Salute cardiovascolare, nuovo studio conferma benefici dei cereali integrali
 
 

Una dieta ricca di cereali integrali a discapito di quelli raffinati migliora notevolmente il profilo di rischio cardiometabolico, secondo uno studio pubblicato di recente sul Journal of nutrition. La ricerca, condotta da un team del Jean Mayer Usda human nutrition research center on aging presso la Tufts University di Medford, nel Massachusetts, ha valutato come il consumo di cereali integrali e raffinati influisca su cinque fattori di rischio cardiovascolare: circonferenza vita, pressione arteriosa, glicemia, trigliceridi e c-Hdl.

Sono stati utilizzati i dati della Framingham heart study offspring cohort. Su 3.100 partecipanti presi in esame, prevalentemente di etnia caucasica ed età intorno ai 50 anni all’inizio ella raccolta dati, si è indagato, per un totale di 18 anni di follow-up,  sugli effetti benefici del consumo di cereali integrali rispetto ai raffinati.

Due i gruppi studiati, ciascuno diviso in quattro sottogruppi sulla base delle quantità consumate. Per gli “integrali” si andava da chi consumava meno di mezza porzione al giorno a chi tre o più (indicativamente, una porzione poteva essere rappresentata da una fetta di pane integrale, mezza tazza di fiocchi d'avena o mezza di riso integrale). Per i “raffinati” da meno di due porzioni giornaliere a più di quattro. Il check veniva fatto a intervalli di quattro anni.

I risultati finali indicano come un maggior consumo di cereali integrali si associ, per ogni intervallo di 4 anni, a minori aumenti di circonferenza vita (1,4 vs 3,0 cm nella categoria a consumo più alto vs quella a consumo più basso), glicemia a digiuno (0,7 vs 2,6 mg/dL)) e pressione sanguigna sistolica (0,2 vs 1,4 mm Hg). L’effetto è risultato più evidente nelle donne. Benefici si sono riscontrati anche su trigliceridi e c-Hdl, ma non sono risultati statisticamente significativi.

Al contrario, tra chi consumava cereali raffinati, si sono avuti maggiori incrementi di circonferenza vita (2,7 vs 1,8 cm, rispettivamente per i sottogruppi a consumo più alto e più basso) e minore diminuzione della concentrazione di trigliceridi (-0,3 vs -7,0 mg/dL).

Gli alimenti maggiormente consumati dal gruppo “integrali” erano pane e fiocchi d’avena. Per i “raffinati”, pane bianco e pasta.

"I nostri risultati evidenziano come il consumo di cibi integrali apporti diversi benefici per la salute, oltre ad aiutarci a mantenere o perdere peso con l'avanzare dell'età”, commentano gli Autori. “Vediamo, infatti, che chi mangia più cereali integrali riesce, nel tempo, a controllare meglio glicemia e pressione sanguigna, proteggendosi così da possibili eventi cardiovascolari. Sono diverse le ragioni alla base di questi effetti. Innanzitutto, la presenza di fibre nei cereali integrali può avere un effetto saziante. Magnesio, potassio e gli antiossidanti possono, poi, contribuire ad abbassare la pressione sanguigna. Le fibre solubili, in particolare, possono infine avere un effetto benefico sui picchi di zucchero nel sangue dopo i pasti".

Tra i limiti dello studio segnalati, il carattere osservazionale, che non consente conclusioni di legame diretto causa/effetto, e il fatto che le indicazioni sui consumi derivassero da dichiarazioni spontanei dei soggetti coinvolti.

Caffeina, dal gruppo Jama nuovi dati su possibile ruolo protettivo contro le aritmie
 
 

Il consumo di caffeina non solo non espone al rischio di aritmie ma, al contrario, può anche sorprendentemente, rivelarsi un fattore protettivo. Questo quanto emerge da uno studio prospettico condotto da un gruppo di ricercatori americani e pubblicato di recente su Jama internal medicine.

Secondo gli Autori, le linee guida internazionali che mettono in guardia dal consumo di caffeina per il rischio aritmie, si basano su dati vecchi e limitati quando, invece, studi recenti non hanno riscontrato questo legame.

Ecco allora che hanno impostato un’analisi su circa 400 mila soggetti afferenti alla Uk Biobank, un database britannico di oltre 500 mila persone reclutate a partire dal 2006, di cui sono disponibili dati clinici, campioni biologici e questionari di valutazione su diverse abitudini comportamentali, comprese quelle dietetiche.

