Il pesce in gravidanza fa bene alla mamma e al bambino, ecco come rivedere le attuali restrizioni

 
 
 

Il consiglio alle gestanti di non assumere certi tipi di pesce e di limitarne la quantità per altri andrebbe rivisto, a giudicare da quanto si legge in un articolo pubblicato su Neuro Toxicology.

La ricerca fa il punto su oltre 4.131 gravide residenti nell'area di Bristol, Regno Unito, che nel 1991 e 1992 hanno preso parte al trial Children of the 90s e sui figli dei loro figli (nota anche come Avon Longitudinal Study of Parents and Children o ALSPAC). Ma non solo: oltre alla coorte britannica ALSPAC, gli autori hanno esaminato i risultati di uno studio simile svolto alle Seychelles, dove si consuma molto più pesce che a Bristol. I risultati? I complicati suggerimenti dati alle donne incinte le tengono lontane dai prodotti ittici, che invece contengono molti nutrienti cruciali per la crescita e lo sviluppo del feto. «Abbiamo analizzato i dati di due studi su popolazioni differenti con livelli di mercurio misurati durante la gravidanza in cui i bambini sono stati seguiti a intervalli frequenti durante l'infanzia» esordisce la prima autrice Jean Golding dell'Università di Bristol, ricordando che lo studio più importante sui possibili pericoli del consumo di frutti di mare risale al 1997. Nell'analisi, i livelli di metilmercurio nei capelli materni e nel sangue del cordone ombelicale osservato in una popolazione di abitanti delle isole Faroe erano associati a ridotte capacità cognitive della prole all'età di 7 anni. Sebbene sia stato chiaramente affermato che il responsabile degli elevati valori di metilmercurio fosse il consumo di globicefalo, un mammifero marino e non un pesce, l'avvertimento alle gestanti è stato di evitare il pesce con alti livelli di mercurio. E la reazione generale è stata di ridurre l'assunzione di tutti i prodotti ittici.

«Dopo avere verificato le associazioni tra esposizione al mercurio e sviluppo della prole abbiamo osservato nella coorte di Bristol associazioni significativamente benefiche in termini di quoziente intellettivo (QI) e peso alla nascita nelle madri che consumavano pesce rispetto a chi non lo faceva» riprende Golding. E conclude: «Questi risultati favorevoli sono simili a quelli delle Seychelles, dove il consumo di pesce è molto più elevato e i livelli di mercurio prenatale sono 10 volte superiori a quelli statunitensi. Per questo le raccomandazioni governative dovrebbero essere riviste, in modo da enfatizzare il valore benefico del consumo di pesce in gravidanza».

Neuro Toxicology 2022. Doi: 10.1016/j.neuro.2022.04.012
http://doi.org/10.1016/j.neuro.2022.04.012

Dieta ricca di potassio favorisce maggiore protezione cardiovascolare nelle donne
 
 

Nelle donne, una dieta ricca di potassio aiuta a contrastare gli effetti di un eccesso di sale, con conseguente abbassamento della pressione arteriosa. Questi i risultati di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori olandesi e pubblicato di recente su European heart journal, rivista della Società europea di cardiologia.

Lo studio ha preso in esame 25 mila partecipanti dello studio Epic-Norfolk, nel Regno Unito, reclutati tra il 1993 e il 1997 e seguiti nel tempo. Età media: 59 anni per gli uomini, 58 per le donne. A inizio studio, tutti hanno compilato un questionario sullo stile di vita. I ricercatori hanno quindi misurato la pressione sanguigna e raccolto un campione di urina per valutare l’assunzione con la dieta di sodio e potassio. Obiettivo finale: valutare la correlazione tra assunzione di potassio e pressione sanguigna, aggiustando il dato in funzione di età, sesso e consumo di sodio.

I risultati evidenziano una relazione inversa tra consumo di potassio e pressione sanguigna sistolica soltanto nelle donne, in particolare tra quelle a maggiore assunzione di sale: per ogni grammo di aumento giornaliero di potassio, 2,4 mmHg di sistolica in meno.

Nel corso di circa 20 anni di follow-up, inoltre, 13.596 (55%) partecipanti sono stati ricoverati in ospedale o sono deceduti a causa di malattie cardiovascolari. Le persone del gruppo a maggior consumo di potassio presentavano un rischio di eventi cardiovascolari inferiore del 13% rispetto a quelle nel sottogruppo a consumo più basso. Quando uomini e donne sono stati analizzati separatamente, le corrispondenti riduzioni del rischio sono state, rispettivamente, del 7% e dell'11%. In questo caso, la quantità di sale nella dieta non ha influenzato la relazione tra potassio ed eventi cardiovascolari nei due sessi.

Così commenta Liffert Vogt, dell'Amsterdam university medical center, coordinatore dello studio: “I nostri risultati suggeriscono che il potassio aiuta a preservare la salute del cuore, ma che le donne ne beneficiano più degli uomini. La relazione tra potassio ed eventi cardiovascolari sembra indipendente dall'assunzione di sale, suggerendo che il potassio ha altre vie per proteggere il cuore oltre alla capacità di favorire l'escrezione di sodio".

L'Oms raccomanda, per gli adulti, un consumo giornaliero di 3,5 mg di potassio e non più di 2 mg di sodio al giorno. Tra gli alimenti ricchi di potassio: banane, patate dolci, frutta secca, fagioli, piselli, lenticchie, frutti di mare.

Conclude Vogt: “L’industria alimentare potrebbe cominciare a pensare di sostituire il sale standard a base di sodio con un'alternativa a base di potassio negli alimenti trasformati, pur rimanendo prioritario il consiglio di preferire il consumo di alimenti freschi e non trasformati".

