Tutti i pazienti hanno compilato un questionario semiquantitativo sulla frequenza del cibo e un questionario internazionale sull’attività fisica, la scala dello stress percepito, e sono stati esaminati per quanto riguarda il profilo lipidico, la glicemia a digiuno e le misurazioni antropometriche e della pressione sanguigna.

Gli esperti hanno identificato due modelli identificati come “modello dietetico non salutare” e “modello dietetico salutare”. I risultati dell’analisi SEM hanno mostrato che il modello dietetico non salutare ha un’associazione diretta positiva significativa con la gravità della CAD, che è indirettamente mediata dalla presenza di sindrome metabolica, dopo aver aggiustato per età e scala di stress percepito.

Il modello dietetico sano, invece, ha mostrato un’associazione diretta negativa significativa con il punteggio di Gensini e un’associazione indiretta attraverso la sindrome metabolica negativa, dopo aver aggiustato per genere, attività fisica e scala dello stress percepito.

Nutr Health. 2021 Jun 21;2601060211020655. doi: 10.1177/02601060211020655.

 

Effetti antinfiammatori della dieta e restrizione calorica nella sindrome metabolica

 

La perdita di peso nei pazienti con sindrome metabolica ha effetti positivi sui rischi cardiovascolari e di diabete di tipo 2, ma i suoi effetti sulle citochine periferiche e sui profili lipidici nei pazienti non sono ancora chiari. Scopo dello studio è stato quello di determinare gli effetti della perdita di peso indotta dalla dieta su parametri metabolici, lipidi e profili di citochine. Diciotto maschi adulti con sindrome metabolica (definita secondo IDF 2009) e indice di massa corporea (BMI) compreso tra 25 e 35 kg / m2 sono stati sottoposti a una dieta ipocalorica bilanciata per 6 mesi per raggiungere almeno una perdita di peso corporeo del 5%. Dopo la perdita di peso, è stato osservato un miglioramento significativo di BMI, circonferenza della vita, insulina, glicemia a digiuno e HOMA-IR (valutazione del modello di omeostasi della resistenza all'insulina). L'analisi delle lipoproteine ​​LDL (colesterolo lipoproteine ​​a bassa densità) e HDL (colesterolo lipoproteico ad alta densità) ha mostrato un cambiamento nella loro composizione con un massiccio trasferimento di triacilgliceroli da HDL a LDL. Ciò è stato associato a una significativa riduzione delle citochine proinfiammatorie periferiche come IL-6, TNF-α, IL-8 e MIP-1β, portando a un punteggio infiammatorio complessivo ridotto. È stata inoltre osservata un'interessante correlazione positiva tra i livelli di citochine periferiche dopo la dieta e i livelli periferici di CETP (proteina di trasferimento dell'estere del colesterolo), un enzima con un ruolo chiave nel cambiamento dei lipidi. La perdita di peso attraverso la restrizione calorica è associata a un miglioramento dei profili dei lipidi periferici e delle citochine che possono svolgere un ruolo importante nel miglioramento del rischio cardiovascolare.

Fonte: L Montefusco, F D'Addio, C Loretelli, M Ben Nasr, M Garziano, A Rossi, I Pastore, L Plebani, M E Lunati, A M Bolla, M D Porta, G Piuri, F Rocchio, A Abdelsalam, E Assi, M Barichella, A Maestroni, V Usuelli, L Loreggian, F Muzio, G V Zuccotti, R Cazzola, P Fiorina “Anti-inflammatory effects of diet and caloric restriction in metabolic syndrome” J Endocrinol Invest. 2021 Mar 8. doi: 10.1007/s40618-021-01547-y. Online ahead of print.

Omega-3, Dha potenziale veleno per le cellule tumorali
 
 

Identificato un meccanismo cellulare che potrebbe spiegare l’effetto antitumorale degli Omega-3, in particolare dell’Acido docosaesaenoico (Dha). Al momento si tratta di studi di laboratorio e su modello animale, ma per la prima volta si è compreso come il Dha interagisca con il metabolismo della cellula tumorale inducendola a una sorta di vero e proprio suicidio attraverso una particolare forma di apoptosi.

La ricerca, pubblicata su Cell metabolism, è stata condotta da un gruppo di studiosi dell’Università di Lovanio, in Belgio, con il supporto della Fondation Louvain, della Belgian cancer foundation e di Télévie Telethon.

Tutto ha avuto inizio nel 2016, quando Olivier Feron, oncologo dell’Università di Lovanio, scoprì che le cellule tumorali, in un microambiente acido come quello che le caratterizza, sostituiscono il glucosio con i lipidi come fonte di energia per moltiplicarsi. Nel 2020, lo stesso Feron ha poi evidenziato come proprio queste cellule si rivelino le più aggressive, acquisendo la capacità di lasciare il tumore originale per generare metastasi. Nel frattempo, Yvan Larondelle, della Facoltà di Bioingegneria della stessa Università, lavorando su fonti dietetiche di acidi grassi, ha proposto a Feron di unire le loro competenze in un progetto di ricerca, guidato da Emeline Dierge, per valutare il comportamento di cellule tumorali in presenza di diverse tipologie di acidi grassi.

Nello studio appena pubblicato, il team racconta di come abbia potuto rapidamente verificare che le cellule tumorali acidofile rispondono in modi diametralmente opposti a seconda dell'acido grasso somministrato. Nel giro di poche settimane, i risultati sono stati “impressionanti e sorprendenti”, come li definiscono gli stessi Autori: "Abbiamo scoperto che alcuni acidi grassi stimolano le cellule tumorali mentre altri le uccidono e il Dha è un vero e proprio veleno”.

