Esperti concordi: molte le evidenze sui benefici del tè per la salute
 
 

Crescono le evidenze a favore di un’azione protettiva del tè in diversi ambiti della salute, da quello immunitario, a quelli cardiovascolare, neurocognitivo e oncologico. A definire lo stato dell’arte della ricerca in questo campo, il sesto “International scientific symposium on tea and human health” che ha riunito via web, lo scorso 26 aprile, una vasta comunità di professionisti della nutrizione da tutto il mondo.

Sul fronte immunitario, una review presentata al convegno da Dayong Wu, ricercatore presso il Jean Mayer human nutrition research center on aging della Tufts University, ha messo in evidenza le capacità del tè verde e delle catechine in esso contenute di supportare l’organismo nel contrastare una varietà di agenti patogeni diminuendone la capacità di infettare l'ospite e aiutando il sistema immunitario ad attivarsi. Gli stessi composti, poi, si sono dimostrati utili nelle malattie autoimmuni, sopprimendo l'attacco infiammatorio indotto dagli autoantigeni e favorendo la riparazione dei danni tissutali.

Il tè può offrire vantaggi significativi anche sulle funzioni cognitive. “Ci sono prove evidenti che il tè e i suoi componenti sono utili in condizioni di stress, agendo su aspetti quali attenzione e prontezza", dice Louise Dye, docente di Nutrizione e comportamento all'Università di Leeds. "Con questi effetti, il tè rappresenta una bevanda ideale durante periodi di stress particolarmente elevato”. Su questo fronte, la ricercatrice ha fornito prove da studi randomizzati e controllati che mostrano gli effetti benefici di una dose elevata di L-teanina, combinata con basse dosi caffeina, su attenzione e prontezza misurate con test specifici stardardizzati a livello internazionale.

Presentando una revisione sistematica su tè e malattie neurodegenerativeJonathan Hodgson, docente presso l'Institute for Nutrition research all’Edith Cowan University, in Australia, ha sottolineato la presenza di “prove crescenti del fatto che anche solo 1 o 2 tazze di tè al giorno potrebbero ridurre significativamente il rischio di demenza vascolare e, potenzialmente, della malattia di Alzheimer”. Dati recenti, provenienti da studi di coorte prospettici a lungo termine, sembrano indicare come il consumo fino a 5-6 tazze al giorno, sia in grado di ridurre il rischio di sviluppare demenza. Il beneficio massimo si avrebbe con 2-4 tazze/die e solo sulla demenza di origine vascolare.

Per quanto riguarda il cancro, ci sono prove che i flavonoidi del tè possano ridurre il rischio grazie ad azioni antiossidanti, anti-angiogenesi e antinfiammatorie, oltre che per gli effetti benefici sul microbiota intestinale. Le proprietà antitumorali dei flavonoidi sono state evidenziate in diversi in studi sperimentali e i dati indicano che il consumo di tè è in grado di ridurre il rischio di cancro di vie biliari, mammella, endometrio, fegato e cavo orale. "Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per determinare le dosi efficaci, quello che sicuramente emerge è che un consumo maggiore di tè può ridurre il rischio di alcune forme tumorali”, sottolinea Raul Zamora-Ros, direttore dell'Unità di Nutrizione e Cancro presso iI Bellvitge biomedical research institute di Barcellona.

Sulla base di un'ampia casistica, i ricercatori hanno poi evidenziato come due tazze di tè non zuccherato al giorno abbiano il potenziale per mitigare il rischio e la progressione della malattia cardiometabolica negli adulti. Da un'ampia review sul tema, emerge che per ogni tazza di tè giornaliera consumata, si registra un rischio medio inferiore dell'1,5% di mortalità per tutte le cause, del 4% di mortalità per malattie cardiovascolari, del 2% di eventi cardiovascolari di qualsiasi genere e del 4% di ictus.

A concludere i lavori, Mario Feruzzi, capo della sezione Nutrizione dello sviluppo presso il dipartimento di Pediatria dell'Università dell'Arkansas che ha lamentato l’assenza di raccomandazioni chiare sull’impiego del tè nelle linee guida di nutrizione americane, nonostante le evidenze disponibili. “Con i tè bianchi, verdi, neri e oolong abbiamo a che fare con migliaia di anni di uso tradizionale e 60-70 di studio scientifico sistematico che, nell’ultimo ventennio, è cresciuto fino a portarci, ormai, a conclusioni definitive”.

Il Sixth international scientific symposium on tea and human health è stato promosso da: American cancer society, American institute for cancer research, American nutrition association, American herbal products association, Osher center for integrative medicine at the Harvard medical school e Linus Pauling Institute presso l’Oregon state university.

Nicola Miglino

Nel caffè un possibile rimedio contro i disturbi del movimento
 
 

Il caffè sembra in grado di ridurre i sintomi da discinesia in virtù della capacità della caffeina di legarsi ai recettori dell'adenosina che modificano la funzione di una proteina disfunzionale (Adcy5) all’origine del disturbo.

Questi recettori sono fortemente localizzati nello striato del cervello, che è coinvolto nel controllo motorio ed è uno dei bersagli terapeutici studiati nell’ambito delle discinesie, un gruppo di malattie rare caratterizzate da movimenti improvvisi e involontari che possono interessare tutto il corpo. 

Ricercatori e clinici del Paris brain institute stanno esplorando la via ciclica dell'adenosina monofosfato (cAMP) come bersaglio terapeutico in questa malattia e più ampiamente nelle patologie associate ai movimenti ipercinetici. Due anni fa, un primo loro studio, in collaborazione con il dipartimento di neurologia dell'Ospedale Pitié-Salpêtrière AP-HP, ha evidenziato il beneficio della caffeina sui sintomi di un bambino affetto da discinesia associata alla mutazione del gene Adcy5, verificando come il  giovane paziente sia così stato in grado di tornare a una vita normale.

Tali risultati hanno portato il team francese a condurre uno studio retrospettivo su scala mondiale, pubblicato di recente su Movement disorders.

I ricercatori hanno raccolto dati da 30 pazienti affetti da questa rara condizione che avevano consumato o stavano ancora consumando caffè per la loro discinesia. I risultati mostrano che, oltre a una buona tolleranza all'assunzione di caffeina, anche nei bambini, l'87% dei pazienti ha riportato un netto miglioramento dei sintomi motori.

Il consumo di caffè non solo ha ridotto la frequenza e la durata dei disturbi parossistici del movimento, ma ha anche ridotto i disturbi del movimento di base, così come altri sintomi quali disturbi dell'andatura, dell'attenzione e della concentrazione, alcuni tipi di dolore o ipotonia, con notevole miglioramento della qualità della vita. Questo studio retrospettivo conferma quindi il potenziale della caffeina come trattamento di prima linea in questa forma di discinesia.

Il risultato potrebbe essere spiegato, secondo i ricercatori, dalla fissazione della caffeina nello striato, una regione profonda del cervello cruciale per il controllo del movimento. La scoperta potrebbe aprire la strada allo sviluppo di nuovi trattamenti per i disturbi del movimento.

Fibre e rischio cardiovascolare: quelle da cereali le più virtuose
 
 

Non tutte le fibre alimentari sono uguali: solo quelle di cereali e non quelle di frutta o verdura sono collegate a una minore infiammazione e minor rischio cardiovascolare. Questi i risultati di uno studio pubblicato su Jama network open.

La ricerca include dati provenienti da individui anziani arruolati nel Cardiovascular health study dal 1989 al 1990, con informazioni dettagliate su tipi di fibre consumate, infiammazione ed eventi cardiovascolari (ictus, infarto miocardico e morte cardiovascolare aterosclerotica) ottenute tramite questionari alimentari, campioni ematici e cartelle cliniche.

