Flavonoidi, microbioma e pressione: un legame tutto da scoprire

 
 

Secondo un recente studio, gli alimenti ricchi in flavonoidi sembrano avere un effetto positivo sulla pressione sanguigna e tale associazione è almeno in parte spiegata dalle caratteristiche del microbioma. «I nostri risultati forniscono la prova che la diversità e la composizione del microbioma intestinale risponde all'apporto di flavonoidi e successivamente influisce sulla salute cardiometabolica» si legge su Hypertension.

Nello studio sono stati coinvolti 904 adulti tra i 25 e gli 82 anni del Population-Based Recruitment for Genetics Research (PopGen) della Germania. Nei partecipanti, l'assunzione di alimenti ricchi in flavonoidi negli anni precedenti è stata verificata mediante un questionario sull'alimentazione, il microbioma intestinale valutato tramite l'analisi del DNA batterico fecale, e i livelli pressione sanguigna misurati dopo il digiuno notturno per 3 volte, a intervalli di 3 minuti, a seguito di un periodo di riposo di 5 minuti. Sono state raccolte anche altre informazioni, per esempio l'uso di farmaci o il peso. Ebbene, i partecipanti con il più alto consumo di cibi ricchi in flavonoidi (incluso frutti di bosco, vino rosso, mele e pere), avevano rispetto a quelli con il più basso consumo, livelli inferiori di pressione sistolica e una diversità maggiore nel microbioma intestinale. I ricercatori hanno scoperto che fino al 15,2% dell'associazione tra cibi ricchi in flavonoidi e pressione sistolica poteva essere spiegata dalla diversità del microbioma. L'alto consumo di frutti di bosco, e cioè l'equivalente di 1,6 porzioni con un contenuto stimato di 112 mg di antocianina, o il bere 250 ml di vino rosso a settimana sono risultati associati a una diminuzione della pressione rispettivamente di 4,1 e 3,7 mmHg. L'11,6% e il 15,2% dell'associazione poteva essere spiegato da elementi del microbioma nel caso, rispettivamente, dei frutti di bosco e del vino.
«L'interazione bidirezionale flavonoidi-microbioma intestinale associata con la pressione sanguigna suggerisce che i trial futuri dovrebbero stratificare i partecipanti in base ai metabotipi per studiare l'importanza relativa del metabolismo e del microbioma intestinale nel moderare l'effetto dei flavonoidi sulla pressione sanguigna» scrivono i ricercatori, i quali elencano i diversi limiti del loro studio. «Una maggior comprensione della variabilità individuale del metabolismo dei flavonoidi chiarirà perché gli alimenti ricchi in flavonoidi possono fornire una maggior protezione cardiovascolare ad alcuni soggetti più che ad altri» concludono.

Hypertension 2021. Doi: 10.1161/HYPERTENSIONAHA.121.17441
https://doi.org/10.1161/HYPERTENSIONAHA.121.17441

Epatopatie croniche, il rischio cala bevendo caffè

 
 

Tre tazze al giorno di caffè riducono del 20% le probabilità di sviluppare malattie epatiche croniche compreso il cancro. È quanto emerge da uno studio britannico svolto all'Università di Southampton e pubblicato sulla rivista BMC Public Health. Partendo da ciò che suggerivano ricerche precedenti su un relativo effetto protettivo del caffè contro il rischio di malattie croniche del fegato, il team dell'Università di Southampton ha approfondito l'argomento analizzando i dati di 494.585 persone di età compresa tra 40 e 69 anni partecipanti alla biobanca britannica.

Il loro consumo abituale di caffè era noto ed è stato incrociato con i dati delle cartelle cliniche di ciascuno. E i risultati ottenuti mostrano che tra i 384.818 bevitori di caffè e i 109.767 non consumatori si sono verificati 3.600 casi di malattia epatica cronica (CLD), 5.439 casi di steatosi, 184 casi di carcinoma epatocellulare (HCC) e 301 decessi per CLD durante un follow-up mediano di 10,7 anni. Rispetto ai non consumatori, i bevitori di caffè avevano tassi più bassi non solo di CLD e steatosi, ma anche di morte per CLD e HCC. «Esiste una plausibilità biologica per l'effetto protettivo del caffè: la caffeina è un antagonista non selettivo del recettore A2aA, la cui attivazione stimola la produzione di collagene da parte delle cellule stellate epatiche, i principali mediatori della fibrosi» spiega il primo autore Oliver Kennedy ricercatore presso il Dipartimento di scienze delle cure primarie e della popolazione alla Facoltà di medicina dell'Università di Southampton, Regno Unito. «Tuttavia, in questo studio come in quelli precedenti, anche il caffè decaffeinato aveva effetto protettivo in quanto altri composti del caffè, come l'acido clorogenico, il kahweol e il cafestol, possono proteggere dalla fibrosi epatica. Tant'è vero che kahweol e cafestol sono presenti in concentrazioni elevate nel caffè macinato, risultato il più protettivo. Dati gli effetti protettivi dei diversi tipi di caffè con composizione variabile, può esistere una relazione complessa che coinvolge più di un principio attivo» conclude Kennedy.

BMC Public Health 2021. Doi: 10.1186/s12889-021-10991-7
https://doi.org/10.1186/s12889-021-10991-7  

La Dieta Mediterranea previene il tumore della prostata

Lo rivela uno studio, pubblicato sula rivista scientifica journals.sagepub.com, realizzato da un team di ricercatori in larga parte campani, della Federico II, Partenope, Istituto zooprofilattico Portici, dell'ospedale Eboli

La Dieta Mediterranea farebbe bene, in termini di prevenzione, al cancro alla prostata: è la conclusione a cui è giunto uno studio, pubblicato sula rivista scientifica journals.sagepub.com, realizzato da un team di ricercatori in larga parte campani, della Federico II, Partenope, Istituto zooprofilattico Portici, dell'ospedale Eboli, di cui fanno parte anche tre biologi: Cerullo, Terracciano e Cosimato, anche loro tutti campani.  In sostanza, indagando sui dati epidemiologici della provincia di Salerno (dati che sono stati forniti dall'ASL Salerno e raccolti nel registro tumori), questo team di ricercatori han notato che in alcune aree del Cilento, esiste un minor rischio di PCa (Carcinoma Prostativo) rispetto alle zone limitrofe della provincia di Salerno. Questo potrebbe essere spiegato dal particolare regime nutrizionale che si sviluppa in queste zone con l'apporto di nutrienti ricchi di sostanze come licopene, quercitina e flavonoidi che esercitano un ruolo anti neoplastico. La tal cosa suggerisce un grande ruolo protettivo della Dieta Mediterranea contro il cancro alla prostata.

 
Azioni della vitamina E sul profilo lipidico in caso di diabete
 

Che la vitamina E, uno degli antiossidanti dietetici liposolubili fondamentali, giochi un ruolo importante nel determinare il profilo lipidico di chi ha diabete mellito è informazione nota. Meno chiaro, invece, sono i dosaggi, la modalità di integrazione e le caratteristiche dei soggetti che potrebbero beneficiarne, data l’eterogeneità di questi parametri nei diversi studi presenti in letteratura.

Nel 2018 uno studio clinico controllato randomizzato in singolo cieco ha valutato la sinergia tra metformina e vitamina C ed E in pazienti maschi con diabete di tipo 2, fornendo prove sugli effetti benefici dell'integrazione di vitamine antiossidanti sul danno ossidativo presente nel contesto diabetico. I meccanismi esatti su come la vitamina E influenzi i parametri lipidici nel sangue non sono noti, ma si ipotizza che il fenomeno sia legato proprio a cambiamenti nello stress ossidativo.

