Ca mammario, la giusta dieta in prevenzione e cura
 
 

Negli ultimi anni la ricerca ha identificato specifici alimenti e nutrienti in grado di avere effetti protettivi sia nella fase di prevenzione sia durante il trattamento farmacologico in caso di Ca mammario. Ne abbiamo parlato, in occasione del Congresso Sifiog (Società italiana fitoterapia e integratori ostetricia e ginecologia) svoltosi di recente a Roma, con Franca Delle Frattespecialista in ginecologia, ostetricia e psichiatria presso l’ospedale Sant'Eugenio e coordinatore clinico del percorso senologico all’ospedale Sandro Pertini della città capitolina. 

D.ssa Delle Fratte, quali sono, innanzitutto, i principali fattori di rischio per questo tipo di tumore?

Il carcinoma della mammella è, in Italia, tra i tumori più diagnosticati nelle donne. I principali fattori di rischio, oltre a una predisposizione genetica, un menarca precoceuna menopausa tardiva, infertilità e non avere allattato al seno, possono essere legati a una non corretta dieta alimentare. Nel 2020, sono state stimate circa 55 mila nuove diagnosi e la sopravvivenza a cinque anni dalla scoperta della malattia è oggi oltre al 91%. 

Quale ruolo gioca la dieta?

Numerosi studi evidenziano come la dieta influenzi lo sviluppo e il trattamento di questa patologia. Si raccomanda, infatti, di seguire uno stile alimentare salutare, basato su un elevato consumo di alimenti vegetali, cereali integrali, carni bianche e pesce. Alcuni alimenti e nutrienti, quali zuccheri semplici, grassi saturi, carni rosse e lavorate, sono considerati fattori negativi, in quanto tendono a far aumentare i livelli circolanti di estrogeni, dell’Igf-1 o Insulin-like growth factor-1 e citochine pro-infiammatorie. Le fibre, alcune vitamine, acidi grassi Omega-3, frutta e verdure svolgono un ruolo protettivo nel ridurre lo stress ossidativo e abbassare lo stato di infiammazione. Frutta e verdura hanno un apporto calorico basso e, quando consumate in buona quantità, ovvero almeno 5 porzioni al giorno tra frutta e verdura e con varietà, alternando quindi il tipo di vegetale consumato, rispettando sempre la stagionalità, rappresentano un’importante fonte di vitamine, sali minerali e altri fitocomposti benefici. I legumi sono una buona fonte proteica e i cereali integrali contribuiscono all’apporto di fibra nella dieta, che regola in senso positivo la flora batterica intestinale. La frutta secca e i semi oleosi sono veri e propri concentrati di micronutrienti e grassi salutari, mentre le erbe aromatiche e le spezie sono utili per arricchire la dieta di sapori naturali. Consumando alimenti di origine vegetale è possibile ridurre il rischio di cancro ma anche sovrappeso e obesità, strettamente correlati con la salute.

Quali consigli, invece, in corso di trattamento?

Le donne sottoposte a trattamenti con farmaci citotossici hanno il 65% di rischio in più di prendere peso, con aumento della massa grassa e perdita di massa muscolare, la cosiddetta obesità sarcopenica. Gli interventi nutrizionali durante le terapie dovrebbero seguire uno schema alimentare a basso indice glicemico, ipocalorico, ipolipidico e ricco di vegetali non amidacei, fibre per circa 30 gr al giorno, semi, olio extra vergine d’oliva, olio di semi di lino, frutta fresca, proteine derivanti per lo più da fonte vegetale, in particolare legumi, pesce ricco di Omega-3, acqua con contenuto di calcio pari a 300 mg/litro. Consigliabili un ridotto/assente consumo di alcool, ed eventuale integrazione di vitamina C, vitamina E, vitamina D, acidi grassi Omega-3.

Nicola Miglino

Avena, il cereale che rivoluzionerà il mercato dei prodotti per celiaci
 
 

È una scoperta destinare a rivoluzione il mercato dei prodotti per celiaci quella pubblicata nei giorni scorsi sulle colonne di Nature. Un gruppo di ricercatori, guidati da Nick Sirijovski, del dipartimento di Chimica dell’Università svedese di Lund, ha infatti sequenziato il genoma dell’avena, svelando come il popolare cereale potrebbe essere adatto alla maggior parte delle persone affette da celiachia e intolleranza al glutine.

