Malattie croniche, le raccomandazioni dietetiche dell'American Heart Association

 
 
 

Qualche esempio? Il raggiungimento e il mantenimento di un peso corporeo sano vanno regolati sul rapporto tra assunzione e dispendio energetico. Per contrastare lo spostamento verso un maggiore apporto energetico e stili di vita più sedentari negli ultimi tre decenni di vita, servono almeno 150 minuti di attività fisica moderata a settimana, adattata all'età, al livello di attività, al genere e al peso dell'individuo. I modelli dietetici ricchi di frutta e verdura a eccezione delle patate bianche, sono collegati a un minor rischio di malattie cardiovascolari. Inoltre, frutta e verdura intere, che forniscono più facilmente fibre e sazietà, sono da preferire ai succhi. Scegliere fonti proteiche sane, principalmente di origine vegetale (legumi e noci), cibi integrali e prodotti realizzati principalmente con cereali integrali piuttosto che con cereali raffinati. Usare oli vegetali liquidi piuttosto che oli tropicali (cocco, palma) o grassi animali (burro e strutto) e grassi parzialmente idrogenati. Scegliere cibi minimamente lavorati invece di cibi ultralavorati.
Limitare l'assunzione di alcolici. Scegliere e preparare cibi con poco sale o anche senza sale: gli effetti della riduzione del sodio sulla pressione sanguigna tendono ad essere più elevati nelle persone di colore, di mezza età e anziane e negli ipertesi. Ridurre al minimo l'assunzione di bevande e cibi con zuccheri aggiunti. Infine, il documento AHA, pubblicato su Circulation, sottolinea la crescente evidenza che le malattie croniche legate all'alimentazione hanno origini materne in termini nutrizionali, e che la prevenzione dell'obesità pediatrica è un passo fondamentale per preservare e prolungare la salute cardiovascolare.

Circulation 2021. Doi: 10.1161/CIR.0000000000001031
http://doi.org/10.1161/CIR.0000000000001031  

I batteri solforiduttori mediano una correlazione tra dieta e cancro del colon-retto

 
 
 
Una dieta correlata con batteri solforiduttori è stata associata a un aumento del rischio di cancro del colon-retto. Questo è quanto riferisce uno studio pubblicato su JAMA Network Open, che suggerisce quindi un potenziale ruolo di mediazione di questo tipo di batteri nell'associazione tra dieta e cancro del colon-retto. «I batteri che metabolizzano lo zolfo alimentare in idrogeno solforato sono stati associati al cancro del colon-retto. Tuttavia, ci sono studi limitati che valutano l'associazione tra dieta e batteri solforiduttori nello sviluppo del cancro» spiega Yiqing Wang, Massachusetts General Hospital and Harvard Medical School, Boston.

I ricercatori hanno studiato professionisti sanitari di sesso maschile statunitensi e infermiere che erano esenti da malattie infiammatorie intestinali e cancro al basale, un sottogruppo dei quali ha fornito campioni di feci dal 2012 al 2014. Tramite un questionario sulla frequenza alimentare gli esperti hanno valutato l'aderenza a un modello dietetico maggiormente correlato con 43 batteri che metabolizzano lo zolfo, identificati attraverso il profilo tassonomico e funzionale dei dati del metagenoma intestinale. Tra 214.797 partecipanti, comprendenti 46.550 uomini e 168.247 donne, si sono verificati 3.217 casi incidenti di cancro del colon-retto durante 5.278.048 anni-persona di follow-up. La dieta correlata con batteri solforiduttori è stata caratterizzata da elevate assunzioni di bevande caloriche, patatine fritte, carni rosse e carni lavorate e basso apporto di frutta, verdure gialle, cereali integrali, legumi, verdure a foglia e crucifere. Dopo aggiustamento per altri fattori di rischio, una maggiore aderenza alla dieta microbica solforiduttrice è stata associata a un aumento del rischio di cancro del colon-retto. In particolare, quando sono state prese in considerazione le sedi anatomiche, una maggiore aderenza a tale dieta è stata positivamente associata al cancro del colon-retto distale, ma non a quello prossimale. Gli autori concludono ricordando che saranno comunque necessarie ulteriori ricerche per confermare questi risultati e per determinare i meccanismi sottostanti.