Uno studio del 2000 che confrontava gli effetti dell'integrazione alimentare a breve termine con succo di pomodoro, vitamina E e vitamina C sulla suscettibilità delle Ldl all'ossidazione e sui livelli circolanti di proteina C-reattiva in pazienti con diabete di tipo 2 ha dimostrato che la riduzione dello stress ossidativo cellulare e dei livelli di Ros sono in grado di migliorare l'azione dell'insulina.

La vitamina E migliora l’insulino-resistenza grazie al meccanismo di soppressione dell'espressione del recettore alfa attivato e l’α-tocoferolo regola l'espressione genica a diversi livelli nel metabolismo lipidico, causando, per esempio, una down-regulation delle espressioni di Ppar-α, Ppar-β e Ppar-γ epatici.

L'induzione dell'adiponectina potrebbe essere considerata come la base dell'effetto benefico della vitamina E sulla sensibilità all'insulina. Inoltre, la vitamina E sopprime il segnale nelle vie di trasduzione della proteina chinasi C e questo passaggio sembra essere correlato con il metabolismo dei lipidi.

Una metanalisi del 2020 ha dimostrato che l'integrazione di tocotrienoli, una forma specifica di vitamina E, aumenterebbe significativamente il colesterolo Hdl senza effetti considerevoli su c-Ldl, c-Tot e trigliceridi. 

Uno studio precedente ha utilizzato invece entrambe le forme di integratori di vitamina E, α-tocoferolo e tocotrienoli, riscontrando efficacia in entrambi i casi sul controllo glicemico nei pazienti con diabete di tipo 2, ma evidenziando una differente risposta perché il beneficio si è ottenuto solo tra quelli con controllo glicemico inadeguato e che presentavano livelli di vitamina E sierica al di sotto dei range normali al basale. 

Pubblicati pochi mesi fa, anche i risultati di una nuova revisione sistematica e metanalisi sull’argomento hanno mostrato dati di non semplice interpretazione. L' integrazione di vitamina E sotto forma di α-tocoferolo non ha influenzato i livelli di colesterolo totale, trigliceridi, colesterolo Hdl e Ldl nei pazienti diabetici, ma se si analizzano i dati rispetto ai sottogruppi emergono informazioni interessanti. L'integrazione di vitamina E riduce significativamente il colesterolo totale e aumenta i livelli di colesterolo Hdl quando la durata dell'integrazione supera le 12 settimane.

Gli effetti benefici della vitamina E tra i pazienti con diabete di tipo 1 non sono invece noti. 

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Systematic review and meta-analyses of vitamin E (alpha-tocopherol) supplementation and blood lipid parameters in patients with diabetes mellitus. Diabetes & Metabolic Syndrome: Clinical Research & Reviews, Volume 15, Issue 4, July–August 2021,
  • The effects of tocotrienol supplementation on lipid profile: a meta-analysis of randomised controlled trials. Compl Ther Med (2020), 10.1016
  • Effects of vitamin E supplementation on glycaemic control in type 2 diabetes: systematic review of randomised controlled trials. J Clin Pharm Therapeut, 36 (1) (2011 Feb), pp. 53-63
  • The effect of vitamin C and/or E supplementations on type 2 diabetic adult males under metformin treatment: a single-blinded randomised controlled clinical trial. Diabetes Metab Syndr, 12 (4) (2018), pp. 483-489
  • Effect of supplementation with tomato juice, vitamin E, and vitamin C on LDL oxidation and products of inflammatory activity in type 2 diabetes. Diabetes Care, 23 (6) (2000), pp. 733-738
  • Adiponectin expression is induced by vitamin E via a peroxisome proliferator-activated receptor gamma-dependent mechanism. Endocrinology, 150 (2009), pp. 5318-5325

Gliomi, la dieta chetogenica è ben tollerata e induce significative modifiche metaboliche

 
 
 

Ricca di grassi e povera in carboidrati, una dieta chetogenica modificata potrebbe essere un'opzione per le persone con glioma, secondo uno studio pubblicato su Neurology. «Dato che non esistono terapie efficaci per gli astrocitomi, neoplasie cerebrali con ridotti tassi di sopravvivenza, qualsiasi novità è ben accetta» esordisce il coautore Roy Strowd della Wake Forest School of Medicine di Winston-Salem in North Carolina, che assieme ai colleghi ha scoperto che la dieta chetogenica modificata è sicura e ben tollerata dai pazienti con astrocitoma che avevano completato il trattamento con radio- e chemioterapia.

«Per moltiplicarsi e crescere questo tipo di cellule neoplastiche usa un metabolismo a base glucidica. Ma poiché la dieta chetogenica è a basso contenuto di zuccheri, per produrre energia vengono usati i chetoni invece dei carboidrati. Tuttavia, le cellule cerebrali sane sopravvivono con i chetoni, ma quelle tumorali in teoria non li possono usare» scrivono gli autori, che hanno selezionato 25 persone con astrocitoma, sottoponendole per otto settimane a una dieta chetogenica, la dieta Atkins, modificata con digiuno intermittente. Gli alimenti permessi erano pancetta, uova, panna, burro, verdure a foglia verde e pesce per cinque giorni alla settimana alternati a due giorni di digiuno. «L'obiettivo era verificare se fosse possibile seguire la dieta senza gravi effetti collaterali» riprende Strowd, precisando che 21 persone hanno completato lo studio e che i test urinari dimostrano che l'80% delle persone ha raggiunto il livello in cui l'organismo usa a scopo energetico principalmente grassi e proteine al posto dei carboidrati. Al termine del follow-up i livelli di emoglobina glicata (HbA1c), di insulina e la massa grassa erano diminuiti rispetto al basale, a fronte di un aumento della massa magra. Risultati confermati dalla risonanza magnetica spettroscopica cerebrale, che mostravano un aumento delle concentrazioni di beta-idrossibutirrato e acetone correlato con la chetonuria. «I nostri dati mostrano che nelle persone con astrocitoma la dieta chetogenica è sicura e produce significative modifiche metaboliche, aprendo la strada a ulteriori studi per capire se questo tipo di alimentazione può contrastare la crescita dei tumori cerebrali prolungando la sopravvivenza» conclude Strowd.

Neurology 2021. Doi: 10.1212/WNL.0000000000012386
https://doi.org/10.1212/WNL.0000000000012386  

Cancro, il consumo di alcol potrebbe favorire l'insorgenza in una percentuale di casi notevole

 
 
 

Il consumo di alcol potrebbe essere correlato a più di 740mila casi di cancro diagnosticati in tutto il mondo nel 2020, secondo uno studio pubblicato su Lancet Oncology. «Dobbiamo assolutamente aumentare la consapevolezza sul legame tra consumo di alcol e rischio di cancro tra i responsabili politici e il pubblico in generale» esordisce Harriet Rumgay, della International Agency for Research on Cancer (IARC) di Lione, in Francia. «Inoltre è importante dare peso alle strategie di salute pubblica, come ridurre la disponibilità di alcol, etichettare i prodotti alcolici con un avviso sulla salute e porre divieti di commercializzazione» prosegue.

