Covid-19, possibile associazione di alcuni integratori con il minor rischio. Ecco quali

 
 
 

In un recente studio condotto su utilizzatori di un'app per i sintomi del Covid-19, le donne che facevano uso di probiotici, acidi grassi omega-3, multivitaminici o vitamina D avevano un minor rischio di risultare positive al Sars-CoV-2. L'associazione, modesta ma significativa, non è stata però riscontrata con l'uso di integratori di vitamina C, aglio o zinco, e non sono stati ritrovati benefici negli uomini. «L'uso di integratori alimentari specifici sia nella prevenzione sia nel trattamento acuto dell'infezione da Sars-CoV-2 è stato promosso da personaggi di rilievo in trasmissioni a tema salute in televisione e sui social media fin dall'inizio dell'attuale pandemia da coronavirus» scrivono gli autori nell'articolo pubblicato su BMJ Nutrition, Prevention & Health, i quali spiegano come per alcune vitamine e minerali esista un ruolo plausibile a livello biologico nei pathway immunitari.

Nello studio sono stati inclusi 372.720 utilizzatori dell'app Covid-19 Symptom Study del Regno Unito tra i 16 e i 90 anni (la maggior parte donne), di cui 23.521 sono risultati positivi al Sars-CoV-2 entro il 31 luglio 2020. Ai partecipanti è stato chiesto, tramite l'app, se avessero assunto regolarmente alcuni integratori. Ebbene, il 47% li aveva usati. Dopo aver aggiustamenti per fattori confondenti, dall'analisi è emerso che le persone che avevano assunto probiotici, acidi grassi omega-3, multivitaminici e vitamina D avevano un rischio più basso di Sars-CoV-2 rispettivamente del 14%, 12%, 13% e 9%. Invece, non è stato riscontrato un effetto in quelli che assumevano integratori di vitamina C, zinco o aglio. Quando le analisi sono state stratificate per sesso, età e indice di massa corporea (Bmi), gli autori hanno osservato che l'associazione protettiva era presente solo nelle donne, in tutti i gruppi di età e di Bmi, il che potrebbe avere diverse spiegazioni, approfondite nel testo dagli autori. Da notare che, allo scopo di replicare i risultati, sono stati analizzati i dati di altri utilizzatori dell'app (45.757 dagli Stati Uniti e 27.373 dalla Svezia), con risultati che rispecchiavano nel complesso quelli ottenuti dalla coorte del Regno Unito, anche se con differenze nei dati relativi al genere. «Dato l'interesse verso gli integratori durante la pandemia, prima che possano essere fatte raccomandazioni evidence based, sono necessari trial controllati randomizzati su integratori selezionati che testino i loro effetti protettivi, e anche i possibili effetti avversi, sulla gravità della malattia» scrivono i ricercatori, i quali ammettono di attendere con impazienza i risultati di studi in corso.

BMJ Nutrition, Prevention & Health 2021. Doi: 10.1136/bmjnph-2021-000250
http://dx.doi.org/10.1136/bmjnph-2021-000250  

Una dieta ricca di grassi e zuccheri altera la funzione delle cellule immunitarie intestinali

 
 
 
 Secondo uno studio pubblicato su Cell Host & Microbe coordinato da Thaddeus Stappenbeck, della Cleveland Clinic, di Cleveland in Ohio e presidente del Dipartimento di infiammazione e immunità del Lerner Research Institute, una dieta ricca di grassi e zuccheri si associa a una ridotta funzione delle cellule immunitarie intestinali. «Questi risultati non solo forniscono informazioni sui percorsi che collegano l'obesità e l'infiammazione intestinale, ma hanno significative implicazioni per lo sviluppo di bersagli per il trattamento delle malattie infiammatorie intestinali (IBD)» affermano gli autori, che analizzando i dati di oltre 900 pazienti hanno scoperto che un elevato indice di massa corporea correla con significative anomalie delle cellule di Paneth tra i pazienti con malattia di Crohn rispetto a chi è senza IBD.

«Le cellule di Paneth, cellule immunitarie intestinali che proteggono dagli squilibri microbici e dai patogeni infettivi, vengono alterate da una combinazione di mutazioni genetiche e fattori ambientali» spiega Stappenbeck, che assieme ai colleghi ha voluto verificare se l'obesità causata da un'alimentazione ricca di grassi e zuccheri, detta anche dieta occidentale, fosse tra i fattori ambientali responsabili di una ridotta funzione delle cellule di Paneth. Allo scopo sono stati confrontati gli effetti di un'alimentazione normale con quelli di una dieta occidentale seguita da un adulto americano medio, contenente circa il 40% di grassi e un livello elevato di carboidrati semplici. Ebbene, dopo otto settimane, chi seguiva una dieta occidentale aveva più anomalie delle cellule Paneth rispetto a chi seguiva la dieta standard. Ma non solo: nel gruppo a dieta occidentale era evidente una maggiore permeabilità intestinale, notoriamente collegata all'infiammazione cronica. «Ciononostante, il passaggio a una dieta standard era in grado di invertire in modo completo la disfunzione delle cellule di Paneth» sottolineano i ricercatori, che esaminando i meccanismi di collegamento tra dieta occidentale e disfunzione delle cellule di Paneth, si sono focalizzati su un acido biliare, l'acido desossicolico, sottoprodotto metabolico dei batteri intestinali. «La dieta occidentale ne aumenta la concentrazione nell'ileo, cosa che a sua volta incrementa l'espressione di due molecole, il recettore X farnesoide (FXR) e l'interferone di tipo I (IFN)» spiegano gli autori. «Confidiamo che ulteriori studi possano chiarire se la modulazione di FXR e IFN possa essere utile per trattare l'infiammazione intestinale indotta dalla dieta» conclude Stappenbeck.

Cell Host & Microbe 2021. Doi: 10.1016/j.chom.2021.04.004
http://doi.org/10.1016/j.chom.2021.04.004  

Obesità, ecco il contributo di carboidrati e insulina

 
 
 

Pare che il ruolo che gioca l'insulina gioca nella regolazione del grasso corporeo sia indipendente dai carboidrati alimentari. È ciò che suggeriscono in un articolo pubblicato su Science John R Speakman, della Chinese Academy of Sciences in Cina, e Kevin D Hall, del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases negli Stati Uniti. Di conseguenza, le diete a basso contenuto di carboidrati e ricche di grassi, come la dieta chetogenica, non sarebbero efficaci nel contenere l'obesità rispetto a quelle diete che prevedono il bilanciamento dell'apporto di calorie e del dispendio energetico.

In particolare, i due autori presentano un modello della regolazione del grasso corporeo alternativo al modello CIM (carbohydrate-insulin model), il quale rappresenta una possibile spiegazione della causa dell'obesità ma che di recente è stato contestato da diversi studi. In base al modello CIM il guadagno eccessivo di grasso scaturisce dal consumo di carboidrati. Questo perché i carboidrati fanno aumentare, dopo il pasto, la produzione di insulina, la quale promuove l'immagazzinamento dell'energia e stimola il desiderio di magiare di più, portando man mano a un circolo che contribuisce ad arrivare all'obesità. Per tale motivo si è arrivati a formulare diete che vanno a sostituire i carboidrati con i grassi alimentari, che non stimolano la secrezione di insulina. Secondo Speakman e Hall però, il meccanismo alla base dell'effetto dell'insulina sull'aumento di peso è molto più complesso. I due esperti, per i quali l'obesità potrebbe essere spiegata considerando gli effetti dinamici dell'ormone su più organi, è l'equilibrio dell'apporto e del dispendio di energia ad aver maggior importanza nella regolazione dell'aumento di peso, piuttosto che la sola dieta. «Il fallimento del CIM non dovrebbe essere inteso nel senso che le diete a basso contenuto di carboidrati e alto di grassi non possano essere utili per la perdita di peso» precisano e spiegano che, tuttavia, è improbabile che nelle persone che seguono con successo questo tipo di diete, il meccanismo primario su cui si basa la perdita di grasso corporeo sia rappresentato da una modulazione diretta dell'asse carboidrati-insulina nel tessuto.

Science 2021. Doi: 10.1126/science.aav0448
https://doi.org/10.1126/science.aav0448  

Sicurezza alimentare, sanzionati coloranti e spot ingannevoli

 

Sanzioni per l’utilizzo di coloranti in alimenti e bevande, pubblicità ingannevoli, uso di materiali in cucina non autorizzati. Carcere per chi utilizza ingredienti scadenti o che contengono residui di pesticidi utilizzati in agricoltura. Sono queste alcune delle norme che rimangono in vigore in Italia grazie al decreto  approvato in aula al Senato sulla sicurezza alimentare e diventato legge. Il provvedimento, licenziato dalla commissione Giustizia di Palazzo Madama, era stato approvato dalla Camera il 5 maggio scorso. L’aula del Senato ha approvato il disegno di legge, con 208 voti favorevoli, 22 astenuti e nessun voto contrario. Il provvedimento può così essere convertito in legge.