Un veleno che agisce sulle cellule tumorali tramite un fenomeno chiamato ferroptosi, un tipo di morte cellulare legata alla perossidazione di alcuni acidi grassi: maggiore è la quantità di acidi grassi insaturi presenti nella cellula, maggiore è il rischio della loro ossidazione. Normalmente, le cellule tumorali immagazzinano questi acidi grassi in goccioline lipidiche all’interno del microambiente acido, una sorta di cordone di sicurezza in cui gli acidi grassi sono protetti dall'ossidazione. In presenza, però, di grandi quantità di Dha, la cellula tumorale è talmente sovraccarica da non riuscire a “stoccarlo”. Il risultato è che l’acido grasso subisce il processo di perossidazione e la cellula muore. La controprova, è che quando i ricercatori hanno somministrato alle cellule un inibitore della formazione delle goccioline lipidiche, nella fattispecie un inibitore della diacilglicerol aciltransferasi, il fenomeno si è notevolmente amplificato. Infine, il team ha anche somministrato una dieta ricca di Dha a topi con tumore, evidenziando un rallentamento nella progressione dalla malattia rispetto a topi con una dieta convenzionale.

Uno studio che aggiunge un ulteriore tassello al dibattito sul ruolo degli Omega-3 nella prevenzione e nella terapia dei tumori. L’auspicio è che quanto prima si riescano ad avere studi clinici randomizzati in grado di fornire alla medicina prove evidenti di un utile supporto alle terapie standard.

Nicola Miglino

Gravidanza, una dieta sana previene il rischio di complicanze
 
 

Una dieta sana dal periodo del concepimento fino al secondo trimestre può ridurre il rischio di complicanze durante la gravidanza. Questo il risultato di uno studio condotto da ricercatori dei National institutes of health e pubblicato di recente sull’ American journal of clinical nutrition.

Si tratta di una sottoanalisi dei dati di circa 1.900 donne afferenti al Nichd-Fetal growth study condotto tra il 2009 e il 2013. Nello specifico, i ricercatori esaminato le informazioni dietetiche raccolte in diverse fasi della gravidanza: tra l’ottava e la tredicesima settimana è stato chiesto di riferire la tipologia di dieta seguita nei tre mesi precedenti. Nell’intervallo 16-22 e 24-29 settimane, dovevano invece riferire cosa avevano mangiato nelle 24 ore precedenti. Le risposte sono state tradotte in un punteggio calcolato in base a tre scale nutrizionali di valutazione qualitativa: l’Alternate healthy eating index (Ahei), l’Alternate mediterranean diet (Amed) e il Dietary approaches to stop hypertension (Dash) diet.

Punteggi elevati dei tre indici sono risultati associati a minor rischio di diabete gestazionaleipertensionepreeclampsia e parto prematuro. Nel dettaglio, le donne con un punteggio Ahei elevato a 16-22 settimane presentavano un rischio di diabete gestazionale inferiore del 32% rispetto a quelle con punteggio basso. Un indice Dash elevato a 8-12 e 16 -22 settimane si correlava a un rischio di ipertensione inferiore del 19%, così come un punteggio Amed o Dash elevato a 24-29 settimane è risultato associato a un rischio inferiore del 50% di parto pretermine.

“Sebbene gli esatti meccanismi molecolari alla base di tali effetti restino da chiarire, i risultati del nostro studio hanno una possibile spiegazione sotto il profilo biologico”, commentano gli Autori. Dieta mediterranea e Dash, per esempio, sono correlate a un miglior profilo glucidico e lipidico, a riduzione del peso corporeo e a valori di pressione arteriosa più bassi. La stessa dieta mediterranea, poi, ha dato prova di ridurre lo stato infiammatorio e migliorare la funzione endoteliale. Allo stesso modo, l'Ahei è stato correlato a una minore resistenza all'insulina e livelli di trigliceridi più bassi. Come noto, si tratta di un complesso di fattori di rischio collegati all’insorgenza di diabete gestazionale, preeclampsia e parto pretermine”.

Nicola Miglino

Latte, assolto dal rischio ipercolesterolemia
 
 

Bere latte non aumenta colesterolemia rischio cardiovascolare, secondo quanto emerge da uno studio pubblicato nei giorni scorsi sull'International journal of obesity.

Diverse sono le ricerche del recente passato che hanno messo in correlazione il consumo di latticini con l’insorgenza di malattie cardiometaboliche, dall’obesità al diabete. Molti i bias, però, dalle dimensioni del campione coinvolto, alla tipologia di popolazioni.

Ecco allora che un gruppo di scienziati delle Università di Reading, South Australia e Auckland ha esaminato tre ampi trial di popolazione condotti nel Regno Unito, per un totale di circa due milioni di persone coinvolte, valutando, attraverso un approccio combinato tra genetica e sondaggio su abitudini dietetiche, se vi fosse correlazione tra consumo di latte e rischio cardiovascolare.

Originale la strategia genetica, che si è basata sulla presenza di una variante del gene codificante l’enzima lattasi, cruciale per la digestione del lattosio: la presenza di tale variante identificava consumatori abituali di latte, garantendo un sistema di controllo oggettivo rispetto alle dichiarazioni di ciascuno relative elle proprie abitudini.

I risultati evidenziano come nei consumatori abituali di latte si riscontrasse un Bmi più elevato, così come un aumento della massa grassa, senza però variazione di colesterolo totale, Hdl e Ldl, insieme a un rischio di malattia coronarica ridotto del 14% rispetto ai non bevitori.

Tra le spiegazioni possibili, secondo gli Autori, il fatto che calcio e lattosio contenuti nel latte possano avere un impatto sul metabolismo lipidico. Rispetto ad altri prodotti lattiero-caseari, inoltre, il latte è più povero di grassi ed è possibile che, per aumentare l'assunzione di calcio, chi ha un’intolleranza al lattosio tenda a consumare a utilizzare alimenti più grassi e meglio tollerati come formaggi e yogurt. Terza ipotesi: è possibile che l'assunzione aumenti l'escrezione degli acidi biliari portando così a una degradazione del colesterolo epatico. Un’ultima spiegazione, infine, riguarda una possibile azione sul microbiota intestinale in grado di alterare i processi di sintesi del colesterolo.

“Alla luce di quanto emerso nel nostro studio riteniamo che, prima di suggerire raccomandazioni sul consumo di latticini in prevenzione cardiovascolare, siano assolutamente necessari studi clinici di intervento di ampie dimensioni”.

Lievito, come sconfiggere falsi miti e fake news
 
 

Il lievito non fa ingrassare, contiene poche calorie e, consumato come integratore, contribuisce al nostro benessere.  Da questo presupposto e per fare chiarezza su una serie di luoghi comuni, nasce welovelievito.it, progetto digitale nato su iniziativa del Gruppo lievito di Assitol.