I ricercatori sottolineano che, anche se la maggior parte dei casi di tumore che rientra in questa classificazione ha riguardato chi beveva alcol in maniera pesante, anche un consumo intermedio ha portato a un aumento dell'incidenza. Nelle varie regioni del mondo la percentuale di casi correlata all'alcol varia moltissimo, da quella più bassa riscontrata nell'Africa settentrionale e nell'Asia occidentale a quella più alta nell'Asia orientale e nell'Europa centrale e orientale. Dal punto di vista del tipo di tumore, i più frequenti sono quelli dell'esofago, del fegato e del seno. Il 4% dei casi di cancro nel Regno Unito è risultato correlato all'alcol, il 3% negli Stati Uniti, il 4% in Brasile, il 5% in India, il 6% in Cina, il 4% in Germania e il 5% in Francia. Per l'Italia si stima che circa 10.100 casi registrati nel 2020 siano correlati all'alcol, in percentuale il 2,6% del totale. Analizzando la situazione dal punto di vista del sesso dei pazienti, gli esperti hanno osservato che le percentuali maggiori di casi di cancro correlati all'alcol nelle donne si posizionavano nelle regioni dell'Europa centrale e orientale e in Australia e Nuova Zelanda, mentre negli uomini, le percentuali maggiori erano in Asia orientale (9%) e nell'Europa centrale e orientale (8%). L'analisi delle tendenze ha suggerito che, anche se il consumo di alcol pro capite è in diminuzione in molti Paesi europei, è invece in aumento in paesi asiatici come Cina e India, e nell'Africa sub-sahariana. Inoltre, ci sono prove che la pandemia abbia aumentato i tassi di consumo di alcol in alcuni paesi. «Il nostro studio evidenzia il contributo di livelli anche relativamente bassi di consumo di alcol alla crescita dei tassi di cancro, ma suggerisce anche che piccoli cambiamenti sui comportamenti relativi al consumo di alcolici potrebbero avere un impatto positivo sui tassi di cancro futuri» concludono gli autori.

Lancet Oncology 2021. Doi: 10.1016/S1470-2045(21)00279-5
https://doi.org/10.1016/S1470-2045(21)00279-5  

Da una dieta ricca di grassi a una più equilibrata per ridurre l'infiammazione cutanea e articolare

 
 
 

Uno studio pubblicato sul Journal of Investigative Dermatology e firmato dai ricercatori della UC Davis Health suggerisce che una dieta ricca di zuccheri e grassi porta a uno squilibrio nella popolazione microbica dell'intestino che può contribuire alla comparsa di malattie infiammatorie cutanee come la psoriasi. L'altra faccia della medaglia è che il passaggio a una dieta più equilibrata ripristina la salute intestinale sopprimendo l'infiammazione cutanea.

«Studi precedenti hanno dimostrato che la dieta occidentale, con dal suo elevato contenuto di zuccheri e grassi, può portare a significative infiammazioni della pelle e riacutizzazioni della psoriasi. Nonostante siano oggi a disposizione potenti farmaci antinfiammatori, questo studio indica che anche semplici cambiamenti nella dieta possono avere effetti significativi sulla psoriasi» afferma Sam Hwang, professore di dermatologia presso l'UC Davis Health e coordinatore dello studio, ricordando che fino al 30% dei pazienti con manifestazioni cutanee presenta anche un'artrite, cosiddetta psoriasica, con sintomi come rigidità mattutina e affaticamento, gonfiore delle dita delle mani e dei piedi, dolore alle articolazioni e alterazioni delle unghie. «Abbiamo trovato abbastanza sorprendente che una semplice modifica della dieta con meno zuccheri e grassi possa avere effetti significativi sulla psoriasi» dice Zhenrui Shi, ricercatore presso il Dipartimento di Dermatologia della UC Davis e autore principale, aggiungendo che questi risultati rappresentano un motivo per cui i pazienti con psoriasi cutanea e articolare dovrebbero prendere in considerazione il passaggio a un modello alimentare più sano.
E Sam Hwang conclude: «Questo studio riflette l'efficace collaborazione creatasi tra i ricercatori che hanno perso parte allo studio, in particolare con Satya Dandekar e il suo team del Dipartimento di microbiologia medica e immunologia e con Yu-Jui Yvonne Wan del Dipartimento di patologia medica e medicina di laboratorio della UC Davis Health».

Journal of Investigative Dermatology 2021. Doi: 10.1016/j.jid.200.11.032
http://doi.org/10.1016/j.jid.200.11.032  

Il microbiota intestinale varia con la dieta e ha un effetto sul bilancio energetico

 
 
 

Secondo uno studio pubblicato su Nature, una dieta a bassissimo contenuto calorico può alterare significativamente la composizione del microbiota presente nell'intestino umano. «Per la prima volta, siamo stati in grado di dimostrare che una dieta a bassissimo contenuto calorico produce importanti cambiamenti nella composizione del microbiota intestinale e che questi cambiamenti hanno un impatto sul bilancio energetico dell'ospite» afferma Joachim Spranger, della Charité-Universitätsmedizin Berlin, co-autore senior del lavoro.

I ricercatori hanno studiato 80 donne in post-menopausa, da leggermente sovrappeso a gravemente obese, per una durata di 16 settimane. Le donne hanno seguito un regime sostitutivo del pasto sotto la supervisione di un medico, consumando frullati per un totale di meno di 800 calorie al giorno. L'analisi del campione di feci ha mostrato che la dieta riduceva il numero di microrganismi presenti nell'intestino e modificava la composizione del microbiota intestinale. Gli esperti hanno potuto osservare come i batteri abbiano adattato il loro metabolismo per assorbire più molecole di zucchero e, così facendo, renderle non disponibili per l'ospite umano. I campioni di feci raccolti prima e dopo la dieta sono stati poi trasferiti in topi che erano stati tenuti in condizioni asettiche e, di conseguenza, erano privi di tutto il microbiota intestinale. Gli animali che hanno ricevuto feci post-dieta hanno perso più del 10% della loro massa corporea, mentre le feci pre-dieta non hanno avuto alcun effetto. «I nostri risultati mostrano che questo fenomeno è principalmente spiegato dai cambiamenti nell'assorbimento dei nutrienti nell'intestino degli animali. Questo evidenzia il fatto che i batteri intestinali hanno un impatto importante sull'assorbimento del cibo» spiega Spranger. Quando i ricercatori hanno studiato la composizione delle feci in modo più dettagliato, sono stati particolarmente colpiti dai segni di una maggiore colonizzazione da parte di Clostridioides difficile. Quantità aumentate del batterio sono state trovate sia nei partecipanti che avevano completato il regime di perdita di peso sia nei topi che avevano ricevuto batteri intestinali dopo la dieta, ma, nonostante questo, né i partecipanti né gli animali hanno mostrato segni rilevanti di infiammazione intestinale.

Nature 2021. Doi: 10.1038/s41586-021-03663-4
http://doi.org/10.1038/s41586-021-03663-4  

Contro l’emicrania cronica vince la dieta ricca in Omega-3
 
 

Una dieta ricca in Omega-3 potrebbe rivelarsi una strategia utile nel combattere l’emicrania, secondo uno studio pubblicato nei giorni scorsi sul British medical journal. La ricerca si è focalizzata sulla correlazione tra consumo di acidi grassi polinsaturi n-3 e n-6 e livelli ematici di ossilipine, molecole di trasduzione del segnale correlate al dolore che in modelli preclinici si è visto aumentare con l’n-6 acido linoleico (Ala) e diminuire con gli n-3 Acido eicosapentaenoico n-3 (Epa) e docosaesaenoico (Dha).

Ecco così che ricercatori statunitensi hanno voluto verificare se una dieta ricca di Omega-3 fosse in grado di aumentare i livelli di una di queste ossilipine analgesiche, l'acido 17-idrossidocosaesaenoico (17-Hdha), riducendo di conseguenza frequenza e gravità degli attacchi.

Hanno così reclutato 182 partecipanti (88% donne; età media 38 anni) che presentavano attacchi di emicrania con una frequenza variabile dai 5 ai 20 giorni al mese, assegnati in maniera casuale a tre gruppi di trattamento seguiti per 16 settimane: quello di controllo seguiva una dieta con Epa+Dha < 150 mg/die e acido linoleico in quantità tale da fornire circa il 7% di energia. Un secondo gruppo attivo (H3), con la quota di Epa+Dha aumentata a 1,5 g/die e Ala identico al controllo, il terzo (H3-L6), con aggiunta di Epa+Dha di 1,5 g/die ma una quota di Ala ridotta a fornire una quantità ≤ 1,8% di energia. A inizio e fine studio i partecipanti hanno compilato l’Headache impact test (Hit-6), un questionario di valutazione sulla qualità di vita e tutti erano tenuti registrare quotidianamente su un diario elettronico la frequenza degli attacchi.