L’obiettivo del legislatore è evitare che rilevanti settori relativi alla produzione e alla vendita delle sostanze alimentari e bevande restino privi di tutela sanzionatoria penale e amministrativa in modo da tutelare i produttori della filiera agroalimentare e proteggere i consumatori dalle frodi commerciali.  

“Sanata la falla nel sistema della sicurezza alimentare, che si era aperta per una svista o forse per un diverso orientamento politico del precedente governo, che aveva di fatto eliminato con il decreto legislativo 27/2021 una serie di illeciti e le conseguenti sanzioni penali e amministrative. Inoltre, nella legge di conversione la Camera ha inserito due nuovi articoli che migliorano le garanzie della difesa e consentono in caso di ravvedimento operoso di annullare le sanzioni amministrative” ha detto in aula il senatore di Forza Italia Franco Dal Mas, relatore della norma.

“Bene ha fatto il governo Draghi – ha commentato la senatrice di Forza Italia, Fiammetta Modena – a intervenire con prontezza per riparare il pasticcio del precedente governo, con cui erano stati depenalizzati alcuni possibili illeciti in ordine alla tracciabilità dei prodotti alimentari”. Si tratta di 3 articoli nei quali, durante l’iter parlamentare sono state aggiunte alcune novità, una delle quali sui controlli a campione con possibilità di controperizia. Oltre a reintrodurre le sanzioni, il testo prevede una fattispecie di illecito amministrativo per sanzionare la produzione, la vendita o la messa in commercio di sostanze alimentari o imballaggi colorati con sostanze non autorizzate.

Ma anche nel vendere sostanze alimentari private anche in parte dei propri elementi nutritivi o mescolate a sostanze di qualità inferiore o trattate in modo da variarne la composizione naturale; vale a dire alimenti in cattivo stato di conservazione o con cariche microbiche superiori ai limiti di legge o comunque  sottoposti a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione. Per la Lega l’approvazione definitiva è “un’ottima notizia per i produttori del settore agroalimentare e per gli stessi consumatori, che saranno maggiormente tutelati”. Tra le sanzioni dissuasive introdotte, sottolineano i senatori della Lega, l’istituto della diffida, efficace poiché rapportata in base ai potenziali danni alla salute e al vantaggio indebito che deriva da pratiche fraudolente o ingannevoli.

Salute & Prevenzione

Oligosaccaridi del latte umano, benefici negli adulti con intestino irritabile
 
 

Gli oligosaccarridi del latte umano (Hmo) possono rappresentare un utile supporto nel migliorare sintomi e qualità di vita in pazienti con sindrome dell’intestino irritabile (Ibs). A sostenerlo, una ricerca pubblicata su Clinical and translational gastroenterology, la più ampia, a detta degli Autori, che abbia mai indagato l’efficacia di Hmo in soggetti adulti con Ibs.

Lo studio, prospettico, in aperto, a braccio singolo, ha coinvolto 317 persone con Ibs di età media di 44 anni, per il 70% donne. Tutti hanno ricevuto, per 12 settimane, 5 g/die di un mix di 2′-fucosillattosio e latto-N-neo-tetraosio, miscelati in un rapporto di 4:1.

A inizio studio e ogni quattro settimane sono stati valutati comportamento intestinale, sintomatologia da Ibs e qualità della vita.

A fine studio, i risultati hanno mostrato un netto miglioramento, dal 91 al 57%, nell’incidenza di alterata motilità gastrointestinale con anomala consistenza delle feci (Bristol stool form scale, Bsfs).

In aggiunta, l’Ibs Symptom sverity score, indicatore di gravità dei sintomi correlati alla malattia, è passato da 323 a 144 dopo 12 settimane in tutti e tre i gruppi, da quello con stipsi predominate, a quello con diarrea predominante, sino a quello con la forma mista. Le settimane con i risultati migliori si sono rivelate le prime quattro.

Infine, l’Ibs Qol, che rappresenta un’autovalutazione di alcuni parametri legati alla qualità di vita, è cresciuto da 50,4 a 74,6 alla fine dello studio.

“Gli Hmo sono un mix eterogeneo di glicani presenti naturalmente in alta concentrazione nel latte materno umano”, commentano gli Autori. “Poiché non vengono digeriti nel tratto gastrointestinale superiore, raggiungono l’intestino, dove svolgono più ruoli, tra cui la regolazione del microbiota e del sistema immunitario, prevenendo l'adesione dei patogeni intestinali alla parete intestinale. A causa di queste caratteristiche, rivestono un potenziale ruolo benefico nella gestione dell'Ibs. I nostri rappresentano risultati incoraggianti nella direzione dell’impiego degli Hmo in adulti affetti da Ibs, pur consapevoli che ulteriori conferme dovranno arrivare da studi in cieco e con gruppo di controllo”.

Nicola Miglino

Infiammazione ed edema, alla scoperta della bromelina
 
 

La bromelina, una cisteina proteasi isolata dal gambo dell'ananas, ha una storia di utilizzo tradizionale molto antica grazie ai suoi effetti antinfiammatori e curativi: artrite e traumi, ferite da ustione, lesioni ischemiche, ipertensione, aterosclerosi, malattie infiammatorie intestinali, sinusite, nonché ingrediente antibatterico e antimicotico.

Studi sperimentali hanno poi dimostrato che un’azione immunomodulante unica. In primo luogo, agisce con la sottoregolazione della prostaglandina pro-infiammatoria E2 (Pge-2), attraverso l'inibizione di Nf-kB e cicloossigenasi 2 (Cox-2) e, in secondo luogo, con la sovraregolazione dell'antinfiammatorio PgeE-1, con attivazione di mediatori infiammatori (interleuchina 1β, interleuchina-6, fattore di necrosi tumorale-α e interferone-γ) come risposta acuta allo stress cellulare, oltre che con l’inibizione di mediatori infiammatori in stati di manifesta produzione di citochine.

Attualmente la bromelina trova numerose applicazioni cliniche proprio nel trattamento dell'infiammazione e delle lesioni dei tessuti molli.

Uno studio clinico ha dimostrato che, somministrata ai pugili, ha eliminato completamente tutti i lividi sul viso e gli ematomi di orbite, labbra, orecchie, torace e braccia in quattro giorni e sono molti oggi gli studi disponibili sugli esiti perioperatori di bocca e viso su edema, ecchimosi e controllo del dolore.

In particolare, bromelina si è dimostrata efficace nel controllare il dolore postoperatorio a 48-72 ore dopo interventi di chirurgia maxillo-facciale. La bromelina idrolizza infatti anche la bradichinina e riduce i livelli di chininogeno e bradichinina nel siero e nei tessuti, migliorando l'infiammazione e l'edema.

Numerosi rapporti ne hanno documentato i benefici per la sinusite: la somministrazione in bambini con sinusite acuta ha ridotto la durata dei sintomi e accelerato il recupero rispetto ai normali regimi di cura e chi ha ricevuto bromelina ha dimostrato la completa risoluzione delle difficoltà respiratorie e dell'infiammazione della mucosa nasale.

La bromelina esercita anche effetti anticoagulanti dose-dipendenti: sottoregolazione di Pge-2 e trombossano A2 (Txa2), portando così a un eccesso relativo di prostacicline; promozione della fibrinolisi stimolando la conversione del plasminogeno in plasmina; prevenzione dell'aggregazione piastrinica. L'effetto della bromelina sull'inibizione della Pge-2 supera quello del prednisone e dell'aspirina, presentando una tossicità molto bassa e senza effetti collaterali importanti.

La somministrazione di bromelina ha controllato gli attacchi di angina e ha portato alla scomparsa dei sintomi nei pazienti ipertesi; gli attacchi di angina sono ricomparsi in seguito a interruzione dell’assunzione di bromelina dopo periodi di tempo variabili (fino a 2 mesi).

Un altro studio ha descritto che la bromelina è efficace nel trattamento della tromboflebite acuta riducendo la difficoltà di deambulazione e i sintomi di infiammazione, tra cui temperatura cutanea, dolorabilità, edema e dolore.