Frattura d'anca, le donne vegetariane rischiano di più. Ecco perché

 
 
 
Da un articolo pubblicato su BMC Medicine e firmato dai ricercatori dell'Università di Leeds (Regno Unito) emerge che le donne che seguono una dieta vegetariana hanno un rischio di frattura dell'anca superiore del 33% rispetto alle coetanee che si nutrono di carne.

La ricerca, svolta su oltre 26.000 partecipanti tra 35 e 69 anni al trial britannico Women's Cohort Study, ha analizzato il rischio di frattura dell'anca nelle consumatrici di carne, di pesce e nelle vegetariane, osservando 822 casi di frattura d'anca in circa 20 anni, ossia poco più del 3% della coorte oggetto di studio. E dopo avere aggiustato i dati per eventuali fattori confondenti come il fumo e l'età, gli autori hanno scoperto che le vegetariane erano l'unico gruppo dietetico con un rischio elevato di frattura dell'anca. Spiega il coautore James Webster, dottorando alla School of Food Science and Nutrition di Leeds: «Lo studio evidenzia potenziali preoccupazioni riguardo al rischio di frattura dell'anca nelle donne vegetariane, senza peraltro consigliare di abbandonare la dieta preferita. Come per qualsiasi altra alimentazione, è invece importante comprendere quali nutrienti sono necessari per uno stile di vita sano ed equilibrato». Secondo gli autori, lo studio è uno dei pochi a confrontare il rischio di frattura d'anca derivato dalla dieta vegetariana confrontato con quello di un'alimentazione a base di carne o pesce. «Le diete vegetariane possono variare da persona a persona ed essere sane o malsane, proprio come quelle che includono prodotti animali» scrivono i ricercatori, sottolineando che le diete vegetariane hanno spesso un minor apporto di nutrienti legati alla salute delle ossa e dei muscoli.

«Questo tipo di sostanze, ossia proteine, calcio e altri micronutrienti, è in genere più abbondante nella carne e in altri prodotti animali rispetto alle piante» riprende Webster, spiegando che un ridotto apporto può portare a una riduzione della densità minerale ossea e della massa muscolare, aumentando il rischio di frattura d'anca. «Servono quindi ulteriori studi mirati a una maggiore comprensione dei fattori che nei vegetariani causano l'aumento del rischio fratturativo» concludono gli autori.

BMC Medicine 2022. Doi: 10.1186/s12916-022-02468-0
http://doi.org/10.1186/s12916-022-02468-0
Fico d’India: un concentrato di composti bioattivi dai molteplici effetti
 

Oltre a essere una fonte di vitamine, minerali, fibre, alcuni aminoacidi e acidi grassi interessanti dal punto di vista nutrizionale, l'Opuntia ficus-indica (L.) Mill., detta anche fico d'India, è interessante per i diversi composti bioattivi che contiene. La pianta, originaria del Messico e appartenente alla famiglia delle Cactaceae, ha infatti un frutto e cladodi ricchi di vitamina C, carotenoidi, polifenoli e composti flavonoidi come quercetina, kaempferolo e isorhamnetina.

Uno studio del 2004 ha dimostrato che due settimane di integrazione con 500 g/die di polpa del frutto riducono la perossidazione lipidica, come provato da una diminuzione di quattro volte della malondialdeide e di circa un terzo della 8-epi-Pgf2α, e migliorano lo stato antiossidante in individui sani. 

Stessi risultati ottenuti dieci anni dopo da un gruppo messicano non solo in pazienti sani, ma anche in diabetici di tipo 2. I loro risultati suggeriscono che il fico d’india può anche ridurre l'insulina sierica, la glicemia postprandiale e i picchi indotti dal polipeptide insulinotropico glucosio-dipendente. 

Queste azioni possono giustificare l'interesse per gli estratti di fico d'India preparati utilizzando non solo la polpa ma anche i cladodi, oltre all'importanza di inserire il frutto nella dieta quotidiana. 

Nel 2017 sono state fornite prove di una riduzione anche dello stress ossidativo correlato all'esercizio e al danno muscolare e di un miglioramento delle prestazioni aerobiche, dopo due settimane di integrazione, suggerendo che questa pianta possa essere utilizzata per migliorare la funzione di recupero dopo l'esercizio.

Da allora, i frutti di Opuntia ficus indica sono considerati un ingrediente prezioso per bevande sportive ed energetiche in virtù dell’alto contenuto in calcio, magnesio, potassio, vitamina C e aminoacidi come prolina, glutammina e taurina.

Lo scorso anno, un lavoro italiano ha dimostrato che l’uso di succo contenente Opuntia (50 ml di succo + 120 ml di acqua), rispetto a una soluzione placebo (170 ml di bevanda senza vitamina C e indicaxantina), ha migliorato l'equilibrio redox plasmatico e i parametri di variabilità della frequenza cardiaca a seguito di un test da sforzo massimo, in giovani donne fisicamente attive.

Rispetto al ruolo giocato da questa pianta sul peso corporeo e sul rischio cardiovascolare nel suo complesso, nel 2015 una revisione sistematica e una metanalisi di studi clinici randomizzati ha osservato riduzioni significative dell'indice di massa corporea, della percentuale di grasso corporeo, della pressione arteriosa sistolica e diastolica e del colesterolo totale, concludendo, però, che i pochi studi clinici randomizzati effettuati non consentono conclusioni definitive sugli effetti ponderali. Gli eventi avversi registrati includono intolleranza gastrica e sintomi influenzali.

Interessante anche il tipo di fibre che questa pianta contiene, un mix di insolubili e solubili con un potenziale terapeutico nella sindrome dell’intestino irritabile.

Un recente studio randomizzato e controllato ha utilizzato, su 60 pazienti, una supplementazione di fibra di Opuntia ficus-indica a dosi di 20 e 30 g/die, evidenziando un miglioramento a breve termine dei sintomi dell'Ibs e gettando le basi per uno studio clinico completo di maggiore durata con endpoint sintomatici, fisiologici e microbiologici.