 “Navigando sul web si scopre che basta eliminare il lievito dalla dieta quotidiana per perdere peso in pochissimo tempo” sottolinea Assitol in una nota. “Si tratta di un falso mito che non ha alcun fondamento scientifico. Un alimento per essere concausa di obesità o di sovrappeso deve essere estremamente calorico o grasso, l’esatto contrario del lievito: dal punto di vista nutrizionale, 100 grammi contengono in media 54 calorie, 0,5 grammi di grassi, 12 grammi di proteine, 7 grammi di fibre, 1 grammo di carboidrati, 71 grammi di acqua. In poche parole, è ipocalorico e, se si pensa che, in media, l’italiano ne consuma circa 15 grammi al giorno, non può certo rappresentare un pericolo per la linea”.

Il lievito per la panificazione, chiamato anche lievito di birra (Saccharomyces cerevisiae), rappresenta il primo probiotico utilizzato dall’uomo, una caratteristica, intuita dagli antichi e riconosciuta in tempi recenti da nutrizionisti e ricercatori.

Risultato di un processo del tutto naturale come la fermentazione del melasso di zucchero, il lievito è ricco di vitamine del gruppo B, di proteine e minerali, come il magnesio, il fosforo, il calcio, il potassio e il selenio, oltre che di betaglucani.

“È proprio la componente vitaminica ad accelerare l’assimilazione dei carboidrati, agevolando la loro trasformazione in energia e favorendo il processo digestivo senza dimenticare le sue proprietà cosmetiche, poiché agisce come un vero e proprio ricostituente di bellezza, soprattutto per la pelle, i capelli e le unghie” conclude Assitol. “A tale scopo, è possibile consumarlo crudo o in capsule. In particolare, gli estratti di lievito, dalle capacità rivitalizzanti del tutto naturali, sono alla base di prodotti per capelli di ultima generazione”.

Ruolo del miele nella tosse acuta pediatrica
 
 

Due evidenze: la tosse nel bambino è fonte di preoccupazione per i genitori e motivo di consultazione pediatrica e il miele è uno dei nutraceutici più utilizzati nelle culture di tutto il mondo per alleviare i sintomi della tosse nel bambino.

In effetti, l'importanza medicinale del miele è stata documentata nelle più antiche letterature mediche del mondo e, sin dai tempi antichi, si sa che può favorire la riparazione della mucosa intestinale danneggiata, stimolare la crescita di nuovi tessuti e agire come antinfiammatorio del cavo orale. Il miele grezzo contiene, inoltre, abbondanti quantità di composti come flavonoidi e altri polifenoli che possono funzionare da antiossidanti.

Una recente Cochrane si è concentrata sul confrontare il miele da solo, o in combinazione con antibiotici, rispetto a nessun trattamento, placebo, sciroppo per la tosse a base di miele o altri farmaci da banco per la tosse nei bambini di età compresa tra 12 mesi e 18 anni. Molte le evidenze emerse. Utilizzando una scala per misurare il sollievo sintomatico della tosse, il miele riduce la frequenza della tosse meglio di nessun trattamento o placebo, mentre può avere un effetto simile al destrometorfano ed essere migliore della difenidramina. Dare miele per un massimo di tre giorni è probabilmente più efficace per alleviare i sintomi della tosse rispetto al placebo o al salbutamolo; oltre i tre giorni il miele probabilmente non fornisce alcun vantaggio rispetto al salbutamolo o al placebo nel ridurre la gravità della tosse, la tosse fastidiosa e l'impatto della tosse sul sonno per genitori e figli. Evidenza questa di certezza moderata, perché la maggior parte dei bambini ha ricevuto cure per una notte, il che è un limite ai risultati di questa revisione.

Uno studio australiano ha arruolato 134 bambini affetti da tosse acuta randomizzati a ricevere per tre sere successive una miscela di latte (90 ml) e miele millefiori (10 ml) o una dose di destrometorfano o levodropropizina, aggiustata per l'età specifica. 

La miscela di latte e miele è sembrata efficace almeno quanto il trattamento farmacologico e questi risultati sono in linea con studi precedenti, che riportavano gli i benefici del miele sulla tosse pediatrica, anche se l'effetto placebo non può essere totalmente escluso.

Uno studio del 2008 aveva dato a 105 bambini, di età compresa tra 2 e 18 anni, con infezioni del tratto respiratorio superiore, sintomi notturni e durata della malattia inferiore a otto giorni una singola dose di miele di grano saraceno, destrometorfano aromatizzato al miele o nessun trattamento, 30 minuti prima di coricarsi.

Anche in questo caso i genitori avevano valutato il miele come il trattamento più favorevole per il sollievo sintomatico della tosse notturna e della difficoltà del sonno del loro bambino causata da infezione del tratto respiratorio superiore.

Silvia Ambrogio

Bibliografia

 

 
 
 
Ca colo-rettale, bevande zuccherate raddoppiano rischio nelle donne
 
 

Il consumo giornaliero di due o più bevande zuccherate raddoppia il rischio di tumore dell’intestino, almeno nelle donne, prima dei 50 anni. Non solo: una bibita al giorno fa crescere il rischio del 16%, e del 32% negli adolescenti. Questi i risultati di una nuova ricerca pubblicata su Gut, rivista del gruppo Bmj.

I casi di cancro colo-rettale precoce, diagnosticati prima dei 50 anni, siano in forte aumento in molti paesi sviluppati negli ultimi 20 anni, ma le cause sono ancora in buona parte sconosciute.

“Si calcola - sottolineano gli Autori - che, negli Stati Uniti, i nati intorno al 1990 corrano il doppio del rischio di cancro al colon e il quadruplo di quello al retto rispetto ai nati intorno al 1950”.

Le bevande zuccherate, come bibite analcoliche, aromatizzate alla frutta, sportive ed energetiche, rappresentano la principale fonte di zuccheri aggiunti nelle diete statunitensi e il 12% della popolazione ne beve più di tre al giorno.