In particolare, quest'ultima azione supporta un potenziale ruolo della bromelina nell'alleviare i sintomi del Covid-19 come tosse, febbre e dolore e le implicazioni più gravi di infiammazione, trombosi ed edema e sono tutt’ora in corso valutazioni cliniche perché le sue proprietà antinfiammatorie e anticoagulanti lo rendono un potenziale agente in grado di rallentare la progressione della malattia. Non solo: la bromelina modula le risposte delle cellule T in vitro e in vivo e ha dimostrato di essere in grado di potenziare le risposte anticorpali delle cellule B antigene-specifiche dipendenti dai linfociti T.

È interessante notare che un recente studio sperimentale ha dimostrato che la bromelina inibisce l'infezione delle cellule VeroE6 da Sars-CoV-2, bloccando il legame del virus e l'ingresso nelle cellule tramite la sottoregolazione dell'espressione di Ace-2 e Tmprss2 e la scissione della proteina Spike, presentando una nuova promettente opzione terapeutica che merita ulteriori indagini.

La bromelina è tuttora riconosciuta come sicura ed efficace ed è utilizzata nelle formulazioni di tutto il mondo per la gestione dell’infiammazione e dell’edema.

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Effect of oral administration of bromelain on postoperative discomfort after third molar surgery. J Craniofac Surg. 2017 Mar;28(2):e191-e197.
  • Potential role of bromelain in clinical and therapeutic applications. Biomed Rep, 5 (3) (2016), pp. 283-288, 10.3892/br.2016.720
  • Is bromelain an effective drug for the control of pain and inflammation associated with impacted third molar surgery? Systematic review and meta-analysis. Int J Oral Maxillofac Surg. 2019 May;48(5):651-658.
  • Bromelain: a review on its potential as a therapy for the management of Covid-19. Niger J Physiol Sci. 2020 Jun 30;35(1):10-19.
  • The combination of bromelain and curcumin as an immune-boosting nutraceutical in the prevention of severe Covid-19. Metabolism Open, 13 November 2020; Volume 8 (Cover date: December 2020)

Cuore: le spie della sua salute anche nei livelli di calcio

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Non solo colesterolo e pressione alta: per valutare il rischio cardiovascolare c’è un indicatore, adottato a livello internazionale, delle possibilità di calcificazione delle arterie coronariche, il cosiddetto Agatston coronary artery calcium (CAC). Sviluppato nel ’90, è ora al centro di uno studio dello Houston Methodist DeBakey Heart & Vascular Center, pubblicato sul British Medical Journal, che gli attribuisce un importante ruolo nella prevenzione primaria delle patologie del cuore.

Si tratta, in concreto, di un valore numerico che cresce con l’aumentare del rischio. Un valore uguale a zero (la cosiddetta ‘potenza dello zero’) in un contesto di bassi livelli di pericolo di malattie cardiovascolare a seguito della terapia preventiva con statine come prevedono le linee guida attuali, potrebbe essere utilizzato per abbassare i livelli di rischio individuali e perciò ridurre se non addirittura abolire certi tipi di terapie, come quelle per il diabete e per gli eccessivi livelli di colesterolo.

“Dato che le placche aterosclerotiche delle coronarie rappresentano il principale substrato per lo sviluppo di eventi coronarici – spiegano i ricercatori – abbiamo voluto valutare se il CAC potesse aiutarci nel completare la valutazione del rischio cardiovascolare individuale”.

Nonostante ampie evidenze scientifiche, diverse barriere hanno rallentato l’adozione del ‘CAC’ come test di routine. I costi inziali della Tac coronarica necessaria a valutare la calcificazione hanno sempre rappresentato un’importante barriera, e uno studio nell’Ohio ha dimostrato che il rendere questo esame gratuito ha fatto aumentare il ricorso per individuare il rischio cardiovascolare.

Alimenti: Ue vieterà uso del colorante E171

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Il biossido di titanio, usato da decenni con la sigla E171 dall’industria alimentare come sbiancante, secondo l’Efsa non si può considerare sicuro e quindi la Commissione europea intende disporne il divieto. E’ stato il parare reso noto oggi dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) alla luce degli ultimi studi a innescare questo il processo.

“La Commissione proporrà agli Stati membri il suo ritiro dall’elenco degli additivi alimentari dell’Unione”, ha detto all’ANSA un portavoce dell’Esecutivo Ue. “Va tuttavia sottolineato, ha aggiunto lo stesso portavoce, che l’Efsa non ha individuato alcun problema di salute immediato e acuto”, quindi “un adeguato periodo di transizione sarà discusso con gli Stati membri per consentire una sostituzione della sostanza ove necessario”. Ma si agirà presto, come chiesto oggi anche dalla ministra tedesca dell’agricoltura Julia Kloeckner e dall’associazione dei consumatori europei Beuc.

“La Commissione europea deve proporre subito agli Stati membri un divieto dell’E171 nell’Ue – dichiara Camille Perrin di Beuc – e il fatto che i governi debbano sostenerlo è una questione che non si pone nemmeno”. L’E171 è usato nelle vernici, nei cosmetici e in alcuni medicinali. Ed è impiegato come sbiancante in dolci, gomme da masticare e caramelle, prodotti da forno, brodi e salse per bambini e neonati, creme spalmabili e frutta secca trasformata.

Autorizzato come colorante alimentare dagli anni Sessanta, oggi può contenere fino al 50% di nanoparticelle. Nel 2016 l’Efsa aveva raccomandato di eseguire nuovi studi perche’ mancavano dati per definire una dose giornaliera accettabile. Nel 2019 sia l’Agenzia per la sicurezza alimentare francese Anses che quella olandese Nvwa avevano confermato l’esistenza di troppe incertezze. Nel 2020 la Francia lo ha vietato e nel 2021 ha prorogato la misura.

“Tenuto conto di tutti gli studi e i dati scientifici disponibili, il biossido di titanio non può più essere considerato sicuro come additivo alimentare”, ha spiegato il presidente del gruppo di esperti Efsa sugli additivi Maged Younes. “Un elemento fondamentale per giungere a tale conclusione è che non abbiamo potuto escludere timori in termini di genotossicità connessi all’ingestione di particelle di biossido di titanio”.

Quindi, non ci sono prove definitive sul fatto  che l’E171 sia capace di danneggiare il Dna delle cellule umane, ma non si può escludere il rischio, perché “dopo l’ingestione l’assorbimento di particelle di biossido di titanio è basso, ma possono accumularsi nell’organismo”, ha concluso  lo studioso. La valutazione formulata oggi dall’Agenzia Ue che ha sede a Parma non riguarda le applicazioni di biossido di titanio in prodotti per l’igiene personale come i dentifrici, nei cosmetici, vernici e medicinali.

di Angelo Di Mambro

Il controllo dell’ipertensione passa da digiuno e microbiota intestinale
 
 

Una disbiosi intestinale può innescare alterazioni dei valori pressori, mentre programmi di digiuno potrebbero rappresentare un intervento correttivo e benefico. Queste le conclusioni di una ricerca, per ora condotta su modelli sperimentali, che getta nuove luci sui meccanismi eziopatogenetici dell’ipertensione, aprendo le porte a opzioni di intervento mirate sul microbiota intestinale.

Lo studio, pubblicato su Circulation research, è stato condotto da ricercatori del Baylor college of medicine di Houston che da tempo hanno focalizzato la loro attenzione sui rapporti microbiota/pressione arteriosa.

"Già altre ricerche condotte dal nostro laboratorio hanno messo in evidenza come la composizione del microbiota intestinale in modelli animali di ipertensione, sia diversa quella dei normotesi”, sottolinea David J.Durgan, docente di Anestesiologia al Baylor college.

Gli stesi ricercatori avevano anche già dimostrato come il trapianto di microbiota intestinale disbiotico da un animale iperteso a uno normoteso determini, nel ricevente, lo sviluppo di ipertensione.

"Un risultato – dice Durgan – che sottolinea come la disbiosi intestinale non sia soltanto una conseguenza dell'ipertensione, ma è coinvolta nei meccanismi che la generano. Da qui il nuovo studio volto a rispondere a due quesiti: è possibile, innanzitutto, manipolare il microbiota per prevenire o alleviare l'ipertensione? E, secondo: in che modo la popolazione microbica intestinale influenza la pressione sanguigna nell'animale?”.

Per rispondere alla prima domanda, Durgan e colleghi hanno preso in esame una serie di ricerche precedenti che dimostravano un ruolo chiave del digiuno sulla composizione del microbiota intestinale, nonché un suo effetto benefico sulla salute cardiovascolare. Studi, però, che non avevano fornito prove di una correlazione tra microbiota e pressione sanguigna.

Hanno lavorato su modelli animali di ipertensione, cosiddetti Shrsp (Spontaneously hypertensive stroke-prone rat), creando due gruppi di osservazione: uno con Shrsp e ratti normali nutriti a giorni alterni, l'altro, di controllo, con Shrsp e ratti normali a disponibilità di cibo illimitata.