"I risultati ci dicono che un maggior consumo di fibre è correlata a minor rischio cardiovascolare, con molta probabilità in virtù di un abbassamento dello stato infiammatorio che consente di limitare l’incidenza di ictus, infarto miocardico e morte cardiovascolare aterosclerotica”, dice Rupak Shivakoti della Columbia Mailman School e tra gli Autori dello studio. "I dati, però, evidenziano anche che i vantaggi antinfiammatori sono superiori per le fibre derivate da cereali e non da frutta e verdura. Il dato è sorprendente. Sebbene, infatti, siano molte le evidenze in letteratura che suggeriscono come la fibra in generale eserciti effetti antinfiammatori, migliorando la funzione intestinale, modificando lo stile alimentare di chi la consuma, con riduzione dei grassi e dell'apporto energetico totale, e migliorando il metabolismo lipidico e glicemico, il motivo per cui la fibra di cereali ma non quella vegetale o di frutta sia associata a minore infiammazione non è chiaro e merita ulteriori indagini. Inoltre, per la tipologia della nostra analisi, è da verificare se sia la fibra di cereali di per sé o altri nutrienti negli alimenti ricchi di fibre di cereali alla base delle relazioni osservate. Comunque, l'infiammazione, sembra giocare un ruolo modesto nel mediare l'associazione inversa osservata tra consumo di fibra e rischio cardiovascolare. Ciò suggerisce che altri fattori potrebbero svolgere un ruolo più importante nella riduzione del rischio e dovranno essere testati in futuri interventi”.

Silvia Ambrogio

Sale: meno di 5 grammi al dì e il cuore ringrazia

 

L'Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) raccomanda di consumare meno di 5 grammi di sale al giorno, tra quello già presente negli alimenti e quello aggiunto, quanto un cucchiaino da tè, corrispondenti a circa 2 grammi al giorno di sodio.

Un consumo eccessivo di sale favorisce un aumento della pressione arteriosa, con conseguente incremento del rischio di insorgenza di gravi patologie cardio-cerebrovascolari correlate all'ipertensione arteriosa, quali infarto del miocardio e ictus cerebrale, ed è stato associato ad altre malattie cronico-degenerative, quali tumori, in particolare dello stomaco, osteoporosi e malattie renali.

 

 

Ridurre il consumo di sale in 7 mosse


Come ridurre il consumo di sale in 7 mosse:

  • Leggiamo attentamente l'etichetta nutrizionale per scegliere, in ciascuna categoria, i prodotti a minore contenuto di sale e cercare i prodotti a basso contenuto di sale, cioè inferiore a 0.3 grammi per 100 g (corrispondenti a 0.12 g di sodio).

  • Riduciamo l'uso di sale aggiunto in cucina, preferendo comunque, ove necessario, minime quantità di sale iodato.

  • Limitiamo l'uso di altri condimenti contenenti sodio (dadi da brodo, maionese, salse, ecc.) e utilizziamo in alternativa spezie, erbe aromatiche, succo di limone o aceto per insaporire ed esaltare il sapore dei cibi.

  • Non portiamo in tavola sale o salse salate, in modo che non si acquisisca l'abitudine di aggiungere sale sui cibi, soprattutto tra i più giovani della famiglia.

  • Riduciamo il consumo di alimenti trasformati ricchi di sale (snack salati, patatine in sacchetto, alcuni salumi e formaggi, cibi in scatola).

  • Scoliamo e risciacquiamo verdure e legumi in scatola, prima di consumarli.

  • Evitiamo l'aggiunta di sale nelle pappe dei bambini, almeno per il primo anno di vita.
 

 

Alcuni dati sul consumo del sale


A livello globale il consumo giornaliero di sale è in media il doppio del valore raccomandato dall'OMS. In Italia nel periodo 2018-2019 è stato riscontrato, attraverso la raccolta delle urine delle 24 ore in campioni di popolazione di età 35-74 anni residenti in 10 Regioni, un consumo medio giornaliero di sale pari a 9,5 grammi negli uomini e 7,2 grammi nelle donne, risultando inferiore a 5 grammi al dì soltanto nel 9% degli uomini e nel 23% delle donne. Tali valori risultano in miglioramento rispetto a quelli riscontrati nel periodo 2008-2012 (10,8 g negli uomini e 8,3 g nelle donne, con un consumo inferiore a 5 grammi al dì nel 4% degli uomini e nel 15% delle donne), sebbene restino ancora ben al di sopra di quello raccomandato dall'OMS.

Fonte: Ministero della Salute

 
Salute delle ossa: ecco la piramide alimentare per scegliere cosa mangiare
 

Valutare il miglior approccio nutrizionale per rallentare la perdita di massa ossea e quindi prevenire l’insorgenza di osteopenia oppure osteoporosi, attraverso la revisione delle evidenze scientifiche presenti in letteratura. Questo l’obiettivo di una review pubblicata di recente su Nutrients e condotta sotto il coordinamento di Mariangela Rondanelli, docente di Scienze e Tecniche Dietetiche all’ Università di Pavia.

P.ssa Rondanelli, sulla base dei dati raccolti avete costruito una piramide alimentare utile a prevenire la perdita di densità minerale ossea: ce la descrive?

Alla base della piramide troviamo l’acqua ricca in calcio, cioè con un contenuto maggiore di 150 mg/litro, nella misura di 8 bicchieri al giorno. Proseguendo verso l’altro, quotidianamente, viene consigliato il consumo di: 3 porzioni di carboidrati integrali, 5 tra frutta fresca e verdura, 2 di yogurt o latte magro, 30 g di noci e 3 porzioni di olio extravergine di oliva. Il consumo costante di fibra, vitamine quali la C e l’acido folico, prebiotici, calcio, fenoli dall’olio extravergine di oliva e omega-3 dalle noci risulta, infatti, protettivo contro la perdita di massa ossea. Successivamente viene evidenziata la suddivisione del consumo settimanale della quota proteica: la proteina più rappresentata è quella del pesce, preferibilmente ricco in omega-3, da consumare 4 volte alla settimana. Andando verso l’altro, con una frequenza di 2 volte alla settimana, troviamo formaggio fresco, carne bianca, uova e legumi mentre per la carne rossa o carne lavorata viene consigliato un consumo pari a massimo una volta alla settimana. In ogni caso la quota proteica deve essere presente in ogni pasto, per favorire il mantenimento del muscolo e ridurre il rischio di frattura del femore. Nella fascia laterale della piramide viene data inoltre importanza alla valutazione della composizione corporea e all’attività fisica.

In cima alla piramide avete messo due bandiere, una rossa e una verde: cosa stanno a indicare?

La bandierina rossa indica i componenti alimentari che andrebbero limitati poiché una loro assunzione eccessiva potrebbe portare a una più rapida progressione nella perdita di massa ossea. In questo caso, troviamo sale, additivi a base di fosfati inorganici e caffeina se vengono consumati più di tre caffè al giorno. La bandierina verde, invece, indica i nutrienti che dovrebbero essere integrati, poiché una loro assunzione costante piuttosto che un’integrazione possono portare a un rallentamento della perdita di massa ossea e, quindi, a un minor rischio di incidenza di osteopenia/osteoporosi. Nello specifico parliamo di vitamina D, calcio, Omega-3, isoflavoni della soia, acido folico, prebiotici e oligoelementi.

Che indicazioni pratiche si possono trarre dal vostro lavoro?

Una corretta nutrizione deve essere considerato il primo passo per la prevenzione della perdita di massa ossea. In questa direzione quindi, una attenta valutazione della composizione corporea permette di avere indicazioni nutrizionali personalizzate da affiancare a una costante attività fisica sia di resistenza che di tipo aerobico.

Nicola Miglino

Proteine da più fonti per prevenire l’ipertensione
 
 

Utilizzare fonti diverse di proteine nella dieta potrebbe rappresentare un’efficace strategia di prevenzione dell’ipertensione. Questa la conclusione di uno studio cinese da poco pubblicato su Hypertension, rivista dell’American heart association.

La ricerca ha preso in esame i dati di circa 12 mila cinesi (41 anni di età in media, 47% maschi) che avevano partecipato ad almeno due cicli su sette del China health and nutrition survey, un ampio studio osservazionale condotto tra il 1997 al 2015. Gli arruolati, ogni 2-4 anni venivano intervistati sulle loro abitudini alimentari e i dati sono stati utilizzati per definire un punteggio che classificava la varietà delle otto fonti proteiche dichiarate: cereali integrali, cereali raffinati, carne rossa trasformata e non, pollame, pesce, uova e legumi. A ogni fonte veniva attribuito un punto, con un massimo, ovviamente, di otto, per poi andare a verificare la correlazione con l’insorgenza di ipertensione. Il tempo medio di follow-up è stato di 6 anni.