Il consumo in eccesso è ormai noto essere correlato a un aumento del rischio di obesità e diabete di tipo 2 ma ancora non è chiaro se vi sia un legame anche con la comparsa precoce di cancro intestinale.

Per fare luce su questo aspetto, i ricercatori hanno attinto ai dati relativi a 95.464 partecipanti al Nurses’ health study II, uno studio osservazionale condotto tra il 1991 e il 2015 su 116.429 infermiere americane di età compresa tra i 25 e i 42 anni al momento dell'arruolamento, risalente al 1989.

I dati sulle abitudini alimentari sono stati raccolti tramite questionari ogni 4 anni, a partire dal 1991. Di circa 40 mila partecipanti è stato possibile disporre anche di informazioni relative a consumo di bevande durante l'adolescenza (13-18).

Tra le informazioni raccolte, anche quelle su potenziali fattori confondenti quali storia familiare di cancro intestinale, stile di vita, uso regolare di aspirina o farmaci antinfiammatori non steroidei e integratori vitaminici.

Sempre nel 1989, alle partecipanti è stato chiesto anche di ricordare quali fossero stato di salute, peso e stile di vita durante l'adolescenza.

Nel corso dei 24 anni di osservazione, 109 donne hanno sviluppato un cancro all'intestino prima dei 50 anni, evidenziando una correlazione con l’assunzione di bevande zuccherate in età adulta.

Rispetto a chi ne consumava meno di una a settimana, infatti, chi ne beveva 2 o più al giorno aveva una probabilità più che doppia di sviluppare tumore all’intestino e, per ogni bibita giornaliera aggiunta, il rischio cresceva del 16%.

Nel sottogruppo di cui si erano raccolti i dati relativi ai consumi in età adolescenziale, ogni bevanda in più consumata giornalmente faceva crescere il rischio del 32% di sviluppare la malattia prima dei 50 anni.

La sostituzione con bevande zuccherate artificialmente, caffè o latte intero o parzialmente scremato, riduceva il rischio in un percentuale oscillante tra il 17% e il 36%.

“Il nostro è uno studio osservazionale e, come tale, non può stabilire una relazione causa-effetto” sottolineano gli Autori. “Giacché, inoltre, nella maggior parte dei casi si trattava di donne bianche, i risultati potrebbero non essere estendibili agli uomini, piuttosto che ad altri gruppi razziali o etnici. Tuttavia, ci sono alcune spiegazioni biologicamente plausibili, a partire dal fatto che le bevande zuccherate sopprimono il senso di sazietà, portando a un eccessivo introito calorico con conseguente aumento di peso. Queste bevande, inoltre, provocano anche un rapido aumento della glicemia e della secrezione di insulina, fenomeni che, a lungo termine, possono indurre insulino-resistenza, infiammazione, obesità e diabete di tipo 2. Prove recenti, poi, suggeriscono anche che il fruttosio è in grado di compromettere la funzione di barriera dell’intestino alterandone la permeabilità e favorendo così lo sviluppo del tumore. Una riduzione dei consumi piuttosto che la sostituzione con bevande più sane tra gli adolescenti e i giovani adulti potrebbe rappresentare una strategia efficace per far fronte alla costante crescita di casi di cancro intestinale prima dei 50 anni”.

Nicola Miglino

Il cibo per il microbiota nascosto nei vegetali verdi

 
 
 

In uno studio pubblicato su Isme Journal, ricercatori provenienti da Austria, Germania e Italia, hanno analizzato come i microbi nell'intestino processano il solfochinovosio, un monosaccaride solfonato presente nei vegetali verdi. Dall'analisi è emerso che vi sono dei particolari batteri che da questo composto producono acido solfidrico, un gas che a seconda della quantità può avere effetti negativi o positivi sull'organismo. Sapendo da ricerche precedenti che i microrganismi possono utilizzare il sulfozucchero come nutriente, nello studio i ricercatori hanno utilizzato analisi di campioni di feci per capire cosa accade nell'intestino umano.

«Siamo stati ora in grado di mostrare che, a differenza del glucosio, per esempio, che alimenta una ampio numero di microrganismi nell'intestino, il solfochinovosio stimola la crescita di organismi chiave molto specifici del microbioma intestinale» ha affermato David Schleheck, dell'Università di Konstanz. Tra questi vi è Eubacterium rectale, uno dei 10 microbi più comuni nelle persone sane. Questo batterio fermenta il solfochinovosio, attraverso una via metabolica decifrata di recente dal team, producendo il diidrossipropano solfonato, una fonte di energia per altri batteri intestinali come Bilophila wadsworthia, il quale produce acido solfidrico mediante una via metabolica, anche in questo caso di recente scoperta. Il gas, prodotto anche dalle cellule nell'intestino, può avere diversi effetti, come quello antinfiammatorio sulla mucosa intestinale quando presente a basse dosi. Però, un aumento della sua produzione da parte dei microbi intestinali è stato associato a malattie infiammatorie croniche e cancro. Finora, come ha spiegato Alexander Loy dell'Università di Vienna, le fonti note di acido solfidrico per i microrganismi erano soprattutto il solfato e la taurina (le cui alte quantità nell'intestino sono causate da una dieta ricca di carne o grassi). «Pertanto, la scoperta che il solfochinovosio proveniente dai cibi verdi, come spinaci e alghe, possa contribuire alla produzione del gas nell'intestino, è una sorpresa» ha affermato. «Abbiamo scoperto che possiamo usare il solfochinovosio per promuovere la crescita di batteri intestinali molto specifici che sono una componente importante del microbioma intestinale. Adesso sappiamo anche che, a partire da questo, tali batteri producono a loro volta acido solfidrico» ha commentato Loy. Serviranno ulteriori ricerche per chiarire il possibile effetto di promozione sulla salute di un apporto di sulfozuccheri dai vegetali. Per Schleheck, vi è la possibilità che il solfochinovosio sia utilizzato come prebiotico.