In contemporanea, uno studio italiano randomizzato controllato in doppio cieco ha valutato l'effetto di un estratto standardizzato di cladodi di Opuntia ficus-indica L. e foglie di Olea europaea L. sui sintomi e sulla qualità della vita di cento partecipanti sani con disagi gastroenterici: il gruppo trattato ha sperimentato un miglioramento statisticamente significativo dei sintomi e della qualità di vita. 

Studi in vitro e su linee di cellule Caco-2 del cancro del colon umano con l'estratto acquoso di O. ficus-indicae hanno, infine, messo in luce potenziali attività antitumorale e antinfiammatoria di betanina e indicaxantina presenti nella polpa del frutto. Mancano ancora evidenze in studi in vivo.

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Opuntia ficus-indica (L.) Mill.: a multi-benefit potential to be exploited. Molecules. 2021 Feb 11;26(4):951.
  • Redox and autonomic responses to acute exercise-post recovery following Opuntia ficus-indica juice intake in physically active women. J Int Soc Sports Nutr. 2021 Jun 7;18(1):43.
  • Nopal fiber (Opuntia ficus-indica) improves symptoms in irritable bowel syndrome in the short term: a randomized controlled trial. Neurogastroenterol Motil. 2021 Feb;33(2): e13986.
  • A standardized extract of Opuntia ficus-indica (L.) Mill and Olea europaea L. improves gastrointestinal discomfort: A double-blinded randomized-controlled study. Phytother Res. 2021 Jul;35(7):3756-3768.
  • Opuntia ficus-indica (L.) Miller as a source of bioactivity compounds for health and nutrition. Nat Prod Res. 2018 Sep;32(17):2037-2049.
  • The effect of cactus pear (Opuntia ficus-indica) on body weight and cardiovascular risk factors: a systematic review and meta-analysis of randomized clinical trials. Nutrition. 2015 May;31(5):640-6.
  • Nopal cactus (Opuntia ficus-indica) as a source of bioactive compounds for nutrition, health and disease. Molecules. 2014 Sep 17;19(9):14879-901.

Aggiungere il sale al cibo aumenta il rischio di morte prematura. Ecco le prove più recenti

 
 
 

Secondo uno studio pubblicato sull'European Heart Journal, le persone che aggiungono sale al cibo a tavola corrono un rischio maggiore di morire prematuramente per qualsiasi causa. «Il nostro studio fornisce nuove prove a sostegno delle raccomandazioni per modificare i comportamenti alimentari. È probabile che anche una modesta riduzione dell'assunzione di sodio porti a sostanziali benefici per la salute» spiega Lu Qi, della Tulane University School of Public Health and Tropical Medicine di New Orleans (USA), che ha guidato il gruppo di lavoro.

I ricercatori hanno analizzato i dati di 501.379 persone che partecipavano alla UK Biobank, le quali hanno compilato un questionario al momento del loro ingresso nello studio nel quale era presenta una domanda relativa all'aggiunta di sale ai cibi. Per questa domanda erano possibili diverse risposte: mai/raramente, qualche volta, solitamente, sempre, oppure "preferisco non rispondere". Coloro che hanno scelto l'ultima di queste opzioni (non rispondere) sono stati esclusi dall'analisi. Gli autori hanno seguito i partecipanti per una media di nove anni, adattando le analisi per fattori confondenti come età, sesso, razza, indice di massa corporea (IMC), fumo, assunzione di alcol, attività fisica, dieta e patologie come diabete, cancro e malattie del cuore e dei vasi sanguigni. Oltre a scoprire che aggiungere sempre sale agli alimenti era legato a un rischio più elevato di morte prematura (prima dei 75 anni di età) per tutte le cause e a una riduzione dell'aspettativa di vita, i ricercatori hanno osservato che questi rischi tendevano a ridursi leggermente nelle persone che consumavano quantità più elevate di frutta e verdura, anche se non in maniera significativa. Rispetto ai partecipanti che non aggiungevano mai sale al cibo o lo facevano raramente, quelli che lo avevano sempre aggiunto avevano un rischio maggiore del 28% di morire prematuramente.

I ricercatori affermano che i loro risultati potranno avere diverse implicazioni per la salute pubblica, anche se saranno necessari ulteriori studi per convalidare i risultati prima di formulare raccomandazioni. In un editoriale di accompagnamento, Annika Rosengren, della University of Gothenburg, in Svezia, ricorda tuttavia che l'effetto di una drastica riduzione dell'assunzione di sale rimane controverso. «Date varie indicazioni sul fatto che un apporto molto basso di sodio potrebbe non essere benefico, o addirittura dannoso, è importante distinguere tra raccomandazioni su base individuale e azioni a livello di popolazione» conclude l'editorialista.

European Heart Journal 2022. Doi: 10.1093/eurheartj/ehac208
http://doi.org/10.1093/eurheartj/ehac208

European Heart Journal 2022. Doi: 10.1093/eurheartj/ehac336
https://doi.org/10.1093/eurheartj/ehac336

Un avocado al giorno riduce il colesterolo ma non aiuta a perdere peso

 
 
 
Da uno studio pubblicato sul Journal of the American Heart Association finanziato dall'Hass Avocado Board, il più lungo e con il maggior numero di partecipanti finora svolto sull'argomento, emerge che mangiare un avocado al giorno riduce i livelli del colesterolo malsano ma non aiuta a perdere peso né ha alcuna influenza sul girovita o sul grasso addominale.