Dai risultati emerge che poco più del 35% dei partecipanti ha sviluppato ipertensione durante il follow-up. Quelli con un punteggio di varietà proteica più alto (4 o superiore) avevano un rischio inferiore del 66% di sviluppare ipertensione rispetto a punteggi sotto il 2. Per ciascuna delle otto fonti è stata identificata una soglia di consumo che si potrebbe definire di sicurezza: al di sotto, il rischio di ipertensione si abbassava. Guardando, invece, la quantità totale di proteine consumate, i ricercatori hanno identificato cinque gruppi, da quella più bassa alla più alta. Le persone a maggior rischio sono risultate quelle ai due estremi, ovvero chi ne consumava di meno e chi di più.

Pur riconoscendo i limiti di uno studio osservazionale, la ricerca, a detta degli Autori, sembrerebbe sottolineare l’importanza di una dieta equilibrata con proteine ​​provenienti da diverse fonti nel prevenire l’ipertensione, “una strategia sicuramente più efficace rispetto all’utilizzo di una singola fonte”.

Nicola Miglino

Intossicazione da istamina: ricerca mette in guardia su qualità e conservazione del pesce
 
 

Prurito su tutto il corpo, mal di testa, nausea, vomito e crampi addominali. Sintomi che, se compaiono dopo aver mangiato pesce, devono far sospettare la cosiddetta “sindrome sgombroide”, un’intossicazione alimentare legata alla presenza di istamina nel cibo. Una ricerca dell’Istituto zooprofilattico sperimentale di Teramo (Izsam), esaminando i dati raccolti in otto anni di controlli istituzionali eseguiti nella regione Abruzzo, evidenzia l’importanza delle corrette procedure di lavorazione e conservazione del pesce, dalla rete del peschereccio al punto vendita. Ma non solo: si può fare molto anche a casa.

Presente naturalmente nel nostro organismo, l’istamina svolge un ruolo importante nella mediazione dei processi immunitari e infiammatori. In alcuni casi, come sa bene chi soffre di allergia, può contribuire alla comparsa di reazioni come asma, orticaria o rinite, anche in forma grave. Questa sostanza, però, può essere presente anche in alcuni alimenti e, se la dose ingerita risulta eccessiva, è capace di provocare una sintomatologia molto simile a quella di una forte reazione allergica.

Anche se diversi cibi sottoposti a fermentazione microbica (come i formaggi fermentati, il vino o la birra) possono contenere istamina, i casi di intossicazione sono soprattutto legati al consumo di pesce. I pesci vivi non contengono questa sostanza ma, una volta pescati, alcune specie batteriche iniziano subito a degradare l’aminoacido istidina, di cui sono ricchi soprattutto tonno, sgombro, sarde, sardine e acciughe. Il risultato è la formazione di istamina, della quale, se la conservazione non è corretta, possono formarsi quantità notevoli, fino a rappresentare un pericolo per la salute.

“La nostra ricerca ha preso in esame campioni raccolti nella regione Abruzzo dal 2013 al 2020”, dice Loredana Annunziata, dirigente chimico presso il reparto di Bromatologia e Residui dell’Izsam, prima autrice del lavoro scientifico pubblicato sulla rivista Food Control

“I campioni provenivano sia da normali controlli istituzionali condotti dalle Asl sul pesce in vendita, sia a seguito di segnalazioni dei cittadini, in alcuni casi per vere e proprie intossicazioni. Naturalmente, una volta individuati contenuti di istamina superiori ai limiti stabiliti dalla normativa europea, sono state rapidamente avviate tutte le procedure di controllo e tracciamento”.

Attività fondamentali, che rappresentano anche un aiuto importante per i produttori e per la catena di distribuzione e vendita. Infatti, la qualità delle materie prime, il mantenimento della catena del freddo e il rispetto delle buone pratiche igieniche durante i processi di trasformazione sono fattori determinanti per il controllo della formazione di istamina.

Senza dimenticare il ruolo che riveste l’attenzione dei consumatori, come sottolinea Annunziata: “La forte strategia di verifiche sui prodotti è uno strumento di prevenzione in cui l’Italia è tra i primi Paesi d’Europa. Oltre ai controlli istituzionali, questo rende possibile supportare le aziende nell’implementare procedure di sicurezza sempre aggiornate e rispondenti alle necessità. Allo stesso tempo la nostra ricerca evidenzia che anche il consumatore può fare molto per evitare che il pesce, una volta acquistato, possa andare incontro alla formazione di istamina. Le chiavi sono due: il tempo e il freddo. Nel caso del pesce congelato dobbiamo sottolineare che il processo di degradazione dell’istidina in istamina può riattivarsi molto rapidamente. Per questo motivo andrebbe scongelato immergendolo in acqua fredda e non lasciandolo a temperatura ambiente. Non dimentichiamo poi che l’istamina è una molecola termostabile: una volta che si è formata non verrà distrutta dalla cottura”. (n.m.)

Gli acidi polinsaturi nella dieta riducono l’ipertensione

 

Secondo uno studio pubblicato su Hypertension Research, le quantità di acidi grassi polinsaturi (PUFA) totali, acidi grassi omega-3, olio di pesce, acido alfa-linolenico (ALA), acidi grassi omega-6, acido linoleico (LA) e acido arachidonico (AA) presenti nella dieta sono associate a una minore prevalenza di ipertensione nella popolazione adulta statunitense.

“Abbiamo portato avanti questo lavoro per valutare l’associazione tra l’assunzione di acidi grassi polinsaturi nella dieta e la prevalenza dell’ipertensione negli adulti statunitensi. A questo scopo abbiamo utilizzato i dati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) 2009-2016, uno studio longitudinale sulla popolazione” spiega Senmiao Ni, della Nanjing Medical University, Cina, primo nome dello studio.

I valori di PUFA totali e i sottotipi di PUFA, tra cui acido eicosapentaenoico (EPA), acido docosapentaenoico (DPA), acido docosaesaenoico (DHA), acido alfa-linolenico, acido linoleico e acido arachidonico, sono stati ottenuti attraverso due valutazioni in 24 ore e aggiustati in base al peso corporeo. L’ipertensione è stata definita come la media di tre misurazioni della pressione sanguigna superiore a 130/80 mmHg o l’assunzione di farmaci antipertensivi.

I ricercatori hanno studiato un totale di 17.108 persone, e hanno visto che l’assunzione nella dieta di PUFA era significativamente as

Gli alimenti ultra-processati aumentano il rischio di un secondo infarto o ictus
 
 

Un consumo elevato di alimenti trasformati industrialmente aumenta significativamente il rischio di un secondo infarto o di un ictus fatale, anche seguendo i precetti di una dieta salutare come quella mediterranea. Questi i risultati di uno studio condotto dal dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell'Irccs Neuromed di Pozzilli (Is) e pubblicato sull'European heart journal, la rivista della Società europea di cardiologia.

La ricerca ha seguito per oltre dieci anni 1.171 persone che hanno partecipato al progetto epidemiologico Moli-sani, partito nel marzo 2005 e che coinvolto circa 25 mila cittadini, residenti in Molise, per conoscere i fattori ambientali e genetici alla base delle malattie cardiovascolari, dei tumori e delle patologie neurodegenerative.

Tutti i partecipanti a questa sottoanalisi avevano già una malattia cardiovascolare al momento dell'inclusione nello studio. Per quanto riguarda la dieta, i ricercatori si sono concentrati sul consumo di alimenti ultralavorati, realizzati in parte o interamente con sostanze non abitualmente utilizzate in cucina (per esempio proteine ​​idrolizzate, maltodestrine, grassi idrogenati) e che generalmente contengono vari additivi, quali coloranti, conservanti, antiossidanti, antiagglomeranti, esaltatori di sapidità e dolcificanti. Rientrano in questa categoria le bevande zuccherate e gassate, i pasti preconfezionati, le creme spalmabili e alcuni prodotti apparentemente “insospettabili”, come fette biscottate, cereali per la colazione, cracker e yogurt alla frutta. 