The ISME Journal, 2021. DOI: 10.1038/s41396-021-00968-0
https://doi.org/10.1038/s41396-021-00968-0  

Studio Usa conferma effetto antitumorale dei funghi
 
 

Il consumo giornaliero di circa 20 g di funghi riduce il rischio di cancro del 45%. Sono i risultati sorprendenti di una review/metanalisi pubblicata di recente su Advances in nutrition condotta da ricercatori della Penn state college of medicine, a Hershey, Pennsylvania. L’analisi ha preso in esame 17 studi osservazionali tesi a valutare la relazione tra consumo di funghi e rischio di cancro, pubblicati dal 1966 al 2020, per un totale di 19.500 pazienti coinvolti.

"I funghi sono la fonte alimentare più ricca di ergotioneina, potente antiossidante e protettore cellulare", sottolinea Djibril M. Ba, epidemiologo presso il Penn State College of Medicine. "Ecco perché un pieno di antiossidanti può proteggerci dallo stress ossidativo e ridurre il rischio di cancro".

Pur sottolineando come i funghi giapponesi Shiitake, Maitake, Oyster e King Oyster contengano maggiori quantità di ergotioneina rispetto ai nostri più comuni prataioli o champignon, i ricercatori hanno rilevato che qualsiasi varietà determina un impatto positivo sul rischio di cancro: secondo i risultati, un consumo giornaliero di 18 grammi di funghi determina un rischio di cancro inferiore del 45% rispetto a chi non ne fa uso.

Il tumore che sembra beneficiarne maggiormente è il ca mammario, benché i ricercatori sottolineino che negli studi presi in esame era proprio questa la neoplasia più frequente, suggerendo la necessità di ricerche in aree oncologiche più eterogenee.

"Nel complesso, questi risultati forniscono prove importanti sugli effetti protettivi dei funghi contro il cancro", commenta John Richie, docente di Scienze della salute pubblica e Farmacologia al Penn State Cancer Institute. "La nostra ricerca può rivelarsi utile per esplorare ulteriormente gli effetti protettivi dei funghi e aiutare a stabilire diete più sane in grado di prevenire l’insorgenza del cancro. Sono però necessari ulteriori studi per individuare meglio i meccanismi coinvolti e le tipologie di tumore maggiormente influenzate”.

Nicola Miglino

 

Latte, kiwi e amarene i cibi amici della buona notte

 

Sono latte, kiwi e amarene i cibi amici della buona notte.  I tre alimenti sono al vertice di una top 10 dei cibi e delle bevande che conciliano il sonno occupando rispettivamente primo, secondo e terzo posto in graduatoria. A rivelare la classifica, con il supporto della specialista Theresa Schnorbach, è Emma – The Sleep Company, azienda europea operante nella produzione di sistemi per il sonno.

Nella lista del cibo amico del sonno al quarto posto si piazzano le banane, al quinto la frutta e le verdure. Segue al sesto posto il pane, al settimo il pollo. Agli ultimi tre posti i fagioli (ottavi) seguiti al nono dalla nocciole e al decimo dalle verdure a foglia verde. Nel comunicare la graduatoria con una nota è spiegato che il food & beverage può influenzare positivamente il riposo notturno e conciliare l’addormentamento, grazie alla presenza di triptofano  in alcuni prodotti.

Il triptofano è un α-amminoacido precursore dei neurotrasmettitori serotonina (“l’ormone del benessere”) e melatonina (“l’ormone del sonno”) che aiuta a ridurre il tempo di veglia durante la notte e ad aumentare la durata e la qualità del sonno. Il latte, leader della speciale classifica, è da tempo considerato- viene sostenuto-  un ottimo alleato della buona notte. Nello specifico, il latte vaccino – viene segnalato – contiene un’alta concentrazione di triptofano naturale oltre alla melatonina ed è ancora più efficace nella sua versione “notturna”, ovvero se munto dopo il crepuscolo, con principi attivi maggiori di quello estratto in pieno giorno.

Sono infine indicati gli alimenti che tendono a ostacolare il sonno. Secondo l’esperta del sonno di Emma, bisognerebbe prestare attenzione soprattutto a bevande come caffè e cola, ma anche agli alcolici  che “potrebbero generare sorprese inaspettate e poco piacevoli”.

Alimentazione & Nutrizione

 

Carne, alcol, zuccheri e cibi trasformati inducono un microbioma intestinale infiammatorio

 
 
 

Secondo uno studio firmato dai ricercatori dell'Università olandese di Groningen e pubblicato sulla rivista Gut, un elevato apporto dietetico di prodotti animali, alimenti trasformati, alcol e zucchero induce la formazione di un microbioma intestinale che favorisce l'infiammazione. Viceversa, una dieta ricca di alimenti vegetali promuove l'effetto opposto. «La modulazione del microbioma intestinale attraverso diete arricchite di verdure, legumi, cereali, noci e pesce e rispetto agli alimenti animali è dotata di un potenziale significativo in termini di prevenzione dei processi infiammatori intestinali, fenomeno alla base di molte malattie croniche» commenta la prima autrice Laura Bolte, dietologa presso il Centro medico universitario di Groningen. E aggiunge: «Questo studio suggerisce una base razionale per progettare interventi dietetici a fronte dell'esistenza di meccanismi attraverso i quali sia certi alimenti sia modelli dietetici specifici potrebbero influenzare le risposte infiammatorie intestinali».

Per giungere alle loro conclusioni gli autori hanno esaminato l'interazione tra dieta abituale e microbi intestinali in quattro coorti per un totale di 1.425 persone con malattia infiammatoria intestinale o intestino normale. Ogni partecipante ha fornito un campione di feci per l'analisi microbica compilando un questionario per quantificare l'assunzione giornaliera media dei nutrienti, aggregati in 25 gruppi alimentari e misurati in grammi al giorno. I ricercatori hanno quindi eseguito un sequenziamento metagenomico per profilare la composizione e la funzione microbica intestinale di ciascun partecipante. I risultati? Le diete a lungo termine arricchite di legumi, verdura, frutta e noci con maggiore apporto vegetale e di pesce, oltre a latticini fermentati a basso contenuto di grassi, nonché l'astensione dal consumo di bevande alcoliche ad alta gradazione potrebbero potenzialmente giocare un ruolo nella prevenzione dei processi infiammatori intestinali attraverso il microbioma intestinale. «La sostituzione delle proteine animali con proteine vegetali ha il potenziale di ridurre i processi infiammatori intestinali attraverso una progressiva modifica del microbioma» conclude Bolte.