JAMA Network Open 2021. Doi: 10.1001/jamanetworkopen.2021.34308
http://doi.org/10.1001/jamanetworkopen.2021.34308  

Invecchiamento: benefici della restrizione alimentare

 

 

Nutrigeroscienza di precisione: trial clinici maggiormente mirati e informativi


Secondo gli autori di una review apparsa su Cell Metabolism, i benefici di una restrizione alimentare, a lungo considerata il mezzo non genetico più solido per estendere la durata di vita e salute, spesso variano tra un individuo e l'altro e anche nei tessuti stessi di un individuo. Ultimo firmatario dell'articolo è Pankaj Kapahi, del Buck Institute for Research on Aging in California, che insieme al suo gruppo mira a capire i meccanismi mediante i quali il signaling dei nutrienti e il metabolismo influenzino l'invecchiamento e le malattie correlate all'età.

I ricercatori vorrebbero che si cambiasse approccio, puntando a interventi precisi e personalizzati. Per questa ragione, nella review forniscono un framework per una specialità dal nome "nutrigeroscienza di precisione", che si basa su biomarcatori influenzati dalla genetica, dal genere, dal tessuto e dall'età dell'individuo. Per l'esperto, quando si tratta di dieta, le persone sperano che una vada bene per tutti. Si è visto però che non è così. «Ho dovuto cambiare il modo in cui guardo all'invecchiamento. Molti di noi entrano molto in profondità nei cavilli della comprensione di quelli che io chiamo pathways biologici bidimensionali, e stiamo dimenticando un'altra intera dimensione, cioè che questi pathways sono diversi in ogni individuo e all'interno dei tessuti nei singoli corpi. Il contesto è importante e non possiamo fare progressi reali in questo campo senza includerlo. Finiremo per far male al settore perché alla fine gli interventi non funzioneranno e poi la gente rimarrà delusa» ha spiegato. Nell'articolo vengono descritti in dettaglio le diverse forme di restrizione alimentare e i loro effetti negli organismi, quali lievito, vermi, moscerini e topi, ma anche quelli negli esseri umani. I dati attuali mostrano effetti positivi su diverse patologie, ma secondo gli autori pare ci sarebbero indicazioni secondo cui limitare il cibo possa diminuire la densità minerale ossea. Ma non è tutto, si elencano un'altra serie di possibili effetti. Tra i fattori da tenere in considerazione, secondo gli autori, ci sono l'età di una persona e il genere, che ritengono sia uno dei principali determinanti delle risposte alla restrizione alimentare.

Per Kapahi, un metodo personalizzato potrebbe portare a trial clinici maggiormente mirati e informativi, poiché si includerebbero persone con una probabilità maggiore di rispondere all'intervento. «Ci sono probabilmente terapie efficaci già esistenti che sono state scartate perché non sono state ben testate in un particolare ceppo o specie di organismo modello. C'è un vero vantaggio nel rinunciare alla ricerca di una soluzione "one size fits all" o di una "pillola magica" per i problemi fisici dell'invecchiamento» ha concluso.

 


Riferimenti bibliografici:

Zinco, crescono evidenze su protezione respiratoria
 

Un’integrazione a base di zinco potrebbe essere di aiuto nel prevenire i sintomi delle infezioni del tratto respiratorio, come tosse, congestione e mal di gola, e ridurre la durata della malattia, secondo una review pubblicata da Bmj Open, rivista open access del gruppo British medical journal. Molto, però, rimane da chiarire su formulazione e dosi ottimali, considerati i dati oggi disponibili provenienti da studi piuttosto eterogenei.

“Lo zinco è coinvolto in diversi processi chiave nel nostro organismo, da quelli immunitari e antinfiammatori, ai meccanismi di riparazione dei danni tissutali, di regolazione pressoria e di risposta a stati di ipossia”, sottolineano gli Autori. “Non sorprende, dunque, che molta attenzione abbia ricevuto in questo periodo pandemico come strategia di intervento per prevenzione e terapia di Covid-19. A inizio pandemia avevamo già condotto una revisione sistematica della letteratura, ma molti trial erano in corso e oggi possiamo contare sicuramente su dati più robusti sul ruolo dello zinco nelle infezioni respiratorie”.

Il nuovo lavoro ha preso in esame 28 studi clinici, per un totale di 5.446 adulti coinvolti, pubblicati in 17 database di ricerca fino ad agosto 2020. Nessun trial riguardava specificamente l'uso dello zinco per la prevenzione o il trattamento di Covid-19. Le formulazioni più comunemente utilizzate erano costituite da compresse/capsule seguite da spray nasali e gel contenenti zinco acetato o gluconato. Le dosi variavano sensibilmente, a seconda della formulazione e se l’integrazione veniva impiegata in prevenzione o trattamento.