"Abbiamo visto che le persone con un consumo maggiore di alimenti ultra-processati hanno un rischio di due terzi maggiore di un secondo infarto o ictus, questa volta fatale, rispetto ai partecipanti che mangiano questi alimenti meno frequentemente”, spiega Marialaura Bonaccio, ricercatrice presso il dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione di Neuromed e prima firma dello studio. “Anche la probabilità di morire per qualsiasi causa è superiore del 40%. È importante sottolineare che la definizione di alimento ultraprocessato non è legata al contenuto nutrizionale, ma piuttosto al processo utilizzato per la sua preparazione e conservazione. In altre parole, anche se un alimento è nutrizionalmente equilibrato, potrebbe comunque essere considerato ultra-elaborato. Chiaramente non è il singolo alimento consumato saltuariamente a fare la differenza, quanto piuttosto una dieta che, nel suo insieme, contiene troppi prodotti provenienti dagli scaffali dei supermercati”.

Così Licia Iacoviello, direttore del dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione di Neuromed: “Questo studio trasmette un messaggio importante: è tempo di superare la distinzione tra cibo sano e cibo malsano esclusivamente sulla base del valore nutritivo. In altre parole, una persona potrebbe seguire una dieta mediterranea, magari ricca di legumi o verdure, una dieta sana diremmo. La semplice definizione di mediterraneo non ci dice, però, come quei cibi sono stati preparati. Le verdure fresche non sono uguali a quelle precotte e condite e lo stesso vale per molti altri alimenti. È un fattore da tenere sempre più in considerazione quando si consiglia ai cittadini una corretta alimentazione. La nostra proposta è quella di aggiungere il livello di trasformazione industriale degli alimenti alle etichette sulla confezione, che fino a ora forniscono solo informazioni nutrizionali".

Rischio più basso di ictus e demenza con il caffè o il tè

 

Secondo una ricerca pubblicata su PLOS Medicine, bere tè o caffè potrebbe associarsi a un minor rischio di ictus e demenza. Dallo studio, condotto su individui sani tra i 50 e i 74 anni, è anche emerso che consumare caffè, solo o in combinazione con il tè, si associa a un minor rischio di demenza post-ictus, una condizione nella quale i sintomi della demenza appaiono successivamente all'ictus. «Queste scoperte sottolineano una relazione potenzialmente vantaggiosa tra il consumo di caffè e tè e il rischio di ictus, demenza e demenza post-ictus, sebbene la causalità non possa essere dedotta» affermano i ricercatori, per i quali i risultati possono essere interessanti per i medici che sono coinvolti nella prevenzione e nel trattamento di tali patologie.

Come si spiega nell'articolo, studi precedenti avevano mostrato il coinvolgimento di tè e caffè nello sviluppo di ictus e demenza. Poco però si sa sulla combinazione delle due bevande nel rischio di ictus, demenza e demenza post-ictus. Yuan Zhang, della Tianjin Medical University in Cina, e colleghi hanno analizzato oltre 365.000 partecipanti all'UK Biobank, che erano stati inclusi tra il 2006 e il 2010 e che sono stati poi seguiti fino al 2020. Tutti i partecipanti avevano inizialmente riportato il consumo di tè e caffè. Ebbene, è stato scoperto che le persone che bevevano da 2 a 3 tazze di caffè al giorno o da 3 a 5 tazze di tè o ancora una combinazione delle due bevande, e cioè tra 4 e 6 tazze di caffè o tè, avevano una minore incidenza verso ictus o demenza. Rispetto a chi non beveva né caffè né tè, chi beveva 2-3 tazze di caffè o 2-3 tazze di tè aveva un rischio più basso di ictus del 32% e di demenza del 28%. Si è visto inoltre che bere caffè, anche in combinazione con il tè, si associava a un rischio minore di demenza post-ictus. «I nostri risultati supportano un'associazione tra consumo moderato di caffè e tè e rischio di ictus e demenza. Tuttavia, resta da determinare se fornire tali informazioni possa migliorare gli esiti di ictus e demenza» concludono gli autori.

Plos Medicine 2021. Doi: 10.1371/journal.pmed.1003830.
https://doi.org/10.1371/journal.pmed.1003830  

Alimenti fermentati: modificano il microbioma e calmano l'infiammazione

 

 

Come l'alimentazione influisce sul microbioma intestinale


Un'alimentazione contenente cibi fermentati aumenta da un lato la biodiversità microbica intestinale e dall'altro riduce i biomarcatori d'infiammazione, secondo un articolo firmato dai ricercatori della Stanford School of Medicine e pubblicato sulla rivista Cell. «Lo studio, cui hanno preso parte 36 adulti sani, è un esempio di come una semplice modifica nell'alimentazione possa rimodulare il microbiota intestinale in modo riproducibile» esordisce il coautore Justin Sonnenburg, professore associato di microbiologia e immunologia alla Stanford, spiegando che i partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a una dieta di 10 settimane con cibi fermentati o ricchi di fibre. E a conti fatti le due diete hanno avuto effetti diversi sul microbioma intestinale e sul sistema immunitario.

La diversità microbica complessiva è aumentata in modo dose dipendente mangiando yogurt, ricotta fermentata, kimchi e altre verdure fermentate, bevande vegetali fermentate come kefir o sidro, e tè kombucha. Inoltre, quattro tipi di cellule immunitarie sono risultate meno attive a fronte di una diminuzione dei livelli ematici di 19 proteine infiammatorie tra cui l'interleuchina 6, collegata all'artrite reumatoide, al diabete di tipo 2 e allo stress cronico. Viceversa, nei partecipanti che seguivano una dieta ricca di fibre con legumi, semi, cereali integrali, noci, verdure e frutta, nessuna delle 19 proteine infiammatorie è diminuita, né è cambiata la biodiversità microbica intestinale. «Ci aspettavamo che l'elevato contenuto di fibre alimentari avesse maggiori effetti benefici» riprende Sonnenburg, precisando che la dieta influisce sul microbioma intestinale, che a sua volta può modificare l'assetto del sistema immunitario e lo stato di salute generale. Tant'è che diabete e obesità sono collegati a una mancata diversità del microbioma. «Con questo studio abbiamo verificato che una dieta capace di rimodulare il microbiota potrebbe essere un'opzione in più contro le malattie infiammatorie croniche» scrivono gli autori, il cui prossimo passo sarà studiare i processi molecolari attraverso i quali le diete modificano il microbioma e riducono le proteine infiammatorie.

Fonte: Doctor33

 


Riferimenti bibliografici:

Dieta anti-demenza: frutta, verdura, legumi, tè, caffè non devono mancare

 

Frutta, verdura, legumi, tè e caffè sono i pilastri di una dieta anti-demenza: infatti un lavoro pubblicato sulla rivista Neurology mostra che un’alimentazione ricca di questi alimenti – considerati tutti cibi con potere antinfiammatorio – riduce il rischio di ammalarsi di demenza. Lo studio ha coinvolto 1.059 individui di età media 73 anni, seguiti per un periodo di almeno tre anni e mezzo. Condotto da Nikolaos Scarmeas, della National and Kapodistrian University di Atene, il lavoro mostra che coloro che in età anziana consumano poca frutta e verdura, legumi e prediligono cibi con effetti infiammatori come carboidrati raffinati (pane bianco e dolci), carne rossa (hamburger, bistecche) e lavorata (hot dog, salsiccia), bibite e fritti – hanno un rischio triplo di ammalarsi di demenza rispetto ai coetanei che invece mangiano in modo sano.

Mentre un altro studio apparso sempre sulla stessa rivista svela il potere protettivo del pesce in particolare contro la demenza vascolare. Nella ricerca greca gli esperti hanno diviso il campione in tre sottogruppi a seconda di quanto fosse antinfiammatoria la loro alimentazione, misurata con un punteggio da un minimo di -8,87 a un massimo di 7,98. Nel corso del periodo di monitoraggio il 6% del campione si è ammalato di demenza. Ebbene è emerso che rispetto a coloro che consumavano in media 20 porzioni settimanali di frutta, 19 di verdure, 4 di legumi e 11 di caffè e tè (dieta altamente antinfiammatoria), quanti invece seguivano un regime alimentare infiammatorio (in media non più di 9 porzioni di frutta, 10 di verdure, due di legumi, nove di tè e caffè) presentavano un rischio triplo di ammalarsi di demenza.