Gut 2021. Doi: 10.1136/gutjnl-2020-322670
http://doi.org/10.1136/gutjnl-2020-322670 

Fast food, alcol, bevande zuccherate: i nemici del microbiota intestinale
 

Un cibo di scadente qualità facilita la selezione di una popolazione microbica intestinale in grado di promuovere uno stato infiammatorio nell’organismo. La conferma giunge da uno studio osservazionale condotto da un gruppo di ricercatori olandesi e pubblicato nei giorni scorsi su Gut, rivista del gruppo Bmj.

Gli Autori hanno esaminato l'interazione tra dieta, popolazione microbica intestinale e marker infiammatori in 1.425 soggetti divisi in quattro gruppi: persone con malattie infiammatorie intestinali (morbo di Crohn o colite ulcerosa); con sindrome dell'intestino irritabile o sane.

Ciascun partecipante ha fornito un campione di feci per l’analisi dei gruppi microbici e di eventuali marker infiammatori come la calprotectina fecale, nonché compilato un questionario sulle abitudini alimentari, sia qualitative che quantitative. Le tipologie di alimenti sono state aggregate in 25 gruppi.

“I nostri risultati evidenziano come i cibi trasformati e quelli di origine animale siano sempre associati ad abbondante presenza a livello intestinale di specie batteriche opportunistiche, in particolare appartenenti a generi quali Clostridium, Ruminococcus, Blautia e Firmicutes, a loro volta associati a elevati indici di marker infiammatori quali, per esempio, la calprotectina fecale. Il consumo di proteine di origine vegetale sembra invece favorire vie metaboliche a carattere antinfiammatorio, grazie all’abbondante presenza di generi quali Bifidobacterium e Lactobacillus, a discapito di Bacteroides e Clostridium. Il consumo di noci, pesce azzurro, frutta, verdura e cereali si lega a una maggiore abbondanza di batteri produttori di acidi grassi a catena corta, in grado di controllare l'infiammazione e proteggere l'integrità della barriera intestinale. Lo stesso consumo di vino rosso ha evidenziato questa peculiarità, probabilmente per la presenza di polifenoli, visto che, in generale, alcol e superalcolici hanno mostrato effetti opposti. Positivo l’impatto del caffè sulla presenza di specie ad azione antinfiammatoria, così come i prodotti fermentati del latte, legati ad abbondanza di BifidobacteriumLactobacillus ed Enterococcus sp. Cibi da fast food, dalla carne processata alle patatine fritte, dalla maionese alle bevande analcoliche zuccherate, presentavano una stretta correlazione con specie ostili quali Clostridium bolteaeCoprobacillus e Lachnospiraceae”.

Uno degli aspetti più interessanti è che le osservazioni sono risultate sovrapponibili tra i quattro gruppi di partecipanti coinvolti, senza distinzioni tra soggetti più o meno a rischio, segno che un cambiamento delle abitudini alimentari può incidere su diversi fronti nell’ambito delle malattie infiammatorie.

Tra i limiti riconosciuti dello studio, il fatto che, trattandosi di modello osservazionale, non è possibile trarre conclusioni di causa/effetto ma, a detta degli Autori vi è la certezza che “da tali risultati si possano derivare modelli dietetici correlati a popolazioni microbiche intestinali in grado di proteggere la mucosa e favorire effetti antinfiammatori. Il fatto, poi, che tale azione si sia verificata in tutti e quattro i gruppi, evidenzia la potenzialità di estendere le conclusioni anche ad altri quadri clinici in cui l'infiammazione gioca un ruolo chiave”.

Nicola Miglino

La dieta mediterranea potrebbe contribuire a contrastare la progressione del tumore alla prostata

Tutti i partecipanti allo studio sono stati sottoposti a biopsia di conferma all’inizio dello studio e sono stati valutati ogni sei mesi attraverso esami clinici e studi di laboratorio sull’antigene sierico PSA e sul testosterone. L’età media dei pazienti era di 64 anni, il 15% degli uomini era diabetico e il 44% usava statine. Dopo un follow-up mediano di 36 mesi, in 76 pazienti si è verificata una progressione del tumore.

Dopo aver corretto per fattori come l’età, l’antigene prostatico specifico (PSA) e il volume del tumore, i ricercatori hanno osservato che i pazienti con una dieta che conteneva più frutta, verdura, legumi, cereali e pesce avevano un rischio ridotto di una crescita o un progressione del cancro. I ricercatori hanno anche esaminato l’effetto del diabete e dell’uso di statine e hanno riscontrato una riduzione del rischio simile in questi gruppi di pazienti.

“La dieta mediterranea è stata spesso collegata a un minor rischio di cancro, malattie cardiovascolari e mortalità. Questo studio sugli uomini con carcinoma prostatico in stadio iniziale ci fa fare un ulteriore passo avanti nel fornire raccomandazioni dietetiche basate sull’evidenza per ottimizzare i risultati nei pazienti oncologici, che insieme le loro famiglie, hanno molte domande in questo settore “, commenta Carrie Daniel-MacDougall, professore associato di epidemiologia e autore senior dello studio.

Poiché nella maggior parte dei casi il tumore alla prostata è una malattia a basso rischio, localizzata e con esiti favorevoli, molti uomini non hanno bisogno di cure immediate e optano per la sorveglianza attiva da parte del proprio medico.

“I nostri risultati suggeriscono che seguire costantemente una dieta ricca di cibi vegetali, pesce e un sano equilibrio di grassi monoinsaturi può essere utile per gli uomini con diagnosi di cancro alla prostata in stadio iniziale”, conclude Justin R. Gregg, primo autore della ricerca. “Siamo fiduciosi che questi risultati, associati a ulteriori ricerche e convalide future, incoraggeranno i pazienti ad adattare uno stile di vita sano”.