I risultati mostrano che, rispetto placebo, l’integrazione è in grado di prevenire 5 infezioni del tratto respiratorio in 100 persone al mese. In generale, i sintomi si sono risolti due giorni prima con l'uso di zinco, in formulazione spray o sublinguale, rispetto a placebo. Durante la prima settimana di malattia, chi aveva fatto uso di zinco sublinguale o nasale aveva quasi il doppio delle probabilità di guarire rispetto al gruppo placebo: tradotto in numeri, 19 adulti su 100 in più avrebbero avuto ancora sintomi una settimana dopo senza l’impiego di zinco. I benefici sembrano manifestarsi maggiormente al terzo giorno dalla comparsa dei sintomi. Nessun effetto collaterale grave, ma nausea e irritazione di bocca e naso compaiono nel 40% dei casi. Allo stesso tempo, nessun beneficio dall’impiego di zinco sulla comparsa di raffreddore dopo inoculazione di rhinovirus.  Tra i limiti della review, sottolineati dagli autori, qualità, dimensioni e disegno degli studi troppo eterogenei e impossibilità di trarre conclusioni definitive su formulazioni e dosaggi maggiormente indicati.

“I nostri risultati indicano che in una popolazione adulta, non necessariamente con deficit di zinco, la supplementazione, riduce il rischio di contrarre un’infezione delle vie respiratorie. Quando utilizzato per il trattamento, riduce durata e gravità dei sintomi a partire dal terzo giorno di comparsa. Il rischio di eventi avversi gravi è basso, ma quelli lievi/moderati posso pregiudicare la compliance. In conclusione, l’integrazione può essere una valida alternativa naturale in caso di infezioni del tratto respiratorio, fornendo ai medici un'opzione in più per la gestione di pazienti che necessitano di tempi di guarigione più rapidi e che magari vanno alla ricerca di antibiotici non necessari. Tuttavia, permane una notevole incertezza riguardo l'efficacia clinica delle diverse formulazioni, nonché dei dosaggi e delle migliori vie di somministrazione. Per quanto riguarda Covid-19, invece, sono necessarie ulteriori e specifiche ricerche”.

Nicola Miglino

Digiuno intermittente, una possibilità per chi ha avuto il diabete gestazionale

 
 
 

Secondo quanto suggeriscono i risultati di un nuovo studio, un tipo di digiuno intermittente potrebbe essere un'opzione per perdere peso per quelle donne che hanno partorito e che hanno avuto diabete gestazionale. Una possibilità che potrebbe così fornire alle donne maggior scelta e flessibilità. In effetti, nello studio una dieta 5:2, basata quindi su 5 giorni di normale alimentazione e 2 di restrizione calorica, è risultata efficace quanto una normale dieta ipocalorica nel far perdere peso alle partecipanti, e cioè donne in sovrappeso che avevano avuto in precedenza il diabete gestazionale. Si sa che le donne colpite da questa complicazione hanno un rischio più alto di sviluppare il diabete di tipo 2 e che il rischio sale ancora in caso di sovrappeso.

Come ha spiegato Kristy Gray, dell'UniSA Clinical & Health Sciences in Australia e primo nome dello studio apparso su The American Journal of Clinical Nutrition, per la gestione del diabete gestazionale si raccomanda di mangiare sano e di fare regolarmente attività fisica. Di solito per la perdita di peso e la prevenzione del diabete la strategia maggiormente raccomandata è quella di diminuire l'introito calorico del 20-30%. «Il problema è, tuttavia, che le neomamme spesso mettono se stesse per ultime - stanno lottando con la fatica e si stanno destreggiando con le responsabilità familiari - quindi quando si tratta di perdere peso, molte trovano difficile attenersi a una dieta ipocalorica» ha affermato l'autrice. «La dieta 5:2 può fornire un'opzione meno opprimente. Poiché riduce le calorie solo in due giorni, alcune donne potrebbero trovare più facile adottare e aderire a questa dieta rispetto a una regolarmente ipocalorica che richiede una gestione costante» ha continuato sottolineando inoltre la necessità di sentire il parere di un professionista sanitario prima di iniziare una simile dieta. In breve, nello studio donne in sovrappeso colpite precedentemente da diabete gestazionale sono state randomizzate a ridurre le calorie per 2 giorni a settimana (500 calorie) o a una restrizione calorica continua (1.500 calorie al giorno). Si è visto che nelle partecipanti c'è stata una significativa perdita di peso nel tempo e non sono state inoltre riscontrate differenze tra i gruppi nei marcatori di rischio del diabete. Per gli autori saranno comunque necessari studi più ampi.