I selezionati sono stati seguiti dal 2006 al 2018, mettendo in correlazione il consumo di caffeina con l’incidenza di aritmie nelle diverse forme: fibrillazione atriale o flutter, tachicardia sopraventricolare, tachicardia ventricolare, battiti prematuri atriali e ventricolari.

Dopo un follow-up medio di 4,5 anni, si sono registrati circa 17 mila casi di aritmie e, una volta aggiustati eventuali fattori confondenti (caratteristiche demografiche, comorbidità, stili di vita), è emerso che per ogni tazza di caffè aggiuntiva consumata giornalmente il rischio di comparsa di alterazioni del ritmo cardiaco diminuiva del 3%, senza distinzione tra le diverse forme aritmiche prese in esame. In aggiunta, è stata effettuata un’analisi sui polimorfismi genetici degli enzimi coinvolti nel metabolismo della caffeina, per vedere se fossero più esposti al rischio coloro che, fisiologicamente, metabolizzavano la sostanza più lentamente. Risultato: nessuna differenza sull’incidenza di aritmie tra forti e deboli consumatori.

“La caffeina è considerata un fattore pro-aritmico, vuoi perché aumenta le concentrazioni ematiche di catecolamine, vuoi perché facilita il rilascio di calcio dal reticolo endoplasmatico determinando una rallentata post-depolarizzazione. Solo però piccoli studi osservazionali segnalano questo rischio. La nostra analisi, al contrario, rivela come quantità crescenti di consumo di caffè si associno a minor rischio di aritmia, in particolare per ciò che concerne fibrillazione atriale e tachicardia sopraventricolare, una relazione non inficiata da differenze genetiche nella capacità di metabolizzare la caffeina. Sono diversi i possibili meccanismi legati a questo effetto protettivo. Per esempio, la caffeina è nota per essere un antagonista dei recettori dell'adenosina e sappiamo come alte dosi di quest’ultima siano in grado di scatenare un episodio di fibrillazione atriale. Le stesse proprietà antiossidanti e antinfiammatorie possono giocare un ruolo, così come quelle catecolaminergiche, importanti in caso di battiti prematuri ventricolari o aritmie scatenate da eccessivo tono vagale. I nostri dati suggeriscono che le raccomandazioni contro la caffeina per ridurre il rischio di aritmia sono probabilmente ingiustificate”.

Menopausa, crollo dei sintomi con dieta vegetariana ricca in soia
 
 

Una dieta a base vegetale, ricca di soia, è in grado di determinare una drastica riduzione dei sintomi menopausali, con un crollo dell’84% delle vampate da moderate a gravi, secondo uno studio coordinato dalla North american menopause society e pubblicato su Menopause.

La ricerca ha reclutato 36 donne in postmenopausa che denunciavano almeno due episodi di vampate al giorno, assegnate in modo casuale a un gruppo di intervento, che seguiva una dieta vegana a basso contenuto di grassi arricchita da 86 g/die di semi di soia cotti, aggiunti a un’insalata o una zuppa, o a un gruppo di controllo che non ha apportato modifiche alla dieta per 12 settimane.

La frequenza e la gravità delle vampate di calore venivano registrate tramite app mentre attraverso il Menopause-specific quality of life questionnaire, un test di misurazione della qualità di vita in corso di menopausa, si valutava l’impatto dei sintomi su aspetti psicosociali o legati alla vita sessuale.

Alla fine delle 12 settimane di studio, le vampate di calore totali sono diminuite del 79% e quelle di intensità da moderata a grave dell’84% nel gruppo di intervento. Alla conclusione dello studio, il 59% delle partecipanti al gruppo “dieta+soia” ha riferito di essere libero da vampate di calore moderate e gravi, mentre nel gruppo di controllo non si è registrata alcuna variazione. Molte partecipanti hanno anche riportato miglioramenti nella vita di coppia, nel tono dell'umore e nel senso generale di benessere, con perdita di peso e miglioramenti della funzione gastrointestinale.