Bibliografia:Gregg, JR, Zhang, X, Chapin, BF, Ward, JF, Kim, J, Davis, JW, Daniel, CR. Adherence to the Mediterranean diet and grade group progression in localized prostate cancer: An active surveillance cohort. Cancer. 2021. https://doi.org/10.1002/cncr.33182

Prevenzione cardiovascolare, la genetica influenza l'effetto degli omega-3. Ecco come

 
 
 

Secondo uno studio pubblicato su PLOS Genetics, l'assunzione di acidi grassi omega-3 contenuti nell'olio di pesce fornisce benefici per la salute cardiovascolare solo se si possiede il giusto corredo genetico. «Sappiamo da alcuni decenni che un livello più alto di acidi grassi omega-3 nel sangue è associato a un minor rischio di malattie cardiache, ma quello che abbiamo scoperto è che assumere olio di pesce non fa bene a tutti. Se si ha un background genetico specifico, l'integrazione aiuterà a ridurre i trigliceridi, ma in caso contrario, i trigliceridi aumenteranno» spiega Kaixiong Ye, dell'University of Georgia, che ha diretto il gruppo di lavoro.

I ricercatori hanno esaminato lipoproteine ad alta densità, lipoproteine a bassa densità, colesterolo totale e trigliceridi in 70.000 individui partecipanti alla UK Biobank, divisi in due gruppi in base al fatto che assumessero o meno integratori di olio di pesce. Quindi hanno eseguito una analisi dell'intero genoma per ciascun gruppo, testando 8 milioni di varianti genetiche. Dopo aver eseguito oltre 64 milioni di test, i loro risultati hanno rivelato una significativa variante genetica del gene GJB2, con tre genotipi, AG, AA e GG. Gli individui con genotipo AG che hanno assunto olio di pesce hanno visto diminuire i loro trigliceridi, ma quelli con genotipo AA hanno invece avuto un lieve aumento degli stessi. Il genotipo GG era presente in troppe poche persone per trarre conclusioni sul suo effetto. I risultati dello studio potrebbero far luce su studi precedenti, la maggior parte dei quali ha scoperto che l'olio di pesce non fornisce alcun beneficio nella prevenzione delle malattie cardiovascolari.
«Una possibile spiegazione è che quegli studi clinici non hanno considerato i genotipi dei partecipanti. Alcuni partecipanti potrebbero trarne vantaggio e altri no, quindi se si mescolano insieme e si fa l'analisi, non si nota l'impatto» afferma Ye. Ora che è stato identificato un gene specifico che può modificare la risposta di un individuo all'integrazione di olio di pesce, il prossimo passo sarà quello di testare direttamente gli effetti dell'olio di pesce sulle malattie cardiovascolari. «La personalizzazione e l'ottimizzazione delle raccomandazioni sull'integrazione di olio di pesce basate sulla composizione genetica unica di una persona può migliorare la nostra comprensione della nutrizione e portare a miglioramenti significativi nella salute e nel benessere umano» concludono gli autori.

PLOS Genetics 2021. Doi: 10.1371/journal.pgen.1009431
https://doi.org/10.1371/journal.pgen.1009431

La betaina del latte materno migliora il metabolismo e favorisce la crescita di batteri benefici

 

Più betaina nel latte materno è stata associata a più Akkerrmansia nei campioni fecali dei bambini a 12 mesi di età

Nonostante nutra i bambini da millenni, l'alchimia del latte materno umano rimane misteriosa. Uno sconosciuto è il modo in cui gli ingredienti del latte, che variano in base alla dieta e all'ambiente della madre, possono influire sulla salute del bambino. Ora, dopo aver esaminato la composizione del latte prodotto da esseri umani e topi, i ricercatori riferiscono che un ingrediente, un tipo di amminoacido negli alimenti integrali chiamato betaina, sembra migliorare la salute metabolica a lungo termine favorendo la crescita di batteri benefici nell'intestino del neonato.

Carles Lerin, che studia l'obesità pediatrica all'ospedale pediatrico Sant Joan de Déu di Barcellona, ​​ha iniziato a fare ricerche sul latte materno per frustrazione: desiderava nuovi modi per affrontare e, in ultima analisi, prevenire l'obesità infantile. Alcuni studi hanno mostrato un leggero aumento del rischio di obesità nei bambini allattati con latte artificiale e Lerin si è chiesto se alcuni ingredienti nel latte materno potessero fare la differenza.

Bimbi e stile di vita: la foto scattata dall’OMS tra alimentazione e sport

 

In Europa, ogni giorno, il 78,8% dei bambini tra i 6 e i 9 anni fa la colazione, il 42,5% consuma frutta fresca e il 22,6% verdura, mentre il 50% va a scuola a piedi o in bici e il 60,2% trascorre meno di 2 ore al giorno di fronte a un dispositivo elettronico. E’ quanto emerge dai dati della Sorveglianza pediatrica Cosi, raccolti tra il 2015 e 2017, e pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Dall’indagine, condotta in 23 paesi europei, è emerso anche che il 10,3% dei bambini mangia snack dolci, il 5,2% mangia snack salati e il 9,4% beve bevande zuccherate, anche se con forti variazioni nazionali. San Marino (80,8%), Italia (72,6%) e Turkmenistan (70,1%) sono i Paesi in cui si mangia più frequentemente frutta fresca ogni giorno, mentre Kirghizistan, Lituania e Lettonia quelli in cui si mangia meno spesso. San Marino (74,3%), Turkmenistan (68,1%) e Italia (53,9%) sono anche i paesi in cui si mangiano più frequentemente verdure ogni giorno, al contrario di Spagna, Turchia e Lituania.  Irlanda (88%), Spagna (84%) e Lituania (72%) sono invece i Paesi in cui più spesso i bambini riferiscono di non bere mai soft drinks, al lato opposto vi sono Repubblica Ceca, Malta e Tagikistan.

Per quanto riguarda l’attività fisica è emerso che il 60,2% dei bambini trascorre meno di due ore al giorno di fronte a un dispositivo elettronico, il 25,2% 2-3 ore e il 14,6% più di tre, mentre l’84% dorme in media 9-11 ore per notte, il 79,4% pratica un’ora di attività fisica al giorno e il 54,9% dei bambini non è iscritto ad alcun club sportivo o non pratica alcuno sport. Anche in questo caso vi è una forte variabilità nazionale: in Repubblica Ceca (98,3%), Montenegro (96,4%) e Romania (95,3%) i bambini riferiscono più frequentemente di praticare attività fisica per un’ora al giorno, mentre Tagikistan (94%), Turkmenistan (80,5%) e Kirghizistan (71,5%) sono i paesi in cui più spesso i bambini raggiungono la scuola a piedi.