«Sebbene non abbiano influito sul peso o sul volume dell'addome, lo studio dimostra che gli avocado possono essere un'aggiunta benefica a una dieta bilanciata» esordisce la coautrice Penny Kris-Etherton, professore di scienze nutrizionali alla Penn State ed esperta di nutrizione cardiovascolare, ricordando che negli ultimi anni alcuni studi su piccole casistiche avevano riscontrato un legame tra consumo di avocado e riduzione del peso corporeo, dell'indice di massa corporea e della circonferenza della vita. Per chiarire l'argomento i ricercatori della Penn State in collaborazione con la Loma Linda University, la Tufts University, l'University of California Los Angeles (UCLA) e la Wake Forest University hanno reclutato oltre mille persone obese o sovrappeso. Per sei mesi a metà dei partecipanti è stato chiesto di mangiare un avocado al giorno, mentre la restante metà ha continuato la consueta alimentazione, limitando il consumo di avocado a meno di due frutti al mese. Gli autori hanno anche valutato la possibile azione da parte dell'avocado sul grasso addominale utilizzando la risonanza magnetica all'inizio e al termine del follow-up. «L'introduzione nella dieta di un avocado al giorno, che in effetti assicura un buon senso di sazietà per i grassi e le fibre che contiene, si associa a una diminuzione di 2,9 milligrammi per decilitro (mg/dL) del colesterolo totale, mentre i livelli di colesterolo cattivo, la frazione LDL, sono diminuiti in media di 2,5 mg/dL» scrivono gli autori.

Joan Sabaté, coautore dello studio e professore di nutrizione ed epidemiologia presso la Loma Linda University School of Public Health, dove dirige il Center for Nutrition, Lifestyle and Disease Prevention, conclude: «All'interno di un'alimentazione variata l'avocado piace, sazia e aiuta a ridurre un po' il colesterolo, ma non ha alcun potere dimagrante».

American Heart Association 2022. Doi: 10.1161/JAHA.122.025657
http://doi.org/10.1161/JAHA.122.025657

Estate: per combattere il caldo idratarsi in modo costante

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Non aspettare di avere sete ma assumere le corrette quantità di acqua nel corso della giornata è fondamentale per rimanere idratati in questi giorni di caldo e afa record. Quando le temperature salgono e la morsa dell’afa non dà tregua, è fondamentale assumere un’adeguata quantità di liquidi per non correre il rischio di disidratarsi.

“Chiunque trascorra diverse ore all’aperto ad alte temperature, dovrebbe ricordarsi di bere non solo acqua, ma anche bevande in grado di sostituire gli elettroliti persi durante la sudorazione”, spiega Alessandro Zanasi, esperto dell’Osservatorio Sanpellegrino e membro della International Stockholm Water Foundation.

E’ sbagliato aspettare di essere assettati per bere acqua, perché uno dei sintomi della disidratazione è proprio la sete, che può essere accompagnata da altri segnali come pelle secca, mal di testa, spossatezza, confusione, irritabilità, crampi muscolari, colpi di calore e, nei casi più gravi, persino da convulsioni e delirio.

Secondo gli esperti durante le giornate più calde, soprattutto se abbiamo in programma un’attività faticosa o vogliamo praticare dello sport, dobbiamo iniziare a idratarci con grande anticipo per consentire al corpo di equilibrare i liquidi che verranno persi con la sudorazione. Inoltre le mascherine “estremamente utili per contrastare la trasmissione del virus da Covid-19, limitano la traspirazione, in particolare nei periodi più caldi. Se si utilizzano nei mesi estivi, è quindi indispensabile idratarsi con maggiore frequenza”, ha aggiunto Zanasi.

Effetti del cioccolato sull’azione delle statine
 
 

Sebbene le interazioni farmaco-cibo siano considerate cruciali per l'efficacia del trattamento in varie malattie, l'effetto degli alimenti sui medicinali è difficile da determinare in modo certo. Per esempio, attualmente non sono praticamente disponibili dati che descrivano le interazioni delle statine con i componenti della dieta: mancano evidenze per quanto riguarda gli effetti additivi, complementari o antagonisti.

Il cioccolato è un'importante fonte di ammine bioattive libere e amminoacidi e ne sono state documentate interazioni con farmaci come antibiotici, alcuni broncodilatatori come la teofillina o, ancora, con inibitori delle Mao.

In uno studio in doppio cieco, 37 pazienti diabetici di tipo 2 in trattamento con statine sono stati assegnati in modo casuale a consumare un cioccolato contenente 2,1 g di esteri di steroli vegetali o a ricevere ezetimibe 10 mg/die per sei settimane. È stato osservato che l'ezetimibe promuove un aumento delle attività della superossido dismutasi e della glutatione reduttasi, mentre gli steroli vegetali no. 

Tra gli individui che hanno mostrato la maggiore riduzione di Ldl e Ldl ossidate, la riduzione di queste ultime osservata tra quanti sottoposti a trattamento con steroli vegetali (-20%) non differiva dai valori riscontrati nei trattati con ezetimibe (-21,1%). Inoltre, 16 pazienti in trattamento con steroli vegetali hanno raggiunto l'obiettivo terapeutico ottimale per le Ldl (<70 mg/dL).

D'altra parte, uno studio parallelo durato un anno, controllato con placebo, su pazienti di sesso femminile con diabete di tipo 2 che consumavano 27 g/die (dose divisa) di cioccolato arricchito di flavonoidi (contenente 850 mg di flavan-3-oli/90 mg di epicatechina) e 100 mg di isoflavoni o placebo ha scoperto che, rispetto al gruppo placebo, l'intervento combinato sui flavonoidi ha comportato riduzioni significative del colesterolo totale.

Il rischio stimato di malattia coronarica a dieci anni è stato ridotto dopo l'intervento con flavonoidi.

Inoltre, vi è un ulteriore vantaggio dei flavonoidi rispetto alla terapia farmacologica standard nella gestione del rischio di malattie cardiovascolari nei pazienti in postmenopausa con diabete mellito di tipo 2. Uno studio del 2013 mirava a valutare gli effetti della terapia con statine a dose ridotta integrata con nutraceutici. Ai pazienti è stato somministrato cioccolato contenente steroli vegetali a 2,2 g/die e tè verde (due bustine/giorno) per sei settimane. Inizialmente, 53 pazienti con diabete di tipo 2 trattati con statine hanno ricevuto un'integrazione di olio di pesce alla dose di 1,7 g/die di Epa e Dha. La supplementazione è stata condotta per 12 settimane: la terapia standard con statine è stata mantenuta per le prime sei settimane e ridotta del 50% dalla settimana 6 in poi. 

