Carenza di ferro marker di rischio cardiovascolare: crescono le evidenze
 
 

Correggendo per tempo una carenza di ferro intorno ai 50 anni si potrebbe prevenire il 10% di eventi coronarici in quella fascia d’età. Questo quanto suggerito da uno studio pubblicato nei giorni scorsi su Esc hearth failure, rivista della Società europea di cardiologia (Esc).

Già studi precedenti avevano messo in evidenza una correlazione tra peggioramento del quadro clinico e anemia sideropenica in pazienti cardiopatici. L’intento della nuova ricerca è stato, invece, comprendere un eventuale legame sulla popolazione generale.

Si tratta di uno studio osservazionale che ha selezionato poco più di 12 mila persone all’interno di tre coorti europee nel contesto del BiomarCare, un progetto volto alla valutazione dei fattori di rischio cardiovascolare nella popolazione del vecchio continente. Età media, 59 anni, con il 55% donne.

La prima valutazione, al basale, ha preso in esame indicatori di rischio cardiovascolare e stile di vita, attraverso questionari ed esami del sangue. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: quelli con carenza di ferro assoluta, determinata da riserve di ferro inadeguate misurate attraverso dosaggio di ferritina, la proteina che immagazzina il ferro e quelli con carenza di ferro funzionale, determinata da insufficienza di ferritina e transferrina, la principale proteina di trasporto di ferro nel sangue.

Nel tempo, sono stati monitorati rispetto alla comparsa di eventi o morte cardiovascolari piuttosto che morte per qualsiasi causa, escludendo quanti già avevano una storia di malattia coronarica pregressa.

All’inizio del periodo di osservazione, il 60% dei partecipanti presentava una carenza di ferro assoluta e il 64% una carenza di ferro funzionale. Durante un follow-up medio di circa 13 anni ci sono stati 2.212 (18,2%) decessi, di cui 573 (4,7%) per cause cardiovascolari. Malattia coronarica e ictus sono stati diagnosticati rispettivamente in 1.033 (8,5%) e 766 (6,3%) partecipanti. Chi presentava una carenza di ferro funzionale registrava un rischio di malattia coronarica, mortalità cardiovascolare e per tutte le cause superiore rispettivamente del 24, 26, 12% rispetto a chi aveva livelli regolari di ferritina e transferrina

La carenza assoluta di ferro, a sua volta, determinava un rischio di malattia coronarica del 20% superiore rispetto a chi presentava livelli fisiologici di ferritina, senza però maggior rischio di mortalità. Nessuna correlazione, infine, tra stato sideremico e incidenza di ictus.

Attraverso modelli di calcolo aggiustati per età, sesso, fumo, colesterolo, pressione sanguigna, diabete, indice di massa corporea e infiammazione, i ricercatori hanno stabilito che, in un periodo di 10 anni, il 5,4% di tutte le morti, l’11,7% delle morti cardiovascolari e il 10,7% di nuove diagnosi di malattia coronarica verificatesi nello studio sarebbero da attribuire a una carenza di ferro funzionale.

Così commenta Benedikt Schrage, cardiologo dell’Università di Amburgo e prima firma della ricerca: “Lo studio mostra quanto la carenza di ferro fosse altamente prevalente in questa popolazione di mezza età, con quasi due terzi in deficit funzionale: questi individui avevano più probabilità di sviluppare malattie cardiache e avevano anche più probabilità di morire durante i successivi 13 anni. Si tratta di uno studio osservazionale e non possiamo concludere che la carenza di ferro provoca malattie cardiache; tuttavia, emerge con evidenza sempre maggiore che esiste un legame e questi risultati forniscono la base per ulteriori ricerche utili a confermare le nostre osservazioni”.

Omega-3: acido alfa linolenico riduce del 10% il rischio di mortalità
 
 

 

Una dieta ricca in Omega-3, in particolare Acido alfa linolenico (Ala), riduce il rischio di mortalità, soprattutto sul versante cardiovascolare. Questo il risultato di una review e metanalisi di ben 41 studi, per un totale di circa 1,2 milioni di persone coinvolte, pubblicata sul British medical journal.