Nove settimane dopo l'inizio dell'esperimento, i ricercatori hanno osservato che, come previsto, i ratti Shrsp nel gruppo di controllo avevano una pressione sanguigna più alta rispetto a quelli normali. Interessante è che, nel gruppo con digiuno intermittente, gli Shrsp presentavano valori pressori significativamente ridotti rispetto agli Shrsp che non avevano digiunato.

Successivamente, i ricercatori hanno trapiantato il microbiota dei ratti Shrsp che avevano digiunato o nutrito senza restrizioni in ratti germ-free, scoprendo che quanti tra questi avevano ricevuto il microbiota di ratti Shrsp alimentati normalmente avevano una pressione sanguigna più alta, a conferma che le alterazioni del microbiota indotte dalla restrizione calorica erano sufficienti a mediare l'effetto di abbassamento della pressione sanguigna del digiuno intermittente.

A questo punto, attraverso sottili analisi di genetica, metabolomica e marker plasmatici, lo studio si è concentrato sui meccanismi attraverso i quali il microbiota intestinale regola la pressione sanguigna, individuando nel metabolismo degli acidi biliari uno dei principali responsabili.

Infatti, i ratti Shrsp senza restrizione calorica avevano quantità di acidi biliari circolanti inferiori rispetto ai normotesi, così come gli Shrsp con digiuno intermittente ne avevano di più.

A supporto, i ricercatori hanno verificato come l'integrazione con acido colico, un acido biliare primario, sia in grado di ridurre significativamente la pressione sanguigna nei ratti Shrsp.

“Il nostro studio mostra per la prima volta in un modello animale che il digiuno intermittente può essere utile nel controllo pressorio grazie a un’azione sul microbiota intestinale, fornendo anche la prova di come una disbiosi possa contribuire all'insorgere di ipertensione agendo sul metabolismo degli acidi biliari”, conclude Durgan. “Si tratta di dati importanti per capire come il digiuno interagisca con il microbiota. Molti batteri intestinali, infatti, sono coinvolti nella produzione di composti che favoriscono l’omeostasi dell’organismo. Pertanto, programmi di restrizione calorica potrebbero aiutare a regolare l'attività delle popolazioni microbiche intestinali, garantendo benefici per la salute ".


Nicola Miglino

Risorse alternative: valeriana, contro l'insonnia, e probiotici in caso di sintomi gastrointestinali da stress

 
 

È noto che uno dei più frequenti effetti collaterali dello stress è rappresentato dall'insonnia, problema clinico per altro con una delle più alte prevalenze nella popolazione. È caratterizzata da difficoltà nell'iniziare o mantenere il sonno, accompagnata da sintomi come irritabilità o affaticamento durante la veglia, con pericolosi fenomeni di sonnolenza diurna che automantengono lo stress in un circolo vizioso.Tra gli interventi farmacologici per l'insonnia, la maggior parte delle prove esiste per i farmaci agonisti del recettore del GABA come le benzodiazepine, anche se le preoccupazioni persistenti si concentrano sulla loro sicurezza rispetto alla modesta efficacia.In questo caso può essere d'aiuto un medicinale tradizionale di origine vegetale contenente l'estatto secco della radice di Valeriana e l'estratto secco della foglia di Melissa. In vari studi clinici, è stato dimostrato che in alcune persone è stata migliorata la qualità del sonno riducendo il periodo di veglia, senza peraltro influenzare negativamente la concentrazione e il tempo di reazione diurno. In ogni caso, il trattamento a lungo termine con le benzodiazepine può portare a numerosi rischi ed effetti collaterali indesiderati, giustificando la ricerca di un trattamento alternativo dei disturbi del sonno. Già nel 1992, uno studio tedesco su soggetti volontari sani aveva posto a confronto la combinazione Valeriana/Melissa rispetto a una benzodiazepine per confrontarne le caratteristiche di efficacia e sicurezza. I risultati avevano dimostrato che le preparazioni combinate di origine vegetale come quelle di Valeriana/Melissa ad alto dosaggio mostravano efficacia comparabile alle benzodiazepine, a fronte di una maggiore sicurezza, nel trattamento specifico dei disturbi del sonno. In particolare il gruppo dei pazienti "poor sleepers" la combinazione vegetale aveva indotto un significativo incremento nell'efficienza del sonno e degli stadi tre e quattro del riposo.Uno studio simile condotto su pazienti con disturbi psicofisici subacuti aveva evidenziato, dopo un periodo di sorveglianza di quattro settimane, che ben 2/3 di tutti i pazienti erano liberi da disturbi psico-autonomici come nervosismo, ansia e altre condizioni. Gli autori concludevano che le preparazioni combinate standardizzate di Valeriana e Melissa erano del tutto in grado di rimpiazzare i classici farmaci di sintesi nei disturbi del sonno di ogni grado di severità , sottolineando come in questo contesto la terapia naturale a basto rischio non è accompagnata da pericoli di dipendenza o forme di abitudine; inoltre, non riduce il grado di vigilanza del paziente e non ha determinato prove di fenomeni rebound.3

Le armi naturali contro lo stress e i sintomi che ne derivano non si limitano però solo a prodotti di origine vegetale. È il caso dei probiotici (microrganismi che si dimostrano in grado, una volta ingeriti in adeguate quantità, di esercitare funzioni benefiche per l'organismo) i quali possono aiutare a regolare o modulare le funzioni gastrointestinali alterate che rappresentano uno dei più fastidiosi sintomi indotti dallo stress. Una recente sperimentazione su soggetti volontari ai quali è stato somministrato un probiotico contenente Lactobacillus helveticus Rosell-52 and Bifidobacterium longum Rosell-175 o un placebo per tre settimane ha indotto solo nei pazienti trattati con probiotici una riduzione significativa di due sintomi gastrointestinali indotti dallo stress cronico (dolore addominale e nausea/vomito).4 La nota esistenza della stretta connessione nervosa tra cervello e apparato digerente (il cosiddetto "asse intestino-cervello" o "gut-brain axis") fa sì che la microflora gastrointestinale - apporti benefici che si estendono anche ai disturbi psicologici e dell'umore, quali stress e ansia. L'assunzione di una formulazione probiotica contenente in combinazione L. helveticus R0052 e B. longum R0175 ha diminuito lo stress psicologico senza mostrare alcun effetto avverso,  e dimostrandolo attraverso  tre test: HCSCL90 (Hopkins Symptom Checklist), screening di un'ampia gamma di disturbi psicopatologici; HADS (Hospital Anxiety and Depression Scale), questionario autosomministrato per misurare lo stress psicologico in soggetti con disturbi somatici o psicosomatici; CCL (Coping Checklist), che misura cinque tipi di strategie per affrontare un evento avverso. Tali effetti benefici dei probiotici sull'ansia e la depressione possono essere spiegati con l'esclusione competitiva di patogeni intestinali deleteri, diminuzione di citochine pro-infiammatorie comunica zione con il sistema nervoso centrale attraverso le fibre sensoriali vagali, portando a cambiamenti nei livelli o nella funzione del neurotrasmettitori.5

Nel complesso, da questo "Speciale" emerge come lo stress cronico abbia differenti modalità di manifestazione e come esistano molti rimedi fitoterapici (in particolare quelli ad attività adattogena) per trattarle senza ricorrere a farmaci di sintesi. In un discorso più vasto, si può inserire il settore dei probiotici, i cui benefici sono già ampiamente acclarati ma sulle cui potenzialità terapeutiche le conoscenze sono ancora agli inizi.


Bibliografia

1) Buysse DJ. insonnia. Jama. 2013 Feb 20;309(7):706-16.

2) Schmidt U, Krieger W, Frerick H, Schenck N. Valerian and Balm instead of synthetic psychopharmaceuticals. Der Allgemeinarzt. 1992;1:15-19.

3) Dressing H, Riemann D, Low M. Insomnia: are valerian/ balm combinations of equal value to benzodiazepine? Therapiewoche. 1992;42:726-736.

4) Diop L, Guillou S, Durand H. Probiotic food supplement reduces stress-induced gastrointestinal symptoms in volunteers: a double-blind, placebo-controlled, randomized trial. Nutr Res. 2008;28(1):1-5. doi: 10.1016/j.nutres.2007.10.001.

5) Messaoudi M, Lalonde R, Violle N, et al. Assessment of psychotropic-like properties of a probiotic formulation (Lactobacillus helveticus R0052 and Bifidobacterium longum R0175) in rats and human subjects. Br J Nutr. 2011;105(5):755-64.