Dopo sei settimane di integrazione, il colesterolo Ldl plasmatico è diminuito del 13,7% e la proteina C-reattiva del 35,5%, così come il tasso di assorbimento del colesterolo, ma non la sintesi. 

Nessuna differenza è stata osservata per lipidi plasmatici, infiammazione ed efflusso di colesterolo nella seconda fase dello studio, con una dose ridotta di statine. L'analisi del latosterolo e del campesterolo nel plasma ha suggerito che l'intensità della riduzione del colesterolo Ldl era influenzata dal tasso di assorbimento del colesterolo piuttosto che dalla sua sintesi. Inoltre, nessuna differenza è stata osservata per le particelle di Hdl dopo la riduzione della dose di statine rispetto alla terapia standard.

 Nonostante i limiti dello studio relativi alla piccola dimensione del campione, i ricercatori evidenziano il potenziale di un nuovo approccio terapeutico che combina una dose ridotta di statine e composti specifici nella dieta. 

La farmacocinetica e la farmacodinamica dei farmaci possono essere alterate dalla presenza di macronutrienti come grassi o carboidrati.  I farmaci lipofili vengono, perciò, assorbiti meglio in presenza di grasso. È, quindi, probabile che simvastatina, atorvastatina e lovastatina vengano assorbite meglio dopo aver consumato cioccolato, mentre fluvastatina e pravastatina, a causa della loro natura idrofila, in presenza di vino. 

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Cardiovascular effects of chocolate and wine - Narrative review. Nutrients 2021, 13(12), 4269.
  • Dietary modulators of statin efficacy in cardiovascular disease and cognition. Molecular aspects of medicine. Volume 38, August 2014, Pages 1-53.
  • Effect of food and antacid on simvastatin bioavailability on healthy adult volunteers. J. Health Res. Rev. 2018, 5, 26–32.
  • Effects of food on clinical pharmacokinetics. Clin Pharmacokinet 1999;37:213-55.
  • In vitro bioaccessibility of amino acids and bioactive amines in 70% cocoa dark chocolate: what you eat and what you get. Food Chem. 2021, 343, 128397

 

 
 
 
Ca mammario, la giusta dieta in prevenzione e cura
 
 

Negli ultimi anni la ricerca ha identificato specifici alimenti e nutrienti in grado di avere effetti protettivi sia nella fase di prevenzione sia durante il trattamento farmacologico in caso di Ca mammario. Ne abbiamo parlato, in occasione del Congresso Sifiog (Società italiana fitoterapia e integratori ostetricia e ginecologia) svoltosi di recente a Roma, con Franca Delle Frattespecialista in ginecologia, ostetricia e psichiatria presso l’ospedale Sant'Eugenio e coordinatore clinico del percorso senologico all’ospedale Sandro Pertini della città capitolina. 

D.ssa Delle Fratte, quali sono, innanzitutto, i principali fattori di rischio per questo tipo di tumore?

Il carcinoma della mammella è, in Italia, tra i tumori più diagnosticati nelle donne. I principali fattori di rischio, oltre a una predisposizione genetica, un menarca precoceuna menopausa tardiva, infertilità e non avere allattato al seno, possono essere legati a una non corretta dieta alimentare. Nel 2020, sono state stimate circa 55 mila nuove diagnosi e la sopravvivenza a cinque anni dalla scoperta della malattia è oggi oltre al 91%. 

Quale ruolo gioca la dieta?

Numerosi studi evidenziano come la dieta influenzi lo sviluppo e il trattamento di questa patologia. Si raccomanda, infatti, di seguire uno stile alimentare salutare, basato su un elevato consumo di alimenti vegetali, cereali integrali, carni bianche e pesce. Alcuni alimenti e nutrienti, quali zuccheri semplici, grassi saturi, carni rosse e lavorate, sono considerati fattori negativi, in quanto tendono a far aumentare i livelli circolanti di estrogeni, dell’Igf-1 o Insulin-like growth factor-1 e citochine pro-infiammatorie. Le fibre, alcune vitamine, acidi grassi Omega-3, frutta e verdure svolgono un ruolo protettivo nel ridurre lo stress ossidativo e abbassare lo stato di infiammazione. Frutta e verdura hanno un apporto calorico basso e, quando consumate in buona quantità, ovvero almeno 5 porzioni al giorno tra frutta e verdura e con varietà, alternando quindi il tipo di vegetale consumato, rispettando sempre la stagionalità, rappresentano un’importante fonte di vitamine, sali minerali e altri fitocomposti benefici. I legumi sono una buona fonte proteica e i cereali integrali contribuiscono all’apporto di fibra nella dieta, che regola in senso positivo la flora batterica intestinale. La frutta secca e i semi oleosi sono veri e propri concentrati di micronutrienti e grassi salutari, mentre le erbe aromatiche e le spezie sono utili per arricchire la dieta di sapori naturali. Consumando alimenti di origine vegetale è possibile ridurre il rischio di cancro ma anche sovrappeso e obesità, strettamente correlati con la salute.

Quali consigli, invece, in corso di trattamento?