The American Journal of Clinical Nutrition 2021. Doi: 10.1093/ajcn/nqab058.
https://doi.org/10.1093/ajcn/nqab058  

Diabete: 1 persona su 20 riesce a ‘guarire’ grazie calo peso

 

Circa il 5 per cento delle persone che hanno ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 2 riesce a mandare la malattia in remissione secondo uno studio condotto da ricercatori delle università di Glasgow ed Edimburgo pubblicato su Plos Medicine.

“All’inizio degli anni Novanta – spiegano i ricercatori – è stata dimostrata la possibilità di remissione nelle persone con diabete di tipo 2 dopo un’intervento di chirurgia bariatrica. Due recenti studi hanno inoltre dimostrato che è possibile ottenere la remissione della malattia anche attraverso la perdita di peso utilizzando diete ipocaloriche”.

La ricerca ha ora voluto verificare se anche al di fuori di sperimentazioni cliniche alcuni pazienti sono in grado di spegnere la malattia. Ha analizzato i dati di circa 160 mila persone scozzesi con diabete; di queste, nel 2019, 7.710 erano andate in remissione, vale a dire che continuavano ad avere per almeno un anno normali livelli di emoglobina glicata nonostante non assumessero farmaci. I ricercatori hanno anche studiato le caratteristiche dei pazienti che avevano fatto regredire il diabete: tendenzialmente avevano un’età più avanzata, non assumevano ancora farmaci, avevano subito una forte perdita di peso o si erano sottoposti a chirurgia bariatrica.

“Le implicazioni immediate per la pratica clinica sono che queste persone dovrebbero essere riconosciute e seguite in modo appropriato in modo da poter ricevere un supporto adeguato”, scrivono i ricercatori che, tuttavia, mettono in guardia: “È importante sapere che la remissione del diabete potrebbe non essere permanente”.

Artrite reumatoide: effetto di dieta e integrazione sui sintomi
 
 

L'artrite reumatoide è una patologia autoimmune cronica, caratterizzata da infiammazione e dolore alle articolazioni. In letteratura sono riportati diversi interventi dietetici, con o senza integrazione, a supporto della terapia per alleviare i sintomi classici quali dolore, rigidità articolare, gonfiore, affaticamento e debolezza.

Come succede spesso, gli studi mostrano notevoli differenze in termini di tipi di intervento dietetico e parametri esaminati per valutare l’esito: le diete mediterranee, antinfiammatorie, vegane/vegetariane, elementari e prive di allergeni hanno effetti diversi e non sempre portano a miglioramenti.

Una revisione Cochrane pubblicata nel 2009 ha incluso 15 studi e valutato gli effetti delle diete su tre parametri (dolore, rigidità e funzione fisica) in 837 pazienti, concludendo che confrontando qualsiasi dieta con una ordinaria, vi sono benefici, ma anche tasso di abbandono totale più elevato dell'8% nei gruppi dietetici rispetto ai controlli.

L'eliminazione di alcuni prodotti alimentari dalla dieta come carne rossa, alimenti contenenti glutine, alimenti ad alto contenuto di zucchero e alcol può aiutare ad alleviare i sintomi, ma le prove sugli effetti delle diete di eliminazione sono limitate e alcuni autori hanno suggerito che l’ipersensibilità verso alcune fonti proteiche potrebbe portare ad aggravamento dei sintomi.

Sebbene ci siano prove sugli effetti pro-infiammatori delle diete ad alto contenuto di carni lavorate e rosse, gli studi non hanno trovato differenze significative sui sintomi quando la carne rossa è stata rimossa dalla dieta.

Anche il glutine è associato ad aumento dell'infiammazione e gli studi nei quali il grano è stato tolto dalla dieta hanno mostrato miglioramenti significativi nell'indice di Ritchie e nel gonfiore articolare.

Anche studi di intervento con dieta vegana priva di glutine hanno riportato miglioramenti significativi in diversi parametri, ma non è chiaro se siano stati osservati miglioramenti a seguito dell'eliminazione del glutine o per la dieta vegana stessa.