Un’analisi che ha preso in esame, oltre al consumo quotidiano di Ala, anche i livelli ematici e tissutali dell’Omega-3 e dei suoi metaboliti, nonché la possibile correlazione dose-risposta tra assunzione ed effetti su mortalità generale, cardiovascolare e di origine tumorale.

Gli articoli sono stati selezionati dalle principali banche dati internazionali, prendendo come periodo di riferimento gli anni dal 1991 al 2021 e come criterio guida indagini che valutassero la correlazione tra assunzione di Ala e rischio di mortalità.

L’età dei partecipanti, nel complesso, variava dai 18 ai 98 anni, con follow up oscillanti dai due ai 32 anni.

I risultati, dopo correzione per potenziali fattori confondenti quali età, peso, abitudine al fumo, uso di alcol e attività fisica, mostrano come, nei gruppi a consumi più elevati di Ala nella dieta, i rischi di mortalità generale, cardiovascolare e di origine coronarica si riducevano, rispettivamente, del 10, 8 e 11% in confronto a quanti dichiaravano consumi più bassi.

Tradotto in cifre, significa, su 10 mila persone, 113 morti in meno per tutte le cause, 33 per cause cardiovascolari e 23 per malattia coronarica. Nel contempo, sempre tra i forti consumatori di Ala, si è registrato un lieve aumento del rischio di mortalità per cancro, pari 63 casi/10 mila in più rispetto ai consumi più bassi.

Altra particolarità, l’effetto dose-risposta: ogni aumento del consumo pari a 1g/die abbassava del 5% il rischio di mortalità cardiovascolare.

Anche la misurazione ematica e tissutale dei livelli di Ala e dei relativi metaboliti, insieme ai dati di assunzione giornaliera, confermano la correlazione tra maggior consumo e riduzione del rischio.

“Il carattere osservazionale del nostro studio non ci consente di trarre conclusioni di un rapporto causa/effetto”, sottolineano gli autori. “Siamo però certi della solidità dei nostri dati considerati i rigidi criteri di inclusione degli studi presi in esame e la qualità degli stessi. Per questo riteniamo che il nostro lavoro aggiunge elementi validi all’ipotesi dei potenziali benefici per la salute di una dieta ricca in acidi grassi polinsaturi. L’auspicio è che possano nascere studi specifici sulla correlazione tra consumo di Ala e mortalità di qualsiasi origine per comprenderne nel dettaglio i benefici ma anche per capire quali alimenti ricchi in Ala posano portare a maggior rischio di cancro rispetto ad altri”.

Nicola Miglino

Corpi chetonici, negli obesi migliorano flusso ematico cerebrale e funzione cognitiva
 
 

Una supplementazione con corpi chetonici potrebbe contribuire a migliorare il flusso ematico cerebrale e le funzioni cognitive in soggetti obesi. Sono i risultati di uno studio canadese pubblicato su The journal of physiology che ha coinvolto per il momento un piccolo gruppo di volontari ma che segna una prima indicazione di una possibile applicazione dei ketone bodies in ambito neurocognitivo in caso di obesità.

“Gli adulti obesi sono a maggior rischio di disturbi neurocognitivi, anche in relazione a una riduzione del flusso sanguigno cerebrale e dei livelli di Bdnf, il fattore neurotrofico cerebrale in grado di favorire la crescita nervosa”, sottolineano gli Autori. “Gli integratori chetonici contenenti β-idrossibutirrato rappresentano una possibile approccio terapeutico per migliorare la salute del cervello in questi casi”. 

Ecco così che i ricercatori hanno voluto testare la capacità di un'integrazione a breve termine di β-Ohb nel migliorare il flusso sanguigno cerebrale e i livelli di Bdnf in soggetti obesi, correlando il tutto a un miglioramento delle performance cognitive.

Lo studio, in doppio cieco, controllato vs placebo e con disegno cross-over, ha coinvolto 14 obesi (10 donne; età 56 ± 12 anni; Bmi: 33,8 ± 6,9 kg m2) ai quali, tre volte al giorno e per 14 giorni sono stati somministrati 30 ml (12 g) di β-Ohb o placebo.