Come si sviluppa il microbiota intestinale nei primi cinque anni di vita

 

Il microbiota intestinale umano raggiunge una composizione simile a quella degli adulti entro i cinque anni di età, ma permangono importanti differenze, secondo uno studio recentemente pubblicato. I risultati sottolineano quindi la possibilità che il microbiota possa essere particolarmente sensibile ai disturbi durante questa fase, che può avere effetti profondi sulla salute più tardi nella vita.

I neonati acquisiscono i batteri dalla madre e attraverso l’esposizione all’ambiente al momento del parto. Studi precedenti hanno suggerito che il microbiota comincia a stabilizzarsi e ad evolversi verso una composizione simile a quella degli adulti due o tre anni dopo la nascita. Ma come il microbiota intestinale si sviluppa dopo l’infanzia è stato finora poco studiato. In particolare, non è chiara la successione con cui diversi batteri sono incorporati nel microbiota intestinale.

Per affrontare questa lacuna, alcuni ricercatori hanno analizzato il microbiota di 471 bambini svedesi seguiti dalla nascita ai cinque anni di età. Gli autori hanno usato il sequenziamento del gene 16S rRna per tracciare il profilo dei microbi presenti nei campioni fecali raccolti a quattro mesi, un anno, tre e cinque anni dopo la nascita. Hanno poi confrontato il microbiota dei bambini con quello delle loro madri e di una popolazione adulta svedese.

I risultati hanno mostrato che i maggiori cambiamenti nella composizione del microbiota si sono verificati tra i quattro e i dodici mesi di età. Batteri che sono comuni negli adulti sono apparsi nel momento in cui i bambini hanno iniziato a mangiare cibo solido. Nel corso dei cinque anni, diversi generi microbici hanno seguito quattro traiettorie di colonizzazione principali, aumentando in abbondanza e stabilizzandosi in vari punti temporali dopo la nascita. Curiosamente, il microbiota di un piccolo numero di bambini di cinque anni era maturo per la loro età, mentre alcuni adulti avevano un microbiota meno maturo di quello previsto per la loro età.

I ricercatori hanno osservato che molti dei generi di batteri che dominano il microbiota intestinale degli adulti sono stabiliti a tre anni. Tuttavia, diversi generi batterici meno abbondanti restano in aumento fino ai cinque anni.

Coerentemente con i risultati precedenti, gli autori hanno osservato un grande impatto della modalità di nascita sul microbiota intestinale. In particolare, il parto cesareo è stato associato a una diversità microbica inferiore a quattro mesi, ma questa distanza è stata recuperata a tre anni quando il microbiota intestinale ha continuato a maturare. Inoltre, 25 generi hanno mostrato abbondanze diverse nei bambini di cinque anni nati con taglio cesareo rispetto a quelli nati vaginalmente.

Secondo gli autori, lo studio fornisce un riferimento per il normale sviluppo del microbiota intestinale nella prima infanzia. Sono tuttavia necessari studi futuri e più grandi per identificare potenziali finestre temporali in cui il microbiota intestinale può essere particolarmente importante per lo sviluppo di malattie negli esseri umani.

(Cell Host & Microbe, http://dx.doi.org/10.1016/j.chom.2021.02.021)

Alti livelli di Omega-3 garantisco migliori prospettive di vita
 
 

Secondo una nuova ricerca pubblicata su Nature communications, persone con livelli ematici più alti di Epa (Acido eicosapentaenoico) e Dha (Acido docosaexaenoico), godono di prospettive di vita migliori rispetto a coloro a chi ne è carente.

Per valutare il legame tra Omega-3 e mortalità, i ricercatori del Fatty acids and outcomes research consortium (Force), un gruppo internazionale di scienziati che da anni focalizza i propri studi sulla correlazione tra acidi grassi e salute, hanno effettuato un’analisi prospettica dei dati di 17 studi, per un totale di 42.466 persone coinvolte, seguite in media per 16 anni durante i quali si sono verificati 15.720 decessi.

Esaminando i dati è emerso che tra quanti appartenevano alla fascia del 90° percentile per livelli di Epa e Dha (valutati attraverso l’Omega-3 index che calcola la quantità di Epa e Dha sul totale degli acidi grassi presenti nelle membrane dei globuli rossi), il rischio di morte per qualsiasi causa era del 13% inferiore rispetto a quelli con valori al 10° percentile. Nello specifico, la mortalità per cause cardiovascolari, cancro o complessiva era inferiore, rispettivamente, del 15, 11 e 13% nel gruppo a più alto tasso ematico di Epa e Dha. Nessuna correlazione, invece per acido linolenico e acidi grassi a 18 atomi di carbonio.

Ricordiamo che un Omega-3 index inferiore al 4% indica una forte probabilità per un individuo di essere colpito da cardiopatia; per valori compresi 4 e 8% il pericolo è moderato mentre sopra l’8% la situazione è di basso rischio. Nello studio in esame, il range dell’Omega-3 index variava dal 3,5% al 10° percentile sino al 7.5% al 90°.

"Dal momento che i nostri risultati sono stati corretti statisticamente per eliminare eventuali fattori confondenti, quali, tra gli altri, età, sesso, peso, fumo, diabete, pressione sanguigna, oltre ai livelli ematici di acidi grassi omega-6, riteniamo che questi siano i dati più solidi oggi disponibili sull’efficacia preventiva a lungo termine di buoni livelli ematici di Omega-3”, sottolinea Bill Harris, fondatore del Fatty acid research institute, la Fondazione che ha guidato la ricerca.

Harris è lo scienziato che, 17 anni fa, ha contribuito all’elaborazione dell’Omega-3 index: il calcolo della quantità di Omega-3 presente nelle membrane dei globuli rossi offre una stima accurata della loro assunzione negli ultimi 4-6 mesi.

"Buoni livelli circolanti di Omega-3 a lunga catena possono influire su diversi sistemi cellulari in grado di contribuire a una riduzione del rischio di mortalità”, conclude Tom Brenna, docente di Nutrizione umana e chimica, alla Dell medical school dell'Università del Texas ad Austin. “Tra gli effetti promossi, quelli antinfiammatori, antidislipidemici, antipertensivi e antipiastrinici, insieme a un’azione positiva su adipociti e funzione endoteliale. La nostra review indica che gli Omega-3 a lunga catena quali Epa e Dha, solitamente ottenuti da fonti marine, sono fortemente correlati alla mortalità per tutte le cause, mentre gli Omega-3 derivanti da fonti vegetali, come l'acido alfa-linolenico, lo sono meno".

Nicola Miglino

 

La Commissione Ue vieta gli alimenti con Aloe: “Possono danneggiare il Dna”

 

Con un nuovo regolamento, la Commissione dell’Unione Europea blocca gli alimenti con aloe-emodina, emodina, dantrone ed estratti di aloe contenenti derivati dell’idrossiantracene. Il divieto è scattato dall’8 aprile. A rischio la salute di chi li assume.

“Considerando i gravi effetti nocivi per la salute associati all’impiego negli alimenti di aloe-emodina, emodina, dantrone ed estratti di aloe contenenti derivati dell’idrossiantracene, e che non è stato possibile stabilire una dose giornaliera di derivati dell’idrossiantracene che non desti preoccupazioni per la salute umana, tali sostanze dovrebbero essere vietate”. È quanto ha stabilito la Commissione europea che ha vietato queste sostanze dall’8 aprile.

Nel 2013 l’EFSA aveva concluso che i derivati dell’idrossiantracene negli alimenti possono migliorare la funzionalità intestinale, ma ne aveva sconsigliato l’uso a lungo termine e il consumo a dosi elevate, in ragione di potenziali problemi di sicurezza. Successivamente la Commissione europea aveva chiesto all’EFSA di valutare la sicurezza d’impiego di questi ingredienti vegetali negli alimenti e fornire un parere sulla dose di assunzione giornaliera priva di effetti nocivi sulla salute.

Sulla base dei dati disponibili, l’EFSA aveva poi concluso nel 2018 che alcuni derivati dell’idrossiantracene sono genotossici (possono, cioè, danneggiare il DNA). Pertanto non è stato possibile stabilire un limite di sicurezza giornaliero. Inoltre, in studi condotti su animali, alcune di queste sostanze hanno mostrato di provocare cancro all’intestino.

Covid-19: cresce il rischio di disturbi alimentari. Ecco perché

 
 
 

Partendo dall'analisi di un gruppo di giovani adulti, un team di ricercatori statunitensi ha messo in luce alcuni comportamenti alimentari durante la pandemia. «La pandemia Covid-19 ha portato a una rapida implementazione di politiche di sanità pubblica per ridurre la trasmissione del virus. Sebbene queste protezioni siano necessarie, l'interruzione della vita quotidiana associata alla pandemia in corso può avere conseguenze negative significative per il rischio di sintomi e disturbi alimentari» ha affermato Melissa Simone, della University of Minnesota Medical School, primo nome di uno studio pubblicato su International Journal of Eating Disorders.