Dieta mima-digiuno smaschera cellule che alimentano il cancro

 

La dieta mima-digiuno può rappresentare un valido alleato contro il cancro al seno triplo negativo, smascherando le cellule staminali che alimentano la crescita del tumore e sono la principale causa della resistenza ai trattamenti e recidive. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Cell Metabolism e condotto da Università di Milano, Ifom e IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori ,coordinati da Valter Longo, a capo dell’Istituto sulla Longevità dell’University of Southern California di Los Angeles.

“Negli ultimi anni i nostri laboratori hanno dimostrato che cicli di digiuno o di dieta mima-digiuno, caratterizzati da una severa restrizione calorica di almeno il 50%, bassi livelli di proteine e zuccheri e un contenuto di grassi relativamente elevato, migliorano l’efficacia delle terapie standard in diversi tipi di cancro”, osservano gli autori della ricerca. Gli studiosi si sono concentrati sul cancro al seno triplo negativo, la forma di tumore al seno più difficile da curare perché priva dei bersagli contro cui sono indirizzati i trattamenti più efficaci.

La ricerca si è focalizzata sulle cellule staminali tumorali; combinando esperimenti in provetta e su animali di laboratorio con analisi dei dati relativi a circa 400 pazienti in cura all’Istituto dei Tumori, ha scoperto che la restrizione calorica è in grado di rallentare la crescita del tumore e di ridurre le dimensioni della massa tumorale.

Questi dati sono stati confermati anche nel campione di donne con tumore al seno: quelle con più bassi livelli di glicemia presentavano infatti una prognosi migliore. Inoltre, il rigido regime alimentare, privando le cellule staminali tumorali di glucosio, le costringe a scoprirsi attivando meccanismi di sopravvivenza alternativi che possono essere colpiti da appositi farmaci. Secondo i ricercatori, questa strategia potrebbe rivelarsi efficace anche in altre neoplasie

Cibi sani, ecco un nuovo sistema di profilazione dei nutrienti

 
 
 

Si chiama Food Compass il nuovo strumento sviluppato dai ricercatori della Friedman School of Nutrition Science and Policy alla Tufts University per aiutare consumatori, aziende alimentari, ristoranti e caffetterie a scegliere e produrre cibi più sani da un lato, e a realizzare dall'altro una politica nutrizionale pubblica all'insegna della salubrità. L'articolo pubblicato su Nature Food a firma di Dariush Mozaffarian, preside e professore di medicina alla Tufts Friedman School of Nutrition e colleghi, spiega che Food Compass è un sistema di profilazione dei nutrienti, sviluppato nell'arco di un triennio e basato su diverse caratteristiche degli alimenti capaci di influire positivamente o negativamente sulla salute.

Qualche esempio? «I fattori salutari rispetto a quelli nocivi nei singoli alimenti vanno considerati allo stesso modo, mentre molti sistemi esistenti si concentrano solo sui nocivi» scrivono i ricercatori, spiegando che Food Compass incorpora dati all'avanguardia su nutrienti, ingredienti alimentari, caratteristiche di lavorazione, sostanze fitochimiche e additivi, mentre i sistemi esistenti si concentrano in gran parte su pochi nutrienti. Ma non solo: l'algoritmo offre un punteggio oggettivo per tutti gli alimenti, bevande e persino piatti e pasti misti. «A parte messaggi generici come mangia le verdure ed evita i soft drink, il pubblico è ancora piuttosto confuso su come identificare le scelte più salutari nei negozi alimentari, nelle caffetterie e al ristorante» riprende Mozaffarian, precisando che il nuovo strumento, basato su un database nazionale di 8.032 cibi e bevande, comprende 54 caratteristiche diverse in nove domini su diversi aspetti rilevanti per la salute di cibi, bevande e pasti misti, fornendo uno dei sistemi di profilazione dei nutrienti più completi al mondo. «Le caratteristiche e i domini sono stati selezionati in base agli attributi nutrizionali legati alle principali malattie croniche come obesità, diabete, problemi cardiovascolari e cancro, nonché al rischio di denutrizione, in particolare per madri, bambini piccoli e anziani» concludono gli autori.

Nature Food 2021. Doi: 10.1038/s43016-021-00381-y
https://doi.org/10.1038/s43016-021-00381-y  

Dieta a tempo ristretto: benefici in caso di diabete con sovrappeso
 

Una dieta limitata temporalmente a 10 ore al giorno, tecnicamente definita time-resctricted feeding (Trf), è in grado, in soggetti con diabete di tipo 2 e sovrappesso, di migliorare, nel giro di 12 settimane, glicemia, sensibilità all’insulina, determinando anche perdita di peso. Questi i risultati di uno studio clinico pubblicato di recente su Nutrition metabolism, primo a valutare tale approccio dietetico in questo setting di pazienti.

Nello specifico, sono stati reclutati 120 soggetti adulti in sovrappeso con diabete di tipo 2, randomizzati a seguire due schemi di alimentazione: Trf (n = 60) o controllo (n = 60). I pazienti del gruppo Trf hanno seguito per 12 settimane uno schema che prevedeva alimentazione ad libitum dalle 8:00 alle 18:00 (10 ore) e digiuno dalle 18:00 alle 8:00. Il gruppo di controllo seguiva la dieta abituale senza alcuna restrizione temporale.

Nelle 12 settimane di intervento l'HbA1c ed il peso corporeo sono diminuiti nel gruppo Trf (- 1,54% ± 0,19 e - 2,98% ± 0,43 kg, rispettivamente) rispetto ai controlli. Sempre nel gruppo attivo, gli indici Homa-β e Homa–Ir sono cambiati significativamente (0,73 ± 0,21, p = 0,005; - 0,51 ± 0,08, p = 0,02, rispettivamente) così come sono migliorati lo score Mes (Medication effects score = dose attuale/dose massima) e i livelli di trigliceridi, colesterolo totale e Ldl (- 0,66 ± 0,17, p = 0,006; - 0,23 ± 0,08 mmol/L, p = 0,03; - 0,32 ± 0,07 mmol/L, p = 0,01; - 0,42 ± 0,13 mmol/L, p = 0,02, rispettivamente).  Nessuna differenza, invece, tra i due gruppi per quanto riguarda c-Hdl.

“La nostra analisi ha messo in evidenza come un intervento di Trf sia in grado di ridurre i livelli di glicemia a digiuno del 15% e i valori di HbA1c del 18%, circa il doppio di quanto consentito dai farmaci, un dato davvero sorprendente. Inoltre, sono stati rilevati notevoli miglioramenti in Homa-β e Homa-IrR, ma servono ulteriori conferme nel lungo termine. Sul fronte dislipidemia, innanzitutto è bene precisare che nessun   partecipante era in trattamento con statine o fibrati. Nel gruppo di controllo, colesterolo totale, trigliceridi e il -c-Ldl sono diminuiti, rispettivamente, del 5%, 3% e 6% mentre la riduzione nel gruppo Trf è stata quasi del doppio. I meccanismi alla base degli effetti metabolici del Trf sono tutti da investigare ma, pur consapevoli di alcuni limiti, quali il breve periodo di osservazione, la mancanza di un disegno crossover e la valutazione di una popolazione esclusivamente asiatica, possiamo affermare che la ricerca apre nuove prospettive sull’applicazione di questa tipologia di approccio nutrizionale anche in pazienti con diabete mellito tipo 2”.

Nicola Miglino

Reazioni allergiche al cibo o dermatite atopica? Diagnosi differenziale accurata permette migliore gestione

 

Secondo uno studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Dermatology, è fortemente auspicabile un maggiore consenso sul ruolo della dieta nelle persone che soffrono di dermatite atopica da parte dei sanitari, in modo da migliorare la gestione della malattia.

Da tempo si è capito che la dieta ha un’intricata associazione con la dermatite atopica, anche se molto rimane da chiarire.

“La disfunzione della barriera cutanea, con disbiosi e conseguente compromissione della tolleranza immunitaria, è probabilmente alla base della patogenesi della dermatite atopica e delle allergie alimentari che a volte si presentano insieme alla dermatite” spiega Andrea Rustad, della Northwestern University, Chicago, primo nome dello studio.