“In precedenti studi randomizzati è stato dimostrato che i prodotti a base di soia riducono moderatamente la frequenza delle vampate di calore”, segnalano gli Autori. “L'effetto sembra dovuto al contenuto in isoflavoni, che possono essere metabolizzati dai batteri intestinali in equolo, un composto non steroideo che in alcuni studi ha dimostrato di ridurre l'incidenza e la gravità delle vampate di calore. Le stesse diete vegetariane o vegane producono livelli più elevati di equolo, il che confermerebbe il valore sinergico del nostro approccio. Questi risultati potrebbero rappresentare un punto di svolta per le donne di età pari o superiore a 45 anni, la maggior parte possono ottenere un rapido sollievo dai sintomi della menopausa più gravi e preoccupanti senza dover ricorrere a farmaci”.

Nicola Miglino

I cibi ultralavorati potrebbero favorire lo sviluppo di malattie infiammatorie intestinali

 
 
 

Secondo uno studio pubblicato sul British Medical Journal, una maggiore assunzione di cibi ultralavorati è associata a un rischio maggiore di sviluppare una malattia infiammatoria intestinale (IBD). Gli alimenti ultralavorati includono prodotti da forno e snack confezionati, bevande gassate, cereali zuccherati, piatti pronti contenenti additivi alimentari e prodotti a base di carne e pesce ricostituiti, con alti livelli di zuccheri, grassi e sale aggiunti, ma privi di vitamine e fibre. «La malattia infiammatoria intestinale (IBD) è più comune nelle nazioni industrializzate e si pensa che i fattori dietetici possano avere un ruolo importante, ma i dati che collegano l'assunzione di cibo ultralavorato all'IBD sono limitati» spiega Neeraj Narula, della McMaster University di Hamilton, Canada, primo nome del lavoro.

Per meglio chiarire la situazione, i ricercatori hanno studiato le informazioni dietetiche di 116.087 adulti di età compresa tra 35 e 70 anni provenienti da 21 paesi a basso, medio e alto reddito. Durante un follow-up medio di 9,7 anni, 467 partecipanti hanno sviluppato IBD (90 persone malattia di Crohn e 377 colite ulcerosa). Dopo aver tenuto conto di fattori confondenti, gli esperti hanno riscontrato un aumento dell'82% del rischio di IBD tra coloro che consumavano cinque o più porzioni al giorno di cibi ultralavorati, e un aumento del 67% tra coloro che consumavano da una a quattro porzioni al giorno di tali cibi rispetto a quelli che ne assumevano meno di una porzione al giorno. Diversi sottogruppi di alimenti ultralavorati, tra cui bevande analcoliche, cibi dolcificati raffinati, snack salati e carne lavorata, sono risultati associati a rischi più elevati di IBD, al contrario dell'assunzione di carne bianca, carne rossa, latticini, amido e frutta, verdura e legumi che non hanno mostrato alcuna associazione. I ricercatori sottolineano che, trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile stabilire una causalità, e che lo studio si è basato su diagnosi auto-riferite e non ha tenuto conto dei cambiamenti nella dieta nel tempo. Tuttavia, ritengono che i loro risultati supportino l'ipotesi che l'assunzione di alimenti ultralavorati potrebbe essere un fattore ambientale che aumenta il rischio di IBD. «Poiché la carne bianca, la carne rossa non trasformata, i latticini, l'amido e la frutta, la verdura e i legumi non hanno mostrato associazione con lo sviluppo di IBD, potrebbe non essere il cibo in sé a conferire questo rischio, ma piuttosto il modo in cui il cibo viene reso lavorato o ultralavorato» concludono gli autori.

BMJ 2021. Doi: 10.1136/bmj.n1554
https://www.bmj.com/content/374/bmj.n1554  

Gli alimenti fermentati modificano il microbioma intestinale e riducono l'infiammazione. Ecco come

 
 
 

Un'alimentazione contenente cibi fermentati aumenta da un lato la biodiversità microbica intestinale e dall'altro riduce i biomarcatori d'infiammazione, secondo un articolo firmato dai ricercatori della Stanford School of Medicine e pubblicato sulla rivista Cell. «Lo studio, cui hanno preso parte 36 adulti sani, è un esempio di come una semplice modifica nell'alimentazione possa rimodulare il microbiota intestinale in modo riproducibile» esordisce il coautore Justin Sonnenburg, professore associato di microbiologia e immunologia alla Stanford, spiegando che i partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a una dieta di 10 settimane con cibi fermentati o ricchi di fibre. E a conti fatti le due diete hanno avuto effetti diversi sul microbioma intestinale e sul sistema immunitario.