I risultati hanno messo in evidenza come in entrambi i gruppi con Omega-3 “maggiorati”, i livelli di 17-Hdha siano risultati significativamente superiori a quelli del gruppo di controllo. La stessa frequenza degli attacchi si è ridotta, così come l’intensità. Nello specifico, il gruppo H3 ha riscontrato una riduzione di 1,3 ore/die della durata degli attacchi, diminuiti di due episodi/mese di media. Nel braccio H3-L6 la riduzione è stata di 4 attacchi/mese e 1,7 ore/die per episodio, sottolineando un vantaggio supplementare dettato evidentemente da un minor introito di n-6. Nessuna differenza statisticamente significativa, invece, per l’indice Hit-6.

"Anche se le diete arricchite di Omega-3 non hanno migliorato significativamente la qualità di vita, hanno determinato riduzioni importanti di frequenza e gravità degli episodi rispetto al gruppo di controllo", commentano gli Autori. “Questo studio fornisce una prova di come il dolore possa essere trattato anche attraverso modifiche dietetiche mirate. I risultati suggeriscono meccanismi causali che legano l’azione di acidi grassi n-3 e n-6 alla genesi del dolore e aprono la strada a possibili nuovi approcci analgesici".

In un editoriale di commento, Rebecca Burch, del Brigham and Women’s Hospital di Boston, sottolinea come questi risultati suggeriscano l’utilità di una dieta ricca di Omega-3 in caso di dolore cronico, anche in considerazione del fatto che “gli studi sui farmaci recentemente approvati per la prevenzione dell'emicrania riportano riduzioni di circa 2-2,5 giorni di attacchi al mese rispetto al placebo, un risultato paragonabile, se non peggiore”. E conclude: “Molte persone che soffrono di cefalea cronica sono estremamente interessate ad approcci curativi e preventivi di tipo nutrizionale. Questi dati, perciò, ci fanno fare un passo avanti verso un obiettivo a lungo desiderato dai pazienti: una dieta per l'emicrania supportata da solidi risultati di studi clinici".

Nicola Miglino

Acidi grassi n-3 e n-6, meccanismi di neuroprotezione  
 

 

Negli anni c'è stato un crescente interesse per gli acidi grassi polinsaturi a catena lunga n-3 e n-6 (LcPufa n-3 e n-6), principalmente legato al loro ruolo nello sviluppo neurale e nella prevenzione delle malattie neurodegenerative. Dalla ricerca è emerso chiaramente che l’acido docosaesaenoico (Dha) e l'acido arachidonico (Aa) giocano un ruolo chiave negli stadi estremi della vita, ovvero durante il primo anno di vita e nell'invecchiamento. L’obiettivo è quello della medicina personalizzata che, insieme a una migliore conoscenza della biodisponibilità, della farmacodinamica, degli effetti farmacocinetici e metabolici di Dha e Aa, permettano una integrazione più efficace a beneficio della neuroprotezione durante tutto il ciclo di vita, nonché un loro utilizzo come agonisti selettivi e promettenti nella prevenzione dell'invecchiamento prematuro del cervello e delle patologie associate.
Durante l'ultimo trimestre di gravidanza e i primi due anni di vita, si verifica un rapido accumulo di Dha e Aa nel cervello in via di sviluppo e uno studio “storico” del 2012 ha dimostrato che i neonati occidentali accumulano acidi grassi nel cervello nell'ordine Aa> Dha>La (acido linoleico) durante tutte le fasi della gravidanza, raggiungendo il più alto tasso di accrescimento di acidi grassi durante le ultime cinque settimane di gestazione.

Durante il secondo anno di vita, la crescita del cervello e la riorganizzazione strutturale neuronale continuano rapidamente fino ai 5 anni. Il 40-45% dei lipidi totali del cervello adulto corrisponde proprio a questi grassi, con Dha e Aa in stragrande maggioranza (rispettivamente 35-40% e 40-50%). Uno studio del 2019 ha valutato se l'integrazione con acidi grassi n-3 e n-6 durante il primo anno di vita influenzi il neurosviluppo: neonati di età compresa tra 1 e 9 giorni e fino a 12 mesi sono stati assegnati in modo casuale a una di quattro formule con le stesse quantità di nutrienti e ingredienti ad eccezione di LcPufa e integrate come segue: formula di controllo senza Dha o Aa; formula con lo 0,32% di acidi grassi come Dha (17 mg/100 kcal); formula con lo 0,64% di acidi grassi come Dha (34 mg/100 kcal); formula con lo 0,96% di acidi grassi come Dha (51 mg/100 kcal). Tutte le formule contenenti Dha fornivano anche lo 0,64% di acidi grassi come AA (34 mg / 100 kcal). I risultati di questo studio hanno dimostrato che la supplementazione di LcPufa durante l'infanzia ha effetti duraturi sulla struttura del cervello, sulla funzione e sulle concentrazioni neurochimiche nelle regioni associate all'attenzione (parietale) e all'inibizione della corteccia cingolata anteriore.

L'equilibrio Dha/Aa è comunque una variabile importante da considerare nel contributo di LcPufa allo sviluppo cognitivo e comportamentale nell'infanzia e oggi è una procedura standard il rafforzamento degli alimenti per lattanti con Dha ed Epa, che vengono aggiunti come trigliceridi, fosfolipidi o concentrati di acidi grassi. L'invecchiamento è un normale processo del ciclo vitale e la sua progressione è solitamente accompagnata, tra le tante cose, anche da un'alterazione del metabolismo lipidico associata alla disfunzione della fluidità e dell'attività dei microdomini (o zattere) delle membrane delle cellule cerebrali. Sono stati descritti vari meccanismi mediante i quali il Dha eserciterebbe un effetto neuroprotettivo sull'Alzheimer e sul Parkinson, due patologie fortemente distribuite nella popolazione anziana. A oggi, studi clinici hanno dimostrato che l'integrazione di Dha permette di preservare le capacità cognitive in individui sani (apprendimento, memoria e fluidità verbale), mentre nell'Alzheimer i risultati non sono ancora così chiari.

Si deve considerare, per identificare chiaramente i benefici della supplementazione di Dha, che l'età dei soggetti, lo stato di evoluzione della malattia, la quantità giornaliera di Dha ingerita come integratore e il tempo di intervento sono molto rilevanti.
Il Dha è stato anche collegato al mantenimento dell'omeostasi sinaptica e dell'attività neuronale modulando l'espressione delle proteine ​​α-sinucleina nucleari nel Parkinson e la sua somministrazione aumenta la neurotrasmissione dopaminergica, la formazione della membrana sinaptica e la densità della colonna vertebrale dendritica, prevenendo così la morte neuronale e i sintomi motori, come la compromissione della coordinazione motoria e non motoria.

Il ruolo dell'Aa nelle patologie neurodegenerative non è stato ancora completamente chiarito e fino a ora un solo studio, del 2006, ha riportato che la supplementazione di 240 mg/die di Aa e Dha ha prodotto un significativo miglioramento della memoria immediata e del punteggio di attenzione in un gruppo di pazienti con lieve disfunzione cognitiva e lesioni cerebrali organiche ma senza diagnosi di patologia.