Una review del 2020 ha passato in rassegna 33 studi che mettevano in relazione dieta o integratori alimentari con l'attività della malattia, concludendo che diversi componenti dietetici possono influenzare l'attività della malattia attraverso interazioni dirette o indirette con il sistema immunitario.

Gli acidi grassi Omega-3 a catena lunga presenti nel pesce possono ridurre la produzione di eicosanoidi infiammatori, molecole di adesione e citochine; gli antiossidanti possono ridurre lo stress ossidativo e quindi possibilmente i sintomi e l'infiammazione. Inoltre, fibre alimentari, prebiotici o probiotici potrebbero avere effetti benefici sull'attività della malattia, attraverso la modificazione del microbiota.

Nutrienti specifici e alterazioni del microbiota possono anche influenzare la permeabilità intestinale, che a sua volta può influenzare la risposta immunitaria. Infine, la perdita di peso in seguito a un intervento dietetico potrebbe essere utile, in quanto l'obesità è associata alla più rapida progressione delle disabilità.

I risultati di questa revisione mostrano anche effetti potenzialmente benefici dagli integratori contenenti singoli antiossidanti e spezie con elevata capacità antiossidante. Le dosi somministrate di spezie negli studi inclusi, circa un cucchiaino/die, potrebbero essere raggiungibili attraverso la sola dieta.

Tra le integrazioni valutate, gli acidi grassi Omega-3 dimostrano la capacità di migliorare sintomi quali dolore e rigidità mattutina, nonché di ridurre le dose di Fans consumati.

Solo due studi hanno valutato l'efficacia di un intervento dietetico in combinazione con Omega-3. Il primo ha riportato riduzioni significative di proteina C reattiva, Tnf-α e corticosteroidi nei partecipanti che seguivano una dieta antinfiammatoria o una dieta occidentale con integratori di olio di pesce, ma i miglioramenti più significativi sono stati trovati nel gruppo di dieta antinfiammatoria/Omega-3. Nel secondo studio, una dieta ricca di Pufa (rapporto P:S 5: 0) in combinazione con l'integrazione di Omega-3 (1,6 g Epa/die e 1,1 g Dha/die) ha portato a benefici significativi in termini di rigidità mattutina, indice di Ritchie e forza di presa. Ciò indica che i benefici antinfiammatori di una dieta in combinazione con Omega-3 possono essere superiori alla sola dieta e ulteriori ricerche in questo settore sono giustificate.

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Dietary interventions with or without Omega-3 supplementation for the management of rheumatoid arthritis: a systematic rReview. Nutrients 2021, 13(10), 3506
  • Rheumatoid arthritis and dietary interventions: systematic review of clinical trials. Nutr. Rev. 2020, 79, 410–428.
  • Do interventions with diet or dietary supplements reduce the disease activity score in rheumatoid arthritis? A systematic review of randomized controlled trials. Nutrients 2020, 12, 2991.
  • Intake of ω-3 polyunsaturated fatty acids in patients with rheumatoid arthritis: asystematic review and meta-analysis. Nutrition 2018, 45, 114–124.
  • Effectiveness and safety of dietary interventions for rheumatoid arthritis: a systematic review of randomized controlled trials. J Am Diet Assoc. 2010 May;110(5):727-35.
  • Dietary interventions for rheumatoid arthritis. Cochrane database Syst. Rev. 2009, 21, CD006400.

 

 

Intolleranza al lattosio: boom di test per diagnosi sul web

 

Proliferano su internet, ma anche in ambienti sanitari, proposte di test non scientifici e autodiagnosi per l’intolleranza al lattosio, che aumentano la diffusione dell’idea che latte, latticini e formaggi facciano male alla salute. Tanto che il 31% degli italiani non consuma nessun tipo di latte, il 77% non utilizza il latte intero, il 41% non utilizza latte parzialmente scremato, come emerge da un’indagine condotta su 6.000 persone dall’Osservatorio nutrizionale Grana Padano (Ogp).

La ricerca ha rilevato anche che lo yogurt non è consumato dal 30% degli intervistati e che il 48% assume meno di 100 grammi di formaggio fresco o 50 grammi di formaggio stagionato alla settimana. Ma eliminare completamente il lattosio dalla dieta, secondo gli esperti dell’Osservatorio, può essere dannoso, perché vengono eliminati nutrienti come calcio, zinco, fosforo, selenio, vitamina A, B12 e proteine ad alto valore biologico con i 9 aminoacidi essenziali. Inoltre, la mancata introduzione dello zucchero del latte comporta la perdita dell’enzima che lo digerisce, la lattasi, col rischio di causare intolleranze più o meno gravi o temporanee.