La prima sorpresa consiste nella complessità dell’architettura genica: una struttura a mosaico per 80mila geni racchiusi in sei set di cromosomi (quello umano ne contiene 20mila in due set di cromosomi).

Altra scoperta rilevante è che l’avena possiede molti meno geni che codificano per le proteine che formano il glutine rispetto a quanto non avvenga per grano e orzoe quei pochi che contiene sono anche espressi in misura minore, quando non silenti. Di conseguenza, vi sono meno sequenze proteiche in grado di scatenare allergie e intolleranze alimentari. Rispetto ad altri cereali, inoltre, l'avena contiene anche una percentuale molto più alta di beta-glucani e di vari tipi di fibre.

L'avena non è, però, interessante solo per i suoi benefici per la salute. Come sottolineato dagli Autori, la sua coltivazione richiede anche meno trattamenti con insetticidi, fungicidi o fertilizzanti rispetto ad altri cereali, un aspetto di sostenibilità ambientale che potrebbe favorirne la produzione, in relazione alla crescente domanda di proteine di origine vegetale.

Così concludono: “La preoccupazione che l’avena potesse contenere proteine ​​​​simili al glutine ha determinato la sua esclusione dalle diete per celiaci. I risultati di questo studio ci dicono che i geni che codificano per le proteine che formano glutine sono rari, espressi a bassi livelli e con minor capacità allergenica. Queste caratteristiche rendono l’avena molto simile al riso, alimento sicuro per i celiaci”.

Nicola Miglino

Pesce in scatola protegge da ca colon-rettale. Studio Mario Negri-Statale di Milano
 
 

Il consumo di pesce in scatola riduce di oltre il 30% il rischio di insorgenza di tumore del colon-retto. A segnalarlo, uno studio, condotto dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs di Milano, nell’ambito delle attività dell’Italian institute for planetary health (Iiph, società consortile nata nel 2019 tra il Mario Negri e l’Università Cattolica del Sacro Cuore), in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, i cui risultati sono stati pubblicati su Nutrients.

“La ricerca ha analizzato i dati di due studi caso-controllo che, grazie al sostegno di Fondazione Airc, sono stati condotti tra il 1992 e il 2010 in diverse aree italiane, coinvolgendo un totale di 2.419 pazienti con diagnosi di tumore al colon-retto e 4.723 controlli non affetti dal tumore”, precisa Carlo La Vecchia, docente di Epidemiologia all'Università degli Studi di Milano. “I risultati ottenuti hanno messo in evidenza una riduzione del 34% circa del rischio di insorgenza di cancro del colon retto in chi soggetti che consuma almeno due porzioni alla settimana di pesce in scatola sott’olio, pari a 80 grammi ciascuna”.

La riduzione del rischio è confermata anche nel caso che il tumore del colon e quello del retto vengano considerati separatamente. “È possibile che i benefici siano collegati al contenuto di acidi grassi omega-3 o ad altri nutrienti presenti nel pesce stesso come, per esempio, il selenio, piuttosto che alla presenza dell’olio d’oliva”, aggiunge Barbara D’Avanzo, ricercatrice del Dipartimento di politiche per la salute delI’Istituto Mario Negri.

Secondo Carlotta Franchi, ricercatrice del dipartimento di politiche per la salute del Mario Negri e coordinatrice scientifica di Iiph “i risultati emersi dallo studio sono un ulteriore passo avanti per sostenere che il consumo di pesce in scatola sott’olio può essere incluso all’interno di una dieta sana ed equilibrata, essendo minimamente processato, perché cotto a vapore, pulito, messo sott’olio e inscatolato senza conservanti. Le implicazioni per la salute pubblica possono essere molto rilevanti. Parliamo infatti di un tumore che presenta elevata incidenza e alta mortalità, sia nei Paesi ad alto reddito che in quelli a basso e medio reddito e di un alimento sempre più consumato, grazie alla sua praticità e la sua accessibilità economica”.