La diversità microbica complessiva è aumentata in modo dose dipendente mangiando yogurt, ricotta fermentata, kimchi e altre verdure fermentate, bevande vegetali fermentate come kefir o sidro, e tè kombucha. Inoltre, quattro tipi di cellule immunitarie sono risultate meno attive a fronte di una diminuzione dei livelli ematici di 19 proteine infiammatorie tra cui l'interleuchina 6, collegata all'artrite reumatoide, al diabete di tipo 2 e allo stress cronico. Viceversa, nei partecipanti che seguivano una dieta ricca di fibre con legumi, semi, cereali integrali, noci, verdure e frutta, nessuna delle 19 proteine infiammatorie è diminuita, né è cambiata la biodiversità microbica intestinale. «Ci aspettavamo che l'elevato contenuto di fibre alimentari avesse maggiori effetti benefici» riprende Sonnenburg, precisando che la dieta influisce sul microbioma intestinale, che a sua volta può modificare l'assetto del sistema immunitario e lo stato di salute generale. Tant'è che diabete e obesità sono collegati a una mancata diversità del microbioma. «Con questo studio abbiamo verificato che una dieta capace di rimodulare il microbiota potrebbe essere un'opzione in più contro le malattie infiammatorie croniche» scrivono gli autori, il cui prossimo passo sarà studiare i processi molecolari attraverso i quali le diete modificano il microbioma e riducono le proteine infiammatorie.

Cell 2021. Doi: 10.1016/j.cell.2021.06.019
http://doi.org/10.1016/j.cell.2021.06.019

La dieta può aiutare a ridurre il mal di testa se è ricca di acidi grassi omega 3

 
Una dieta ricca di acidi grassi omega 3 riduce la frequenza del mal di testa rispetto a una dieta con un normale apporto di acidi grassi omega 3 e omega 6, secondo uno studio pubblicato sul British Medical Journal. Questi acidi grassi sono precursori delle ossilipine, molecole coinvolte nella regolazione del dolore e dell'infiammazione. Le ossilipine derivate dagli acidi grassi omega 3 sono associate ad effetti antidolorifici, mentre le ossilipine derivate dagli acidi grassi omega 6 peggiorano il dolore e possono provocare l'emicrania. «Purtroppo, studi precedenti che valutavano gli integratori di acidi grassi omega 3 per l'emicrania sono stati inconcludenti» afferma Christopher Ramsden, del National Institute on Aging, Baltimora, dell'NIH, Bethesda, e dell'University of North Carolina at Chapel Hill, autore principale dello studio.


I ricercatori hanno cercato di capire se le diete ricche di acidi grassi omega 3 potessero aumentare i livelli dell'acido 17-idrossidocosaesaenoico (17-HDHA), che riduce il dolore, e ridurre la frequenza e la gravità del mal di testa. Per questo hanno valutato i dati di 182 pazienti con emicrania per 5-20 giorni al mese, randomizzati a una di tre diete per 16 settimane. La dieta di controllo includeva livelli tipici di acidi grassi omega 3 e omega 6. Le due diete di intervento avevano livelli aumentati di acidi grassi omega 3, ma una conservava i livelli di assunzione di acidi omega 6 della dieta di controllo e l'altra li riduceva. Durante le 16 settimane, entrambe le diete di intervento hanno aumentato i livelli di 17-HDHA rispetto alla dieta di controllo e, sebbene i punteggi della qualità della vita correlata al mal di testa siano migliorati in entrambi i gruppi, non sono stati significativamente diversi da quelli del gruppo di controllo. Tuttavia, la frequenza della cefalea è risultata significativamente ridotta in entrambi i gruppi di intervento, tanto che la dieta ricca di omega 3 è stata associata a una riduzione di 1,3 ore di cefalea al giorno e di due giorni di cefalea al mese, e che il gruppo con la dieta ad alto contenuto di omega 3 e basso contenuto di omega 6 ha visto una riduzione di 1,7 ore di cefalea al giorno e quattro giorni di cefalea al mese. I partecipanti ai gruppi di intervento hanno anche riportato mal di testa più brevi e meno gravi rispetto a quelli del gruppo di controllo.