“È in atto ormai da alcuni anni una campagna contro latte, latticini e formaggi non giustificata da evidenze scientifiche – spiega Michela Barichella, dell’Università degli Studi di Milano e membro del Comitato scientifico dell’Osservatorio – E’ sempre più frequente  il ricorso, in sostituzione del latte, a bevande vegetali che non sono in grado di apportare sufficientemente i nutrienti contenuti nel latte”. Inoltre, continua, “molti ignorano che anche in caso di una vera e consistente intolleranza al lattosio si possono assumere formaggi stagionati che sono naturalmente privi di lattosio e contengono i nutrienti del latte”. L’unico modo per verificare l’intolleranza al lattosio, concludono gli esperti, è sottoporsi all’Hydrogen Breath Test, eseguito in ambito ospedaliero.

Carenza di ferro marker di rischio cardiovascolare: crescono le evidenze
 
 

Correggendo per tempo una carenza di ferro intorno ai 50 anni si potrebbe prevenire il 10% di eventi coronarici in quella fascia d’età. Questo quanto suggerito da uno studio pubblicato nei giorni scorsi su Esc hearth failure, rivista della Società europea di cardiologia (Esc).

Già studi precedenti avevano messo in evidenza una correlazione tra peggioramento del quadro clinico e anemia sideropenica in pazienti cardiopatici. L’intento della nuova ricerca è stato, invece, comprendere un eventuale legame sulla popolazione generale.

Si tratta di uno studio osservazionale che ha selezionato poco più di 12 mila persone all’interno di tre coorti europee nel contesto del BiomarCare, un progetto volto alla valutazione dei fattori di rischio cardiovascolare nella popolazione del vecchio continente. Età media, 59 anni, con il 55% donne.

La prima valutazione, al basale, ha preso in esame indicatori di rischio cardiovascolare e stile di vita, attraverso questionari ed esami del sangue. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: quelli con carenza di ferro assoluta, determinata da riserve di ferro inadeguate misurate attraverso dosaggio di ferritina, la proteina che immagazzina il ferro e quelli con carenza di ferro funzionale, determinata da insufficienza di ferritina e transferrina, la principale proteina di trasporto di ferro nel sangue.

Nel tempo, sono stati monitorati rispetto alla comparsa di eventi o morte cardiovascolari piuttosto che morte per qualsiasi causa, escludendo quanti già avevano una storia di malattia coronarica pregressa.

All’inizio del periodo di osservazione, il 60% dei partecipanti presentava una carenza di ferro assoluta e il 64% una carenza di ferro funzionale. Durante un follow-up medio di circa 13 anni ci sono stati 2.212 (18,2%) decessi, di cui 573 (4,7%) per cause cardiovascolari. Malattia coronarica e ictus sono stati diagnosticati rispettivamente in 1.033 (8,5%) e 766 (6,3%) partecipanti. Chi presentava una carenza di ferro funzionale registrava un rischio di malattia coronarica, mortalità cardiovascolare e per tutte le cause superiore rispettivamente del 24, 26, 12% rispetto a chi aveva livelli regolari di ferritina e transferrina

La carenza assoluta di ferro, a sua volta, determinava un rischio di malattia coronarica del 20% superiore rispetto a chi presentava livelli fisiologici di ferritina, senza però maggior rischio di mortalità. Nessuna correlazione, infine, tra stato sideremico e incidenza di ictus.

Attraverso modelli di calcolo aggiustati per età, sesso, fumo, colesterolo, pressione sanguigna, diabete, indice di massa corporea e infiammazione, i ricercatori hanno stabilito che, in un periodo di 10 anni, il 5,4% di tutte le morti, l’11,7% delle morti cardiovascolari e il 10,7% di nuove diagnosi di malattia coronarica verificatesi nello studio sarebbero da attribuire a una carenza di ferro funzionale.

Così commenta Benedikt Schrage, cardiologo dell’Università di Amburgo e prima firma della ricerca: “Lo studio mostra quanto la carenza di ferro fosse altamente prevalente in questa popolazione di mezza età, con quasi due terzi in deficit funzionale: questi individui avevano più probabilità di sviluppare malattie cardiache e avevano anche più probabilità di morire durante i successivi 13 anni. Si tratta di uno studio osservazionale e non possiamo concludere che la carenza di ferro provoca malattie cardiache; tuttavia, emerge con evidenza sempre maggiore che esiste un legame e questi risultati forniscono la base per ulteriori ricerche utili a confermare le nostre osservazioni”.