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Docosahexaenoic and arachidonic acids as neuroprotective nutrients throughout the Life Cycle. Nutrients 2021, 13(3), 986.
  • Relationship between high dietary fat intake and Parkinson’s disease risk: a meta-analysis. Neural. Regen. Res. 2019, 14, 2156–2163.
  • Docosahexaenoic acid dietary supplementation enhances the effects of exercise on synaptic plasticity and cognition. Neuroscience 2008, 155, 751–759.
  • Dietary omega 3 fatty acids and the developing brain. Brain Res. 2008, 1237, 35–43.
 

Fertilità ridotta per le donne che bevono più di 3 drink a settimana

 

(Reuters Health) – Le donne che consumano tre o più drink a settimana durante la fase luteale del loro ciclo mestruale o più di sei drink a settimana durante la finestra ovulatoria potrebbero avere difficoltà a concepire. E’ quanto emerge da uno studio condotto negli USA e pubblicato da Human Reproduction.

I ricercatori hanno esaminato i dati relativi a 413 donne dai 19 ai 41 anni che hanno completato diari giornalieri sull’assunzione di alcool e hanno consegnato una volta al mese campioni di urine per i test di gravidanza. Al momento dell’arruolamento, un quarto delle donne ha riferito che stava tentando di concepire; durante un follow-up mediano di 4 cicli mestruali, 133 partecipanti (32,2%) sono riuscite a rimanere incinte.

L’assunzione mediana di alcool segnalata si attestava a 0,27 drink al giorno, ossia 1,9 drink a settimana. I ricercatori hanno definito un drink 35,4 centilitri di birra, 14,7 centilitri di vino o 4,4 centilitri di liquore.
Rispetto alle controparti, le donne che assumevano alcool in maniera moderata (da 3 a 6 drink a settimana) e pesante (più di 6 drink a settimana) nella fase luteale del loro ciclo mestruale presentavano un rapporto di probabilità di fecondabilità notevolmente inferiore (rispettivamente pari a 0,56 e 0,51).

Nella fase follicolare del ciclo mestruale, anche un’elevata assunzione di alcool nella sottofase ovulatoria si associava a probabilità significativamente inferiori di concepimento (FOR, 0,39). Questa assunzione di alcool si correlava anche a una ridotta fecondabilità (FOR 0,54), ma tali risultati non erano coerenti quando i ricercatori hanno eseguito test di sensibilità.

“Il processo ovulatorio sembra essere molto sensibile a ingenti quantità di alcool, che sia consumato nel corso di diversi giorni o con un’abbuffata in uno dei giorni della finestra ovulatoria”, osserva l’autrice principale dello studio Kira Taylor, professoressa associata di epidemiologia e salute della popolazione presso la University of Louisville in Kentucky.”L’alcool può produrre un aumento dei livelli di estradiolo durante il ciclo mestruale, che riduce l’ormone follicolo-stimolante”.

Quando i ricercatori hanno esaminato specificamente l’”abbuffata di alcool”, definita come quattro o più drink al giorno, hanno riscontrato che ogni ulteriore giorno di binge drinking era significativamente associato a una ridotta fecondabilità in generale (FOR 0,91), nella sottofase ovulatoria (FOR 0,59) e nella fase luteale (FOR 0,81).

Fonte: Human Reproduction
Lisa Rapaport
(Versione Italiana Quotidiano Sanità/Nutri&Previeni)

Scoperto il batterio chiave che addestra il sistema immunitario nel neonato
 
 

Una carenza nel microbiota intestinale del neonato, durante i suoi primi 100 giorni di vit Th17.

"Più del 90% dei neonati ha una grave carenza di B. infantis” commentano gli Autori. “Questo studio è un importante passo avanti nella comprensione del ruolo che B. infantis Evc001 gioca nella programmazione e nella differenziazione delle cellule immunitarie, nonché del controllo della risposta infiammatoria. Per la prima volta, infatti, siamo stati in grado di dimostrare da una parte, la capacità unica di B. infantis Evc001 di metabolizzare gli Hmo e, dall’altra, come questo sia direttamente correlato a una diminuzione dell'infiammazione enterica e sistemica. Si tratta di dati rilevanti perché, come ci indicano che neonati privi di B. infantis non possono metabolizzare correttamente gli Hmo con conseguenti rischi per lo sviluppo di un sistema immunitario sano, così ci suggeriscono una semplice soluzione, ovvero che la supplementazione precoce può arrestare i processi infiammatori e ridurre il rischio di sviluppare malattie immuno-mediate negli anni successivi”.

Nicola Miglino

L’effetto dell’integrazione di vitamina D e magnesio sullo stato di salute mentale dei bambini iperattivi con deficit di attenzione: uno studio controllato randomizzato

 

Il disturbo da deficit di attenzione / iperattività (ADHD) è un disturbo dello sviluppo neurologico, caratterizzato da una gravità variabile del deficit di attenzione e dell'iperattività. Gli studi hanno mostrato carenze nel livello sierico di magnesio e vitamina D nelle persone con ADHD. Lo scopo di questo studio è stato quello di determinare l'effetto dell'integrazione di vitamina D e magnesio sulla salute mentale nei bambini con ADHD. È stato condotto uno studio clinico randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo su 66 bambini con ADHD. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale nel ricevere integratori di vitamina D (50.000 UI / settimana) più magnesio (6 mg / kg / giorno) (n = 33) o placebo (n = 33) per 8 settimane. Il questionario sui punti di forza e le difficoltà è stato utilizzato per valutare la salute mentale dei bambini all'inizio e alla fine dello studio. Dopo otto settimane di intervento, i livelli sierici di 25-idrossi-vitamina D3 e magnesio sono aumentati significativamente nel gruppo di intervento rispetto al gruppo di controllo. Inoltre, i bambini che hanno ricevuto vitamina D più magnesio hanno mostrato una significativa riduzione dei problemi emotivi (p = 0,001), problemi di condotta (p = 0,002), problemi dei pari (p = 0,001), punteggio prosociale (p = 0,007), difficoltà totali (p = 0,001), punteggio esternalizzante (p = 0,001) e punteggio internalizzante (p = 0,001) rispetto ai bambini trattati con il placebo. La co-integrazione di vitamina D (50.000 UI / settimana) e magnesio (6 mg / kg / giorno) per una durata di 8 settimane potrebbe migliorare la funzione comportamentale e la salute mentale dei bambini con ADHD. Tuttavia, sono necessari ulteriori studi ben progettati con un campione di dimensioni maggiori.

Fonte: Mostafa Hemamy, Naseh Pahlavani, Alireza Amanollahi, Sheikh Mohammed Shriful Islam, Jenna McVicar, Gholamreza Askari, Mahsa Malekahmadi “The effect of vitamin D and magnesium supplementation on the mental health status of attention-deficit hyperactive children: a randomized controlled trial” BMC Pediatr. 2021 Apr 17;21(1):178. doi: 10.1186/s12887-021-02631-1. 

 
Colon irritabile, vantaggi da una dieta a basso contenuto di Fodmap
 
 

Negli anni sono stati valutati diversi modelli di intervento nutrizionale per i pazienti con Ibs, o sindrome del colon irritabile, e solo un numero limitato di studi con pochi pazienti ha valutato l'efficacia di una dieta priva di glutine e di diete di eliminazione basate sul test degli anticorpi IgG o su test di attivazione dei leucociti.

Tra le opzioni dietetiche, quella a basso contenuto di Fodmap è attualmente la più raccomandata, anche in virtù dell’attuale grado di evidenza. Data la probabilità che avessero effetti additivi, diversi carboidrati a catena corta che sono assorbiti lentamente o non digeriti nell'intestino tenue, sono stati denominati collettivamente Fodmap. Diete diverse per contenuto in Fodmap hanno dimostrato differenze significative nella produzione di acqua per ileostomia, sono state associate a marcate differenze nel contenuto di idrogeno nel respiro in soggetti sani e pazienti con Ibs e hanno evidenziato alterazioni a carico dei sintomi di una coorte di pazienti con Ibs.