BMJ 2021. Doi: 10.1136/bmj.n1448
https://doi.org/10.1136/bmj.n1448

Estratto di pomodoro allevia i sintomi di iperplasia prostatica benigna
 
 

Un integratore a base di pomodoro si rivela promettente nel controllo dei sintomi di ipertrofia prostatica benigna (Ipb). La conferma, da uno studio coordinato dal centro di ricerca emato-oncologica (Crea) dell’Asst Spedali Civili di Brescia, pubblicato sul Journal of functional food, che ne ha indagato gli effetti in pazienti Hiv positivi con più elevato rischio di progressione di malattia, considerato il loro stato infiammatorio cronico. Ne abbiamo parlato con Luisa Imberti, responsabile del Crea di Brescia.

D.ssa Imberti, che ruolo gioca la dieta nel migliorare i sintomi in corso di iperplasia prostatica benigna?

Lo sviluppo di nuovi farmaci è un processo di lunga durata, non privo di incognite mediche e soggetto a mutevoli politiche commerciali. Ne deriva che un maggior ricorso ad alimenti della nostra dieta possa, al momento, essere una risorsa di più rapido ed efficace impiego. In questo contesto, studi sperimentali, epidemiologici e clinici convergono nel dimostrare che una dieta ricca di un beta carotenoide, il licopene, la cui sorgente dietetica principale è il pomodoro maturo, svolge un’importante attività salutare sulla prostata, uno dei distretti corporei elettivi in cui il licopene si concentra. Le stesse evidenze sottolineano che la molecola svolge questa attività in maniera ottimale se si verificano alcune condizioni legate alla bassa biodisponibilità delle forme trans del licopene presenti nel frutto, alla necessità che la dieta includa anche grassi, in particolare l’olio di oliva, e a una adeguata quantità regolarmente consumata. Quindi una dieta ricca in licopene nella forma cis, quella maggiormente assorbibile, per le sue attività
antiossidanti/antinfiammatorie, può aiutare a controllare la sintomatologia urinaria dell’iperplasia prostatica benigna, che è frequentemente associata a un’infiammazione cronica della ghiandola.

 Nello specifico, quali sono le proprietà benefiche del pomodoro in quest’ambito?

È sempre più evidente che l’attività salutare del pomodoro non sia riconducibile al solo contenuto in licopene. A questa contribuisce infatti l’insieme di altri nutrienti presenti nel frutto intero, dalle bucce ai semi, che contengono fibre e pectine, a cui si aggiungono quelli che si formano quando il pomodoro viene cotto in modo adeguato. Lavori sperimentali eseguiti sia in vitro che in vivo dimostrano, infatti, che i micronutrienti del pomodoro hanno potenti proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, riconducibili alla riduzione della produzione di una citochina, l’interleuchina 6, o IL-6, e all’induzione dell’apoptosi, nonché antiangiogenetiche, transattivanti di recettori nucleari e modulanti l’attività di recettori degli androgeni.

Che studio avete condotto?

Il nostro studio è stato possibile grazie dalla recente disponibilità in commercio di una formulazione del pomodoro intero maturo arricchito in cis-licopene e in altri micronutrienti del frutto quali, per esempio, acido caffeico, prodotti Fru-His e chetoso-amine, che contribuiscono ad aumentarne le proprietà biologiche per la presenza nella preparazione di una calibrata quantità di acqua di vegetazione delle olive, che è sorgente di polifenoli.

Poiché, in precedenza, uno studio prospettico in doppio cieco randomizzato con placebo aveva dimostrato che questo supplemento alimentare era capace di ridurre significativamente la sintomatologia urinaria dovuta all’iperplasia prostatica benigna, abbiamo voluto verificarne l’efficacia e la sicurezza in uno studio con le stesse caratteristiche, ma effettuato in pazienti affetti da iperplasia prostatica benigna infettati da Hiv che, per il loro stato infiammatorio cronico, hanno un più elevato rischio di progressione di malattia.

Che risultati sono emersi?

Lo studio ha dimostrato che il consumo giornaliero per 12 settimane di 5 gr del supplemento alimentare, contenenti 23 mg di forme totali di licopene, è associato a un significativo miglioramento della qualità della vita dei pazienti e di tutti i sintoni di iperplasia prostatica benigna - analizzati mediante risposte all’International Prostate Symptom Score, unico questionario validato dall’Oms disponibile in italiano - del rapporto tra antigene prostatico libero e totale, associati ad una diminuzione della pressione sistolica e a una tendenza alla diminuzione dei livelli di Il-6.  Non abbiamo registrato alcun effetto collaterale nei pazienti arruolati.