Gli autori hanno esaminato le associazioni tra stress, disturbi dell'umore, difficoltà economiche e disordini alimentari durante il Covid-19 in partecipanti allo studio EAT (Eating and Activity over Time) 2010-2018. Un totale di 720 giovani (età 24,7 +/-2 anni) hanno così risposto al sondaggio Covid-19 EAT, o C-EAT, ad aprile e maggio 2020. Nello studio, circa l'8% e il 53% ha riportato comportamenti di controllo del peso malsano nel mese precedente rispettivamente estremi e meno estremi, e circa il 14% il binge eating. Si è osservato che scarsa gestione dello stress, sintomi depressivi e difficoltà finanziarie erano associati con i disturbi alimentari. Sono inoltre emersi 6 temi principali legati al comportamento alimentare, quali mangiare e fare spuntini in maniera irrazionale, maggiore consumo di cibo, diminuzione generale dell'appetito e dell'apporto dietetico, mangiare per "reagire", riduzione dell'apporto dietetico collegato alla pandemia, ricomparsa o notevole aumento di sintomi di disturbo alimentare. «È stata data grande attenzione all'obesità e alle sue connessioni con il Covid-19. È anche importante concentrarsi su un gran numero di persone che sono state coinvolte in un'alimentazione disordinata e che sono a rischio di disturbi alimentari durante la pandemia e in seguito» ha spiegato Neumark-Sztainer, ultimo nome dello studio, che ha sottolineato come la maggior parte dei giovani coinvolti erano di diversa etnia e con un reddito basso, e spesso non ricevevano i servizi di cui avevano necessità.
«Per assicurarsi che le ineguaglianze sanitarie non aumentino, abbiamo bisogno di soddisfare i bisogni di queste popolazioni» ha aggiunto. Poiché gli effetti economici resteranno a lungo, anche dopo la vaccinazione, per gli autori gli interventi preventivi dei disturbi alimentari dovrebbero essere economici e facilmente accessibili, magari online o sul cellulare.

International Journal of Eating Disorders 2021. Doi: doi.org/10.1002/eat.23505.
https://doi.org/10.1002/eat.23505

Uno studio britannico spiega perché alcune persone sono più affamate di altre

 
 
 

Sottolineando l'importanza del metabolismo personale quando si tratta di dieta e salute, uno studio pubblicato su Nature Metabolism e coordinato dal King's College di Londra spiega perché alcune persone perdono peso con difficoltà anche con diete a calorie controllate. «In sintesi, le persone che diverse ore dopo i pasti sperimentano marcati cali glicemici finiscono per sentirsi più affamati e consumare centinaia di calorie giornaliere in più rispetto ad altri» spiegano gli autori, che in collaborazione con i colleghi della Harvard Medical School, della Harvard TH Chan School of Public Health, del Massachusetts General Hospital, dell'University of Nottingham, la Leeds University e la svedese Lund University, hanno raccolto dati dettagliati sulle risposte glicemiche di 1.070 persone che hanno consumato colazioni standardizzate e pasti scelti liberamente nell'arco di due settimane, per un totale di oltre 8.000 colazioni e 70.000 pasti.

Le colazioni standard erano basate su muffin contenenti la stessa quantità di calorie ma di composizione variabile in termini di carboidrati, proteine, grassi e fibre. «Inoltre, per misurare la risposta individuale allo stimolo glicemico i partecipanti hanno effettuato un test di test di tolleranza orale al glucosio» precisa la coautrice Sarah Berry, nutrizionista del King's College, spiegando che a lungo è stato ipotizzato che i livelli di zucchero nel sangue svolgessero un ruolo nel controllo della fame, ma che i risultati erano finora inconcludenti. Ma questo studio cambia le carte in tavola, dimostrando che le ipoglicemie ritardate, ossia che si verificano diverse ore dopo il pasto, sono un migliore predittore di fame e di conseguente aumentato apporto calorico rispetto al consueto picco glicemico postprandiale. «Cosa che modifica in modo significativo la relazione tra glicemia e alimentazione» aggiunge Ana Valdes della School of Medicine dell'Università di Nottingham, coordinatrice del gruppo di studio. E Tim Spector, professore di epidemiologia genetica al King's College, conclude: «Il cibo è complesso e gli esseri umani sono complicati, ma finalmente le nostre ricerche iniziano ad aprire la scatola nera tra dieta e salute, così che tutti abbiano l'opportunità di scoprire le proprie risposte al cibo per supportare meglio lo stato di salute personale».

Nature Metabolism 2021. Doi: 10.1038/s42255-021-00383-x
http://doi.org/10.1038/s42255-021-00383-x  

Disturbi dell’alimentazione: lo stress non porta per forza a una perdita di autocontrollo nel mangiare

 

Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Cambridge e pubblicato dalla rivista Journal of Neuroscience, suggerisce che, contrariamente a quanto si pensa, le persone con disturbi alimentari non perdono l’autocontrollo nel mangiare in risposta allo stress.

Le persone che soffrono di bulimia nervosa e un sottogruppo di quelle affette da anoressia nervosa condividono alcuni sintomi chiave, le abbuffate ricorrenti e comportamenti compensatori, come il vomito. I due disturbi si distinguono per l’indice di massa corporea (BMI) dei pazienti: gli adulti affetti da anoressia nervosa tendono ad avere un BMI inferiore a 18,5 kg / m2. 

“Studi di neuroimaging sulla bulimia nervosa riportano una ridotta attività nelle regioni fronto-striatali implicate nel controllo di autoregolamentazione e una teoria influente ipotizza che il binge-eating (disturbo da alimentazione incontrollata) sia il risultato di fallimenti di autoregolazione sotto stress”, scrivono gli autori. “Tuttavia, non ci sono prove dirette che lo stress psicologico comprometta l’autoregolazione nei disturbi da alimentazione incontrollata, o che tali deficit di autoregolamentazione si generalizzino al binge eating in individui sottopeso”.

Per esaminare questa teoria, i ricercatori hanno invitato 85 donne – 22 con anoressia nervosa, 33 con bulimia nervosa e 30 controlli sani – a partecipare a un soggiorno di due giorni al Wellcome Trust-MRC Institute of Metabolic Science Translational Research Facility (TRF). La struttura, che comprende un’unità di comportamento alimentare, è progettata in modo che la dieta e l’ambiente di un volontario possano essere strettamente controllati e il loro stato metabolico studiato in dettaglio durante la permanenza.

Durante il loro soggiorno, ogni mattina le donne hanno ricevuto pasti controllati forniti da un nutrizionista. Sono state sottoposte a un periodo di digiuno durante il quale sono state portate al vicino Wolfson Brain Imaging Center, dove hanno svolto compiti mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata tramite risonanza magnetica funzionale.

I primi compiti riguardavano l’arresto della progressione di una barra che si alzava sullo schermo di un computer premendo un tasto. Il compito principale consisteva nell’arrestare la barra in movimento quando raggiungeva la linea mediana. In alcuni casi sono stati presentati segnali di stop, in cui la barra in movimento si è fermata automaticamente prima di raggiungere la linea di mezzo, in questo caso le partecipanti non dovevano fare nulla. Si tratta di “attività di anticipazione del segnale di arresto, una misura convalidata di inibizione proattiva (cioè anticipazione dell’arresto) e reattiva (arresto definitivo)”, scrivono gli autori.

Le donne hanno poi svolto un compito volto ad aumentare i loro livelli di stress. È stato chiesto loro di eseguire una serie di test aritmetici mentali mentre ricevevano scosse elettriche lievi ma imprevedibili e gli è stato detto che se non fossero riuscite a svolgere il compito, i loro dati sarebbero stati esclusi dallo studio. Hanno ricevuto feedback durante l’attività, come: “le tue prestazioni sono inferiori alla media”.

Le donne hanno quindi ripetuto di nuovo il primo test (della barra). Alla fine, le volontarie sono tornate all’Unità Comportamentale Alimentare, dove è stato offerto loro un buffet “all you can eat”.

Durante il secondo giorno le partecipanti hanno svolto gli stessi compiti, ma senza le componenti stressanti del test.