Le donne sottoposte a trattamenti con farmaci citotossici hanno il 65% di rischio in più di prendere peso, con aumento della massa grassa e perdita di massa muscolare, la cosiddetta obesità sarcopenica. Gli interventi nutrizionali durante le terapie dovrebbero seguire uno schema alimentare a basso indice glicemico, ipocalorico, ipolipidico e ricco di vegetali non amidacei, fibre per circa 30 gr al giorno, semi, olio extra vergine d’oliva, olio di semi di lino, frutta fresca, proteine derivanti per lo più da fonte vegetale, in particolare legumi, pesce ricco di Omega-3, acqua con contenuto di calcio pari a 300 mg/litro. Consigliabili un ridotto/assente consumo di alcool, ed eventuale integrazione di vitamina C, vitamina E, vitamina D, acidi grassi Omega-3.

Nicola Miglino

Avena, il cereale che rivoluzionerà il mercato dei prodotti per celiaci
 
 

È una scoperta destinare a rivoluzione il mercato dei prodotti per celiaci quella pubblicata nei giorni scorsi sulle colonne di Nature. Un gruppo di ricercatori, guidati da Nick Sirijovski, del dipartimento di Chimica dell’Università svedese di Lund, ha infatti sequenziato il genoma dell’avena, svelando come il popolare cereale potrebbe essere adatto alla maggior parte delle persone affette da celiachia e intolleranza al glutine.

La prima sorpresa consiste nella complessità dell’architettura genica: una struttura a mosaico per 80mila geni racchiusi in sei set di cromosomi (quello umano ne contiene 20mila in due set di cromosomi).

Altra scoperta rilevante è che l’avena possiede molti meno geni che codificano per le proteine che formano il glutine rispetto a quanto non avvenga per grano e orzoe quei pochi che contiene sono anche espressi in misura minore, quando non silenti. Di conseguenza, vi sono meno sequenze proteiche in grado di scatenare allergie e intolleranze alimentari. Rispetto ad altri cereali, inoltre, l'avena contiene anche una percentuale molto più alta di beta-glucani e di vari tipi di fibre.

L'avena non è, però, interessante solo per i suoi benefici per la salute. Come sottolineato dagli Autori, la sua coltivazione richiede anche meno trattamenti con insetticidi, fungicidi o fertilizzanti rispetto ad altri cereali, un aspetto di sostenibilità ambientale che potrebbe favorirne la produzione, in relazione alla crescente domanda di proteine di origine vegetale.

Così concludono: “La preoccupazione che l’avena potesse contenere proteine ​​​​simili al glutine ha determinato la sua esclusione dalle diete per celiaci. I risultati di questo studio ci dicono che i geni che codificano per le proteine che formano glutine sono rari, espressi a bassi livelli e con minor capacità allergenica. Queste caratteristiche rendono l’avena molto simile al riso, alimento sicuro per i celiaci”.

Nicola Miglino

Pesce in scatola protegge da ca colon-rettale. Studio Mario Negri-Statale di Milano
 
 

Il consumo di pesce in scatola riduce di oltre il 30% il rischio di insorgenza di tumore del colon-retto. A segnalarlo, uno studio, condotto dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs di Milano, nell’ambito delle attività dell’Italian institute for planetary health (Iiph, società consortile nata nel 2019 tra il Mario Negri e l’Università Cattolica del Sacro Cuore), in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, i cui risultati sono stati pubblicati su Nutrients.

“La ricerca ha analizzato i dati di due studi caso-controllo che, grazie al sostegno di Fondazione Airc, sono stati condotti tra il 1992 e il 2010 in diverse aree italiane, coinvolgendo un totale di 2.419 pazienti con diagnosi di tumore al colon-retto e 4.723 controlli non affetti dal tumore”, precisa Carlo La Vecchia, docente di Epidemiologia all'Università degli Studi di Milano. “I risultati ottenuti hanno messo in evidenza una riduzione del 34% circa del rischio di insorgenza di cancro del colon retto in chi soggetti che consuma almeno due porzioni alla settimana di pesce in scatola sott’olio, pari a 80 grammi ciascuna”.

La riduzione del rischio è confermata anche nel caso che il tumore del colon e quello del retto vengano considerati separatamente. “È possibile che i benefici siano collegati al contenuto di acidi grassi omega-3 o ad altri nutrienti presenti nel pesce stesso come, per esempio, il selenio, piuttosto che alla presenza dell’olio d’oliva”, aggiunge Barbara D’Avanzo, ricercatrice del Dipartimento di politiche per la salute delI’Istituto Mario Negri.

Secondo Carlotta Franchi, ricercatrice del dipartimento di politiche per la salute del Mario Negri e coordinatrice scientifica di Iiph “i risultati emersi dallo studio sono un ulteriore passo avanti per sostenere che il consumo di pesce in scatola sott’olio può essere incluso all’interno di una dieta sana ed equilibrata, essendo minimamente processato, perché cotto a vapore, pulito, messo sott’olio e inscatolato senza conservanti. Le implicazioni per la salute pubblica possono essere molto rilevanti. Parliamo infatti di un tumore che presenta elevata incidenza e alta mortalità, sia nei Paesi ad alto reddito che in quelli a basso e medio reddito e di un alimento sempre più consumato, grazie alla sua praticità e la sua accessibilità economica”.

Così conclude Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri e vicepresidente Iiph: “La ricerca è un esempio concreto delle attività che stiamo conducendo con l’Italian institute for planetary health che, tra i suoi obiettivi, si propone di valutare il ruolo che gli alimenti hanno nella prevenzione delle patologie”.

Nicola Miglino

Tumore colon retto: il consumo di pesce in scatola riduce di oltre il 30% il rischio di insorgenza

 
Pubblicati sulla rivista "Nutrients" i risultati di uno studio condotto dall'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, nell'ambito delle attività dell'Italian Institute for Planetary Health (IIPH), in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano che studia per la prima volta l'effetto del pesce in scatola rispetto a quello fresco nel prevenire in cancro al colon-retto.