Esiste una vasta gamma di possibili reazioni cutanee al cibo, che complicano la diagnosi e la comprensione delle allergie alimentari. Molti pazienti, genitori e medici sospettano erroneamente che la dieta sia causa dei sintomi della dermatite atopica e molti hanno provato diete di eliminazione. Ciò spesso porta a un’etichettatura imprecisa delle allergie alimentari, contribuendo a una pericolosa spirale di test inappropriati, rinvii e cambiamenti nella dieta.

Gli esperti hanno visto che come effetto di tutto questo talvolta vengono trascurati gli elementi essenziali del trattamento della dermatite atopica, in quanto si tende a dare la colpa delle reazioni allergiche solo ad alimenti.

Am J Clin Dermatol. 2021 Oct 23. doi: 10.1007/s40257-021-00647-y.

Una dieta ricca in polifenoli riduce l’ipertensione

 

L’assunzione di flavonoidi, acidi idrossibenzoici e flavonoli è associato a una minore prevalenza di ipertensione, secondo uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Nutrition.

“Alcuni studi epidemiologici hanno mostrato associazioni tra consumo di polifenoli e riduzione del rischio di malattie cardiovascolari. Noi abbiamo voluto approfondire la questione e abbiamo cercato di valutare l’associazione tra l’assunzione di polifenoli e la prevalenza dell’ipertensione” spiega Hillary Nascimento Coletro, della Universidade Federal de Ouro Preto, in Brasile, autrice principale del lavoro.

I ricercatori hanno utilizzato i dati del progetto Cohort of Universities of Minas Gerais (CUME). Le persone arruolate allo studio hanno completato un questionario online sulla frequenza del cibo e l’assunzione di polifenoli è stata valutata utilizzando il database e gli articoli di Phenol-Explorer. L’ipertensione è stata determinata tramite una diagnosi medica, considerando valida una pressione sanguigna di almeno 130 mmHg/80 mmHg o il fatto di utilizzare farmaci antipertensivi. Gli esperti hanno utilizzato modelli di regressione logistica aggiustati per stimare gli odds ratio (OR) e gli intervalli di confidenza al 95% (95% CI) per la prevalenza dell’ipertensione.

Ebbene, la prevalenza dell’ipertensione è stata pari al 39,57% e l’assunzione media di polifenoli totali è stata di 860,79 mg/giorno. Assumere una quantità maggiore (quinto quintile) di flavonoidi (media: 368,46 mg/giorno), acidi idrossibenzoici (media: 379,38 mg/giorno) e flavonoli (media: 44,13 mg/giorno) è stato inversamente associato alla prevalenza dell’ipertensione, rispetto ad assumerne di meno (primo quintile).

J Am Coll Nutr. 2021 Oct 14;1-12. doi: 10.1080/07315724.2021.1977735. 

Sale iposodico si conferma scudo protettivo per il cuore
 
 

Conferme per la capacità del sale iposodico, caratterizzato dalla sostituzione del cloruro di sodio con una quota più o meno importante di cloruro di potassio, di ridurre il rischio cardiovascolare in soggetti anziani e ipertesi, anche con precedente ictus. A riferircelo, i risultati di uno studio condotto in Cina e pubblicato nei giorni scorsi sul New England journal of medicine.

Gli effetti del sale iposodico sulla pressione sanguigna erano noti, meno quelli sugli eventi cardiovascolari e sulla sicurezza. Ecco così che un gruppo di circa 21 mila persone di 600 villaggi in aree rurali della Cina sono stati reclutati e seguiti per 5 anni, suddivisi tra chi seguiva una dieta con sale iposodico (75% cloruro di socio, 25% cloruro di potassio) e chi con sale normale.

I partecipanti avevano 65 anni di età in media, erano divisi equamente tra uomini e donne, il 72% aveva una storia precedente di ictus e l’88% era iperteso.

Alla fine dello studio, in chi utilizzava sale iposodico i tre parametri chiave misurati, ovvero incidenza di ictus, eventi cardiovascolari maggiori e morte cardiovascolare, sono risultati significativamente inferiori rispettivamente del 14, 13 e 12%. Si è registrato anche un aumento, ma non statisticamente significativo, di seri effetti collaterali dovuti a iperkaliemia.

“Recenti studi mostravano modelli di previsione che indicavano 365 mila ictus e 461 mila morti potenzialmente risparmiati se si fossero dimostrati gli effetti del sale iposodico”, sottolinea Bruce Neal, del George Institute for Global Health di Sydney, coordinatore della ricerca. “Ora le prove ci sono, e parliamo soltanto dei vantaggi per la Cina: la sostituzione del sale potrebbe essere utilizzata da miliardi di persone in tutto il mondo, con benefici ancora maggiori. È bene ricordare, poi, che il sostituto del sale è molto facile da produrre e non è costoso e che sono soprattutto le popolazioni a basso reddito e più svantaggiate che aggiungono grandi quantità di sale durante la preparazione e la cottura dei cibi. Ciò significa, in ultima analisi, che il sostituto del sale ha il potenziale per ridurre le disuguaglianze di salute legate alle malattie cardiovascolari”.

 

Cereali da colazione: più fibra, migliore qualità? Ricerca italiana dice di no
 

Sono stati recentemente pubblicati sulla rivista internazionale Foods i risultati di un nuovo studio condotto da alcuni ricercatori del gruppo di lavoro “Sinu Giovani” nell’ambito del progetto Food labelling of italian products (Flip), che da anni valuta la qualità nutrizionale dei prodotti confezionati maggiormente presenti sul mercato italiano. Obiettivo dei ricercatori, questa volta, indagare se i cereali da colazione presenti negli scaffali dei supermercati con claim nutrizionali avessero effettivamente una composizione nutrizionale migliore di quelli senza indicazioni.

Ne parliamo con due autori dello studio, Donato Angelino, ricercatore presso la facoltà di Bioscienze e tecnologie agro-alimentari e ambientali dell’Università di Teramo e Daniela Martini, ricercatrice presso il dipartimento di Scienze per gli alimenti, la nutrizione, l'ambiente dell’Università degli Studi di Milano, e coordinatrice del progetto Flip.

Dr. Angelino, quali sono state le premesse dello studio?

Il prodotto venduto sullo scaffale presenta su tutti i lati del pack numerose informazioni. Molte di queste sono finemente regolate con normative europee, primo fra tutti il Regolamento n.1169/2011, che definisce quelle obbligatorie tra cui la denominazione di vendita e la dichiarazione nutrizionale. Tuttavia, ce ne sono numerose altre non obbligatorie ma che, se poste sulla confezione, devono anch’esse seguire specifiche direttive. Tra queste, sono molto diffuse le indicazioni nutrizionali o claim nutrizionali, ovvero quelle frasi che sul pack affermino o suggeriscano che un alimento abbia particolari proprietà benefiche sull’organismo sulla base di una peculiarità intrinseca dell’alimento legata alla quantità di energia o nutrienti.

Ci può fare qualche esempio?

I prodotti “light”, quelli senza grassi o zuccheri o quelli che utilizzano il termine “fonte di…” o “ricco di…” riferito a vitamine o minerali, e così via. Le informazioni aggiuntive a quelle obbligatorie  non sono evidenziate solo per una caratterizzazione del prodotto, ma si rivelano spesso utili al consumatore durante la scelta di un determinato prodotto al momento dell’acquisto. Tuttavia, numerosi studi affermano che queste indicazioni nutrizionali potrebbero essere responsabili del cosiddetto effetto alone, ossia quel fenomeno che porta a sovrastimare la qualità complessiva di un prodotto sulla base di un singolo parametro che giudichiamo positivo, tra cui appunto la presenza di un claim. Abbiamo quindi cercato di contestualizzare questo possibile effetto considerando la categoria dei cereali da colazione e confrontando la qualità nutrizionale dei vari prodotti con e senza claim nutrizionali legati alla fibra, molto diffusi in questa categoria di prodotti. Dopodiché, abbiamo verificato se la presenza di claim nutrizionali fosse davvero indice di una qualità nutrizionale migliore rispetto ai prodotti che non vantavano alcuna indicazione.

Che tipo di studio avete condotto?