La ragione principale per la rapida induzione dei sintomi e il sollievo a seconda dell’assenza o presenza di questi carboidrati nella dieta è la stimolazione dei meccanorecettori alterata dalla distensione luminale e non i diversi effetti fisiologici di una data dose di Fodmap, come elegantemente dimostrato in esperimenti che utilizzano la risonanza magnetica in soggetti sani e pazienti con Ibs.

Le prove a sostegno dei benefici clinici di una dieta a basso contenuto di Fodmap provengono da molti trial, tutti però concentrati sui vantaggi a breve termine. Come tutti gli interventi dietetici, si tratta di studi che pagano i problemi metodologici inerenti a queste sperimentazioni: aderenza ai piani alimentari, confronto tra la dieta valutata e quella precedente allo studio, fattori confondenti dati dalla preparazione dei cibi.

Sono stati effettuati sei studi in cui si è tentata la reintroduzione che hanno coinvolto più di 300 pazienti provenienti da cinque paesi con un follow-up di 6-18 mesi. La continuazione della rigorosa restrizione Fodmap si è verificata nel 2–18% dei pazienti con il mantenimento dei benefici raggiunto nel 57-82% dei casi. I punteggi della qualità della vita, valutati tramite uno strumento specifico per Ibs o generico, sono migliorati in tutti gli studi.

In ogni individuo c'è, inoltre, eterogeneità di sensibilità a Fodmap specifici e diversi carboidrati a corta catena possono esercitare differenti effetti fisiologici e clinici in pazienti con Ibs. Le ragioni di tale eterogeneità non sono state definite, ma ci sono alcune possibili spiegazioni. Per esempio, il fruttosio e i polioli sono molecole più piccole rispetto agli oligosaccaridi. Di conseguenza, hanno maggiori effetti osmotici che potrebbero generare più sintomi rispetto alla fermentazione, a causa di un malassorbimento variabile. Al contrario, è probabile che la fermentazione sia un evento chiave per gli effetti esercitati dagli oligosaccaridi, data la loro ridotta azione osmotica.

Studi di rechallenge in cieco, randomizzati e controllati con placebo con Fodmap specifici in pazienti che avevano risposto alla restrizione rappresentano una modalità per dimostrare una relazione causa/effetto tra la stessa e il miglioramento dei sintomi. Nei pazienti con Ibs che hanno risposto alla restrizione di fruttosio e fruttani, il challenge in cieco con fruttosio e fruttani da soli o in combinazione ha riprodotto i sintomi nella stragrande maggioranza e in misura significativamente maggiore rispetto al challenge con glucosio come placebo. In una coorte di pazienti con sintomi intestinali funzionali e malattia infiammatoria intestinale inattiva (calprotectina normale), i cui sintomi erano migliorati con una dieta a basso contenuto di Fodmap, la sfida con fruttani ha indotto sintomi simili in modo significativo.

Studi recenti hanno scoperto che i pazienti con Ibs hanno maggiori probabilità rispetto ai controlli di avere mutazioni del gene della sucrasi-isomaltasi e, poiché la dieta a basso contenuto di Fodmap non limita l'assunzione di saccarosio, i soggetti con Ibs e deficit di saccarasi-isomaltasi possono avere meno probabilità di un miglioramento dei sintomi con una dieta a basso contenuto di Fodmap. Infatti, una recente analisi post-hoc con pazienti con Ibs ad alvo diarroico ha confermato questa ipotesi, trovando che la risposta a una dieta a basso Fodmap era significativamente ridotta nei soggetti con la mutazione. Questi studi suggeriscono che, in futuro, potrebbero essere individuati marker per identificare i pazienti adatti a questo tipo di dieta. 

Silvia Ambrogio

 

Bibliografia

  • Behavioral and diet therapies in integrated care for patients with iIrritable bowel syndrome. Gastroenterology; Volume 160; Issue 1; January 2021, Pages 47-62
  • Management of irritable bowel syndrome. Jama, 313 (2015), pp. 949-958. American college of gastroenterology monograph on the management of Ibs;Am J Gastroenterol, 113 (2018), pp. 1-18.
  • American college of gastroenterology monograph on the management of Ibs. Am J Gastroenterol, 113 (2018), pp. 1-18
Sicurezza endocrina di alimenti a base di soia e integratori di isoflavoni
 I

 I semi di soia sono una ricca fonte di isoflavoni, classificati come fitoestrogeni e, in quanto tali, spesso discussi a livello clinico sul loro ruolo nell’agire come interferenti endocrini. La genisteina, la daidzeina e la gliciteina, con i loro rispettivi glicosidi, rappresentano circa il 50, il 40 e il 10%, rispettivamente, del contenuto totale di isoflavoni dei semi di soia. Dei tre, la genisteina è generalmente considerata la più potente sulla base di saggi in vitro che misurano il potenziale estrogenico.

Negli ultimi anni la relazione tra alimenti a base di soia e cancro al seno è diventata controversa a causa delle preoccupazioni, basate principalmente su dati in vitro e sui roditori, che gli isoflavoni, composti che si legano ai recettori degli estrogeni e che mostrano deboli effetti simili a questi ultimi in determinate condizioni sperimentali, possano stimolare la crescita di tumori al seno ormono-sensibili. Una controversia quanto mai attuale, soprattutto se si considera la crescente popolarità degli alimenti a base di soia e della disponibilità commerciale di integratori di isoflavoni. 

Negli ultimi vent’anni, diversi organismi normativi e organizzazioni scientifiche hanno valutato la sicurezza degli isoflavoni e degli alimenti a base di soia. Già nel 1999 la Food and drug administration aveva concluso che, se consumata a un livello di 25 g/die, la proteina di soia era sicura e l'indicazione del claim era lecita. Quasi 20 anni dopo, in un processo di rivalutazione delle prove a sostegno dell'indicazione esistente, la Fda ha confermato la medesima conclusione.

Altre organizzazioni che hanno valutato gli isoflavoni come integratori e/o negli alimenti, dal Comitato britannico sulla tossicità delle sostanze chimiche negli alimenti, nei prodotti di consumo e nell'ambiente (Cot), all'Agenzia francese per l'alimentazione, l'ambiente e la salute sul lavoro e safety (Anses), al Japanese food safety commission, novel foods expert committee, all’Efsa sono giunte alle medesime conclusioni. 

Analizzando la letteratura disponibile in termini di studi clinici, osservazionali, revisioni sistematiche e metanalisi che hanno esaminato la relazione tra l'assunzione di soia e/o isoflavoni e gli endpoint correlati al sistema endocrino, possiamo dare qualche indicazione definitiva.

Le prove disponibili indicano che l'assunzione di isoflavoni non influisce negativamente sulla funzione tiroidea, anche se per almeno trent’anni la soia è stata etichettata come alimento gozzogeno. Negli adulti ipotiroidei, non è chiaro se la soia meriti una considerazione speciale come alimento, anche in forza del fatto che molte erbe, farmaci e integratori di fibre e calcio inibiscono l'assorbimento della levotiroxina e restano valide le raccomandazioni generali di consumare il farmaco 30-60 minuti prima di colazione o 4 ore dopo l'ultimo pasto.

Degno di nota è uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo di tre anni che ha coinvolto 138 donne in postmenopausa che hanno assunto 54 mg/die di genisteina (fornita come aglicone): non sono stati osservati effetti su T3, T4 e Tsh, autoanticorpi contro Tpo, tireoglobulina, antigene microsomiale tiroideo ed espressione del recettore dell'ormone tiroideo e del recettore dei retinoidi dai monociti del sangue periferico. Anche altri studi a lungo termine (2-3 anni) hanno dimostrato che l'esposizione agli isoflavoni non influisce sulla funzione tiroidea.