Il team ha scoperto che le donne con bulimia nervosa avevano peggiori prestazioni quando si trattava di interrompere la barra rispetto agli altri gruppi, avevano quindi una ridotta inibizione proattiva. “Entrambi i gruppi di pazienti hanno mostrato cambiamenti distinti, indotti dallo stress, nell’attività frontale inferiore e superiore durante l’inibizione sia proattiva che reattiva”, scrivono. Tuttavia, lo stress non ha influenzato in alcun modo le prestazioni effettive in nessun0 dei tre gruppi. I ricercatori hanno osservato che le pazienti in generale mangiavano meno al buffet rispetto ai controlli, ma sorprendentemente la quantità di cibo ingerita non cambiava se le volontarie erano sottoposte a una prova stressante.

Margaret Westwater, prima autrice dello studio, sottolinea: “la teoria suggerisce che le pazienti avrebbero dovuto mangiare di più quando erano stressate, ma non è successo. Chiaramente, quando pensiamo al comportamento alimentare in questi disturbi, dobbiamo adottare un approccio più sfumato”.

Bibliografia: Margaret L. Westwater et al., Prefrontal responses during proactive and reactive inhibition are differentially impacted by stress in anorexia and bulimia nervosa. Journal of Neuroscience 12 April 2021, JN-RM-2853-20; DOI: 10.1523/JNEUROSCI.2853-20.2021

 

Sempre fame? Colpa dei cali di glucosio 

 

Se si ha sempre fame potrebbe dipendere da importanti cali di zucchero nel sangue  dopo qualche ora dai  pasti. Una nuova ricerca guidata dal King’s College London mostra infatti che le persone che li sperimentano  ore dopo aver mangiato, finiscono per sentirsi più affamate e consumare centinaia di calorie in più durante il giorno rispetto a chi non va incontro a questo meccanismo.

Lo studio, pubblicato su Nature Metabolism, e i cui dati provengono da Predict, il più ampio programma di ricerca nutrizionale in corso al mondo che esamina le risposte al cibo in contesti di vita reale, aiuta a capire perché alcune persone faticano a perdere peso, anche con diete a calorie controllate, e sottolinea l’importanza di comprendere il proprio metabolismo personale quando si inizia una dieta. Il team di ricerca ha raccolto dati dettagliati su 1.070 persone che hanno consumato colazioni standardizzate e pasti scelti liberamente per un periodo di due settimane, per un totale di oltre 8.000 colazioni e 70.000 pasti.

I partecipanti hanno eseguito un test della glicemia a digiuno (test di tolleranza al glucosio orale), per misurare quanto bene il loro corpo elaborasse gli zuccheri e hanno tenuto per l’intero svolgimento della ricerca un dispositivo indossabile per la misurazione dei valori dello zucchero nel sangue. È emerso che chi ha sperimentato significativi “cali di zucchero” 2-4 ore dopo il picco iniziale post prandiale ha avuto un aumento del 9% della fame, cosa che ha portato a un’attesa di mezz’ora in meno per il pasto successivo.

Il calo di zuccheri ha portato anche a consumare 75 calorie in più nelle 3-4 ore dopo la colazione e circa 312  durante l’intera giornata rispetto a quanti non avevano questo problema. Questo tipo di schema potrebbe potenzialmente trasformarsi per i ricercatori in circa nove chili di aumento di peso in un anno.

Alimentazione e nutrizione

Una dieta ad alto contenuto di fibre porta cambiamenti significativi al microbioma intestinale

 

Un intervento a breve termine nel consumo giornaliero di fibre può alterare significativamente il microbioma intestinale e l’assunzione di nutrienti, secondo uno studio pubblicato recentemente. La fibra alimentare consiste in carboidrati resistenti che si trovano in frutta, verdura e cereali integrali e persiste nel nostro sistema di digestione. Mentre non è digeribile dagli esseri umani, i nostri batteri intestinali possono metabolizzare la fibra in acidi grassi a catena corta e altri sottoprodotti critici per la salute umana.

Attualmente, la persona media in Nord America consuma meno del 50% dei livelli di fibra raccomandati a causa della diminuzione del consumo di alimenti a base vegetale. Il basso consumo di fibre alimentari può essere associato a malattie come il diabete di tipo II e il cancro al colon. Inoltre, nuovi studi hanno iniziato a dimostrare come i cambiamenti microbici dell’intestino possano avere un impatto indiretto sulla salute umana.

Per determinare se l’aumento della fibra alimentare per un breve periodo potrebbe alterare la diversità del microbioma intestinale e la produzione di metaboliti, un team di ricerca ha implementato un intervento alimentare di due settimane durante un corso di biologia all’Università.

Gli studenti hanno ricevuto 10 pasti ad alto contenuto di fibre non trasformate ogni settimana per 15 giorni. In questo periodo hanno raccolto campioni per tracciare la loro composizione microbica intestinale prima e dopo l’intervento, registrando anche le loro informazioni dietetiche di macronutrienti per raggiungere un obiettivo di 50 grammi al giorno durante le due settimane di intervento.

Dopo l’intervento, i ricercatori hanno confrontato la composizione batterica complessiva utilizzando il sequenziamento del Dna e misurato la produzione di acidi grassi a catena corta utilizzando la gascromatografia. Oltre al sequenziamento, il team ha eseguito ulteriori esperimenti mirati al noto degradatore di fibre, il Bifidobacterium. I ricercatori hanno scoperto che l’intervento di due settimane ha alterato significativamente la composizione del microbioma intestinale individuale, compreso un aumento di Bifidobacterium. Tuttavia, nonostante i cambiamenti osservati nella composizione del microbioma intestinale, non hanno rilevato uno spostamento significativo nell’abbondanza di questi acidi grassi.

Ora l’intenzione è effettuare interventi più lunghi e studiare come la fibra può sostenere il microbioma intestinale e promuovere la salute.

(MySystem, http://dx.doi.org/10.1128/mSystems.00115-21)

di Michela Perrone

Mangiare fuori di frequente aumenta il rischio di morte prematura

 
 
 

Il frequente consumo di pasti fuori casa si associa a un aumento delle probabilità di morte per tutte le cause secondo uno studio pubblicato sul Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics. «Mangiare fuori è un'attività popolare in tutto il mondo, ma finora sono state poche le ricerche sulla sua associazione con lo stato di salute. E i nostri risultati, sebbene da confermare, suggeriscono che consumare ripetutamente pasti fuori casa si associa a un aumento del rischio di malattie croniche, come obesità, diabete e cancro» spiega il coordinatore dello studio Wei Bao, professore associato presso il Dipartimento di Epidemiologia del College of Public Health all'Università dello Iowa di Iowa City.

Per giungere alle loro conclusioni i ricercatori statunitensi hanno analizzato i dati delle risposte ai questionari somministrati durante le interviste familiari sulle abitudini alimentari, inclusa la frequenza di consumo di pasti preparati fuori casa, svolte faccia a faccia con 35.084 adulti di età pari o superiore a 20 anni partecipanti al National Health and Nutritional Examination Survey 1999-2014. «Abbiamo successivamente incrociato i dati con quelli di mortalità fino al 31 dicembre 2015, esaminando in particolare i decessi per tutte le cause, quelli cardiovascolari e quelli per cancro» scrivono gli autori, che dopo l'analisi statistica normalizzata per età, genere, etnia, stato socioeconomico, stile di vita e indice di massa corporea hanno scoperto che il rischio di mortalità tra chi mangiava fuori due o più volte al giorno rispetto a coloro che consumavano pasti lontano da casa meno di una volta la settimana era aumentato del 49% per tutte le cause, del 18% per cause cardiovascolari e del 67% per cancro. «Nonostante servano studi futuri per esaminare più da vicino l'associazione tra mangiare fuori e prevalenza di decessi cardiovascolari, da cancro, da demenza e da altre malattie croniche, il messaggio da portare a casa è che il consumo frequente di pasti preparati fuori casa potrebbe non essere un'abitudine salutare» conclude Wei.

J Acad Nutrition Dietetics 2021. Doi: 10.1016/j.jand.2021.01.012
http://doi.org/10.1016/j.jand.2021.01.012  

Disturbi alimentari: +30% nel 2020. Previsto peggioramento nel 2021

 

L’ emergenza Covid, con l’ aumento dell’ isolamento sociale e l’ impoverimento della vita di relazione, ha causato un  peggioramento dei disturbi dell’alimentazione e della nutrizione (anoressia, bulimia) che colpiscono in particolare gli adolescenti, con un “drammatico incremento nel 2020 di ben il 30% di casi”. I numeri risultano in ulteriore peggioramento all’inizio del 2021, per questo l’associazione Consult@noi, che raggruppa le associazioni di familiari, chiede, con una lettera, un incontro urgente al ministro della Salute, Roberto Speranza.