Considerando l’obiettivo descritto precedentemente, sono stati confrontati i valori nutrizionali dichiarati in etichetta dei cereali da colazione, con e senza le due possibili tipologie di claim nutrizionali relativi alle fibre: “fonte di fibre”, per i prodotti con almeno 3 g di fibra per 100 g di prodotto e “ricco in fibre” o “ad alto contenuto di fibra” per i prodotti con almeno 6 g di fibra per 100 g di prodotto. Questi articoli sono stati selezionati tra quelli attualmente venduti nei siti web di 13 catene della grande distribuzione organizzata presenti sul mercato italiano.

D.ssa Martini, quali sono stati i principali risultati?

Il primo risultato interessante è stato sicuramente relativo al numero di prodotti individuati. Sono stati infatti valutati i dati di 376 diverse referenze di cereali per la colazione, tra i quali barrette, muesli, fiocchi, e cereali a base crusca. Tra questi, ben 73 presentavano l’indicazione "fonte di fibre" e 109 "ad alto contenuto di fibre", quindi quasi la metà dei prodotti evidenziava in etichetta la presenza di elevato contenuto in fibra. Tuttavia, è stato anche osservato che numerosi prodotti, pur potendo vantare un claim relativo alla fibra, nella maggior parte dei casi quello “fonte di fibra”, hanno preferito non utilizzarlo sulla confezione. Per quanto riguarda invece l’analisi della dichiarazione nutrizionale, è stato ovviamente osservato un maggiore contenuto di fibre nei prodotti che presentavano un claim relativo alla fibra. Oltre a questo, però, i prodotti "ad alto contenuto di fibre" hanno mostrato un minore contenuto di carboidrati, zuccheri e sale, un maggiore contenuto di proteine, ma anche di grassi totali rispetto agli articoli "fonte di fibre" e ai prodotti senza queste indicazioni. Nel complesso, è stata osservata un'elevata variabilità nei valori nutrizionali anche tra prodotti che presentavano lo stesso tipo di claim relativa alle fibre, dovuto alla differente formulazione del prodotto e all’utilizzo di diversi ingredienti in aggiunta ai cereali.

Quali sono quindi le conclusioni e quali gli step futuri?

I risultati hanno chiaramente mostrato che i claim nutrizionali relativi alle fibre non devono essere considerati come un indicatore di una migliore composizione nutrizionale tout court dei cereali da colazione. Questo principalmente a causa dell'elevata variabilità dei valori nutrizionali, evidenziata anche tra prodotti che presentavano lo stesso tipo di claim. Secondariamente, la presenza di una maggior quantità di fibra, che in questo caso è un composto con effetti benefici sul nostro organismo, non è affatto un indicatore di minori quantitativi di altri nutrienti al quale il consumatore presta spesso attenzione, come il contenuto in grassi. Questo aspetto, che per certi versi può sembrare scontato, conferma e supporta l’importanza di leggere attentamente tutte le informazioni nutrizionali riportate nell'etichettatura degli alimenti anche al fine di limitare l’effetto alone. Nonostante uno dei punti di forza dello studio risieda sicuramente nell’elevato numero di prodotti considerati, questi risultati si riferiscono a una singola categoria di prodotti e a un claim nutrizionale ben specifico, per cui queste conclusioni non possono essere estese anche ad altri prodotti e altri claim nutrizionali. Proprio per questo motivo è essenziale produrre nuovi studi, attingendo dal database del progetto Fflip o organizzando nuove indagini, per rafforzare il concetto che la scelta del prodotto debba essere effettuata considerando tutte le informazioni presenti sul pack al fine di compiere scelte consapevoli e possibilmente salutari.

Nicola Miglino

Meno carboidrati, più grassi: quali effetti sul colesterolo HDL?

 
 

Sostituire il 5% delle calorie ottenute dai carboidrati con acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi nella propria dieta può avere effetti favorevoli sul colesterolo HDL sia nelle adolescenti che nelle donne adulte, ma solo se i grassi consumati sono acidi grassi monoinsaturi (MUFA) o polinsaturi (PUFA). Questo è quanto emerge da una recente analisi pubblicata su the Journal of Nutrition che raccoglie dati da 8 tra i più rilevanti studi sul tema. Gli studi in questione sono presenti nell’European Nutrition Phenotype Assessment and Data Sharing Initiative (ENPADASI),infrastruttura parte del programma congiunto “A Healthy Diet for a Healthy Life” (JPI-HDHL) (1).

Si stima che le morti per malattie cardiovascolari (CVD) dipendenti dai rischi legati ad una cattiva alimentazione, tra il 1990 e il 2016 in 51 paesi europei, siano state 2,1 milioni, riflettendo il 22,4% dei decessi totali per CVD (2). Negli ultimi anni il dibattito sul ruolo che il colesterolo HDL esercita nella protezione e nella riduzione del rischio cardiovascolare è stato accesso, ma le evidenze circa l’effetto dell’aumento dei grassi alimentari e la diminuzione dei carboidrati sul colesterolo HDL e non-HDL non sono ancora state comprese appieno.

Il colesterolo da solo non è in grado di circolare nel plasma in quantità sufficienti per via della sua natura lipofila, di conseguenza lo si trova principalmente complessato con lipidi e proteine a formare delle strutture chiamate lipoproteine (3). Dunque, quando parliamo di colesterolo HDL o non-HDL ci riferiamo in realtà a lipoproteine ad alta densità (HDL) nel primo caso, nel secondo invece a tutte le lipoproteine che non possono essere definite tali (ovvero LDL-lipoproteine a bassa densità, VLDL-lipoproteine a bassissima densità e chilomicroni). Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, l’HDL-C ha ripetutamente dimostrato di essere inversamente associato al rischio di futuri eventi cardiovascolari, ed è quindi diventato uno dei fattori di rischio più noti e ampiamente studiati per le malattie cardiovascolari (4).

Tra gli 8 studi di riferimento (n° totale di partecipanti= 12.983), lo studio ha considerato esclusivamente le analisi che contenessero informazioni esaustive su colesterolo HDL e assunzione di energia totale, raggiungendo un numero di partecipanti pari a 5919 individui tra adolescenti e adulti, di cui il 54% rappresentati da donne. I risultati suggeriscono che la sostituzione del 5% dei carboidrati alimentari con grassi totali e MUFA è legata a concentrazioni di colesterolo HDL più elevate nei soggetti di sesso femminile, e che l’assunzione di MUFA e PUFA sia correlabile ad una riduzione del colesterolo non-HDL (1). Ulteriori evidenze riguardano invece la sostituzione dei carboidrati con acidi grassi saturi che, seppur associata a maggiori concentrazioni di colesterolo non-HDL, risulta ancora poco chiara e necessita di ulteriori approfondimenti.

1. Pinart, M., Jeran, S., Boeing, H., Stelmach-Mardas, M., Standl, M., Schulz, H., … & Nimptsch, K. (2021). Dietary macronutrient composition in relation to circulating HDL and non-HDL cholesterol: A federated individual-level analysis of cross-sectional data from adolescents and adults in 8 European studies. The Journal of nutrition.
2. Meier T, Gräfe K, Senn F, Sur P, Stangl GI, Dawczynski C, März W, Kleber ME, Lorkowski S. Cardiovascular mortality attributable to dietary risk factors in 51 countries in the WHO European Region from 1990 to 2016: a systematic analysis of the Global Burden of Disease Study. Eur J Epidemiol 2019; 34:37–55.
3. Schade, D. S., Shey, L., & Eaton, R. P. (2020). Cholesterol Review: A Metabolically Important Molecule. Endocrine Practice26(12), 1514-1523.
4. Perini, W., Snijder, M. B., Peters, R. J., Kunst, A. E., & van Valkengoed, I. G. (2019). Estimation of cardiovascular risk based on total cholesterol versus total cholesterol/high-density lipoprotein within different ethnic groups: The HELIUS studyEuropean journal of preventive cardiology26(17), 1888-1896.

Meno carboidrati, più grassi: quali effetti sul colesterolo HDL?