Omega-3: acido alfa linolenico riduce del 10% il rischio di mortalità
 
 

 

Una dieta ricca in Omega-3, in particolare Acido alfa linolenico (Ala), riduce il rischio di mortalità, soprattutto sul versante cardiovascolare. Questo il risultato di una review e metanalisi di ben 41 studi, per un totale di circa 1,2 milioni di persone coinvolte, pubblicata sul British medical journal.

Un’analisi che ha preso in esame, oltre al consumo quotidiano di Ala, anche i livelli ematici e tissutali dell’Omega-3 e dei suoi metaboliti, nonché la possibile correlazione dose-risposta tra assunzione ed effetti su mortalità generale, cardiovascolare e di origine tumorale.

Gli articoli sono stati selezionati dalle principali banche dati internazionali, prendendo come periodo di riferimento gli anni dal 1991 al 2021 e come criterio guida indagini che valutassero la correlazione tra assunzione di Ala e rischio di mortalità.

L’età dei partecipanti, nel complesso, variava dai 18 ai 98 anni, con follow up oscillanti dai due ai 32 anni.

I risultati, dopo correzione per potenziali fattori confondenti quali età, peso, abitudine al fumo, uso di alcol e attività fisica, mostrano come, nei gruppi a consumi più elevati di Ala nella dieta, i rischi di mortalità generale, cardiovascolare e di origine coronarica si riducevano, rispettivamente, del 10, 8 e 11% in confronto a quanti dichiaravano consumi più bassi.

Tradotto in cifre, significa, su 10 mila persone, 113 morti in meno per tutte le cause, 33 per cause cardiovascolari e 23 per malattia coronarica. Nel contempo, sempre tra i forti consumatori di Ala, si è registrato un lieve aumento del rischio di mortalità per cancro, pari 63 casi/10 mila in più rispetto ai consumi più bassi.

Altra particolarità, l’effetto dose-risposta: ogni aumento del consumo pari a 1g/die abbassava del 5% il rischio di mortalità cardiovascolare.

Anche la misurazione ematica e tissutale dei livelli di Ala e dei relativi metaboliti, insieme ai dati di assunzione giornaliera, confermano la correlazione tra maggior consumo e riduzione del rischio.

“Il carattere osservazionale del nostro studio non ci consente di trarre conclusioni di un rapporto causa/effetto”, sottolineano gli autori. “Siamo però certi della solidità dei nostri dati considerati i rigidi criteri di inclusione degli studi presi in esame e la qualità degli stessi. Per questo riteniamo che il nostro lavoro aggiunge elementi validi all’ipotesi dei potenziali benefici per la salute di una dieta ricca in acidi grassi polinsaturi. L’auspicio è che possano nascere studi specifici sulla correlazione tra consumo di Ala e mortalità di qualsiasi origine per comprenderne nel dettaglio i benefici ma anche per capire quali alimenti ricchi in Ala posano portare a maggior rischio di cancro rispetto ad altri”.

Nicola Miglino

Corpi chetonici, negli obesi migliorano flusso ematico cerebrale e funzione cognitiva
 
 

Una supplementazione con corpi chetonici potrebbe contribuire a migliorare il flusso ematico cerebrale e le funzioni cognitive in soggetti obesi. Sono i risultati di uno studio canadese pubblicato su The journal of physiology che ha coinvolto per il momento un piccolo gruppo di volontari ma che segna una prima indicazione di una possibile applicazione dei ketone bodies in ambito neurocognitivo in caso di obesità.

“Gli adulti obesi sono a maggior rischio di disturbi neurocognitivi, anche in relazione a una riduzione del flusso sanguigno cerebrale e dei livelli di Bdnf, il fattore neurotrofico cerebrale in grado di favorire la crescita nervosa”, sottolineano gli Autori. “Gli integratori chetonici contenenti β-idrossibutirrato rappresentano una possibile approccio terapeutico per migliorare la salute del cervello in questi casi”. 

Ecco così che i ricercatori hanno voluto testare la capacità di un'integrazione a breve termine di β-Ohb nel migliorare il flusso sanguigno cerebrale e i livelli di Bdnf in soggetti obesi, correlando il tutto a un miglioramento delle performance cognitive.