Così conclude Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri e vicepresidente Iiph: “La ricerca è un esempio concreto delle attività che stiamo conducendo con l’Italian institute for planetary health che, tra i suoi obiettivi, si propone di valutare il ruolo che gli alimenti hanno nella prevenzione delle patologie”.

Nicola Miglino

Tumore colon retto: il consumo di pesce in scatola riduce di oltre il 30% il rischio di insorgenza

 
Pubblicati sulla rivista "Nutrients" i risultati di uno studio condotto dall'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, nell'ambito delle attività dell'Italian Institute for Planetary Health (IIPH), in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano che studia per la prima volta l'effetto del pesce in scatola rispetto a quello fresco nel prevenire in cancro al colon-retto.

Nello studio è stato valutato l'effetto del consumo di pesce in scatola separatamente da quello di pesce fresco sul rischio di tumore al colon-retto. Lo studio è stato condotto nell'ambito delle attività dell'Italian Institute for Planetary Health, in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano. I risultati ottenuti hanno messo in evidenza una riduzione del 34% circa del rischio di insorgenza di questo tipo di tumore nei soggetti che consumavano almeno due porzioni alla settimana di pesce in scatola sott'olio (pari a 80 grammi ciascuna).
L'Italian Institute for Planetary Health (IIPH) - è una società consortile nata nel 2019 dalla collaborazione tra l'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

"La ricerca - precisa Carlo La Vecchia, docente di Epidemiologia all'Università degli Studi di Milano - ha analizzato i dati di due studi caso-controllo che, grazie al sostegno di Fondazione AIRC, sono stati condotti tra il 1992 e il 2010 in diverse aree italiane, coinvolgendo un totale di 2.419 pazienti con diagnosi di tumore al colon-retto e 4.723 controlli non affetti dal tumore".

"La riduzione del rischio di insorgenza - aggiunge Barbara D'Avanzo, ricercatrice del Dipartimento di politiche per la salute delI'Istituto Mario Negri - è confermata anche nel caso che il tumore del colon e quello del retto vengano considerati separatamente. È possibile che i benefici siano collegati al contenuto di acidi grassi omega-3 o ad altri nutrienti presenti nel pesce stesso".

"I risultati emersi dallo studio - spiega Carlotta Franchi, ricercatrice del Dipartimento di politiche per la salute dell'Istituto Mario Negri e coordinatrice scientifica di IIPH - sono un ulteriore passo avanti per sostenere che il consumo di pesce in scatola sott'olio può essere incluso all'interno di una dieta sana ed equilibrata, essendo minimamente processato, perché cotto a vapore, pulito, messo sott'olio e inscatolato senza conservanti. Le implicazioni per la salute pubblica possono essere molto rilevanti. Parliamo infatti di un tumore che presenta elevata incidenza e alta mortalità, sia nei Paesi ad alto reddito che in quelli a basso e medio reddito, e di un alimento sempre più consumato, grazie alla sua praticità e la sua accessibilità economica".

"Questo - conclude Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto Mario Negri e vicepresidente di IIPH - è un esempio concreto delle attività che stiamo conducendo con l'Italian Institute for Planetary Health (IIPH) che, tra i suoi obiettivi, si propone di valutare il ruolo che gli alimenti hanno nella prevenzione delle patologie".

 

Chi beve caffe ha un rischio più basso di mortalità

 
 
 
Un consumo moderato di caffè, zuccherato o meno, si associa a un minor rischio di mortalità, rispetto al non berlo affatto. È quanto suggerisce uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, che ha mostrato invece risultati meno chiari in merito al caffè contenente dolcificanti artificiali.