A inizio e fine studio si sono misurati, tramite ecodoppler, alcuni parametri fisiologici quali flusso e conduttanza cerebrovascolari a livello di arteria carotide comune, carotide interna e vertebrale.

Il Bdnf è stato misurato tramite test immunoenzimatico mentre, per la funzione cognitiva, si è usato il Digit-symbol substitution test, che misura il tempo richiesto per associare tra loro una serie di numeri e simboli.

Al termine dei 14 giorni di integrazione, si sono osservati miglioramenti significativi, dal 10 al 12%, dei parametri legati al flusso ematico cerebrovascolari in tutti i distretti valutati. Lo stesso punteggio Dsst è migliorato, in correlazione con le maggiori prestazioni del flusso ematico cerebrale. Contrariamente a quanto ipotizzato, invece, nessun beneficio si è riscontrato sul fronte Bdnf. L'integrazione è stata generalmente ben tollerata.

“La nostra ricerca evidenzia come la somministrazione T.i.d. per 14 giorni di una bevanda contente un monoestere di chetone sia in grado di migliorare la funzione cognitiva e il flusso ematico cerebrovascolare in soggetti adulto obesi”, concludono gli Autori. “Per quanto a nostra conoscenza, il nostro è il primo studio a valutare l'effetto di una supplementazione di chetoni a breve termine su molteplici aspetti legati alla salute cerebrale in questo tipo di popolazione. Si tratterà ora di confermare tali risultati su campioni più ampi”.

La flora intestinale può interferire coi farmaci. Ecco quali e in che modo

 
 
 

Secondo un articolo pubblicato su Nature l'intestino può trasformarsi in una vera e propria trappola che interferisce con l'efficacia delle cure. In altri termini, i farmaci possono accumularsi nei batteri intestinali, da un lato alterando la flora batterica e dall'altro influenzando gli effetti delle medicine. Nella trappola possono finirci i farmaci per il diabete, quelli per l'asma e molti altri tra cui gli antidepressivi.

«Così si spiegherebbe come mai alcuni medicinali, antidepressivi per primi, funzionano in certi pazienti e non in altri. Tale perdita di efficacia avviene attraverso due tipi di meccanismi, il bioaccumulo e la trasformazione chimica dei medicinali da parte dei microrganismi» spiega il coautore Kiran Patil del Laboratorio europeo di biologia molecolare (EMBL) a Heidelberg in Germania, che assieme ai colleghi dell'Unità di tossicologia del Medical Research Council di Cambridge, Regno Unito, ha mappato queste interazioni coltivando 25 batteri intestinali comuni e studiando come interagivano con 15 diverse molecole farmacologiche, per un totale di 375 test. «Così facendo abbiamo osservato la presenza di 70 interazioni tra microrganismi e farmaci, 29 delle quali non note» scrivono gli autori, spiegando che più di metà delle nuove interazioni dipende dal bioaccumulo, meccanismo in cui i batteri immagazzinano il farmaco a livello intracellulare senza modificarlo chimicamente ma riducendone la disponibilità per l'organismo. Viceversa, negli altri casi il meccanismo in causa è la biotrasformazione, ossia l'alterazione da parte dei farmaci della funzione e della composizione del microbioma intestinale con ripercussioni sul rischio di effetti collaterali.
Tra i farmaci accumulati nei batteri ci sono l'antidepressivo duloxetina, l'antidiabetico rosiglitazone, l'antiasmatico montelukast e il roflumilast, indicato nella malattia polmonare cronica ostruttiva. In qualche caso i farmaci vengono accumulati da un tipo di batteri e in altri modificano il microbioma. La duloxetina, per esempio, agisce con entrambi i meccanismi: accumulandosi altera i prodotti rilasciati dai batteri accumulatori di cui si nutrono altri batteri. Questi ultimi aumentano di numero rompendo l'equilibrio della flora intestinale con conseguenze sulla metabolizzazione dei farmaci.

Nature 597, 533-538 (2021). Doi: https://doi.org/10.1038/s41586-021-03891-8
https://www.nature.com/articles/s41586-021-03891-8