 
 

Sostituire il 5% delle calorie ottenute dai carboidrati con acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi nella propria dieta può avere effetti favorevoli sul colesterolo HDL sia nelle adolescenti che nelle donne adulte, ma solo se i grassi consumati sono acidi grassi monoinsaturi (MUFA) o polinsaturi (PUFA). Questo è quanto emerge da una recente analisi pubblicata su the Journal of Nutrition che raccoglie dati da 8 tra i più rilevanti studi sul tema. Gli studi in questione sono presenti nell’European Nutrition Phenotype Assessment and Data Sharing Initiative (ENPADASI),infrastruttura parte del programma congiunto “A Healthy Diet for a Healthy Life” (JPI-HDHL) (1).

Si stima che le morti per malattie cardiovascolari (CVD) dipendenti dai rischi legati ad una cattiva alimentazione, tra il 1990 e il 2016 in 51 paesi europei, siano state 2,1 milioni, riflettendo il 22,4% dei decessi totali per CVD (2). Negli ultimi anni il dibattito sul ruolo che il colesterolo HDL esercita nella protezione e nella riduzione del rischio cardiovascolare è stato accesso, ma le evidenze circa l’effetto dell’aumento dei grassi alimentari e la diminuzione dei carboidrati sul colesterolo HDL e non-HDL non sono ancora state comprese appieno.

Il colesterolo da solo non è in grado di circolare nel plasma in quantità sufficienti per via della sua natura lipofila, di conseguenza lo si trova principalmente complessato con lipidi e proteine a formare delle strutture chiamate lipoproteine (3). Dunque, quando parliamo di colesterolo HDL o non-HDL ci riferiamo in realtà a lipoproteine ad alta densità (HDL) nel primo caso, nel secondo invece a tutte le lipoproteine che non possono essere definite tali (ovvero LDL-lipoproteine a bassa densità, VLDL-lipoproteine a bassissima densità e chilomicroni). Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, l’HDL-C ha ripetutamente dimostrato di essere inversamente associato al rischio di futuri eventi cardiovascolari, ed è quindi diventato uno dei fattori di rischio più noti e ampiamente studiati per le malattie cardiovascolari (4).

Tra gli 8 studi di riferimento (n° totale di partecipanti= 12.983), lo studio ha considerato esclusivamente le analisi che contenessero informazioni esaustive su colesterolo HDL e assunzione di energia totale, raggiungendo un numero di partecipanti pari a 5919 individui tra adolescenti e adulti, di cui il 54% rappresentati da donne. I risultati suggeriscono che la sostituzione del 5% dei carboidrati alimentari con grassi totali e MUFA è legata a concentrazioni di colesterolo HDL più elevate nei soggetti di sesso femminile, e che l’assunzione di MUFA e PUFA sia correlabile ad una riduzione del colesterolo non-HDL (1). Ulteriori evidenze riguardano invece la sostituzione dei carboidrati con acidi grassi saturi che, seppur associata a maggiori concentrazioni di colesterolo non-HDL, risulta ancora poco chiara e necessita di ulteriori approfondimenti.

1. Pinart, M., Jeran, S., Boeing, H., Stelmach-Mardas, M., Standl, M., Schulz, H., … & Nimptsch, K. (2021). Dietary macronutrient composition in relation to circulating HDL and non-HDL cholesterol: A federated individual-level analysis of cross-sectional data from adolescents and adults in 8 European studies. The Journal of nutrition.
2. Meier T, Gräfe K, Senn F, Sur P, Stangl GI, Dawczynski C, März W, Kleber ME, Lorkowski S. Cardiovascular mortality attributable to dietary risk factors in 51 countries in the WHO European Region from 1990 to 2016: a systematic analysis of the Global Burden of Disease Study. Eur J Epidemiol 2019; 34:37–55.
3. Schade, D. S., Shey, L., & Eaton, R. P. (2020). Cholesterol Review: A Metabolically Important Molecule. Endocrine Practice26(12), 1514-1523.
4. Perini, W., Snijder, M. B., Peters, R. J., Kunst, A. E., & van Valkengoed, I. G. (2019). Estimation of cardiovascular risk based on total cholesterol versus total cholesterol/high-density lipoprotein within different ethnic groups: The HELIUS studyEuropean journal of preventive cardiology26(17), 1888-1896.

Meno carboidrati, più grassi: quali effetti sul colesterolo HDL?

 
 

Sostituire il 5% delle calorie ottenute dai carboidrati con acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi nella propria dieta può avere effetti favorevoli sul colesterolo HDL sia nelle adolescenti che nelle donne adulte, ma solo se i grassi consumati sono acidi grassi monoinsaturi (MUFA) o polinsaturi (PUFA). Questo è quanto emerge da una recente analisi pubblicata su the Journal of Nutrition che raccoglie dati da 8 tra i più rilevanti studi sul tema. Gli studi in questione sono presenti nell’European Nutrition Phenotype Assessment and Data Sharing Initiative (ENPADASI),infrastruttura parte del programma congiunto “A Healthy Diet for a Healthy Life” (JPI-HDHL) (1).

Si stima che le morti per malattie cardiovascolari (CVD) dipendenti dai rischi legati ad una cattiva alimentazione, tra il 1990 e il 2016 in 51 paesi europei, siano state 2,1 milioni, riflettendo il 22,4% dei decessi totali per CVD (2). Negli ultimi anni il dibattito sul ruolo che il colesterolo HDL esercita nella protezione e nella riduzione del rischio cardiovascolare è stato accesso, ma le evidenze circa l’effetto dell’aumento dei grassi alimentari e la diminuzione dei carboidrati sul colesterolo HDL e non-HDL non sono ancora state comprese appieno.

Il colesterolo da solo non è in grado di circolare nel plasma in quantità sufficienti per via della sua natura lipofila, di conseguenza lo si trova principalmente complessato con lipidi e proteine a formare delle strutture chiamate lipoproteine (3). Dunque, quando parliamo di colesterolo HDL o non-HDL ci riferiamo in realtà a lipoproteine ad alta densità (HDL) nel primo caso, nel secondo invece a tutte le lipoproteine che non possono essere definite tali (ovvero LDL-lipoproteine a bassa densità, VLDL-lipoproteine a bassissima densità e chilomicroni). Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, l’HDL-C ha ripetutamente dimostrato di essere inversamente associato al rischio di futuri eventi cardiovascolari, ed è quindi diventato uno dei fattori di rischio più noti e ampiamente studiati per le malattie cardiovascolari (4).

Tra gli 8 studi di riferimento (n° totale di partecipanti= 12.983), lo studio ha considerato esclusivamente le analisi che contenessero informazioni esaustive su colesterolo HDL e assunzione di energia totale, raggiungendo un numero di partecipanti pari a 5919 individui tra adolescenti e adulti, di cui il 54% rappresentati da donne. I risultati suggeriscono che la sostituzione del 5% dei carboidrati alimentari con grassi totali e MUFA è legata a concentrazioni di colesterolo HDL più elevate nei soggetti di sesso femminile, e che l’assunzione di MUFA e PUFA sia correlabile ad una riduzione del colesterolo non-HDL (1). Ulteriori evidenze riguardano invece la sostituzione dei carboidrati con acidi grassi saturi che, seppur associata a maggiori concentrazioni di colesterolo non-HDL, risulta ancora poco chiara e necessita di ulteriori approfondimenti.

1. Pinart, M., Jeran, S., Boeing, H., Stelmach-Mardas, M., Standl, M., Schulz, H., … & Nimptsch, K. (2021). Dietary macronutrient composition in relation to circulating HDL and non-HDL cholesterol: A federated individual-level analysis of cross-sectional data from adolescents and adults in 8 European studies. The Journal of nutrition.
2. Meier T, Gräfe K, Senn F, Sur P, Stangl GI, Dawczynski C, März W, Kleber ME, Lorkowski S. Cardiovascular mortality attributable to dietary risk factors in 51 countries in the WHO European Region from 1990 to 2016: a systematic analysis of the Global Burden of Disease Study. Eur J Epidemiol 2019; 34:37–55.
3. Schade, D. S., Shey, L., & Eaton, R. P. (2020). Cholesterol Review: A Metabolically Important Molecule. Endocrine Practice26(12), 1514-1523.
4. Perini, W., Snijder, M. B., Peters, R. J., Kunst, A. E., & van Valkengoed, I. G. (2019). Estimation of cardiovascular risk based on total cholesterol versus total cholesterol/high-density lipoprotein within different ethnic groups: The HELIUS studyEuropean journal of preventive cardiology26(17), 1888-1896.