Alla luce dei risultati, quali raccomandazioni di possono suggerire ai nutrizionisti per aiutare i pazienti con Ipb?

Sotto controllo urologico, che ne consenta una modulazione di somministrazione, l’uso del supplemento alimentare consente di raggiungere facilmente la quantità di pomodoro che secondo il World cancer research fund e l’American institute for cancer research è necessaria per ottenere effetti sulle patologie prostatiche, ovvero almeno 10 porzioni alla settimana. Infatti, l’assunzione di una dose dell’integratore alimentare, che possiede solo 17 Kcal, permette di raggiungere questa quantità evitando l’aggravio calorico derivante da una dieta ricca in cibi conditi con pomodoro.

Nicola Miglino

Prugne secche, azione efficace su marker di rischio cardiovascolare
 
 

Mangiare regolarmente prugne secche può migliorare una serie di marker di rischio cardiovascolare, aumentando la capacità antiossidante e riducendo l'infiammazione nelle donne sane in menopausa. Questi i risultati di uno studio da poco pubblicato sul Journal of Medicinal Food, coordinato da Shirin Hooshmand, docente di Nutrizione alla San Diego State University.

La ricerca ha coinvolto 48 donne sane in menopausa divise in tre gruppi: il controllo, che non ha mangiato prugne secche, e due gruppi di trattamento che hanno consumato 50 o 100 grammi di prugne secche al giorno durante i sei mesi in cui è stato condotto lo studio. Tutti gli altri aspetti riguardanti la dieta e lo stile di vita delle donne sono rimasti simili al periodo precedente lo studio.

Vari biomarcatori del rischio cardiovascolare sono stati raccolti all'inizio e alla fine sperimentazione per determinare eventuali variazioni.

Alla fine dei sei mesi, il c-Tot nel gruppo di trattamento con 100 g/die e il c-Hdl in quello a 50 g/die sono migliorati significativamente rispetto al basale. Interleuchina-6 e Tnf-α sono risultati significativamente più bassi nel gruppo 50 g/die rispetto al basale. Inoltre, la capacità antiossidante totale è aumentata significativamente all'interno del gruppo di 50 g/die, così come l'attività della superossido dismutasi, in questo caso in entrambi i gruppi 50 e 100 g/die rispetto al basale. Infine, l'indice di massa corporea e il peso non sono cambiati nel corso dello studio, nonostante l'aggiunta di prugne secche alla normale dieta.

"Se guardiamo alle nostre ricerche passate e alle ricerche condotte da altri, implementandole con questi nuovi dati, emergono evidenze significative su come mangiare prugne secche possa avere un’influenza positiva sulla salute," afferma Hooshmand. Gli fa eco Mark Kern collega alla San Diego State University: "La riduzione dell'infiammazione cronica e l'aumento della capacità antiossidante nel nostro organismo sono fattori associati a un rischio inferiore di malattie cardiovascolari e non solo. Questo studio mostra che le prugne secche possono essere un buon modo per ridurre l'infiammazione e aumentare la capacità antiossidante, ma suggerisce anche che mangiare prugne secche ogni giorno può migliorare i livelli di colesterolo nelle donne in menopausa."

Gli Autori concludono sottolineando come debbano ancora essere chiariti i meccanismi alla base di questi effetti, “benché sia facile presuppore un’azione mediata in particolare dai composti fenolici, naturalmente ricchi di antiossidanti, e dalle fibre”. (n.m)

 

Mangiare cioccolato fa bene, ma dipende dall’ora
 
 

Mangiare cioccolato appena alzati la mattina o prima di addormentarsi può determinare ricadute positive e inaspettate sul nostro metabolismo, secondo uno studio pubblicato su The Faseb journal, rivista della Federazione delle società americane di biologia sperimentale e condotto da un gruppo di ricercatori della divisione di disturbi del sonno presso il Brigham and women's hospital di Boston.