“Lanciamo – scrive l’Associazione nella lettera al ministro – un grido di allarme: migliaia di adolescenti e di giovani si stanno ammalando e le morti sono in forte aumento. Queste statistiche pur così gravi e, all’inizio del 2021 in ulteriore peggioramento, non bastano a descrivere le gravi sofferenze che colpiscono migliaia di pre-adolescenti, adolescenti e giovani portandoli, in non pochi casi, fino alla fine, precipitando nella disperazione le loro famiglie”.

“Le gravi patologie, associate a quelli che vengono chiamati ‘Disturbi del comportamento alimentare’ – evidenzia l’associazione – rappresentano un’emergenza sanitaria dei paesi industrializzati: in Italia hanno  coinvolto circa 3 milioni di giovani, per la gran parte ragazze adolescenti, e causato, secondo le ultime statistiche ufficiali disponibili, ben 3.500 morti nel 2018. Sono numeri di una patologia drammatica, spesso sottovalutata: va invece pienamente riconosciuta come malattia specifica che necessita di terapie multidisciplinari e idonei percorsi di cura, in modo che le Regioni siano obbligate a creare dei percorsi ad hoc. Il trattamento richiede strutture e personale altamente specializzati”.

Consult@noi denuncia la carenza di strutture ad hoc in molte Regioni e sottolinea come sia necessario, in particolare, aumentare gli ambulatori multidisciplinari in grado di riconoscere ed affrontare fin dall’ esordio le patologie e affiancarli a residenze riabilitative (che risultano poche e assenti in molte Regioni). Inoltre per l’Associazione sarebbe necessaria anche l’istituzione di posti letto ospedalieri in ogni provincia per malati gravi e cronici e la formazione del  personale per favorire diagnosi precoci.

Dieta a elevato indice glicemico aumenta il rischio cardiovascolare
 
 

Anche in assenza di una pregressa malattia cardiovascolare una dieta che prevede un elevato consumo di alimenti ad alto indice glicemico risulta correlata ad un aumento del rischio di eventi cardiovascolari maggiori e di morte. È quanto si legge in uno studio pubblicato di recente sul New england journal of medicine.

Un team di ricercatori dell'Università di Toronto ha esaminato i dati di 137.851 soggetti di cinque diversi continenti ed età compresa tra i 35 e i 70 anni, per indagare l'associazione tra indice glicemico e malattie cardiovascolari. Il tipo di dieta è stato valutato tramite questionari sulla frequenza alimentare, specifici per paese, e l'indice glicemico e il carico sono stati stimati in base al consumo di sette categorie di carboidrati.

Durante un follow-up mediano di 9.5 anni, si sono verificati 8.780 decessi e 8.252 eventi cardiovascolari maggiori. I ricercatori hanno scoperto che una dieta ad alto indice glicemico si associava ad aumento del rischio per un evento cardiovascolare maggiore o morte, confrontando i quintili a basso indice glicemico con quelli a indice glicemico più elevato, e con la presenza o assenza di malattie cardiovascolari preesistenti (Hazard ratio, rispettivamente di 1.51 e 1.21). Un alto indice glicemico era anche associato a un elevato rischio di morte per cause cardiovascolari. I risultati per quanto riguarda il carico glicemico sono stati simili per i partecipanti con malattie cardiovascolari al basale, ma non per quelli senza malattie cardiovascolari preesistenti.

"Studio gli effetti delle diete ad alto indice glicemico da molti anni e questi dati confermano che il consumo di elevate quantità di carboidrati di scarsa qualità rappresenta oggi un problema in tutto il mondo", commenta David Jenkins, esperto nutrizionista dell’Università di Toronto e prima firma della ricerca. “Le diete ricche di carboidrati di scadente qualità sono associate a ridotta longevità, diversamente quelle ricche di frutta, verdura e legumi, contenenti carboidrati di qualità più elevata”.

Elisabetta Torretta

La dieta della gestante può influenzare il peso della prole

 
 
 

Uno studio pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition suggerisce che la dieta della gestante può avere un impatto a lungo termine sul peso del bambino. Spiega la coautrice Carmen Monthé-Drèze, neonatologa della Newborn Intensive Care Unit (NICU) al Brigham and Women Hospital di Boston: «A oggi gli studi che collegano l'alimentazione materna in gravidanza alla crescita dei figli si sono focalizzati sul periodo neonatale e della prima infanzia, mentre i dati che si estendono all'infanzia sono scarsi».

E per chiarire le modifiche dell'accrescimento che dall'infanzia all'adolescenza vengono influenzate dalla nutrizione in gravidanza, gli autori hanno verificato l'esistenza di periodi tra la nascita e l'adolescenza in cui l'aumento di peso è più suscettibile agli effetti dell'alimentazione durante la gestazione. A tale scopo sono stati analizzati i dati di 1.459 coppie madre-figlio partecipanti al Project Viva, uno studio di coorte in corso sulla salute materna e infantile e coordinato dall'Harvard Pilgrim Health Care Institute di Boston. «I dati dietetici sono stati raccolti tramite questionari con compilati in gravidanza dalle future mamme» chiarisce Monthé-Drèze, che assieme ai colleghi ha calcolato tre parametri: l'indice dietetico infiammatorio (DII®), il punteggio della dieta mediterranea e l'indice di alimentazione sana alternativa in gravidanza. «Dopo la nascita, il peso e l'altezza della prole sono stati misurati più volte tra la nascita e l'adolescenza. Da questi dati è stato calcolato l'indice di massa corporea (BMI)» scrivono gli autori. E i risultati ottenuti suggeriscono che una dieta in gravidanza con un elevato potenziale infiammatorio si associa a tassi di crescita del BMI più rapidi nei bambini tra i tre ei dieci anni di età. Ma non solo: la minore aderenza in gestazione a una dieta mediterranea correla strettamente con un BMI più elevate nell'adolescenza. «È opportuno che gli operatori sanitari prestino particolare attenzione ai bambini ad alto rischio di sovrappeso in base alle abitudini alimentari della madre in gravidanza, incoraggiando scelte alimentari sane per limitare l'incremento ponderale nell'infanzia e adolescenza» conclude Monthé-Drèze.

Am J Clinical Nutrition 2021. Doi: 10.1093/ajcn/nqaa398
https://doi.org/10.1093/ajcn/nqaa398  

Iss, un basso livello di vitamina D può aggravare la prognosi del Covid

 

La sua insufficienza è stata collegata alle infezioni virali del tratto respiratorio inferiore e all'esacerbazione delle malattie polmonari ostruttive croniche e dell'asma

La carenza di Vitamina D (VitD) sembrerebbe associata a stadi clinici di COVID-19 più compromessi. E' quanto emerge da uno studio retrospettivo su 52 pazienti, che ha visto la collaborazione dell'ISS, dell'Ospedale Sant'Andrea di Roma e di altre istituzioni, pubblicato sulla rivista Respiratory Research. "Nella nostra indagine abbiamo correlato, per la prima volta, i livelli plasmatici di VitD a quelli di diversi marcatori (di infiammazione, danno cellulare, coagulazione) e ai risultati radiologici tramite TAC durante il ricovero per COVID-19 - spiega Francesco Facchiano, ricercatore ISS, coautore dello studio - e abbiamo osservato che i pazienti con bassi livelli plasmatici di VitD, indipendentemente dall'età, mostravano una significativa compromissione di tali valori, vale a dire risposte infiammatorie alterate e un maggiore coinvolgimento polmonare".

Per lo studio sono stati arruolati 52 pazienti affetti da COVID-19 con coinvolgimento polmonare (27 femmine e 25 maschi, l'età mediana era di 68,4 anni). I livelli di vitamina D erano carenti (con livelli plasmatici di VitD molto bassi, sotto 10 ng/ml) nell'80% dei pazienti, insufficienti nel 6,5% e normali nel 13,5%. Recenti osservazioni hanno dimostrato che la VitD non è un semplice micronutriente coinvolto nel metabolismo del calcio e nella salute delle ossa, ma svolge anche un ruolo importante come un ormone pluripotente in diversi meccanismi immunologici. È noto che i suoi recettori sono ampiamente distribuiti in tutto l'organismo e in particolare nell'epitelio alveolare polmonare e nel sistema immunitario. "Anche se gli effetti in vivo della VitD non sono completamente compresi - si legge nello studio - una serie di osservazioni sottolineano il ruolo della VitD nello sviluppo delle malattie polmonari. La sua insufficienza è stata collegata alle infezioni virali del tratto respiratorio inferiore e all'esacerbazione delle malattie polmonari ostruttive croniche e dell'asma.   Inoltre, i soggetti con bassi livelli di VitD al momento del test COVID-19 erano a più alto rischio di essere positivi al COVID-19 rispetto ai soggetti con sufficiente stato di VitD".