La schiacciante quantità di prove cliniche indica che né il cibo di soia né l'assunzione di isoflavoni influiscono sui livelli di testosterone totale o libero o sui livelli di estrogeni o estradiolo negli uomini. Non si osservano quindi effetti avversi sul seno o sul tessuto endometriale o sui livelli di estrogeni nelle donne, o sui livelli di testosterone o estrogeni o sullo sperma negli uomini. Sebbene la durata del ciclo mestruale possa essere leggermente aumentata, l'ovulazione non viene impedita.

La conclusione è quindi che ci sono poche prove che suggeriscano che gli isoflavoni, se consumati a livelli non superiori a 100 mg/die, esercitino effetti negli adulti: l'evidenza non giustifica la classificazione degli isoflavoni (o alimenti a base di soia) come interferenti endocrini.

Va detto, inoltre, che le ricerche sui benefici della soia e degli isoflavoni, con risultati che ne mettono in luce l'efficacia, continuano a essere pubblicate a un ritmo impressionante negli ultimi anni.

Per quanto riguarda l'inizio della pubertà, i dati sono invece contrastanti. Il più grande studio condotto sull’argomento ha coinvolto ragazze avventiste del settimo giorno, scelte perché in gran parte vegetariane, e non ha trovato alcuna relazione tra l'assunzione di soia e anno del menarca, sebbene nei ragazzi, in uno studio precedente, si fosse riscontrato un effetto modesto sull'età di insorgenza dei peli pubici (endpoint primario), ma non dei peli sul viso (endpoint secondario).

A oggi, nessuno studio clinico ha esaminato direttamente l'effetto della soia sulla fertilità, ma un piccolo studio che includeva l'aggiunta di un integratore di fitoestrogeni al trattamento standard per la fertilità supporta oggi il suo potenziale per migliorare lo spessore dell'endometrio e il tasso di gravidanza. In relazione agli studi basati sulla popolazione, è sempre difficile esaminare specificamente l'impatto di un costituente alimentare sulla gravidanza e ciò resta valido anche in merito all'assunzione di soia.

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Neither soyfoods nor isoflavones warrant classification as endocrine disruptors: a technical review of the observational and clinical data. Crit Rev Food Sci Nutr 2021 Mar 27;1-57.
  • Soybean isoflavone exposure does not have feminizing effects on men: a critical examination of the clinical evidence. Fertil Steril. 2010 May 1;93(7):2095-104.
  • Soy isoflavones, estrogen therapy, and breast cancer risk: analysis and commentary. Nutr J. 2008 Jun 3;7:17.
  • Soyfoods and soybean phyto-oestrogens (isoflavones) as possible alternatives to hormone replacement therapy (HRT). European journal of cancer, September 2000, Volume 36, Supplement 4, Pages 71-72

Dieta mediterranea efficace come quella dei carboidrati specifici contro malattia di Crohn

 

(Reuters Health) – La dieta a base di carboidrati specifici, senza cereali e restrittiva, non è superiore alla dieta mediterranea per il raggiungimento della remissione dei sintomi negli adulti con sintomi della malattia di Crohn da lievi a moderati.

I ricercatori – guidati da James Lewis, professore di medicina ed epidemiologia presso la University of Pennsylvania Perelman School of Medicine di Philadelphia – hanno randomizzato in rapporto uno a uno 194 pazienti affetti da malattia di Crohn con sintomi da lievi a moderati a seguire la dieta a base di carboidrati specifici o una dieta mediterranea per 12 settimane.

Per le prime sei settimane, i partecipanti hanno ricevuto pasti e snack pronti per la dieta assegnata; per le restanti sei settimane i partecipanti sono stati invitati a continuare a seguire la dieta assegnata in maniera indipendente.

A sei settimane, la percentuale di pazienti che avevano raggiunto una remissione dei sintomi non era superiore con la dieta dei carboidrati specifici (46,5%) rispetto alla dieta mediterranea (43,5%).
Lo studio ha anche esaminato le risposte a due biomarcatori: riduzione di oltre il 50% della calprotectina fecale (FC) tra i soggetti con una FC al basale superiore a 250 ug/g e riduzione della proteina C-reattiva (CRP) di oltre il 50% tra coloro che al basale presentavano una CPR superiore a 5 mg/l.

La dieta dei carboidrati specifici non era superiore alla dieta mediterranea nemmeno in base alla percentuale di pazienti che avevano ottenuto una risposta alla FC (34,8% vs 30,8%) o alla CRP (5,4% vs 3,6%).
Alla 12° settimana, percentuali simili di pazienti hanno raggiunto la remissione dei sintomi con la dieta dei carboidrati specifici (42,4%) e con quella mediterranea.

Un maggior numero di pazienti che seguiva la dieta mediterranea (46,7%) rispetto a quella dei carboidrati specifici (40,4%) ha ottenuto la remissione clinica entro la 12° settimana, ma tale differenza non era statisticamente significativa.

Fonte: Gastroenterology
Lisa Rapaport

 

Cancro colon-retto, ecco come interagisce lo stile di vita con la suscettibilità genetica

 
 
 

Secondo quanto conclude uno studio appena pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition, uno stile di vita sano potrebbe aiutare le persone ad alto rischio poligenico di cancro del colon-retto nel prevenire la comparsa della malattia. Analizzando i dati dei partecipanti alla Biobanca del Regno Unito, i ricercatori del Vanderbilt-Ingram Cancer Center (VICC) di Nashville in Tennessee hanno stimato che il mantenimento di uno stile di vita sano sia associato a una riduzione di quasi il 40% del rischio di cancro del colon-retto tra gli individui ad alto rischio genetico. Percentuale che scende al 25% tra le persone a basso rischio. Viceversa, le persone a elevato rischio genetico che seguivano uno stile di vita malsano avevano probabilità tre volte maggiori di sviluppare un cancro del colon-retto rispetto a chi aveva un basso rischio genetico e seguiva uno stile di vita sano.

«Questi risultati potrebbero essere utili per progettare strategie personalizzate per la prevenzione del cancro del colon-retto» spiega Wei Zheng, professore di medicina e direttore per la ricerca sulle scienze della popolazione presso il VICC. Nell'analisi, i punteggi dello stile di vita di malsano, intermedio e sano sono stati determinati in base al rapporto vita-fianchi, attività fisica, tempo di sedentarietà, consumo di carne lavorata e rossa, consumo di frutta e verdura, consumo di alcol e uso di tabacco. Per misurare la suscettibilità genetica al cancro del colon-retto i ricercatori di Vanderbilt hanno costruito punteggi di rischio poligenico utilizzando varianti genetiche associate al rischio di cancro del colon-retto identificate in recenti ampi studi genetici sti su oltre 120.000 persone. «A nostra conoscenza questo studio è uno dei pochi ad avere quantificato le potenziali interazioni dello stile di vita generale con la suscettibilità genetica al cancro del colon-retto» concludono gli autori.

American Journal of Clinical Nutrition 2021. Doi: 10.1093/ajcn/nqaa404
http://doi.org/10.1093/ajcn/nqaa404

Cancro del seno, la dieta può alterare il microbioma mammario e modificare il rischio

 
 
 

Un nuovo studio pubblicato su Cancer Research mostra che la dieta, compresi gli integratori di olio di pesce, può alterare non solo il microbioma mammario, ma anche gli stessi tumori del seno. Per comprendere meglio la relazione tra microbioma, dieta e rischio di cancro, i ricercatori hanno utilizzato un approccio su più fronti studiando sia modelli animali che pazienti con cancro del seno. «L'obesità, tipicamente associata a un consumo di una dieta ricca di grassi, è un noto fattore di rischio nel cancro del seno in post-menopausa. Ma ci sono ancora molte cose che non sappiamo sul legame tra obesità e microbiomi e sull'impatto sul cancro del seno e sugli esiti nei pazienti» esordisce Katherine Cook, della Wake Forest School of Medicine, che ha diretto il gruppo di studio.