Nello studio è stato valutato l'effetto del consumo di pesce in scatola separatamente da quello di pesce fresco sul rischio di tumore al colon-retto. Lo studio è stato condotto nell'ambito delle attività dell'Italian Institute for Planetary Health, in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano. I risultati ottenuti hanno messo in evidenza una riduzione del 34% circa del rischio di insorgenza di questo tipo di tumore nei soggetti che consumavano almeno due porzioni alla settimana di pesce in scatola sott'olio (pari a 80 grammi ciascuna).
L'Italian Institute for Planetary Health (IIPH) - è una società consortile nata nel 2019 dalla collaborazione tra l'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

"La ricerca - precisa Carlo La Vecchia, docente di Epidemiologia all'Università degli Studi di Milano - ha analizzato i dati di due studi caso-controllo che, grazie al sostegno di Fondazione AIRC, sono stati condotti tra il 1992 e il 2010 in diverse aree italiane, coinvolgendo un totale di 2.419 pazienti con diagnosi di tumore al colon-retto e 4.723 controlli non affetti dal tumore".

"La riduzione del rischio di insorgenza - aggiunge Barbara D'Avanzo, ricercatrice del Dipartimento di politiche per la salute delI'Istituto Mario Negri - è confermata anche nel caso che il tumore del colon e quello del retto vengano considerati separatamente. È possibile che i benefici siano collegati al contenuto di acidi grassi omega-3 o ad altri nutrienti presenti nel pesce stesso".

"I risultati emersi dallo studio - spiega Carlotta Franchi, ricercatrice del Dipartimento di politiche per la salute dell'Istituto Mario Negri e coordinatrice scientifica di IIPH - sono un ulteriore passo avanti per sostenere che il consumo di pesce in scatola sott'olio può essere incluso all'interno di una dieta sana ed equilibrata, essendo minimamente processato, perché cotto a vapore, pulito, messo sott'olio e inscatolato senza conservanti. Le implicazioni per la salute pubblica possono essere molto rilevanti. Parliamo infatti di un tumore che presenta elevata incidenza e alta mortalità, sia nei Paesi ad alto reddito che in quelli a basso e medio reddito, e di un alimento sempre più consumato, grazie alla sua praticità e la sua accessibilità economica".

"Questo - conclude Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto Mario Negri e vicepresidente di IIPH - è un esempio concreto delle attività che stiamo conducendo con l'Italian Institute for Planetary Health (IIPH) che, tra i suoi obiettivi, si propone di valutare il ruolo che gli alimenti hanno nella prevenzione delle patologie".

 

Chi beve caffe ha un rischio più basso di mortalità

 
 
 
Un consumo moderato di caffè, zuccherato o meno, si associa a un minor rischio di mortalità, rispetto al non berlo affatto. È quanto suggerisce uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, che ha mostrato invece risultati meno chiari in merito al caffè contenente dolcificanti artificiali.

«Studi osservazionali precedenti hanno suggerito un'associazione tra il consumo di caffè e un rischio ridotto di decesso, ma non facevano distinzione tra il caffè consumato con o senza zucchero o dolcificanti artificiali» spiegano i ricercatori. In particolare, nello studio sono stati analizzati i dati di oltre 171.000 partecipanti al UK Biobank, senza malattia cardiovascolare o cancro al basale, che avevano completato un questionario sull'alimentazione delle 24 ore precedenti. In un follow-up mediano di 7 anni, sono stati registrati 3.177 decessi. Le analisi hanno mostrato un'associazione a U tra il caffè, con o senza zucchero, e la mortalità. Dopo aver aggiustato per fattori legati allo stile di vita, sociodemografici e clinici, le persone che bevevano caffè senza zucchero, in diverse quantità, avevano un rischio più basso di mortalità per tutte le cause rispetto a quelle che non consumavano la bevanda. Un risultato simile è stato osservato per i partecipanti che aggiungevano zucchero al proprio caffè (un cucchiaino). Il rischio più basso è stato riscontrato, nel caso del caffè amaro, tra gli individui che ne consumavano circa 3 tazze al giorno, mentre tra i bevitori di caffè con lo zucchero, il rischio minore era quello di chi ne consumava circa 2 tazze. Poco convincenti invece i risultati sul consumo di caffè con dolcificanti artificiali. Gli autori di un editoriale correlato fanno notare la possibilità che i risultati siano stati influenzati da alcune variabili, come la difficoltà di misurare le differenze relative a stato socioeconomico o alimentazione, e che i dati sul consumo di caffè, oltre a risalire a 10 anni fa, sono ricavati da un paese dove il tè è una bevanda "in competizione" con il caffè. Inoltre, la quantità di zucchero aggiunta riportata dai partecipanti era molto più bassa di quella aggiunta in alcune bevande al caffè di una nota catena statunitense.

«Sebbene non possiamo concludere in via definitiva che bere caffè riduca il rischio di mortalità, l'insieme delle prove non indica la necessità di eliminare il caffè per la maggior parte dei consumatori, soprattutto per quelli che lo bevono senza o con una modesta quantità di zucchero» si legge nell'editoriale.

Annals of Internal Medicine 2022. Doi: 10.7326/M21-2977
https://doi.org/10.7326/M21-2977

 

 

 ALLERGIE ALIMENTARI NON IGe MEDIATE

   
 


Secondo dati epidemiologici le allergie alimentari interessano il 5% dei bambini di età inferiore a tre anni e circa il 4% della popolazione adulta. Nella popolazione generale il concetto di allergia alimentare risulta molto più diffuso (circa il 20% della popolazione ritiene di esserne affetta); tuttavia, nella maggior parte dei casi sono allergie “percepite” e non reali, tant’è che i dati di autovalutazione, che riportano un’incidenza compresa tra il 12,4% e il 25%, sarebbero confermati da test solo nell’1,5-3,5% dei casi (1).

 

Allergia, intolleranza o “ipersensibilità” alimentare?