«Studi osservazionali precedenti hanno suggerito un'associazione tra il consumo di caffè e un rischio ridotto di decesso, ma non facevano distinzione tra il caffè consumato con o senza zucchero o dolcificanti artificiali» spiegano i ricercatori. In particolare, nello studio sono stati analizzati i dati di oltre 171.000 partecipanti al UK Biobank, senza malattia cardiovascolare o cancro al basale, che avevano completato un questionario sull'alimentazione delle 24 ore precedenti. In un follow-up mediano di 7 anni, sono stati registrati 3.177 decessi. Le analisi hanno mostrato un'associazione a U tra il caffè, con o senza zucchero, e la mortalità. Dopo aver aggiustato per fattori legati allo stile di vita, sociodemografici e clinici, le persone che bevevano caffè senza zucchero, in diverse quantità, avevano un rischio più basso di mortalità per tutte le cause rispetto a quelle che non consumavano la bevanda. Un risultato simile è stato osservato per i partecipanti che aggiungevano zucchero al proprio caffè (un cucchiaino). Il rischio più basso è stato riscontrato, nel caso del caffè amaro, tra gli individui che ne consumavano circa 3 tazze al giorno, mentre tra i bevitori di caffè con lo zucchero, il rischio minore era quello di chi ne consumava circa 2 tazze. Poco convincenti invece i risultati sul consumo di caffè con dolcificanti artificiali. Gli autori di un editoriale correlato fanno notare la possibilità che i risultati siano stati influenzati da alcune variabili, come la difficoltà di misurare le differenze relative a stato socioeconomico o alimentazione, e che i dati sul consumo di caffè, oltre a risalire a 10 anni fa, sono ricavati da un paese dove il tè è una bevanda "in competizione" con il caffè. Inoltre, la quantità di zucchero aggiunta riportata dai partecipanti era molto più bassa di quella aggiunta in alcune bevande al caffè di una nota catena statunitense.

«Sebbene non possiamo concludere in via definitiva che bere caffè riduca il rischio di mortalità, l'insieme delle prove non indica la necessità di eliminare il caffè per la maggior parte dei consumatori, soprattutto per quelli che lo bevono senza o con una modesta quantità di zucchero» si legge nell'editoriale.

Annals of Internal Medicine 2022. Doi: 10.7326/M21-2977
https://doi.org/10.7326/M21-2977

 

 

 ALLERGIE ALIMENTARI NON IGe MEDIATE

   
 


Secondo dati epidemiologici le allergie alimentari interessano il 5% dei bambini di età inferiore a tre anni e circa il 4% della popolazione adulta. Nella popolazione generale il concetto di allergia alimentare risulta molto più diffuso (circa il 20% della popolazione ritiene di esserne affetta); tuttavia, nella maggior parte dei casi sono allergie “percepite” e non reali, tant’è che i dati di autovalutazione, che riportano un’incidenza compresa tra il 12,4% e il 25%, sarebbero confermati da test solo nell’1,5-3,5% dei casi (1).

 

Allergia, intolleranza o “ipersensibilità” alimentare?

 

Esiste ancora molta confusione sul tema delle reazioni avverse agli alimenti, che spesso vengono definite indistintamente come allergie. Queste ultime, in realtà, sono espressione di una risposta abnorme del sistema immunitario nei confronti di un alimento innocuo ma potenzialmente dannoso per alcuni soggetti predisposti. I sintomi tipici delle allergie alimentari si manifestano qualche minuto o, al massimo, qualche ora dopo l’assunzione dell’alimento responsabile (2). La definizione di intolleranza alimentare, invece, è riferita a reazioni avverse agli alimenti che si manifestano da qualche ora a qualche giorno dopo la loro assunzione e, a differenza delle allergie alimentari, non sono legate alla produzione di una classe particolare di anticorpi IgE (responsabili delle reazioni allergiche) (3,4).

La nomenclatura proposta dall'Accademia Europea di Allergologia e Immunologia Clinica (EAACI) nel 2001 classifica le reazioni avverse agli alimenti in reazioni tossiche (che si verificano in tutti gli individui) e reazioni non tossiche (ipersensibilità) che si verificano in pochi individui a una dose tollerata da un soggetto normale. Le ipersensibilità comprendono tutte le reazioni che danno luogo a sintomi oggettivi e riproducibili, secondari all'esposizione a uno stimolo e a una dose tollerata da un soggetto normale (5). Le ipersensibilità alimentari sono ulteriormente classificate in ipersensibilità immunomediate e non immunomediate. Le prime, inoltre, comportano meccanismi IgE-dipendenti o non IgE-dipendenti che coinvolgono altre classi di anticorpi (6).