Lo studio, in doppio cieco, controllato vs placebo e con disegno cross-over, ha coinvolto 14 obesi (10 donne; età 56 ± 12 anni; Bmi: 33,8 ± 6,9 kg m2) ai quali, tre volte al giorno e per 14 giorni sono stati somministrati 30 ml (12 g) di β-Ohb o placebo.

A inizio e fine studio si sono misurati, tramite ecodoppler, alcuni parametri fisiologici quali flusso e conduttanza cerebrovascolari a livello di arteria carotide comune, carotide interna e vertebrale.

Il Bdnf è stato misurato tramite test immunoenzimatico mentre, per la funzione cognitiva, si è usato il Digit-symbol substitution test, che misura il tempo richiesto per associare tra loro una serie di numeri e simboli.

Al termine dei 14 giorni di integrazione, si sono osservati miglioramenti significativi, dal 10 al 12%, dei parametri legati al flusso ematico cerebrovascolari in tutti i distretti valutati. Lo stesso punteggio Dsst è migliorato, in correlazione con le maggiori prestazioni del flusso ematico cerebrale. Contrariamente a quanto ipotizzato, invece, nessun beneficio si è riscontrato sul fronte Bdnf. L'integrazione è stata generalmente ben tollerata.

“La nostra ricerca evidenzia come la somministrazione T.i.d. per 14 giorni di una bevanda contente un monoestere di chetone sia in grado di migliorare la funzione cognitiva e il flusso ematico cerebrovascolare in soggetti adulto obesi”, concludono gli Autori. “Per quanto a nostra conoscenza, il nostro è il primo studio a valutare l'effetto di una supplementazione di chetoni a breve termine su molteplici aspetti legati alla salute cerebrale in questo tipo di popolazione. Si tratterà ora di confermare tali risultati su campioni più ampi”.

La flora intestinale può interferire coi farmaci. Ecco quali e in che modo

 
 
 

Secondo un articolo pubblicato su Nature l'intestino può trasformarsi in una vera e propria trappola che interferisce con l'efficacia delle cure. In altri termini, i farmaci possono accumularsi nei batteri intestinali, da un lato alterando la flora batterica e dall'altro influenzando gli effetti delle medicine. Nella trappola possono finirci i farmaci per il diabete, quelli per l'asma e molti altri tra cui gli antidepressivi.

«Così si spiegherebbe come mai alcuni medicinali, antidepressivi per primi, funzionano in certi pazienti e non in altri. Tale perdita di efficacia avviene attraverso due tipi di meccanismi, il bioaccumulo e la trasformazione chimica dei medicinali da parte dei microrganismi» spiega il coautore Kiran Patil del Laboratorio europeo di biologia molecolare (EMBL) a Heidelberg in Germania, che assieme ai colleghi dell'Unità di tossicologia del Medical Research Council di Cambridge, Regno Unito, ha mappato queste interazioni coltivando 25 batteri intestinali comuni e studiando come interagivano con 15 diverse molecole farmacologiche, per un totale di 375 test. «Così facendo abbiamo osservato la presenza di 70 interazioni tra microrganismi e farmaci, 29 delle quali non note» scrivono gli autori, spiegando che più di metà delle nuove interazioni dipende dal bioaccumulo, meccanismo in cui i batteri immagazzinano il farmaco a livello intracellulare senza modificarlo chimicamente ma riducendone la disponibilità per l'organismo. Viceversa, negli altri casi il meccanismo in causa è la biotrasformazione, ossia l'alterazione da parte dei farmaci della funzione e della composizione del microbioma intestinale con ripercussioni sul rischio di effetti collaterali.
Tra i farmaci accumulati nei batteri ci sono l'antidepressivo duloxetina, l'antidiabetico rosiglitazone, l'antiasmatico montelukast e il roflumilast, indicato nella malattia polmonare cronica ostruttiva. In qualche caso i farmaci vengono accumulati da un tipo di batteri e in altri modificano il microbioma. La duloxetina, per esempio, agisce con entrambi i meccanismi: accumulandosi altera i prodotti rilasciati dai batteri accumulatori di cui si nutrono altri batteri. Questi ultimi aumentano di numero rompendo l'equilibrio della flora intestinale con conseguenze sulla metabolizzazione dei farmaci.

Nature 597, 533-538 (2021). Doi: https://doi.org/10.1038/s41586-021-03891-8
https://www.nature.com/articles/s41586-021-03891-8