Nella prima parte dello studio, topi suscettibili al cancro del seno sono stati alimentati con una dieta ricca o povera di grassi. I topi che hanno consumato la dieta ricca di grassi hanno avuto più tumori, che si sviluppavano più rapidamente ed erano più grandi dei tumori presenti nel gruppo che riceveva la dieta a basso contenuto di grassi. Successivamente, per studiare il microbioma, i ricercatori hanno eseguito trapianti fecali. I topi che hanno assunto la dieta povera di grassi hanno ricevuto un trapianto di microbioma proveniente da topi con dieta ricca di grassi e viceversa. Ebbene, i topi che hanno consumato la dieta a basso contenuto di grassi, ma hanno ricevuto un trapianto di microbioma da topi alimentati con molti grassi, hanno avuto tanti tumori del seno quanti ne sono stati osservati nei topi che avevano consumato la dieta ricca di grassi. I ricercatori hanno anche condotto uno studio clinico in doppio cieco controllato con placebo in pazienti con cancro del seno. Le donne hanno ricevuto placebo o integratori di olio di pesce per due o quattro settimane prima della lumpectomia o della mastectomia. I risultati hanno mostrato che l'integrazione di olio di pesce ha modificato significativamente il microbioma mammario sia nel tessuto mammario non canceroso che in quello maligno. Per esempio, la somministrazione per quattro settimane di integratori di olio di pesce ha aumentato l'abbondanza proporzionale di Lactobacillus, un genere di batteri che ha dimostrato di ridurre la crescita del tumore del seno in modelli preclinici, nel normale tessuto mammario adiacente al tumore. «Questo studio fornisce ulteriori prove del fatto che la dieta svolge un ruolo fondamentale nel modellare i microbiomi dell'intestino e del seno» concludono gli autori.

Cancer Research 2021. Doi: 10.1158/0008-5472.CAN-20-2983
http://doi.org/10.1158/0008-5472.CAN-20-2983

Obesità, la prevenzione inizia nel primo anno di vita

 
 
 
Le radici dell'obesità si fondano nel primo anno di vita, dopo che le madri smettono di allattare, secondo i risultati di uno studio pubblicato sul Journal of Human Nutrition and Dietetics. «Il messaggio in tutto il mondo è che per evitare l'obesità più avanti nella vita non è mai troppo presto per iniziare ad aiutare le madri a nutrire bene i propri figli. E questo studio è dimostra che è possibile cambiare il comportamento di una madre» spiega Caroline Sangalli, dell'Universidade Federal de Ciências da Saúde de Porto Alegre, Brasile, prima autrice del lavoro.

I ricercatori hanno condotto uno studio randomizzato in 31 centri che forniscono servizi di assistenza prenatale, infantile e di altro tipo a famiglie a basso reddito, fornendo un programma di educazione per aumentare la conoscenza delle linee guida dietetiche brasiliane. Attraverso poster nelle sale d'attesa, tutte le famiglie sono state informate sugli alimenti complementari che non dovrebbero essere offerti ai bambini di età inferiore ai due anni, come biscotti, snack, bibite e dolciumi. Gli esperti hanno misurato la crescita dei bambini e altri esiti all'età di sei mesi, 12 mesi, tre anni e sei anni. Sono stati registrati anche dettagli su tipologie, quantità e modalità di preparazione degli alimenti. Ebbene, l'apporto energetico a tutte le età è stato inferiore nel gruppo di intervento rispetto al gruppo di controllo, nel quale non c'erano stati interventi educazionali sulle linee guida dietetiche, con una differenza statisticamente significativa all'età di tre anni. Inoltre, i bambini del gruppo di intervento a tre anni consumavano meno carboidrati e grassi totali rispetto al gruppo di controllo e a sei anni avevano accumulato meno grasso corporeo. Il gruppo intervento a sei anni di età aveva un grasso corporeo inferiore in diverse misurazioni, ma questa differenza non si rifletteva nei punteggi dell'indice di massa corporea, una misura meno sensibile dell'adiposità. Tuttavia, secondo gli autori, dato che la prevalenza del sovrappeso nel gruppo intervento si attestava al 7% in meno rispetto al gruppo di controllo a sei anni, interventi di questo tipo potrebbero avere un prezioso impatto sulla salute pubblica, soprattutto perché le stime indicano che la riduzione dell'1% della prevalenza dell'obesità tra i bambini fino all'età di sei anni farebbe risparmiare 1,7 miliardi di dollari in spese mediche.

J Human Nutrition and Dietetics 2021. Doi: 10.1111/jhn.12881
https://doi.org/10.1111/jhn.12881  
Cinque giorni di digiuno e poi dieta sana: così si batte la sindrome metabolica
 
 

Per migliorare il quadro clinico in caso di sindrome metabolica non basta cambiare abitudini alimentari. Un breve periodo di digiuno prima di intraprendere un nuovo regime dietetico consente, infatti, un più rapido miglioramento di una serie di parametri di rischio, dall’ipertensione al Bmi. Queste le conclusioni di un gruppo di ricercatori tedesco, promotori di uno studio i cui risultati sono stati pubblicati di recente su Nature communications.

Gli scienziati hanno preso in esame 71 volontari con sindrome metabolica e ipertensione, con l’obiettivo di verificare i benefici che una modifica delle abitudini alimentari potesse avere sulla loro salute. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: una parte ha seguito, per tre mesi, un modello di dieta Dash (Dietary approach to stop hypertension) basato sul consumo di molta frutta e verdura, prodotti integrali, noci e legumi, pesce e carne bianca magra, con eliminazione di cibi e bevande ad alto contenuto di sale, grassi e zuccheri.

Il secondo gruppo ha fatto precedere alla dieta 5 giorni di digiuno, con un regime di 300-350 Kcal/die garantite da bevande a base vegetale.

Tra gli elementi originali della ricerca, il monitoraggio di quanto le modifiche legate a digiuno e dieta influissero su microbiota intestinale e sistema immunitario.

Il periodo di digiuno ha rivelato il verificarsi di importanti cambiamenti a livello dell’ecosistema intestinale, con aumento delle specie batteriche in grado di favorire la produzione di acidi grassi a catena corta. Modifiche anche nell’assetto della risposta immunitaria: quella innata rimane stabile, quella adattativa si trasforma, con riduzione del numero di cellule T proinfiammatorie e aumento di linfociti T di tipo regolatorio. Modifiche, oltretutto, permanenti, giacché si ritrovano anche una volta che i partecipanti hanno ripreso a nutrirsi.

Il risultato finale è stato che, dopo tre mesi, indice di massa corporeapressione sanguigna e necessità di farmaci antipertensivi si sono ridotti maggiormente tra i volontari che avevano iniziato la dieta Dash dopo i cinque giorni di digiuno, con un effetto protrattosi nel tempo.

“Se una dieta ricca di fibre e povera di grassi non riesce a raggiungere gli obiettivi preposti in caso di sindrome metabolica, il motivo potrebbe risiedere nel fatto che a livello del microbiota intestinale non è presente un numero sufficiente di batteri in grado di metabolizzare le fibre in acidi grassi protettivi” commentano gli Autori. "Spesso, chi non ottiene risultati desiste e torna alle vecchie abitudini. Una buona idea, invece, sarebbe far precedere alla dieta un periodo di digiuno che si va rilevando un vero e proprio catalizzatore per i microrganismi protettivi dell'intestino: la salute migliora molto rapidamente e, in caso di ipertensione, i pazienti scoprono di poter ridurre i loro farmaci se non addirittura interrompere e terapie".