 

Esiste ancora molta confusione sul tema delle reazioni avverse agli alimenti, che spesso vengono definite indistintamente come allergie. Queste ultime, in realtà, sono espressione di una risposta abnorme del sistema immunitario nei confronti di un alimento innocuo ma potenzialmente dannoso per alcuni soggetti predisposti. I sintomi tipici delle allergie alimentari si manifestano qualche minuto o, al massimo, qualche ora dopo l’assunzione dell’alimento responsabile (2). La definizione di intolleranza alimentare, invece, è riferita a reazioni avverse agli alimenti che si manifestano da qualche ora a qualche giorno dopo la loro assunzione e, a differenza delle allergie alimentari, non sono legate alla produzione di una classe particolare di anticorpi IgE (responsabili delle reazioni allergiche) (3,4).

La nomenclatura proposta dall'Accademia Europea di Allergologia e Immunologia Clinica (EAACI) nel 2001 classifica le reazioni avverse agli alimenti in reazioni tossiche (che si verificano in tutti gli individui) e reazioni non tossiche (ipersensibilità) che si verificano in pochi individui a una dose tollerata da un soggetto normale. Le ipersensibilità comprendono tutte le reazioni che danno luogo a sintomi oggettivi e riproducibili, secondari all'esposizione a uno stimolo e a una dose tollerata da un soggetto normale (5). Le ipersensibilità alimentari sono ulteriormente classificate in ipersensibilità immunomediate e non immunomediate. Le prime, inoltre, comportano meccanismi IgE-dipendenti o non IgE-dipendenti che coinvolgono altre classi di anticorpi (6).

 

 

 

Meccanismi non igE-mediati: il ruolo delle immunoglobuline G

 

Nelle allergie alimentari non IgE mediate gli effettori possono essere IgG o cellule quali linfociti ed eosinofili (7). Secondo la classificazione di Gell e Coombs, a tal proposito, le ipersensibilità immunologiche sono state divise in 4 gruppi in base alle immunoglobuline e alle cellule coinvolte (8). Secondo questa classificazione le IgG svolgono un ruolo nell'ipersensibilità di tipo II (nel caso delle citopenie immunoallergiche) e nell'ipersensibilità di tipo III che coinvolge immunocomplessi. In queste malattie, gli anticorpi effettori di classe IgG causano danni patologici attraverso l'attivazione delle proteine del complemento o tramite cellule fagocitiche con recettori per le IgG, attivate da immunocomplessi, tant’è che negli anni ‘60-‘70 diversi autori hanno cercato immunocomplessi circolanti formati da IgG o IgE e antigeni alimentari in diverse malattie in cui si sospettava un legame con reazioni avverse agli alimenti (7). Dalla fine degli anni '90, diversi autori si sono dedicati all'indagine sulle IgG anti-alimentari rispetto ad alcune malattie in cui è stato osservato un miglioramento dei sintomi in seguito all'evitamento di determinati alimenti (9). Inoltre, sono state descritte correlazioni positive tra le IgG anti-alimentari e varie malattie come la sindrome dell'intestino irritabile (IBS), alcune malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD), emicrania, artrite reumatoide (RA), malattia di Crohn, fibromialgia (FM), sindrome da stanchezza cronica (CFS) e obesità (10).

 

Contenuto realizzato con il contributo non condizionante di R-Biopharm

 

 

 

 

 

Riferimenti
1. Böhn, L., Störsrud, S., Törnblom, H., Bengtsson, U., & Simrén, M. (2013). Self-reported food-related gastrointestinal symptoms in IBS are common and associated with more severe symptoms and reduced quality of life. Official journal of the American College of Gastroenterology| ACG, 108(5), 634-641.
2. Zopf, Y., Hahn, E. G., Raithel, M., Baenkler, H. W., & Silbermann, A. (2009). The differential diagnosis of food intolerance. Deutsches Ärzteblatt International, 106(21), 359.
3. Lomer, M. C. E. (2015). The aetiology, diagnosis, mechanisms and clinical evidence for food intolerance. Alimentary pharmacology & therapeutics, 41(3), 262-275.
4. Patriarca, G., Schiavino, D., Pecora, V., Lombardo, C., Pollastrini, E., Aruanno, A., ... & Nucera, E. (2009). Food allergy and food intolerance: diagnosis and treatment. Internal and emergency medicine, 4(1), 11-24.
5. Johansson, S. G. O., Hourihane, J. B., Bousquet, J., Bruijnzeel
Koomen, C., Dreborg, S., Haahtela, T., ... & Wüthrich, B. (2001). A revised nomenclature for allergy: an EAACI position statement from the EAACI nomenclature task force. Allergy, 56(9), 813-824.
6. Carruthers, M. N., Khosroshahi, A., Augustin, T., Deshpande, V., & Stone, J. H. (2015). The diagnostic utility of serum IgG4 concentrations in IgG4-related disease. Annals of the rheumatic diseases, 74(1), 14-18.
7. Chabane, H., Doyen, V., Bienvenu, F., Adel-Patient, K., Vitte, J., Mariotte, D., & Bienvenu, J. (2018). Les dosages d’IgG anti-aliments: méthodes et pertinence clinique des résultats. Position du groupe de travail de biologie de la Société française d’allergologie. Revue Française d'Allergologie, 58(4), 334-357.
8. Boschiero, D., & Semenzato, A. (2007). Allergie, ipersensibilità, reazioni avverse ai cibi,“intolleranze” Alterazioni della risposta immunitaria e del metabolismo.
9. Isolauri, E., Rautava, S., & Kalliomäki, M. (2004). Food allergy in irritable bowel syndrome: new facts and old fallacies. Gut, 53(10), 1391-1393.
10. Wilders-Truschnig, M., Mangge, H., Lieners, C., Gruber, H. J., Mayer, C., & März, W. (2008). IgG antibodies against food antigens are correlated with inflammation and intima media thickness in obese juveniles. Experimental and clinical endocrinology & diabetes, 116(04), 241-245.