Sono state coinvolte 19 donne in postmenopausa che, a rotazione e per due settimane, hanno ricevuto, in aggiunta alla loro dieta abituale, 100 g di cioccolato alla mattina, entro un’ora dal risveglio, 100 la sera, un’ora prima di addormentarsi o nulla. Alla fine di ogni ciclo è seguita una settimana di washout.

Dai risultati è emerso, innanzitutto, come in 14 giorni il cioccolato non abbia determinato aumento del peso corporeo. In aggiunta, ha contribuito a una riduzione del senso di fame e del desiderio di consumare dolci, con la conseguenza di un minor introito calorico giornaliero complessivo pari a - 300 kcal/ quando veniva consumato la mattina e -150 kcal la sera.

Il consumo mattutino ha indotto un aumento del 6,9% dell’attività fisica, dell’1,3% della dispersione di calore dopo i pasti e del 35% dell’ossidazione dei carboidrati. Quello serale ha ridotto del 4,4% la glicemia a digiuno, dell’1,7% la circonferenza della vita e ha aumentato del 25,6% l’ossidazione lipidica. Entrambi hanno determinato modifiche a livello del microbiota intestinale. Infine, benefici anche sulla qualità del sonno, in particolare con l’assunzione mattutina che sembra garantire maggiore regolarità alla fase di addormentamento.

"I nostri risultati evidenziano che non è importante soltanto cosa mangiamo, ma anche il quando può avere un impatto sui meccanismi fisiologici coinvolti nella regolazione del peso corporeo e, in generale, del nostro metabolismo", commenta Frank A. J. L. Scheer, neuroscienziato al Brigham and women's hospital e tra gli Autori della ricerca.  "Le partecipanti non sono aumentate di peso nonostante il maggior apporto calorico. Anzi, il cioccolato ha ridotto l'apporto energetico complessivo della dieta abituale, coerentemente con la riduzione osservata del senso di fame, dell'appetito e del desiderio di dolci già mostrata in studi precedenti".

Nicola Miglino

Mangiare cioccolato fa bene, ma dipende dall’ora
 
 

Mangiare cioccolato appena alzati la mattina o prima di addormentarsi può determinare ricadute positive e inaspettate sul nostro metabolismo, secondo uno studio pubblicato su The Faseb journal, rivista della Federazione delle società americane di biologia sperimentale e condotto da un gruppo di ricercatori della divisione di disturbi del sonno presso il Brigham and women's hospital di Boston.

Sono state coinvolte 19 donne in postmenopausa che, a rotazione e per due settimane, hanno ricevuto, in aggiunta alla loro dieta abituale, 100 g di cioccolato alla mattina, entro un’ora dal risveglio, 100 la sera, un’ora prima di addormentarsi o nulla. Alla fine di ogni ciclo è seguita una settimana di washout.

Dai risultati è emerso, innanzitutto, come in 14 giorni il cioccolato non abbia determinato aumento del peso corporeo. In aggiunta, ha contribuito a una riduzione del senso di fame e del desiderio di consumare dolci, con la conseguenza di un minor introito calorico giornaliero complessivo pari a - 300 kcal/ quando veniva consumato la mattina e -150 kcal la sera.

Il consumo mattutino ha indotto un aumento del 6,9% dell’attività fisica, dell’1,3% della dispersione di calore dopo i pasti e del 35% dell’ossidazione dei carboidrati. Quello serale ha ridotto del 4,4% la glicemia a digiuno, dell’1,7% la circonferenza della vita e ha aumentato del 25,6% l’ossidazione lipidica. Entrambi hanno determinato modifiche a livello del microbiota intestinale. Infine, benefici anche sulla qualità del sonno, in particolare con l’assunzione mattutina che sembra garantire maggiore regolarità alla fase di addormentamento.

"I nostri risultati evidenziano che non è importante soltanto cosa mangiamo, ma anche il quando può avere un impatto sui meccanismi fisiologici coinvolti nella regolazione del peso corporeo e, in generale, del nostro metabolismo", commenta Frank A. J. L. Scheer, neuroscienziato al Brigham and women's hospital e tra gli Autori della ricerca.  "Le partecipanti non sono aumentate di peso nonostante il maggior apporto calorico. Anzi, il cioccolato ha ridotto l'apporto energetico complessivo della dieta abituale, coerentemente con la riduzione osservata del senso di fame, dell'appetito e del desiderio di dolci già mostrata in studi precedenti".

Nicola Miglino