 

 

 

Meccanismi non igE-mediati: il ruolo delle immunoglobuline G

 

Nelle allergie alimentari non IgE mediate gli effettori possono essere IgG o cellule quali linfociti ed eosinofili (7). Secondo la classificazione di Gell e Coombs, a tal proposito, le ipersensibilità immunologiche sono state divise in 4 gruppi in base alle immunoglobuline e alle cellule coinvolte (8). Secondo questa classificazione le IgG svolgono un ruolo nell'ipersensibilità di tipo II (nel caso delle citopenie immunoallergiche) e nell'ipersensibilità di tipo III che coinvolge immunocomplessi. In queste malattie, gli anticorpi effettori di classe IgG causano danni patologici attraverso l'attivazione delle proteine del complemento o tramite cellule fagocitiche con recettori per le IgG, attivate da immunocomplessi, tant’è che negli anni ‘60-‘70 diversi autori hanno cercato immunocomplessi circolanti formati da IgG o IgE e antigeni alimentari in diverse malattie in cui si sospettava un legame con reazioni avverse agli alimenti (7). Dalla fine degli anni '90, diversi autori si sono dedicati all'indagine sulle IgG anti-alimentari rispetto ad alcune malattie in cui è stato osservato un miglioramento dei sintomi in seguito all'evitamento di determinati alimenti (9). Inoltre, sono state descritte correlazioni positive tra le IgG anti-alimentari e varie malattie come la sindrome dell'intestino irritabile (IBS), alcune malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD), emicrania, artrite reumatoide (RA), malattia di Crohn, fibromialgia (FM), sindrome da stanchezza cronica (CFS) e obesità (10).

 

Contenuto realizzato con il contributo non condizionante di R-Biopharm

 

 

 

 

 

Riferimenti
1. Böhn, L., Störsrud, S., Törnblom, H., Bengtsson, U., & Simrén, M. (2013). Self-reported food-related gastrointestinal symptoms in IBS are common and associated with more severe symptoms and reduced quality of life. Official journal of the American College of Gastroenterology| ACG, 108(5), 634-641.
2. Zopf, Y., Hahn, E. G., Raithel, M., Baenkler, H. W., & Silbermann, A. (2009). The differential diagnosis of food intolerance. Deutsches Ärzteblatt International, 106(21), 359.
3. Lomer, M. C. E. (2015). The aetiology, diagnosis, mechanisms and clinical evidence for food intolerance. Alimentary pharmacology & therapeutics, 41(3), 262-275.
4. Patriarca, G., Schiavino, D., Pecora, V., Lombardo, C., Pollastrini, E., Aruanno, A., ... & Nucera, E. (2009). Food allergy and food intolerance: diagnosis and treatment. Internal and emergency medicine, 4(1), 11-24.
5. Johansson, S. G. O., Hourihane, J. B., Bousquet, J., Bruijnzeel
Koomen, C., Dreborg, S., Haahtela, T., ... & Wüthrich, B. (2001). A revised nomenclature for allergy: an EAACI position statement from the EAACI nomenclature task force. Allergy, 56(9), 813-824.
6. Carruthers, M. N., Khosroshahi, A., Augustin, T., Deshpande, V., & Stone, J. H. (2015). The diagnostic utility of serum IgG4 concentrations in IgG4-related disease. Annals of the rheumatic diseases, 74(1), 14-18.
7. Chabane, H., Doyen, V., Bienvenu, F., Adel-Patient, K., Vitte, J., Mariotte, D., & Bienvenu, J. (2018). Les dosages d’IgG anti-aliments: méthodes et pertinence clinique des résultats. Position du groupe de travail de biologie de la Société française d’allergologie. Revue Française d'Allergologie, 58(4), 334-357.
8. Boschiero, D., & Semenzato, A. (2007). Allergie, ipersensibilità, reazioni avverse ai cibi,“intolleranze” Alterazioni della risposta immunitaria e del metabolismo.
9. Isolauri, E., Rautava, S., & Kalliomäki, M. (2004). Food allergy in irritable bowel syndrome: new facts and old fallacies. Gut, 53(10), 1391-1393.
10. Wilders-Truschnig, M., Mangge, H., Lieners, C., Gruber, H. J., Mayer, C., & März, W. (2008). IgG antibodies against food antigens are correlated with inflammation and intima media thickness in obese juveniles. Experimental and clinical endocrinology & diabetes, 116(04), 241-245.