Alimentazione & NutrizioneMamme & BambiniSalute & Prevenzione

 

Cuore: una protezione da pesce oleoso come salmone e sgombro

 

Mangiare pesce grasso o oleoso, come il salmone oppure lo sgombro, due volte a settimana protegge il cuore. Merito degli acidi grassi omega-3 associati a un minore rischio, di circa un sesto inferiore, di importanti eventi cardiovascolari come infarti e ictus. A rivelarlo è una revisione di studi su 192mila partecipanti di 60 diversi Paesi, pubblicata su JAMA Internal Medicine.

“Esiste un significativo vantaggio – spiega l’autore principale della ricerca, Andrew Mente – legato a un consumo di pesce nelle persone con malattia cardiovascolare”. Non è stato invece osservato alcun beneficio particolare per coloro che non avevano malattie cardiache o ictus, che però possono secondo gli studiosi giovarsi comunque del consumo di pesce. “Questo studio – conclude Mente – ha importanti implicazioni per le linee guida sull’assunzione di pesce a livello globale. Indica che l’aumento del consumo in particolare di quello oleoso nei pazienti cardiovascolari può produrre un vantaggio cardiovascolare di media entità”.

Una dieta adeguata previene la formazione di calcoli renali

 


 
Secondo due revisioni della letteratura pubblicate su Nutrients e Archivos espanoles de Urologia, la dieta ideale per contrastare i calcoli renali comprende abbondante acqua, proteine vegetali e latticini, ed evita il più possibile carne, sale e bibite analcoliche. «Esiste di certo una predisposizione genetica alla formazione di calcoli, ma una dieta corretta e bilanciata può aiutare a prevenirne la comparsa» spiega Pietro Manuel Ferraro, della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs e dell'Università Cattolica di Roma, autore principale di entrambi i lavori.

L'esperto sottolinea che la cosa più importante è bere molto, in quanto ogni bicchiere d'acqua riduce la formazione di calcoli del 13%. Anche il caffè e il succo di agrumi hanno un effetto protettivo, mentre le bibite analcoliche aumentano il rischio di sviluppare calcoli. Nella dieta bisognerebbe prevedere la presenza di circa 1,2 grammi di calcio al giorno, dato che questo elemento riduce l'assorbimento intestinale e l'escrezione di ossalati, proteggendo quindi dalla formazione di calcoli. È difficile determinare la quantità di ossalati contenuti in ogni alimento, perché è molto variabile; poiché però molti vegetali, come spinaci, barbabietole, patate, ne sono ricchi, è possibile comunque consumare questi preziosi cibi agendo proprio sull'assorbimento degli ossalati nell'intestino tramite il calcio. Altri elementi da limitare sono il sale, che aumenta il rischio di calcoli, perché causa un aumento di eliminazione di calcio con le urine, e il consumo abbondante di proteine animali, che riducono il pH delle urine e aumentano l'escrezione urinaria di acido urico, in particolare se sono presenti diabete e sindrome metabolica. Le proteine di origine vegetale e dei latticini non causano questi problemi. Insomma, la dieta adatta a evitare i calcoli dovrebbe prevedere abbondanza di frutta e verdura, calcio e acqua, poche proteine animali e sale scarso, e quindi richiama la dieta mediterranea e quelle vegetariane, contrapposte a quelle tipiche del Nord Europa. «È comunque opportuno, nelle persone con una spiccata tendenza a formare calcoli, eseguire una valutazione specialistica per determinare con precisione il ruolo di abitudini alimentari e di altri fattori non dietetici, per intervenire in maniera mirata» conclude Ferraro.

Nutrients 2021. Doi: 10.3390/nu12030779
https://doi.org/10.3390/nu12030779
Arch Esp Urol. 2021 Jan;74(1):112-122. English, Spanish. PMID: 33459627.
 

Vitamina C: nessun effetto benefico sul colesterolo nei diabetici

 

Non ci sono prove adeguate per supportare l’integrazione di vitamina C in pazienti diabetici con patologie dismetaboliche, secondo uno studio pubblicato su Diabetology & Metabolic Syndrome.

“Abbiamo condotto una revisione sistematica e una metanalisi di studi clinici che hanno valutato il ruolo dell’integrazione di vitamina C sui profili lipidici in pazienti diabetici” affermano Amare Abera Tareke e Addis Alem Hadgu, della Wollo University, Dessie, Etiopia, autori dello studio.

I ricercatori hanno effettuato ricerche su PubMed, ScienceDirect, Google Scholar e Cochrane Library e hanno incluso nella revisione studi clinici condotti su pazienti adulti con diabete di tipo 2 per valutare l’effetto della supplementazione di vitamina C e colesterolo totale, trigliceridi, lipoproteine ​​a bassa densità (LDL), lipoproteine ​​ad alta densità (HDL).

L’analisi dei dati ha mostrato che l’integrazione di vitamina C non ha avuto effetti significativi sul colesterolo totale, il livello di LDL e di HDL, ma ha ridotto i trigliceridi e gli esiti secondari, come l’emoglobina glicata. L’analisi dei sottogruppi ha mostrato anche che essere pazienti più giovani, una maggiore durata del trattamento e una dose più alta erano fattori importanti nel determinare l’efficacia.

Un’analisi di meta-regressione ha indicato un ruolo significativo dell’età del paziente, della durata del trattamento, della dose di integrazione, dell’indice di massa corporea, e di altre variabili al basale. Gli esperti sottolineano che saranno necessarie nuove ricerche con un focus sulla durata del trattamento, la dose di vitamina C e i valori di base, in quanto alcuni gruppi di pazienti, tra cui i pazienti diabetici più giovani, potrebbe beneficiare dell’integrazione.

Diabetol Metab Syndr. 2021 Mar 2;13(1):24. doi: 10.1186/s13098-021-00640-9.